Come TikTok ha cambiato il panorama dei social network e cosa aspettarsi dal futuro

  • TikTok ha portato una piccola rivoluzione, o almeno una evoluzione, introducendo un nuovo tipo di intrattenimento sociale
  • Ma l’effetto del social arrivato dalla Cina non si è limitato al modo con cui gli utenti si esprimono e creano sulla piattaforma, e ha investito in qualche misura anche gli altri social
  • Tra le previsioni per il futuro la centralità (ancora) del tema privacy e le nuove opportunità del social commerce

Negli anni 2000 cominciava l’era dei social network, i primi luoghi in cui gli utenti potevano creare profili per interagire con una fitta rete di contatti sul web.

Nel 2019, con l’avvento di TikTok in Occident, l’interesse si sposta principalmente verso la visione o creazione di brevi video, direttamente dal proprio smartphone. Un nuovo tipo di “intrattenimento sociale” più vicino a YouTube e allo sfortunato Vine, in grado di catturare l’attenzione dei giovani di tutto il mondo.

A dimostrare il successo riscontrato da TikTok tra la generazione Z e i millennial è Morning Consultant, con un sondaggio di settembre 2019. Secondo quest’ultimo l’app è stata utilizzata dalla stessa percentuale di utenti statunitensi (tra i 13 e 16 anni) che hanno fatto accesso a Instagram e Twitter.

Le caratteristiche del “nuovo” social: autenticità e spontaneità

La nuova piattaforma di intrattenimento incentiva gli iscritti a sentirsi sicuri e liberi di dare sfogo alla propria creatività, per raccontarsi in modo spontaneo e originale. È il luogo ideale per tutti coloro che hanno una passione e non vedono l’ora di condividerla, in particolare attraverso le sfide interattive (challenge) e argomenti di tendenza (hashtag).

A favorire l’autenticità dei contenuti sono gli strumenti di video editing, video registrazione, effetti speciali, filtri, adesivi, oggetti di realtà aumentata, senza dimenticare il ruolo fondamentale che ricoprono la musica e gli effetti audio di sottofondo, in grado di creare una connessione istantanea con l’utente.

Qui riportiamo, a titolo esemplificativo, la TOP 5 dei filtri 2019, rilasciata da TikTok:

  1. Senza Filtro (per la naturalezza)
  2. Double split screen (per la dicotomia colore bianco/nero)
  3. 9 schermi (per la divisione degli schermi)
  4. Selfie cavolo (tra gli effetti speciali)
  5. Italianodocquiz e roulettemusicale (tra le proposte interattive)
@scottecs_sioIL CANE E L’UOMO DELLA SABBIA #scottecs #9schermi #uomodellasabbia #mrsandman #sio♬ Mr. Sandman – The Chordettes

La mission di TikTok è ispirare creatività e portare allegria. Creare un ambiente positivo e inclusivo dove le persone possono creare connessioni con utenti di tutto il mondo, intrattenendoli con musiche di sottofondo, comicità e molto altro.

Questo obiettivo è in contrasto con i social network tradizionali come Facebook, che tendono ad essere più seri e a volte negativi, se non nelle intenzioni certamente nell’utilizzo.

Secondo una ricerca di Edison Research di maggio 2019, la troppa negatività è uno dei motivi principali per cui gli utenti Facebook statunitensi, di età pari o superiore ai 13 anni, stanno usando meno frequentemente l’app di Zuckerberg.

Grazie a un algoritmo che mostra i contenuti indipendentemente dal numero di interazioni registrate, la piattaforma risulta più inclusiva e permette di generare diverse ondate di creatori amatoriali. Ciò significa che chiunque ha la possibilità di diventare un TikToker famoso, a prescindere dal numero di follower, like o condivisioni.

Al contrario, gli altri social network privilegiano contenuti di persone che godono di un certo seguito.

Le TOP 5 dei creator

Come afferma lo stesso TikTok:

Il 2019 è stato l’anno in cui gli italiani hanno riscoperto la creatività: 236 i video caricati in media ogni minuto soltanto nel nostro Paese […] Danze, meme, creatività, video virali e celebrità sono fra gli elementi che hanno portato la piattaforma a diventare uno dei maggiori fenomeni in Italia.

I TikToker italiani che hanno caratterizzato il 2019 si sono distinti principalmente per creatività e senso dell’umorismo:

  1. Jessica Brugali (commedia)
  2. Rosalba (beauty)
  3. Gabriele Vagnato (commedia)
  4. Sespo (commedia)
  5. Cecilia Cantarano (commedia)
@gabrielevagnatoPROVO AD INSEGNARE L’ITALIANO AD UN TIKTOKER AMERICANO. A chi vorreste che lo insegni?? dominictoliver #comedy #italy #italia #commedia #american♬ suono originale – gabrielevagnato

Tra le celeb italiane e personaggi famosi troviamo:

  1. Chiara Ferragni
  2. Michelle Hunziker
  3. Barbara D’Urso
  4. Rovazzi
  5. Chef Barbieri
@michellehunzikerÈ Halloween ?! Tra poco sul mio Profilo di Instagram una sorpresa per voi! Intanto solo per voi un’anticipazione!!! ??? #lookatme #halloween♬ Absolutely Anything (feat. Or3o) – CG5

I principali trend social per il 2020

Per distinguersi in un mondo saturo di prodotti e informazioni è fondamentale studiare la giusta strategia di marketing, così da catturare l’attenzione del proprio target di riferimento. Partire dai nuovi trend e stare al passo con le novità è sempre una buona idea. Quali sono quelli da tenere presenti, anche sulla scorta degli insegnamenti che abbiamo tratto fin qui da TikTok?

1. Video e Stories sempre più importanti

Come già vitava Hootsuite in un report dello scorso anno, il 64% dei marketers aveva preso in considerazione le Stories per le proprie strategie. Un formato breve, coinvolgente e immediato. Tre parole chiave per il nuovo anno che ci aspetta.

Da sempre i video riescono a catturare maggiormente l’attenzione degli utenti e sono più appassionanti. Contenuti brevi su TikTok, Stories su Instagram e tutorial su YouTube saranno i protagonisti del nuovo panorama dei social network.

Una ricerca di Cisco – mai abbastanza citata – evidenzia che entro due anni l’82% dei contenuti saranno video.

2. Realtà aumentata e virtuale

TikTok, Snapchat e Instagram con i loro infiniti filtri personalizzabili dimostrano come le tecnologie di AR e VR saranno sempre più utilizzate nelle nuove strategie di marketing per diversi settori merceologici, così da favorire il coinvolgimento con l’audience di riferimento.

3. Influencer marketing con nano e micro influencer

I nano e micro influencer sono profili con meno di 100 mila follower, che però sono in grado di raggiungere importanti risultati per le aziende. Later attraverso il suo studio ci dice come i micro influencer hanno un maggior tasso di coinvolgimento (in media del 7%) sui loro post. Inoltre, in un mondo che pone l’accento su coinvolgimento e autenticità, i creator amatoriali, come quelli che nascono grazie a TikTok, acquisiscono sempre più importanza anche agli occhi dei brand. Daranno vita a contenuti più reali e spontanei, facendo da collegamento tra l’azienda e la sua community.

LEGGI ANCHE: Si parla ancora di Micro Influencer e sempre più di Content Experience: ecco i Digital Marketing Trend 2020

4. Social Commerce

Lo shopping si evolve rapidamente anche in ambito social, molti utenti oggi acquistano direttamente sulle piattaforme, senza atterrare sul sito web o visitare lo store più vicino. I social network stanno implementando nuove funzioni per agevolare tale comportamento. Ad esempio Instagram ha lanciato Instagram Shopping, grazie al quale gli inserzionisti possono velocemente caricare un feed di prodotti da sponsorizzare direttamente nell’account.

TikTok ha deciso di sperimentare in beta test funzionalità che consentono agli influencer di incorporare collegamenti di social commerce direttamente nei propri video visualizzati da app.

5. Tema privacy

Come ci anticipa Hootsuite, il tema privacy e protezione dei dati personali sarà ancora più limitante con il nuovo anno. TikTok ha creato il Centro Sicurezza, ovvero una sezione dedicata del sito e app, che include strumenti di controllo e impostazioni di privacy per promuovere un ambiente sicuro e positivo all’interno della community.

La forza di TikTok

Nel 2019 la nuova piattaforma di intrattenimento ha raggiunto oltre 700 milioni di iscritti in tutto il mondo, superando i download sia di Facebook che di Messenger (fonte: Sensor Tower). TikTok racchiude la maggior parte dei trend sopra elencati, pertanto non deve stupire il suo successo.

Il grande obbiettivo del nuovo decennio di TikTok sarà quello di ampliare il proprio bacino di utenti, puntando su un target demografico più adulto. Non ci resta che scoprire come ci riuscirà e seguire gli sviluppi come indicazioni fondamentali anche per le nostre strategie di marketing.

L’agenda degli eventi che nel 2020 non puoi proprio perdere

SABATO 23 MAGGIO – Appuntamento con #PalermoChiamaItalia-Il coraggio di ogni giorno: migliaia di studenti ricorderanno le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Il Ministero dell’Istruzione e la Fondazione Falcone racconteranno il 23 maggio sui canali social attraverso gli hashtag #23maggio2020#PalermoChiamaItalia #FondazioneFalcone e #ilcoraggiodiognigiorno. Per ulteriori informazioni e dettagli sul programma è possibile consultare le pagine www.miur.gov.it e www.fondazionefalcone.it

LUNEDI’ 25 MAGGIO – Fino al 29 maggio in programma Io Things Digital Week, una settimana di esperienze live e on demand dal 25 al 29 maggio. In agenda decine di eventi in live streaming, con speaker nazionali ed internazionali, dedicati a chi sta progettando il futuro utilizzando tecnologie IoT, AIBlockchain5G e AR/VR. Gli eventi sono organizzati da Innovability.

Milano Digital Week. Fino al 30 maggio c’è la Milano Digital Week. L’appuntamento si è trasformato in versione completamente online, anche se alcuni musei e altri luoghi simbolo della città diventeranno la sede (non accessibile) di dirette live per un grande confronto, pubblico e rigoroso. Se Milano Città Aumentata era il tema della edizione che doveva iniziare a marzo: questi due mesi hanno cambiato profondamente le modalità i ritmi e le prospettive, ora è il momento di riflettere su Milano Città Trasformata, modificata dalle contingenze attuali ma forte anche della sua resilienza innata. 

Giugno 2020

GIOVEDI’ 4 GIUGNO – Fino al 6 giugno a Rimini spazio al Web Marketing Festival, in versione online. Giunto all’ottava edizione, il Festival sull’Innovazione Digitale e Sociale tratterà i temi legati a Virtual Reality, Esports, Web Marketing, Imprenditorialità, Open Innovation, Sostenibilità, Robotica, Startup, Design, Coding e Advertising. In programma speech formativi, show, talk ispirazionali, workshop operativi, hackathon, contest e dibattiti. Il Web Festival torna poi a Rimini in autunno, i19, 20 e 21 novembre con un’agenda di oltre 80 eventi di formazione, business e networking, show, musica, intrattenimento e cultura su innovazione digitale e sociale.

GIOVEDI’ 22 GIUGNO – Fino al 26 giugno a Torino in programma la Italian Tech Week 2020: in evidenza una startup arena, seminari rivolti ai giovani e agli studenti per accompagnarli alla scoperta delle professioni del futuro e una serie di eventi dedicati al rapporto tra Tech & Sport, Tech & Arte e Tech & Cibo. La settimana della tecnologia chiuderà con la partecipazione annunciata del fondatore di Alibaba Jack Ma al SEI Torino Forum, appuntamento annuale della scuola di imprenditorialità avviata due anni fa a Torino.

Luglio 2020

LUNEDI’ 6 LUGLIO – A Roma, fino al 10 luglio, all’Hotel Mercure Rome in programma Blockchain Week Rome. Nel corso delle cinque giornate, sul palco esperti, leader, professionisti, grandi aziende, startup e appassionati del settore.

VENERDI’ 10 LUGLIO – Fino al 12 luglio Cortina d’Ampezzo ospita il Design Weekend, evento promosso dall’associazione Cortina For Us, composta da commercianti e imprenditori del territorio, la manifestazione si svolgerà nel cuore di Cortina e avrà come protagoniste aziende di design all’avanguardia.

Settembre 2020

GIOVEDI’ 17 SETTEMBRE  – A Maratea fino al 19 settembre Heroes meets in Maratea,il festival euro mediterraneo dell’innovazione che coinvolge i più ispirati protagonisti del nostro tempo: leader d’impresa, business angel e investitori, creativi, policy maker e le startup più interessanti. Un evento imperdibile sull’innovazione, sull’impresa e sul futuro che nella passate edizioni ha visto più di 200 ospiti incredibili avvicendarsi sui nostri palchi vista mare.

VENERDI’ 18 SETTEMBRE – Fino al 19 settembre in agenda a Modena Play Copy. Un convegno che è anche un workshop sulla scrittura professionale che tratterà di copywriting, neuromarketing, figure retoriche, comunicazione efficace e brand voice. Il tutto alternando momenti teorici a workshop applicativi.

LUNEDI’ 21 SETTEMBRE – Sesta edizione di Myplant&Garden. A Fiera Milano Rho fino al 23 settembre il Salone professionale del verde: 780 le aziende nei padiglioni da tutti i continenti, una mega-serra di 45.000 mq in cui i protagonisti sono fiori, piante, vasi, prati, alberi, macchinari, edilizia green e accessori per la filiera verde.

DA DEFINIRE – Appuntamento alla Fiera di Padova con E-commerce Strategies, una giornata di formazione e case history con i protagonisti dell’eCommerce.

Ottobre 2020

VENERDI’ 2 OTTOBRE – Fino al 3 ottobre Milano ospita il Marketing Forum, il più importante evento in Italia sul marketing strategico. Il Marketing Forum nasce con l’obiettivo di offrire un approccio estremamente pratico e innovativo al marketing, per acquisire nuovi contatti e convertirli più rapidamente, attraverso le tecniche messe a punto con successo dai numeri uno al mondo in questo specifico settore.

Novembre 2020

MARTEDI’ 10 NOVEMBRE – Fino all’11 novembre a Milano in programmaIAB Forum , il più importante evento italiano del comparto digitale e il 4° in Europa per affluenza di pubblico. 

VENERDI’ 27 NOVEMBRE – Il Dipartimento di Ingegneria di Roma Tre ospita negli spazi di via Vito Volterra a Roma la decima edizione di Codemotion Rome, evento nato da un’intuizione di Chiara Russo e Mara Marzocchi. Sarà anche quest’anno occasione di incontro tra sviluppatori software e i professionisti del mondo IT.

Dicembre 2020

MARTEDI’ 1 DICEMBRE – Fino al 2 dicembre a Milano il Marketing Business Summit, 2 giornate di alta formazione in cui relatori di fama internazionale porteranno casi studio, metodologie e strategie di marketing e business per far decollare il proprio business.

GIOVEDI’ 3 DICEMBRE – A Milano la terza edizione di HICON 2020, evento dedicato al digitale e all’innovazione nel mondo del turismo.

GIOVEDI’ 10 DICEMBRE – Fino al 13 dicembre in programma alla Fiera di Roma l’ottava edizione di Maker Faire Rome –
The European Edition, che si terrà alla Fiera di Roma arricchendosi di una giornata business.

2021

A Talent Garden Calabiana l’ondata di energia della N-Conference, appuntamento che non sarà semplicemente un evento dedicato al Business, ma un luogo in cui le menti di visionari, innovatori e sognatori, avranno la possibilità di incontrarsi e interagire per dare vita a qualcosa di assolutamente inedito.

LEGGI ANCHE: N-Conference sta arrivando: preparati a sprigionare la tua energia insieme alla Ninja Tribe

 

 

Per segnalare eventi e iniziative scrivete ad alessionisi@gmail.com

La Digital Transformation dovrebbe partire dalle risorse umane per essere vincente

Spesso la digital transformation viene associata alla tecnologia e più in generale ai percorsi tecnologici che portano alla trasformazione digitale, nella realtà, tale processo, non deve essere visto come un semplice upgrade tecnologico ma piuttosto come un cambiamento radicale ed organizzativo che coinvolge primariamente le risorse umane, coloro che se ben selezionate e formate permettono all’azienda di affrontare tale trasformazione.

Tornano, quindi, sempre più centrali le human resources.

L’HR diventa il traino e il fulcro centrale dell’azienda poiché sfruttando le potenzialità della digitalizzazione, ovvero la sua velocità, dinamicità, la sua agilità e soprattutto l’approccio basato sui dati, genera soluzioni focalizzate sulle persone.

Con un po’ di fatica l’HR sta, quindi, tornando ad assumere una maggior consapevolezza di se e del ruolo di guida, che gli viene chiesto di assumere, nella digital transformation.

ninja

La ricerca

Abbiamo analizzato una ricerca di TAG, a cui hanno partecipato oltre 500 People Manager di aziende italiane rispondendo a 37 domande.

Il campione è vario ed eterogeno sia in termini di età e ruolo dei partecipanti sia per settore e dimensione aziendale.

Settore Aziendale

Questa la distribuzione percentuale degli intervistati nei vari settori aziendali

 

Ruolo aziendale

Il 43% degli intervistati ha un ruolo manageriale, il 34% è invece uno specialista.

Eta’

Il 50% è un millennial, il 37% appartiene alla generazione X e il 12% è un baby boomer.

Fatturato delle aziende incluse nella ricerca 

  • 29% delle imprese fattura meno di 5 milioni l’anno;
  • 26% oltre 500 milioni l’anno;
  • il 19% tra i 5 e i 25 milioni l’anno;
  • il 12% tra i 25 e i 100 milioni l’anno;
  • l’11% tra i 100 e 500 milioni l’anno.

Popolazione Aziendale

Numero di risorse umane inserite in azienda:

  • il 23% supera i 1.000 collaboratori;
  • il 12% supera i 10.000 collaboratori;
  • il 22% piccole realtà tipiche del tessuto imprenditoriale italiano con meno di 16 collaboratori;
  • Il 19% delle imprese ha poi tra i 16 e i 100 collaboratori;
  • il 14% ne ha tra 100 e 500;
  • il 6% tra 500 e 1.000.

Quasi la totalità delle aziende, infine, opera in Italia (98%), ma il 30% ha almeno una sede anche in Spagna, il 17% in Austria, il 15% in Irlanda e il 14% in Danimarca, i paesi europei in cui anche Talent Garden oggi opera.

La Digital Transformation secondo le aziende

Secondo la ricerca “il 52% degli intervistati ritiene che la Digital Transformation consista innanzitutto nella digitalizzazione dei processi con l’introduzione di nuove tecnologie”.

Pensiero molto diffuso nelle aziende italiane, che non comprendono che la DT è prima un cambiamento culturale, organizzativo, di mindset che passa dalla creazione di nuovi modelli di business e solo successivamente diventa un cambiamento tecnologico.

La resistenza alla trasformazione

Nonostante le persone oggi vivano e lavorino in un contesto in cui le “macchine” sembrano sempre di più sostituirsi agli uomini, dove la domotica pervade le abitazioni, dove Alexa, Siri, Google, Bixby ecc. si affiancano alla quotidianità modificandone le loro abitudini, quando entrano nel contesto aziendale e si trovano ad affrontare il tema della DT gli entusiasmi calano, per lasciare spazio a preoccupazione (44% del campione analizzato), alla mancanza di un giusto bagaglio di digital skill, affiancato al timore di non poterle acquisire nel modo corretto (27% del campione analizzato).

La funzione HR deve quindi assumere un ruolo preponderante, deve formare il team fornendogli competenze digitali e strategiche, deve assumere ed attrarre talenti che abbiano già un background consolidato e che possano accompagnare l’azienda e i colleghi verso la DT (diventando digital ambassador).

Oltre alla formazione, la ricerca evidenzia anche l’importanza della open innovation (26% degli intervistati) individuata come leva per ridurre le resistenze, abbandonando il concetto di formazione verticale sulle competenze digitali “vecchio stile”.

L’open innovation è un paradigma che afferma che le imprese possono e debbono fare ricorso ad idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche – Henry Chesbrough, 2006.

Purtroppo le aziende stanno intervenendo poco sull’organizzazione interna e quando lo fanno si appoggiano a consulenti esterni, per specifici progetti digital (40% del campione intervistato) e non per affrontare il tema a 360°, oppure utilizzano risorse part-time da allocare su specifici progetti di DT (29% del campione intervistato).

In quest’ultimo caso aumenta esponenzialmente l’effort economico, poiché l’impatto sull’organizzazione aziendale è considerevole (sono infatti figure temporanee e non stabili, utilizzate a “chiamata” e che quindi costano maggiormente).

Cambio Culturale

È chiaro, quindi, che la DT deve passare primariamente da un cambio culturale, molto forte, interno alle aziende. Questa è una convinzione per il 59% degli intervistati.

Secondo questa percentuale di intervistati, il fattore più critico per il successo dell’attività HR sarà l’acquisizione di un nuovo mindset e di una cultura digitale diffusa, il 50% indica la riprogettazione di processi e dei modi di lavorare e il 37% l’introduzione di nuove skill.

Il 53% degli intervistati afferma che è proprio la funzione HR quella che si sta evolvendo di più anche se marketing e comunicazione rimangono l’area aziendale a maggior tasso di cambiamento.

Quale figura aziendale deve guidare la Digital Transformation

Secondo il campione intervistato il condottiero della DT è una figura apicale ovvero il CEO (47%), seguono i CPO (32%) e i CIO (8%), CDO (7%).

Secondo gli analisti di Forrester il CEO deve guidare l’azienda verso un futuro di crescita e trasformazione digitale, plasmando la cultura interna e mutando di pari passo la tecnologia adottata.

Il CEO non deve necessariamente diventare esperto di software ma deve relazionarsi con il CIO e il CTO – “Molte organizzazioni sono bloccate in questo percorso perché le operazioni hitech restano confinate ai dipartimenti di sviluppo software e non arrivano al top management – continua Forrester – il software non è solo un business driver: è la struttura stessa del business”.

Il nuovo ruolo dell’HR

Se la guida della Digital Transformation è il CEO, il change leader è l’HR.

Secondo la ricerca oggetto della nostra analisi, infatti, l’HR deve contribuire:

  • alla digitalizzazione dei processi e l’introduzione di nuovi servizi per il personale (39%);
  • introdurre nuove modalità di gestione delle persone attraverso la social collaboration o il metodo agile (37%);
  • a supportare la digitalizzazione dei processi e il change management (30%)
  • allo sviluppo di professionalità e competenze (24%).

Si evidenzia forte la necessità di gestire il cambiamento, di guidarlo e veicolarlo in relazione alla cultura e all’organizzazione aziendale e questo ruolo è assunto dalle HR.

Spesso è la stessa funzione HR, dal suo interno, a non avere la giusta consapevolezza del ruolo che gli viene richiesto.

La survey evidenzia, infatti, che “c’è ancora la necessità di sviluppare una visione della figura HR più integrata con le varie funzioni aziendali (come in molti casi in realtà già è, anche se non lo si percepisce) per capire come l’HR debba evolvere ogni aspetto della sua professione e superare la centralità eccessiva del recruiting per stare al passo con il cambiamento e per farsene ambasciatore”.

Cosa si aspettano le persone che lavorano in azienda

Principalmente un upgrade delle competenze e l’acquisizione di nuove skill (58%), elaborazione di nuovi modi per gestire e motivare le risorse (44%), l’introduzione di nuove tecnologie e metodologie di lavoro (42%), la sperimentazione di nuovi processi e strutture organizzative (39%).

Quanto indicato nella survey è in linea anche con la ricerca di Gartner (2018), nella quale sono indicate le 5 priorità delle HR per accogliere e guidare la Digital Transformation.

Ovvero:

  1. attirare talenti digitali;
  2. ottenere migliori informazioni sui dipendenti verificandone le skill e attuando piani di formazione mirati;
  3. allenare i manager a sviluppare le capacità digitali del team;
  4. migliorare la tecnologia al fine di rendere autonomi gli impiegati;
  5. cambiare la mentalità e l’approccio verso le tecnologie digitali.

I dipendenti, di contro, si aspettano che la digitalizzazione migliori i processi di lavoro, snellendoli e rendendo così più semplice e veloce l’attività lavorativa.

Dove si cercano i nuovi Talenti

Le nuove figure digitali, i talenti, vengono ricercati principalmente nelle università tra i laureati e attraverso una buona attività di networking. Scendono in graduatoria le società di Head Hunting, agenzie per il lavoro, società di consulenza e aziende concorrenti.

Ma la ricerca dei talenti, che va ben oltre il recruiting classico, non può fermarsi solo alla parte di selezione deve necessariamente andare più in profondità.

Le HR devono, quindi, fare una forte attività di retention delle persone, valorizzandole costantemente, facendole crescere attraverso corretti percorsi di learning, plasmandoli in funzione degli obiettivi aziendali e degli obiettivi di vita delle stesse risorse.

Il 53% dei partecipanti alla survey ritiene che, per attrarre e trattenere talenti, occorra offrire loro:

  • flessibilità di condizioni, spazi e tempi di lavoro (53%);
  • worklife balance (48%);
  • percorsi di sviluppo (47%);
  • possibilità di carriera, welfare, benefit e investimenti in formazione (24%);
  • coaching (20%).

Per una buona retention degli stessi l’azienda deve offrire un ottimo clima aziendale, una buona dotazione di strumenti di lavoro e un forte allineamento tra i valori delle persone e quelli aziendali (aspirazioni personali vs mission aziendale).

LEGGI ANCHE: Employee Retention: la vera ricchezza delle aziende 2.0 sono i loro dipendenti

soddisfazione lavorativa team

Talenti sì, ma con quali competenze?

Tutti vogliono i data analyst, ma non solo.

Dal momento che la maggiore spinta verso la Digital Transformation sembra ancora provenire dall’inserimento di nuove risorse, è importante capire di che tipo di risorse le aziende sentano il bisogno.

Le informazioni raccolte dimostrano che le aziende, già dal 2018, hanno cominciato a comprendere l’importanza dei dati e della loro analisi.

I partecipanti alla survery affermano, infatti, che l’azienda in cui lavorano:

  • sta assumendo data analyst, data scientist e business data analyst (42%);
  • punta su figure specializzate nel digital marketing e comunicazione (33%);
  • è interessata a inserire digital innovation officer (16%);
  • introduce agile specialist o scrum master (13%);
  • sta assumendo Digital HR (11%).

Approccio agile per adattarsi al cambiamento

Secondo il 61% degli intervistati, l’approccio agile è fondamentale per adattarsi al cambiamento, e per il 51% aiuta a gestire meglio il tempo e le risorse all’interno del team. L’approccio Agile viene considerato ottimo anche per coordinare le persone e gestire al meglio i processi aziendali, per la qualità degli output finali in termini di efficacia del prodotto sul mercato, ed in generale per capacità di innovare.

I principi su cui si basa una metodologia agile sono solo quattro:

  • le persone e le interazioni sono più importanti dei processi e degli strumenti (ossia le relazioni e la comunicazione tra gli attori di un progetto software sono la miglior risorsa del progetto);
  • è più importante avere software funzionante che documentazione (bisogna rilasciare nuove versioni del software ad intervalli frequenti, e bisogna mantenere il codice semplice e avanzato tecnicamente, riducendo la documentazione al minimo indispensabile);
  • bisogna collaborare con i clienti oltre che rispettare il contratto (la collaborazione diretta offre risultati migliori dei rapporti contrattuali);
  • bisogna essere pronti a rispondere ai cambiamenti oltre che aderire alla pianificazione (quindi il team di sviluppo dovrebbe essere pronto, in ogni momento, a modificare le priorità di lavoro nel rispetto dell’obiettivo finale).

LEGGI ANCHE: Come trasformare la Settimana del lavoro agile in un vero cambiamento

Digital leader: la sfida delle HR parte anche da qui

Per non subire la Digital Transformation ma per farla diventare opportunità di crescita, le HR devono creare dei digital leader (alter ego degli innovation manager) che, dall’interno dell’azienda, continuino a sperimentare senza paura di fallire.

Un digital leader deve:

  • saper interpretare la trasformazione digitale, intesa come un cambio del modello di business e non semplicemente come una variazione tecnologica;
  • coltivare il talento delle persone e riqualificare il personale;
  • dotarsi di adeguate soluzioni tecnologiche puntando anche sulle nuove frontiere: l’intelligenza artificiale, il machine learning, Big Data ecc.

Secondo la ricerca, gli aspetti della cultura manageriale dell’azienda su cui l’HR deve lavorare di più, per creare digital leader sono: la cultura del fallimento e della sperimentazione (22%) e il continuous improvement (22%), mentre data driven mindset e agile approach sono considerati aspetti rilevanti rispettivamente dal 17% e dal 15% degli intervistati.

Molte attività, soprattutto quelle meccaniche, diventeranno obsolete come:

  • la rilevazione presenze;
  • lo screening dei Cv;
  • le pratiche amministrative basilari;
  • La stesura di job description e mansionari,
  • la gestione delle note spese secondo il 23%.

Lasceranno posto ad attività in cui il fattore umano avrà maggior rilevanza come:

  • le relazioni industriali;
  • la costruzione di percorsi di carriera e talent.

In conclusione

Le relazioni, il networking tra le persone sono ancora oggi la vera chiave verso un’evoluzione digitale efficace che pone l’individuo al centro del processo di trasformazione consentendogli di non subire passivamente la Digital Trasformation ma di gestirla in modo proattivo, al fine di trovare soluzioni, di far circolare conoscenza e di inserirsi in un sistema virtuoso di lifelong learning.

Le aziende hanno capito che devono puntare sulle persone (e renderle felici) per far crescere il business

  • I clienti felici guideranno la crescita del business nel 2020, ecco perché le aziende dovrebbero affidarsi a loro
  • Puntare su referral marketing per far crescere la propria azienda in modo semplice ed efficace: i vantaggi di un marketing differente
  • Mai sottovalutare il potere del passaparola. I clienti soddisfatti generano altri clienti, sono loro i veri ambassador dei brand

___

Avete fatto caso a come sia cambiato il tono e il modo delle aziende nel rivolgersi ai consumatori? Sempre più ammiccante, colloquiale, come in una conversazione tra amici.

Ironiche – a volte anche troppo – le aziende sono passate dal presentare semplicemente un oggetto o un servizio, al raccontarcelo. E a raccontarsi. Perché?

I cambiamenti, certo, l’evoluzione della pubblicità, e l’ascesa del referral marketing dovuta alla presa di coscienza dell’importanza dell’acquirente, non più spettatore passivo, ma attivo.

Referral marketing: dall’acquisto al passaparola

Chi acquista si fa prima un’idea del prodotto, si informa, legge le opinioni degli altri, e non si affida, come prima, solo alla pubblicità.

Abbiamo assistito negli ultimi anni all’ascesa degli influencer, abbiamo visto schiere di ragazzi e ragazze dar ascolto all’opinione di sconosciuti pieni di follower e like, credere più alle loro parole, invece che ai soliti messaggi pubblicitari.

Ponendo i clienti al centro delle loro strategie di marketing, i marchi possono trasformarli nei propri ambasciatori. È più facile dare ascolto ai nostri amici, a chi, prima di noi, ha acquistato un prodotto, consigliare a chi ha dei dubbi su cosa comprare e come comprarlo.

Il passaparola è una delle pratiche più vecchie del mondo ma è quella che è diventata la più attuale e affidabile di tutte, su cui la maggior parte delle aziende stanno riadattando il proprio modo di comunicare, forti di dati come quello sulle aziende business-to-business che attraverso il referral raggiungono un tasso di conversione superiore del 70% e segnalano un tempo di chiusura delle vendite del 69% più rapido.

three people sitting in front of table laughing together

LEGGI ANCHE: 6 consigli per i brand che vogliono connettersi con la Generazione Z attraverso la musica

Il referral marketing è una delle strategie più vantaggiose perché si serve proprio del passaparola per raggiungere nuovi potenziali clienti. Le aziende si affidano all’appeal generato dai clienti fidelizzati per farsi conoscere ad altri clienti potenziali. Ormai l’84% dei Millennial non si fida più delle pubblicità, ma preferisce acquistare dai brand che ricompensano la loro fedeltà.

Nell’introduzione di Mary Meeker al Bond Internet Trends Report 2019, viene riportato che i costi di acquisizione dei clienti stanno crescendo a livelli insostenibili. E la pubblicità non costa solo di più, ma è diventata sempre meno affidabile agli occhi dei consumatori.

L’Advertising Association ha evidenziato che il consenso pubblico nei suoi confronti è diminuito dal 50% all’inizio degli anni ’90, per poi raggiungere il 25% nel 2018.

Gli americani trascorrono più tempo sui dispositivi mobili che davanti alla TV. Di conseguenza gli inserzionisti hanno implementato la spesa pubblicitaria su questi device.

Cosa vogliono i clienti da un brand?

In un’epoca in cui i consumatori richiedono la fiducia e la trasparenza più che mai, il referral marketing offre una soluzione economica. Il 71% dei consumatori preferisce acquistare dopo aver controllato recensioni, chiedere consiglio sui social media e fare ricerca online. Inoltre, siti, forum con recensioni e consigli di amici, sono considerati migliori rispetto alle sponsorizzazioni di blogger e YouTuber. 

La vera esperienza del cliente oggi non è un modello unico per tutti e i marchi devono sempre più operare in un mondo in cui la fiducia dei consumatori è al primo posto e non c’è praticamente tolleranza per gli errori

Afferma Rob Tarkoff, vicepresidente esecutivo e direttore generale di Oracle

I clienti vogliono identificarsi in un brand e vogliono sentirsi parte di esso, e per ottenere consenso, le aziende devono includere il consumatore sempre di più nei processi interni. Chiedere le loro opinioni, non trattarli come merce. I clienti vogliono essere conquistati, non comprati, e per portarli dalla propria parte bisogna far leva su utenti già fidelizzati, sui clienti felici. I consumatori sono attratti dai marchi che fanno il possibile per offrire esperienze personalizzate e sono disposti a intraprendere azioni decisive quando le loro aspettative non vengono soddisfatte.

LEGGI ANCHE: Cosa dovremmo aspettarci dall’Influencer Marketing nel 2020 (e come farsi trovare pronti)

I vantaggi del referral marketing

1. La misurabilità

Un altro vantaggio del referral marketing è la sua misurabilità. Monitorare l’utile sul capitale investito è spesso una grande sfida per i professionisti del marketing. Una costosa campagna pubblicitaria televisiva, per esempio, potrebbe benissimo essere correlata a un aumento degli affari, ma dimostrarne la causa e l’effetto diretti può rimanere pressoché impossibile. Questo può essere un problema quando si cerca di giustificare i costi del progetto per gli stakeholder e ottenere l’approvazione per le campagne.

Al contrario, le piattaforme tecnologiche refer-a-friend consentono di misurare, testare e ottimizzare le campagne di referral per migliorare le prestazioni. Non solo possiamo vedere quali nuovi clienti sono arrivati ​​in seguito ai consigli di clienti specifici, ma è possibile capire da cosa sono stati attratti. 

2. Far parlare del proprio brand

Conversiamo continuamente sui social media, scrolliamo più e più volte la home di Instagram e di Pinterest appuntandoci qua e là consigli di esperti guru di tecnologia, makeup, moda e libri. Le aziende attingono informazioni dai nostri like, e da cosa ne pensiamo. Questa tendenza è particolarmente forte nel settore della moda, del makeup e della skincare. Vi capita mai di parlare quotidianamente di marchi specifici o di alcuni prodotti con amici? Facciamo ricerche continuamente e il referral marketing incentiva le conversazioni tra le persone affinché discutano sui brand, raccomandandoli e attivando, di conseguenza, il passaparola.

Si tratta di creare un segmento di clienti e formulare un messaggio. Dopo aver scelto il canale, che siano appunto i social, o anche le mail, basterà buttare l’amo.

people standing and walking on stairs in mall

LEGGI ANCHE: Fashion, Beauty e Design al centro delle vendite eCommerce B2C in Italia

3. Successo a lungo termine

In un mondo dove ogni voce è rumore, emergere dalla massa diventa sempre più complesso e l’aiuto dei clienti è indispensabile.

Danno una mano alle aziende a uscire dal frastuono dei propri competitors e a connettersi con quelli che corrispondono ai loro profili di clienti ideali. Dopotutto, le tendenze del mondo e del marketing sono in continua evoluzione, ma una cosa rimarrà la stessa: ascolteremo sempre i nostri amici più fidati.

creatività lego

Sarà la creatività l’abilità del futuro, ovvero la capacità di “unire i puntini”

  • Le professioni nascono o diventano obsolete in continuazione
  • La chiave del successo passa per la creatività, per questo va insegnata a scuola e al lavoro
  • La creatività che porta all’innovazione è una capacità combinatoria. I cinque consigli della London Business School su come essere “a prova di futuro”

Nonostante i numerosi tentativi nella storia umana, non siamo mai stati particolarmente bravi a prevedere il futuro. Oggi lo siamo senza dubbio meno che mai.

Il cambiamento sembra essere costante e accelerare sempre di più in termini di portata e di velocità. Quindici anni fa non esisteva Facebook, 40 anni fa la musica si ascoltava al più su CD, 60 anni fa non avevamo idea di cosa fosse un personal computer. Questo ci fa capire chiaramente a che velocità il mondo stia balzando in avanti. Nell’arco della vita di una persona si sono letteralmente affermati nuovi bisogni, nuove professioni, modalità completamente nuove di intendere la vita, e il ritmo non accenna a decelerare.

Come possiamo stare al passo con questa inesorabile corsa a ostacoli? Come possiamo assicurarci che le abilità e le capacità che stiamo apprendendo oggi non siano obsolete a breve? Soprattutto, cosa possiamo insegnare agli adulti di domani perché non lo siano le loro, quando verrà il momento?

Nuove professioni emergono continuamente dal pentolone in ebollizione di social network, siti, app e startup in cui viviamo, e contemporaneamente vecchi mestieri cambiano, evolvono o si reinventano completamente alla luce dell’innovazione digitale.

Il lavoro di chi scrive ne è un esempio: fino a 20 anni fa il mestiere di scrivere era riservato a scrittori e giornalisti, con poche varianti. Oggi l’emergere della centralità dei motori di ricerca, e quindi della scrittura SEO, per posizionarsi al primi posti della SERP e farsi trovare su Google, ha incredibilmente ampliato la portata e la necessità di figure con la capacità non solo di scrivere ma anche di piegare il digitale al proprio volere.

Una figura, così come le altre presenti nel sottobosco del digitale che ormai permea ogni attività, le cui skill devono evolvere e migliorare alla stessa velocità con cui cambia la tecnologia che adopera. Tempi brevissimi, da apprendimento continuo, cui chiaramente la scuola e gli insegnanti non fanno in tempo ad adeguarsi prima che il tutto sia già obsoleto.

 

L’imprevedibile prevedibilità del futuro

E allora? Quali saranno le abilità fondamentali? Come facciamo a prepararci (e a preparare i giovani) all’imprevedibile futuro che ci aspetta?

Come suggerisce ironicamente Yuval Noah Harari, il celebre saggista autore del ben noto 21 Lessons for the 21st Century: 

Il miglior consiglio che si possa dare a un quindicenne oggi è: non fare troppo affidamento sui consigli degli adulti. Hanno buone intenzioni, ma non capiscono il mondo in cui vivrai tu.

La verità è che non si tratta tanto di trasmettere “conoscenze”. Non basta (anche se male non fa) aggiungere le materie STEM (science, technology, engineering and mathematics) a scuola, o l’informatica, che comunque i giovani impareranno sempre di più in maniera automatica, in quanto completamente nativi digitali. Non è questione di aggiungere informazioni alla già enorme mole di dati con cui sono bombardati, ma di insegnare ad organizzarle e metterle in ordine perché siano fruibili. Non conoscenze quindi, ma capacità.

Non è possibile preparare con tempismo a ruoli come il designer di organi e parti del corpo, il chirurgo della memoria, o il mentore di robot. Saranno i lavori del futuro, va bene, ma oggi non esistono neppure. Quello che si può e si deve insegnare è la  capacità di cambiare, di reinventarsi e reinventare la propria visione delle cose

Il mondo di oggi, e ancor più quello di domani, è pieno di opportunità che nascono e muoiono in continuazione. Devono sapere che rispondere alla domanda “che cosa fai nella vita?” sarà sempre più difficile, ma che se rimangono aperti e curiosi avranno sempre una risposta da dare.

La competenza migliore che si possa insegnare ai giovani è la creatività per vedere opportunità dove altri scorgono solo problemi, cogliere velocemente il cambiamento e creare nuove occasioni.

 

Corsi di creatività per tutti

Ma cos’è la creatività? Siamo stati cresciuti pensando che esistano persone creative e altre logiche, come se la prima fosse una categoria riservata agli artisti, a chi non era portato per le materie scientifiche, una cosa che alcuni hanno e altri no. L’ingegnere non è creativo, anzi, se lo fosse avrebbe sbagliato mestiere.

Questa visione profondamente errata nasce probabilmente dal non aver mai letto la definizione che dà il dizionario stesso:

creatività
/cre·a·ti·vi·tà/
sostantivo femminile
Capacità produttiva della ragione o della fantasia,
talento creativo, inventiva.

O ancora meglio, come l’ha definita Henri Poincarè: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.

Insomma, è la capacità di trasformare ciò che c’è in qualcos’altro. Non di reinventare la ruota, ma di trovare una nuova, inedita modalità per utilizzarla.

È inventiva: percepire il mondo in modi nuovi, trovare modelli nascosti, creare connessioni tra fenomeni apparentemente estranei per generare soluzioni.

Se guardiamo alle più grandi innovazioni della storia umana, sono tutte manifestazioni di questa straordinaria capacità. Facebook non ha inventato i social network, né i social network avevano inventato la possibilità di mettere le proprie immagini e informazioni su di sé a disposizione degli altri (il nome stesso del celebre social network deriva proprio dagli album universitari nei quali è possibile trovare informazioni su studenti e staff).

Grazie alla tecnologia è facile reinventare digitalmente cose che già esistevano in maniera analogica, migliorarle, innovarle. Non si possono creare nuovi bisogni, si possono solo trovare maniere nuove e sempre più avanzate per soddisfarli, facendone crescere il peso per ogni persona.

 

La creatività è una capacità combinatoria

Ma da dove arriva la creatività? È una capacità innata, e solo determinate persone potranno sprigionare i suoi straordinari poteri? O è alla portata di tutti?

Come sostiene Maria Popova, è un elemento complesso, “combinatorio“: la capacità di accedere alle informazioni, risorse, storie e stimoli che abbiamo in qualche modo accumulato nella nostra esistenza, di tirarli fuori al momento opportuno e combinarli in qualcosa di nuovo.

Un po’ come i LEGO, con i quali è possibile creare forme nuove e straordinariamente complesse, uniche, eppure sono sempre originate da un numero limitato di mattoncini colorati. Certo, quindi, che la nostra capacità di combinare gli elementi in maniera inedita dipenderà in larga parte dalla quantità di pezzi che abbiamo accumulato, e da quanto questi siano vari in termini di colori, forme, etc.

La contaminazione incrociata di diversi ambiti e studi, una conoscenza ampia e sempre crescente, una mente attiva e curiosa: ecco gli elementi necessari per l’innovazione. E grazie a internet, alle connessioni tra persone anche lontanissime e alla capacità di conservare e trovare informazioni in modo facile, questo processo sarà sempre più ampio, impattante e globale.

Ad esempio, l’idea per questo articolo è stata scatenata da un post su LinkedIn. È proprio a partire da quello, studiando ciò che era già stato scritto e le sue origini, che ho trovato gli scritti di Maria Popova e, a ritroso, i pensieri dei grandi innovatori che lei riporta. Non ho inventato niente, ma posso ugualmente proporvi qualcosa di unico, diverso e che prima non c’era: una raccolta di informazioni utili sulla creatività e sul suo ruolo cruciale nel futuro dell’umanità.

unire i puntini creatività

È quindi la capacità di unire i puntini il segreto. Questi saranno sempre di più e sempre più entropici con il trascorrere del tempo, e sarà più difficile, e quindi sempre più necessario, unirli perché abbiano una forma sensata.

Quando poi saremo in grado non solo di fare questo, ma anche di vedere in quell’ammasso informe di puntini un disegno nuovo, inedito, che nessuno aveva mai visto prima, allora avremo innovato.

 

Allenarsi a unire i puntini: business e creatività

Se quanto detto sopra è vero, è allenandosi quotidianamente a farlo che avremo maggiori probabilità di riuscirci quella volta che ci dovesse davvero servire.

La creatività sarà quindi un insegnamento sempre più necessario e trasversale, che non interesserà solo le giovani menti degli adulti di domani tramite la scuola, ma che sarà allenata lungo tutto l’arco della vita delle persone.

Si tratta di un salto quantico per istituzioni scolastiche e aziende, abituate troppo spesso a investire sulle risorse umane in maniera concreta, pratica, attuativa. Eppure, qualcosa si muove.

Ci sono esempi a tutti i livelli, anche nella nostra Italia, di realtà che hanno drizzato le orecchie e si orientano in questa direzione.

H-Farm ad esempio, ben nota per la sua impronta innovativa in altri campi, ha lanciato un progetto scolastico che si fonda proprio su questi principi: H-International School. “Prepariamo gli studenti per un futuro che ancora non possiamo nemmeno immaginare, investendo sulla loro umanità, nel loro talento, incoraggiandoli a inventare e creare” è ciò che si legge nelle prime righe di descrizione del progetto.

O ancora i Future Camp di Impactscool, delle summer school rivolte ai ragazzi che promuovono proprio questo tipo di “investimento” per il futuro.

 “I Future Camp rispondono all’esigenza di permettere a ragazze e ragazzi di ‘fare un salto nel futuro’ e di ‘tornare al presente’ con le competenze necessarie per affrontare al meglio il loro percorso formativo, didattico, professionale e umano” spiega Andrea Dusi, Presidente e Co-founder di Impactscool e ideatore dei Future Camp. 

Anche alcune aziende, almeno quelle che hanno una visione più ampia e profonda del proprio capitale umano, investono tempo e denaro per incoraggiarlo a esprimere il proprio potenziale creativo e innovativo. Il classico esempio di Google e della sua politica del 20% del tempo lavorativo dedicato a progetti personali è emblematico.

Si tratta sempre di più di abbracciare una visione meno orientata al profitto a tutti i costi e più al benessere, interno ed esterno, che l’impresa crea. Cercando di introdurre, per prendere in prestito le parole di Brunello Cucinelli, un modello di capitalismo umanistico che elevi l’uomo al massimo del suo potenziale.

Ma non dobbiamo stare ad aspettare che sia qualcosa di altro da noi, che si tratti della scuola o del lavoro, ad allenarci al futuro: possiamo e dovremmo farlo noi stessi. Unire i puntini in modo inedito è una capacità figlia della creatività, di un cervello attivo, di una mente curiosa… tutte cose che abbiamo in abbondanza per natura, ma da cui spesso le nostre noiose e ripetitive vite quotidiane ci anestetizzano.

Sta a ciascuno di noi, quotidianamente, sottoporci allo stimolo giusto. Basta poco: meditare per qualche minuto ogni mattina, per esempio, aiuta a stimolare la concentrazione e la libera associazione di idee. O utilizzare il nostro onnipresente smartphone per qualcosa di diverso dall’aggiornare il feed dei social o consultare le mail, scaricando qualche app che allena la mente come Decoder.

 

I cinque dettami della London Business School

Le Business School più avanzate hanno dei veri e propri programmi per allenare la creatività.

La London Business School, ad esempio, in un recente articolo sulla creatività spiega cinque concetti fondamentali  “Come andare oltre il business as usual a una svolta creativa: stai connesso, arrabbiato, paranoico. Sii un ladro (di idee) e sii te stesso” .

  1. Paranoia = una sana dose di paranoia è quella che ti permette di non sederti sugli allori. Devi costantemente sfidare il tuo modello di business. Il mondo è pieno di Kodak e Blockbuster che pensavano di non avere nessuno sfidante. E sono fallite.
  2. Rabbia = Jack Ma di Alibaba ha detto: “L’opportunità sta nel luogo dove si trovano le lamentele”. La rabbia è un sentimento potente. Quello che ci fa cambiare un prodotto, o un fornitore. Sii aperto alle critiche per capire come migliorare il tuo business.
  3. Sii un ladro = il fondatore di Walmart, Sam Walton, ha detto: “Le grandi idee vengono da ogni parte, se solo le ascolti e le cerchi. Non si sa mai chi avrà una grande idea”. È il tipo di pensiero che ha portato alla creazione del deodorante per il rollerball – ispirato alla penna a sfera – e del costume da bagno vincitore della medaglia di Michael Phelps – ispirato alla natura sotto forma di pelle di squalo. Esci dalla tua azienda e dal tuo mondo, interrompi la tua routine.
  4. Stai Connesso = la creatività richiede energia. Ma l’energia spesso cala con la routine. Cerca di metterti nelle scarpe di chi usa il tuo prodotto o servizio. Spendi del tempo con loro per capire cosa funziona e cosa non funziona.
  5. Sii reale = come fare a trasmettere agli altri i progetti che vuoi portare avanti? Devi essere reale. Crea modelli, disegna, produci video o foto. Tutto quello che serve per far capire la tua visione a chi ti sta di fronte. E se proprio devi, fai come Joe Rhode, uno dei più famosi manager della Disney che non riusciva a far accettare l’idea di uno zoo dentro il Disney park. Finché portò una tigre (vera) alla riunione per far capire cosa intendeva per “incontro ravvicinato con il mondo animale”.

La creatività è come un muscolo, può essere allenato. Non cadere preda della routine, inserisci alcuni comportamenti creativi nella vita di ogni giorno. Questi ti ripagheranno permettendoti di introdurre modalità di lavoro più audaci, veloci e agili, gettando così le basi per un domani a prova di futuro.

Si parla ancora di Micro Influencer e sempre più di Content Experience: ecco i Digital Marketing Trend 2020

  • Il content marketing ha raggiunto una fase di maturità e stabilità nelle strategie dei brand, ma ora va ripensato in ottica olistica, in relazione all’esperienza utente.
  • Il consumo di video continuerà a crescere nel corso di quest’anno, per questo è necessario ideare formati capaci di emergere e restare impressi nella mente dei consumatori.
  • Infine, anche l’influencer marketing sta vivendo una fase di trasformazione: che si tratti di micro influencer o celebrity, la parola chiave resta autenticità.

2020. Tra buoni propositi, obiettivi e ripartenza, parliamo anche di trend. Per i professionisti del marketing è un must sapere cosa bolle in pentola per il nuovo anno, a cosa prestare attenzione e cercare nuovi modi per battere sul tempo i competitor.

Abbiamo raccolto i più significativi per il nuovo anno per capire, attraverso esempi di brand che già li usano, come possono essere implementati nella tua strategia.

Oltre il content marketing c’è la content experience

“Content is King” lo sappiamo tutti ormai. Sempre più aziende investono sui contenuti: che sia un blog, un podcast, la newsletter periodica, i post social, ecc. Tanto che il content marketing ha ormai raggiunto la sua fase di maturità e stabilità. Quello che ancora in pochi fanno è un passo in più sui contenuti, cioè collocarli in un contesto più ampio e con un approccio più olistico legato all’esperienza utente.

Per questo il trend 2020 sarà la content experience.

LEGGI ANCHE: Il significato di Content Marketing spiegato a mia zia (e al mio collega)

trend 2020

Brevemente, la content experience è l’esperienza complessiva di accesso, consumo, coinvolgimento e risposta a un flusso di contenuto diffuso dal brand.

La content experience avviene tra diverse piattaforme, device e canali e accompagna il potenziale cliente lungo tutto il customer journey. Una content experience di successo ha un alto grado di rilevanza, personalizzazione, tempestività, consistenza e “utilità“. Approccia il contenuto in maniera olistica e non come singolo, perché l’insieme restituisce un valore superiore rispetto la somma delle sue parti. La content experience tiene conto del contesto in cui è presente il contenuto, come l’usabilità dell’interfaccia, la scelta dell’immagine, la struttura del sito, l’organizzazione del contenuto, ecc.

Positiva o negativa che sia, ogni brand fa vivere all’utente una content experience durante tutto il customer journey: pensate tanto al post di LinkedIn, quanto alla brochure inviata dal sales al potenziale cliente. Ciò che è importante per un brand è realizzare che non sono contenuti spot e silos, ma un insieme di contenuti che accompagnano all’interno di un percorso e come in una staffetta uno lascia il testimone all’altro.

La vera sfida 2020 è quindi quella di concentrarsi non sul primo click, ma su quello che succede dopo essere stati scoperti e continuare il viaggio insieme all’utente.

Un articolo davvero interessante di MarTech spiega passo passo e in maniera approfondita come passare da content marketing alla content experience.

Come esempio di content experience prendiamo MailChimp. Nella sezione Risorse del sito web, propone una content experience dividendo in macro categorie i contenuti: per iniziare con l’email marketing; consigli pratici di marketing; guide di prodotto e tutorial; storie di successo e aggiornamenti di prodotto.

Ricalca così quello che può essere il viaggio dell’utente dalla conoscenza, all’acquisto del prodotto, all’uso.

Tra le strategie che MailChimp ha introdotto per migliorare la content experience:

  • la sezione “Marketing Tips” si concentra sull’aiutare gli imprenditori ad aumentare i ricavi attraverso strategie di e-commerce marketing, A/B testing, automation workflow, ecc.
  • ha introdotto una nuova sezione MailChimp presents dove pubblica contenuti originali che celebrano lo spirito imprenditoriale attraverso documentari, video, podcast in una veste grafica accattivante e una user experience estremamente curata.

Video, dirette Live e IGTV

Nel digital marketing la pubblicità video continua a crescere senza sosta. Secondo il report IAB 2019, il budget destinato ai video è cresciuto del 25% rispetto l’anno precedente e tre advertiser su quattro pianificano di aumentare la spesa in video nei prossimi 12 mesi.

I settori che spendono di più nei video sono Media & Entertainment (+75%) e Fashion (+45%). Sette inserzionisti su dieci inseriscono influencer nelle loro pubblicità video.

Se cresce la spesa pubblicitaria è perché cresce il consumo dei video. Sempre secondo IAB, il 74% dei consumatori americani da 13 anni in su guarda video online streaming almeno una volta a settimana, il 41% giornalmente e il 78% di coloro che consumano video guarderebbero pubblicità in cambio di contenuti gratuiti.

Ma andiamo ai canali e formati video, particolarmente interessanti per i trend 2020.

IGTV è qui per restare. Lanciata un po’ in sordina e con qualche dubbio, IGTV continua a crescere e nel 2020 lo farà ancora. Grazie agli update di Instagram come l’icona nella home per esplorare i contenuti, la possibilità di inserire una preview del video nel feed e l’introduzione del formato landscape, che per i brand significa postare video orizzontali che utilizzano anche su altri canali, IGTV è sicuramente un trend 2020 da tenere d’occhio.

Un esempio di utilizzo di IGTV è quello di WWF, che pubblica dei brevi video-documentari in formato landscape .

Tra i video WWF su IGTV, “Our Planet Pioneers” ha generato 365 mila visualizzazioni e 341 commenti.

facebook live

Dirette sui social. Le statistiche ci dicono che le dirette social generano più visualizzazioni e engagement rispetto al semplice video. I video Live Facebook producono sei volte più interazioni dei video tradizionali e generano dieci volte in più commenti.

Non è un caso che anche LinkedIn abbia lanciato nel 2019 LinkedIn Live, che con una notifica ci informa quando qualcuno è in diretta.

Un brand che sta utilizzando LinkedIn Live, con grande risposta da parte degli utenti, è il Sole24Ore. In una delle ultime dirette Live ha ottenuto oltre 300 commenti e circa 18.000 visualizzazioni.

LEGGI ANCHE: Anche su LinkedIn arrivano le dirette video con LinkedIn Live

La pubblicità sulle piattaforme streaming

Se chiedessimo alle persone cosa fanno durante la pausa di una serie su Netflix, probabilmente avremmo nelle prime due posizioni mangiare e andare in bagno, forse nelle ultimissime posizioni (e non è neanche detto) “guardare la pubblicità“. Tuttavia per le piattaforme streaming sostenere i costi alti, soprattutto per la produzione di contenuti di qualità, senza l’appoggio della pubblicità diventa sempre più difficile. I grandi player stanno quindi pensando a una formula di pubblicità non invasiva per gli utenti, che porti ottime entrate e allo stesso tempo visibilità per i brand.

Oltre Netflix, nel mercato streaming altre piattaforme come HBO, Hulu (solo Giappone e USA) si sono aperte a pubblicità video o con immagine statica senza interrompere la visione e l’esperienza utente, nonostante siano piattaforme a pagamento.

Hulu sta utilizzando come pubblicità immagini statiche durante il momento di pausa. Ci sono poi piattaforme completamente gratuite che in cambio diffondono pubblicità, come Pluto TV e Comcast’s Peacock di NBC che potrebbe diventare presto gratuita.

Ma torniamo a Netflix: non ha pubblicità fastidiosa che interrompe la visione, ma non lascia i brand fuori dalla porta, anzi gli strizza l’occhiolino. Famosa la partnership con Coca-Cola per Stranger Things sia all’interno della serie con product placement che all’esterno con la limited edition di New Coke.

Anche altri brand hanno collaborato per Stranger Things fuori dalla piattaforma con le loro limited edition, come Lego e Burger King. Un’altra partnership è stata quella con Diesel per la serie La Casa di carta.

LEGGI ANCHE: Non solo Burger King, ecco i big brand che hanno celebrato Stranger Things con un mood eighties

La partnership fuori dalla piattaforma può quindi essere una buona strada per far innamorare gli utenti, ma se lo facessero massivamente tutti i brand potrebbe perdere di efficacia.

Una soluzione win-win potrebbe risiedere invece nel branded content, ossia il brand è parte stessa della produzione e creazione del contenuto.

Un esempio recente andato in onda sul canale di National Geographic è la docu-serie in sei puntate “Activate” di P&G e National Geographic. La serie tratta delle cause alla base della povertà: la sostenibilità delle risorse, la criminalizzazione della povertà, i soccorsi alle vittime di disastri, l’educazione di bambine e ragazze, i rifiuti causati dalla plastica e la crisi idrica a livello globale.

P&G attraverso un contenuto di valore racconta come il suo lavoro e la collaborazione con associazioni contribuisce attivamente a migliorare il mondo ed essere una forza positiva.

Le nuove forme di pubblicità sulle piattaforme streaming saranno quindi un trend 2020 da tenere molto d’occhio.

Una parentesi merita anche la pubblicità sulle piattaforme di streaming musicale. Spotify con oltre 217 milioni di utenti ha recentemente dichiarato che utilizzerà i dati degli utenti per pubblicità estremamente targettizzate all’interno dei suoi podcast. Questo significa che io e la mia collega nella stessa stanza potremmo ascoltare due pubblicità diverse sullo stesso podcast.

Anche gli insight messi a disposizione dei marketer saranno più completi.

Micro Influencer, UGC e Community

Un report di Talkwalker e Hubspot ci rivela che nel 2019 le conversazioni sul tema dell’influencer marketing sono scese del 42% rispetto l’anno precedente.

Sull’influencer marketing ci sono due grandi questioni: non c’è ancora un quadro di riferimento chiaro per misurare il successo delle campagne e molti top influencer perdono autenticità con la propria audience, diventando un mass-media piuttosto che la persona della porta accanto di cui fidarsi.

Un trend 2020 per l’influencer marketing è quello di puntare di più sui micro e nano influencer che intrattengono con la propria audience un rapporto più genuino e vero. Questo minimizza il rischio di destinare un grande budget su un’unica persona, riduce il costo per ritorni potenzialmente più elevati, permette di concentrarsi su audience specifiche e genera più engagament.

trend 2020

Non basta tuttavia guardare solo al numero di follower, ma è importante per i marketer capire come gli influencer gestiscono il rapporto su lungo termine con la propria community. Non è infatti scontato che il micro influencer sia più autentico del top influencer.

Un’altra strada da percorrere è quella di far diventare gli utenti stessi influencer attraverso gli User Generated Content. Un esempio di brand che ha sperimentato con TikTok gli UGC è l’azienda di gaming IGG che ha sviluppato il gioco online Lords Mobile.

L’azienda ha chiesto agli utenti TikTok un video di 15 secondi con un ballo creativo e aggiungere #superlords. In palio un premio da 3000 €.

superlord tiktok

LEGGI ANCHE: Cosa dovremmo aspettarci dall’Influencer Marketing nel 2020 (e come farsi trovare pronti)

Per quanto riguarda le community, internet si fa sempre più privato e le persone preferiscono scambiare idee e opinioni con i propri simili piuttosto che gridarle nella piazza del newsfeed. Ecco quindi che crescono i gruppi social, aumentano le interazioni via chat e messaggi privati.

Per i brand tra i trend 2020 c’è sicuramente la creazione e gestione di community, che portino un valore aggiunto nella relazione con l’utente attraverso contenuti di qualità e scambi di opinioni autentiche e costruttive.  Come community di successo, quella di Sephora, creata già da qualche anno, continua ad essere un punto di riferimento e avere contenuti sempre aggiornati e postati soprattutto dagli utenti (User Generated Content).

paola zukar trx radio

“Il concetto di underground è stato rovesciato dai social media”, così Paola Zukar ci racconta la musica oggi

Oggi siamo abituati a sentire parlare di rap e ascoltare nel mainstream successi e dischi d’oro ma sappiate che è anche grazie a Paola Zukar se tutto questo è stato possibile.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Alleanza Latina dal 1991. ?™️

Un post condiviso da zkr (@bigpicturemgmt) in data:

Chi è Paola Zukar

La sua passione è iniziata nel 1980, quando a 12 anni, a casa del suo amico Riccardo è rimasta incantata dal videoclip “Rapper’s delight” degli Sugarhill Gang! Le sembrava di assistere ad un atterraggio alieno nei sui pensieri, ma ne rimase subito colpita. Poco dopo decise che le strade della sua Genova sarebbero dovute diventare come quelle del film Breakin’ come a Los Angeles o a New York!

Come racconta nel suo libro Rap, una storia italiana: “Thomas Edison ha detto ‘Genius is 1% inspiration, 99% perspiration’: 1% di ispirazione e 99% di sudore, fatica, lavoro, anche quello noioso”. ed è così che la descriverei.

LEGGI ANCHE: La storia dell’Hip Hop italiano arriva su Netflix con il documentario Numero Zero

Aelle Magazine – Alleanza Latina

Passione e tenacia l’hanno portata ad essere parte del team di una rivista culto, Aelle Magazine: il magazine dedicato al rap e all’hip hop, l’unica fonte di informazioni per b-boys e fly-girls in un’epoca in cui non c’era internet.

Alleanza Latina era l’unico faro nel buio: uscite discografiche, classifiche, nuovi artisti, richieste di collaborazione, eventi e jam. L’hip hop era una nicchia, era underground ed era davvero difficile tenersi aggiornati.

Il rap è stato malvisto per decenni oserei dire, con il suo linguaggio per natura scomodo e ribelle.

Citando nuovamente il suo libro, le parole di Neffa sono emblematiche per rappresentare la situazione dell’epoca:

Non hai mai fatto un tour, se non hai mai fatto un tour senza hotel!

Ma Paola non si è mai fermata e nel 2005, sgomitando con perseveranza e competenza, ha dato vita a Big Picture Management che produce artisti come Fabri Fibra, Marracash e Clementino. Oggi collabora con diverse case discografiche come consulente artistica.

TRX Radio

L’ultima grande novità partorita dalla sua mente è TRX RADIO: un’app che trasmette gratuitamente h24 musica rap. La web radio è nata nel 2018 e a dicembre 2019 ha avviato una partnership con Radio Italia, che ne ospita gli studi a Cologno Monzese.

TRX è la prima radio hip hop italiana. Con il suo payoffIL RAP PER CHI NE SA”, ha scardinato ogni precedente algoritmo a cui eravamo abituati, dando le redini della rotazione musicale ad un team d’eccezione: Fabri Fibra, Marracash, Clementino, Ensi, Guè Pequeno e Salmo affiancati da esperti del settore under 25.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Gli Eroi di TRX Radio.? #trxradio

Un post condiviso da TRX Radio (@trxradio) in data:

Abbiamo fatto alcune domande alla signora del rap che ha strappato la musica e la cultura hip hop dai circuiti dell’underground per portarla davanti al grande pubblico ed ecco cosa ci ha raccontato.

Il mercato discografico, la tecnologia e la musica

La generazione dei millennial ha comprato tanti album originali (e non) e oggi paga con il sorriso Spotify. Dal punto di vista privilegiato del professionista del settore, com’è cambiato il mercato discografico negli ultimi dieci anni, al di là delle innovazioni tecnologiche?

In realtà in Italia tanti album originali non si sono mai venduti, più che col sorriso si paga col Family!

«Ci sono sempre pochi soldi in Italia per comprare la musica, è sempre stato un mercato un po’ “poverello” anche se effettivamente adesso, grazie alla semplicità con cui hanno costruito le interfacce Apple Music e Spotify, gli abbonamenti sono visti abbastanza bene, anche se i numeri sono minori rispetto a quelli dell’Europa e dell’America.

Negli ultimi dieci anni il mercato discografico è cambiato totalmente come tutto, con la penetrazione di internet quasi in ogni campo. Le innovazioni tecnologiche hanno rivoluzionato completamente il mercato, tanto più quello discografico.

Attualmente è un mercato interessante, migliore rispetto a dieci anni fa. Offre molte più possibilità, una distribuzione più fluida, semplice e dà anche molte più chances ai nuovi artisti di affermarsi e di provarci. Il panorama del 2010 soffriva tanto di pirateria e del fatto che le innovazioni dell’epoca non avevano ancora completamente sostituito la pirateria.

È un mercato molto florido quello di adesso, più florido per le discografiche che per gli artisti. Per fare delle economie interessanti discograficamente parlando, occorrono dei numeri molto imponenti. Ancora non siamo arrivati ad una giustizia economica per gli artisti, che per fortuna hanno i live e molte altre cose per compensare».

paola zukar trx radio

TRX RADIO è un po’ il nuovo Aelle Magazine, ma adattato ai nuovi mezzi: veloce fruibile sempre e complementare alle piattaforme di streaming. Da cosa nasce questa scelta?

«Siamo complementari alle piattaforme di streaming e questa è una scelta: proporci come curatori della musica dove non c’è curation al di là delle playlist presenti sulle novità e le classifiche e degli essential su determinati artisti.

Credo che sia importante in questo mare infinito di musica creare una voce, un nome, un brand (in questo caso TRX) che ti garantisca che quello che stai ascoltando ha una rilevanza, non solamente di numeri, ma di gusto e di cultura ed è questo il motivo che ci ha spinti a creare TRX. Bello il paragone che fai con Aelle, in un certo qual modo c’è un legame».

L’importanza del marketing nel mercato discografico

Sono lontani anni luce i tempi in cui per conoscere realtà che andassero oltre il proprio spazio fisico e geografico bisognava partecipare a jam o avere il lusso di ascoltare da amici di altre città cose nuove, quando era tutto molto “underground”. Oggi invece quanto conta il marketing e quanto il talento? Potremmo dire che ci sono più artisti o più “fenomeni”?

«Questa è una domanda interessante alla quale per rispondere non so se ciò che ti dico è giusto. Di sicuro i social media influenzano tantissimo la percezione nel pubblico dell’artista. Ci sono stati, ci sono e ci saranno tantissimi fenomeni scambiati per artisti quando è più il marketing che non il talento vero e proprio. C’è da dire però che una giustizia c’è sempre: nel lungo periodo i fenomeni tendono a svanire e gli artisti tendono a confermarsi, quindi direi che è solo un segno dei tempi il fatto che ci si possa affermare solo grazie ad un grande potere comunicativo che non sempre si riflette nella musica.

Quello che è vero relativamente ai social media è che l’underground non esiste più, è più uno stato mentale che non effettivamente una situazione. Oggi qualsiasi cosa che nasce come underground può potenzialmente, nell’arco di una notte, diventare mainstream il giorno dopo grazie alla condivisione, alla viralità. Quindi il concetto di underground è stato rovesciato da social media e condivisione».

LEGGI ANCHE: 6 consigli per i brand che vogliono connettersi con la Generazione Z attraverso la musica

paola zukar trx radio marracash persona

Il vinile: un feticcio della cultura hip hop

L’ album di Marracash “Persona” è stato al primo posto della classifica delle vendite degli album in vinile (supporto fisico – fonte FIMI). Nella cultura hip hop c’è ancora il culto del disco che da sempre è simbolo e feticcio della musica rap o si tratta di un vero e proprio trend?

«Sì, effettivamente credo che sia nel rap che si vendano più dischi fisici in formato vinile. Sì, è un po’ feticcio però penso che si tratti anche di un trend. A me piacerebbe conoscere (ma non l’ho mai vista) una statistica di quante persone che acquistano un vinile hanno poi effettivamente il giradischi.

Non so dirti se i vinili corrispondano ai giradischi. Forse tanti li comprano per collezionarli, poi li ascoltano sul telefono o in macchina, ma penso che non corrisponda a un ascolto com’era una volta. Però rimane sempre un bell’oggetto, forse il più bello.

Io personalmente nella classifica dei formati più belli (escludendo l’mp3  che è un formato liquido) metterei al primo posto il vinile seguito da cassetta e cd, non sono mai stata mega fan del cd, non è un oggetto molto bello e invece la cassettina e il vinile sono belli in sé».

I social network e il futuro del rap

Parliamo di social: quanto è grande il team che gestisce i canali social di Marracash? Con quanto anticipo si organizza un piano editoriale?

«La password dell’account di Marra ce l’ha solo lui! L’account lo gestisce lui. È chiaro che c’è uno studio per la produzione dei materiali, ma tutto quello che leggi è scritto da Fabio anche perché ha una scrittura talmente particolare che anche se gli puoi dare dei suggerimenti, degli spunti, poi li sviluppa sempre lui perché non vuole giustamente che qualcuno possa pensare che non li ha scritti lui.

Il piano editoriale si applica per il lavoro perché Fabio usa i social per lavoro, al netto di qualche sporadico post o storia di qualche sua vacanza, c’è una domination del lavoro, non troverai molte cose personali perché non li vive così i social.

La pianificazione si fa assieme al team di produzione (foto/mini video) dell’agenzia Cantera, molto bravi, adatti e sensibili a quello che Fabio vuole dire e al modo in cui lo vuole dire e quindi credo che abbia funzionato molto bene il nostro piano editoriale».

Il rap è arrivato sgomitando nel mainstream. E ora? Previsioni per il futuro? 

«Il rap è qui per rimanere! Non so in quale modo perché è tutto ciclico, ci sono dei momenti in cui le cose vanno di più o di meno, il mercato sarà in espansione o arriverà un’involuzione. Di sicuro il linguaggio è qui per restare perché è veramente molto adatto ai tempi attuali, li racconta molto bene quindi resterà.

Però come vedi negli anni si è molto trasformato: le melodie sono entrate prepotentemente con la trap negli ultimi anni, quindi effettivamente subisce delle modifiche importanti ed ovviamente ci stanno; si aggiungono nuove generazioni, artisti e ognuno porta il suo, nuovi Paesi, nuove visioni del genere e quindi è un cammino molto affascinante quello del rap.

Il rap ha compiuto da poco 40 anni e credo che sia più forte che mai, anche in Italia, essendo stato capace di adattarsi alla cultura italiana. Ormai è radicato e quindi resterà».

La disparità di genere non risparmia neanche gli influencer (lo dice un report)

Parliamo ancora di gender gap. Stavolta però al centro della disparità di genere c’è il divario retributivo in un settore, quello dell’Influencer Marketing, che per novità e cultura avremmo immaginato esente dal problema.

Se la disparità fosse solo una questione di consuetudini o di retaggi, ci si aspetterebbe di non trovare un trattamento economico differente in una industry moderna come quella dei social e degli influencer. Ma evidentemente alcune regole rimangono, forse naturale eredità del settore pubblicitario nel senso più ampio.

Instagram, dove gli influencer uomini guadagnano più delle donne

Secondo un nuovo report della società di analisi degli influencer HypeAuditor, in media gli influencer di sesso maschile su Instagram guadagnano più delle donne, con un divario che aumenta in modo significativo nei livelli di pubblico più elevati.

Il sondaggio è stato condotto su oltre 1.600 influencer di oltre 40 paesi, offrendo ai suoi ricercatori un ampio spettro di dati. La variazione regionale, ovviamente, e i rispettivi approcci alla parità di genere, potrebbero anche avere un certo impatto sul conteggio finale, così come la divisione degli intervistati – HypeAuditor afferma che il 69% degli intervistati era di sesso femminile, mentre il restante 31% era di sesso maschile. Ciò significa che c’è anche una più ampia diversità di risposte femminili all’interno del set di dati.

Dal post alla story, il divario non cambia

HypeAuditor ha suddiviso il suo report in quattro categorie, esaminando i prezzi applicati “per post”, “per story”, “post e story” e “post, story e video (non IGTV)”.

I dati mostrano che il divario tra retribuzione aumenta man mano che saliamo di livello.

C’è ad esempio una differenza del 7% tra il prezzo medio addebitato dagli influencer maschi rispetto a quelli di sesso femminile, quando si tratta di post. E il gap cresce quando si passa alla stories.

I prezzi, poi, variano in modo significativo in base a quanti follower ha l’influencer.

In parte, la disparità potrebbe essere dovuta al fatto che apparentemente c’è un minor numero di influencer maschili rispetto a quelli femminili su Instagram, sebbene secondo la società che ha condotto il sondaggio ci sarebbe un numero uguale di creator maschili e femminili sulla piattaforma.

Addio alla corona: ecco come hanno reagito i brand alla #MegExit

Sì, ne hanno parlato davvero tutti e non potevamo esimerci dal farlo anche noi. Perché il dramma reale è inevitabilmente rimbalzato sul web e ha dato spazio anche alla creatività dei brand, che si sono divertiti a sfruttare il momento (e il trend topic) per parlare con il proprio pubblico e strappare un sorriso.

Non sai ancora di cosa stiamo parlando? In breve, Harry e Meghan, i duchi di Sussex, hanno detto addio alla casa reale con un post su Instagram, dichiarando di voler rinunciare al proprio ruolo per rendersi indipendenti (anche economicamente).

LEGGI ANCHE: Il debutto su Instagram della Regina Elisabetta è un successo che fa concorrenza ai più quotati influencer

 

Visualizza questo post su Instagram

 

“After many months of reflection and internal discussions, we have chosen to make a transition this year in starting to carve out a progressive new role within this institution. We intend to step back as ‘senior’ members of the Royal Family and work to become financially independent, while continuing to fully support Her Majesty The Queen. It is with your encouragement, particularly over the last few years, that we feel prepared to make this adjustment. We now plan to balance our time between the United Kingdom and North America, continuing to honour our duty to The Queen, the Commonwealth, and our patronages. This geographic balance will enable us to raise our son with an appreciation for the royal tradition into which he was born, while also providing our family with the space to focus on the next chapter, including the launch of our new charitable entity. We look forward to sharing the full details of this exciting next step in due course, as we continue to collaborate with Her Majesty The Queen, The Prince of Wales, The Duke of Cambridge and all relevant parties. Until then, please accept our deepest thanks for your continued support.” – The Duke and Duchess of Sussex For more information, please visit sussexroyal.com (link in bio) Image © PA

Un post condiviso da The Duke and Duchess of Sussex (@sussexroyal) in data:

Nulla da eccepire sulla comunicazione, se non fosse che la Regina era totalmente all’oscuro della decisione. Una bella gatta da pelare per Buckingham Palace, insomma.

Se i meme da parte degli utenti sulla vicenda non hanno tardato a esplodere, con commenti esilaranti, anche i brand non hanno perso tempo e hanno dato il via alla loro vena creativa sui social.

Ecco alcuni dei contenuti più belli e soprattutto più coerenti con il messaggio del marchio.

LEGGI ANCHE: I brand festeggiano la nascita del Royal Baby

IKEA, Siamo fatti per cambiare

Il colosso dell’arredamento punta tutto sul claim della sua ultima campagna, per dimostrarsi solidale con i duchi.

Corona, Solo alcune corone

Il brand di birra non poteva non commentare, chiamata direttamente in casa dal proprio nome.

Ceres, Dopo un po’ la corona stanca

Al richiamo dell’instant marketing risponde anche Ceres.

Roadhouse, Non serve la corona

La catena di ristoranti è solidale con i duchi e ricorda agli sposi che per un pranzo da re non serve essere dei reali.

LEGGI ANCHE: Week in Social: dallo stop ai deepfake su Facebook alle novità su TikTok

Taffo, C’è una corona a cui non rinunciare

Con il suo solito stile tra ironico e grottesco, Taffo approfitta della #MegExit per ricordare i suoi servizi.

Burger King, Non c’è bisogno di rinunciare alla corona

Burger King Argentina e l’agenzia HOY hanno proposto che se la coppia reale volesse davvero diventare finanziariamente indipendente sarebbe bello farli entrare nei ranghi di Burger King.

In una lettera indirizzata al duca e alla duchessa stampata su Clarin, uno dei principali quotidiani argentini, si legge:

Cari Duchi,

Se state cercando un lavoro, abbiamo una nuova corona per voi.

Abbiamo scoperto che il Principe e la Duchessa hanno deciso di rinunciare ai loro ruoli nella famiglia reale e lavoreranno per diventare finanziariamente indipendenti.

Quindi, abbiamo una proposta per voi: fate come migliaia di altre persone e fate i primi passi nel mondo del lavoro insieme a noi.

La corona vi seguirà. Inoltre, dopo anni vissuti come duchi, è tempo di iniziare a mangiare come dei re.

simpson

Tutti i trend Pantone dell’ultimo decennio previsti dai Simpson

  • Le previsioni tecnologiche della leggendaria serie firmata Matt Groening non sono una novità per il pubblico
  • Dal turchese del 2010 al corallo del 2019, possiamo ritrovare i color trend Pantone nel salotto più famoso delle serie animate

___

Nelle loro 31 stagioni, i Simpson hanno influenzato generazioni di persone in tutto il mondo, regalando grandi personaggi, a partire dai componenti della famiglia che tutti noi ormai amiamo e conosciamo come le nostre tasche.

simpson

Possibile che la serie più iconica mai andata in onda di recente abbia previsto i colori Pantone dal 2010 al 2020?

simpson

Non è la prima volta che i Simpson prevedono qualcosa

Chiamarlo solo “cartone animato” sarebbe riduttivo, i Simpson sono una vera e propria narrazione quotidiana (molto spesso una critica) di ciò che avviene nella società americana.

Matt Groening ha viaggiato nel tempo, e non solo la famiglia animata ha “predetto” i colori Pantone, ma molto spesso ha mostrato tecnologie come smartwatch e videochiamate prima che diventassero parte della nostra quotidianità.

the simpsons

Negli ultimi tempi la serie tv ha predetto avvenimenti incredibili che poi puntualmente si sono avverati. Eventi importanti che hanno segnato la storia recente del nostro pianeta.

Per esempio, qualche anno fa Homer Simpson è apparso in un telegiornale nel quale si parlava dell’Europa che aveva messo in vendita la Grecia su eBay. Tre anni più tardi la Grecia ha attraversato una delle più gravi crisi economiche della sua storia.

A novembre 2016 il mondo si sveglia con la notizia che Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Un avvenimento già visto nell’episodio del 2000 “Bart to the Future”, quando Bart, dando un’occhiata ad un futuro ambientato nel 2030, scopre che Lisa, diventata la prima presidente donna degli USA, ha ereditato un grosso buco di bilancio dal suo predecessore, Donald Trump.

Viaggiando nel futuro Lisa avvia una videochiamata con sua madre anticipando quindici anni prima la tecnologia poi portata alla ribalta da Skype e FaceTime, giusto per citare le app più famose.

pantone

Nell’episodio futuristico “Lisa’s Wedding” del 1995, il fidanzato di Lisa fa una telefonata usando l’orologio. Diciannove anni dopo, la tecnologia indossabile decolla con il rilascio di smartwatch come il Samsung Galaxy Gear.

I color trend nel salotto dei Simpson

Qualche anno fa i colori dei Simpson avevano ispirato i lavori del designer Hyo Taek Kim, il quale aveva realizzato una serie di poster raffiguranti gli schemi Pantone dei personaggi della serie animata più famosa della tv.

LEGGI ANCHE: I Simpson ricreati in versione Pantone

Questa volta l’associazione con Pantone arriva dalla società britannica  Aspire Doors: ogni sfumatura del rapporto annuale dei colori nel corso del decennio può essere ritrovata nel salotto dei Simpson.

simpson

Cominciamo col 2010 quando il colore dell’anno è il Turchese che corrisponde al colore del telefono. Nel 2013 spopola il Pantone Smeraldo, tonalità che possiamo ritrovare nel tappeto.

Nel 2016, Pantone ha fatto la storia selezionando due tonalità per Color of the YearSerenity e Rose Quartz, mescolando queste due nuance è possibile ottenere il colore delle pareti del salotto. L’Ultra Violet del 2018 è il colore della televisione. Infine, il Living Coral del 2019 si abbina ai battiscopa.