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Tool per Influencer: Etciuu è il CRM per organizzare le fanbase

Con un mercato che varrà oltre 10 miliardi di dollari nel 2023, ma oggi è ancora tecnologicamente poco supportato, la piattaforma mobile italiana Etciuu ha pensato di colmare un vuoto: quello dei tool per influencer, strumenti espressamente dedicati a queste figure.

Un sistema CRM per gestire le fanbase di oltre 46 milioni di influencer nel mondo e fornire servizi-pay personalizzati ai loro follower.

Sviluppata su tecnologia proprietaria, per completare lo sviluppo ha da poco lanciato un piano di equity crowdfunding.

Come funziona il Customer Relation Management legato al mercato dell’Influencer Marketing

Etciuu fornisce all’Influencer la possibilità di gestire ed organizzare la propria fanbase non solo sulla base dei comportamenti di acquisto verso l’offerta di servizi-pay personalizzati, ma anche sul grado di engagement dei fan stessi.

Solo in Italia, sono oltre 20.000 gli influencer che utilizzano i canali social per vendere contenuti e servizi ad oltre 25 milioni di follower per un business che si stima supererà nel mondo i 10 miliardi di dollari nel 2023.

Etciuu unisce in un’unica app un sistema CRM, un marketplace per la vendita di servizi online, un servizio di messagistica sia one-to-one che one-to-many, ed una semplice ma potente dashboard di analisi e reporting.

Il modello di business si basa sulle commissioni di vendita dei servizi acquistati dai fan, e soprattutto sull’offerta di servizi di targetizzazione pubblicitaria native.

«Un anno e mezzo fa, quando abbiamo fondato Etciuu – spiega Marco Di Gioacchino, CEO di Ectiuu con una lunga esperienza internazionale nel settore dei contenuti digital – siamo partiti da una premessa: la quota dei ricavi pubblicitari per gli influencer si stava drasticamente riducendo. Infatti, fino a pochi anni fa, chi aveva un milione di follower riusciva a raggiungere quasi tutti; oggi perfino i primi della classe non ne raggiungono più del 10% gratuitamente. E l’accesso ai dati costa perché le fanbase appartengono ai social network».

Cosa serve oggi agli influencer per crescere

«Oggi gli influencer non sono i proprietari dei loro follower, cioè non sanno chi siano e non riescono a raggiungerli tutti in maniera organica, per via degli algoritmi dei social network. In questo senso Etciuu fornisce loro un sistema per organizzare questa fanbase.

A questo aggiunge un marketplace, cioè un sistema in cui è possibile vendere tutta una serie di servizi come videochat, audiomessaggi, videomessaggi personalizzati, accesso a contenuti premium, l’organizzazione di eventi. Il tutto è coordinato da un sistema di messaggistica interna che consente all’influencer di inviare direttamente a tutti i fan dei messaggi personalizzati.

Da una parte gli influencer sono gratificati dal fatto di avere a disposizione una dashboard in cui gestire i fan, mandare messaggi personalizzati, anche geolocalizzati. A sua volta il fan grazie all’app può finalmente richiedere dei servizi all’influencer che finora non poteva chiedere e ricevere delle comunicazioni personalizzate.

Rispetto all’influencer marketing pubblicitario, Etciuu va a valorizzare la relazione emozionale con i follower. Secondo le stime, i fan veri degli influencer sono circa un 12% e a questi si rivolge questo strumento.

Abbiamo valutato che oggi ci sono, solo in Italia, circa 20 mila canali social che hanno una qualche forma di remunerazione. In questo numero circo l’80% sono micro-influencer, con un numero di follower tra 10-15 mila. Questa fascia è quella che più di altre ha bisogno di crescere e trovare nuovi canali di remunerazione, ed è anche quella dove nasceranno i futuri talenti, le future celebrities.

Naturalmente stiamo parlando anche con alcuni VIP influencer, non perché abbiano bisogno di una crescita in termini di fanbase, ma per un discorso di charity. Abbiamo infatti previsto anche la possibilità che un influencer possa anche mettere in premio come donazione un servizio».

tool per influencer

Come crescerà il progetto del tool per influencer

Etciuu, naming onomatopeico di universale riconoscibilità, è un progetto con ambizioni di crescita internazionali e l’obiettivo di connettere attivamente 3,5 milioni di utenti in 5 anni. Si inserisce nella filiera inesplorata dei servizi B2B agli Influencer, focalizzandosi sullo sviluppo dei ricavi di quei servizi digitali – dalle videochat ai contenuti premium fino al booking di eventi – ad alto valore percepito dal fan, come accade su Twitch, piattaforma streaming per l’eGaming acquisita da Amazon, che incassa centinaia di milioni di dollari dalle offerte spontanee dei fan durante le gare di oltre 27.000 eGamers professionisti.

Dopo 18 mesi di analisi e sviluppo tecnologico, Etciuu, che ha già ottenuto 280.000€ di finanziamento dal Fondo Tecnonidi come startup innovativa, ha lanciato una raccolta di capitali in crowdfunding sul portale Backtowork24.com per velocizzare la crescita, attiva fino al 30 marzo e che ha già superato gli obiettivi minimi di raccolta.

N-Conference non si ferma: il 13 e 14 maggio a Milano il primo Business Visionary Show

Stiamo lavorando da più di un anno alla produzione di N-Conference, il primo Business Visionary Show mai realizzato.

L’emergenza a Milano ha spiazzato un po’ tutta l’Italia, ma non ha fermato il Paese. Il tempo di riorganizzarsi e siamo pronti a ripartire.

Ecco perché ci tenevamo a dare a tutti aggiornamenti sull’evento a cui avete risposto con tanto entusiasmo e per il quale in tantissimi hanno già prenotato i loro biglietti.

N-Conference si sposta al 13 e 14 maggio 2020

Ormai era tutto pronto: 40 speaker di cui 4 internazionali, tra cui Fernando Machado, Chief Marketing Officer Global di Burger King, il Top Speaker N-Conference 2020. Aerei dalla Florida e dalla California, logistica, produzione, regia, il palco degno di un grande concerto. Un mega led wall, performance artistiche e musicali con artisti del calibro di Alex Neri, co-fondatore dei Planet Funk, allestimenti, maestranze, il team Ninja carichissimo, decine di Ambassador in frenetica attività, 7 magnifiche Tesla a nostra disposizione…

Poi è arrivata la notizia imprevedibile: l’emergenza Coronavirus. Abbiamo recepito da più parti i dubbi e l’impossibilità di spostarsi per arrivare da noi a Milano, monitorando costantemente le direttive delle Autorità competenti. Molti ci hanno comunicato che le aziende hanno inviato circolari che vietano le trasferte ai collaboratori.

Ci abbiamo pensato a lungo e abbiamo deciso di rinviare N-Conference al 13 e 14 maggio 2020, in accordo con la decisione del Comune di Milano di rimandare l’iniziativa Milano Digital Week. Una scelta che abbiamo sentito come doverosa per la tutela e la sicurezza di tutti.

Cosa accade ora?

Non dovrai fare nulla per confermare le nuove date poiché provvederemo in automatico ad aggiornare il tuo biglietto, salvo richiesta di annullamento da farci pervenire all’indirizzo email events@ninjamarketing entro e non oltre il 13 marzo 2020.

In questo momento abbiamo pensato che il nostro unico obiettivo è quello di garantire la massima sicurezza di tutti i partecipanti, dando la possibilità a te, che hai creduto in noi e comprato il biglietto, di non perdere il grande show al quale abbiamo lavorato con passione e sudore.

Ci crediamo ancora: il Futuro appartiene agli Audaci e ai Ribelli e lo costruiremo insieme, nonostante la Paura, nonostante le difficoltà.

N-Conference si terrà il 13 e 14 Maggio 2020 a Milano, sempre in Talent Garden Calabiana.

Perché niente può fermare chi crede in se stesso e ha un sogno da realizzare. #Milanononsiferma #NConferencenonsiferma.

Stories su LinkedIn

Dopo Instagram, Facebook e WhatsApp, in arrivo le Stories su LinkedIn

  • L’annuncio di LinkedIn arriva con un post su Pulse di Pete Davis
  • Anche il social professionale punta così ad aumentare il tempo media di permanenza degli utenti sulla piattaforma

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Anche LinkedIn è pronto a lanciare le sue Stories. Ad annunciarlo è Pete Davies, Senior Director Of Product Management LinkedIn in un blog post di Pulse.

Abbiamo imparato molto sulle incredibili possibilità offerte delle Stories in un contesto professionale. Per esempio, la sequenza del formato Stories è straordinariamente efficace nell’ottica di condividere momenti chiave degli eventi di lavoro, lo stile narrativo full-screen rende facile condividere consigli e trucchi per lavorare in maniera più proficua

Dopo una fase di test, già dai prossimi mesi, il social network professionale renderà disponibili le sue Stories in versione beta.

LinkedIn aveva sperimentato un format analogo nel 2018. Era “Student Voices”, una piattaforma creata per gli studenti universitari americani che dava ai ragazzi la possibilità di postare brevi video all’interno di una “campus playlist”, visibile in cima al feed dei contenuti solo per una settimana.

L’obiettivo delle Stories su LinkedIn

Secondo Davies, i test sulle Stories sarebbero stati avviati in risposta all’impennata del tasso di engagement registrato nell’ultimo anno (+25%).

Ancora non è chiaro se ci sarà la possibilità di inserire annunci pubblicitari in questo formato. Allo stato attuale, la versione beta della funzione sarà disponibile solo per i profili personali e non per le pagine aziendali.

Con questo aggiornamento, LinkedIn raggiunge tutti gli altri social network che nel corso del tempo hanno fatto crescere l’engagement dei loro feed attraverso video “effimeri”: Snapchat, Instagram, Facebook, WhatsApp.

Atteso in futuro anche il debutto di Twitter, che ha recentemente acquisito una società specializzata nella creazione di layout per Stories.

Rebranding di Febbraio: Durex, Google Maps, Connexia e xister Reply

Rebranding di febbraio: Durex, Google Maps, Connexia e xister Reply

  • Durex si mobilita contro stigma e tabù e rivisita il suo logo
  • Google Maps compie 15 anni e festeggia con un nuovo look e inedite funzionalità
  • Connexia perfeziona il suo percorso di trasformazione e di crescita evolutiva
  • xister Reply si riposiziona con tre nuove unit

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Quando un brand vuole attivare un processo di riposizionamento solitamente deve considerare una serie di aspetti critici se intende raggiungere il successo.

Dopotutto, le attività di rebranding non si limitano solo a cambiare l’aspetto di un marchio: le aziende cercano di chiarire ciò che rappresentano per creare fiducia e allo stesso tempo vogliono mantenere una connessione con i propri consumatori, presenti e futuri.

Ma andiamo con ordine e scopriamo insieme i migliori progetti di redesign del mese appena trascorso.

Nuova identità e posizionamento visivo per i preservativi Durex

Tra i principali rebranding di febbraio ritroviamo Durex che, in occasione di San Valentino, ha presentato la sua nuova identità di marca, con il supporto dell’agenzia Havas London.

nuovo logo durex

Il brand britannico di preservativi ora ha un nuovo logo flat scritto con il carattere tipografico One Night Sans (gioco di parole sull’espressione “one night stand”) nel tentativo di sfidare le norme sessuali “repressive”.

font durex

L’identità visiva accompagna la strategia del brand che intende mostrare la “realtà positiva” del sesso.

Il nuovo marchio comprende un logo raffinato accanto a diversi poster che pubblicizzano fatti sulla salute sessuale. La nuova campagna mira a riposizionare la compagnia come “attivista tradizionale” contro stigmi e tabù sessuali non rappresentativi della realtà.

Rebranding di Febbraio: Durex, Google Maps, Connexia e xister Reply

L’ex logo Durex tridimensionale presentava un effetto di riflessione della luce, utilizzato per dare al simbolo un aspetto convesso, incapsulato in un bordo a forma di losanga.

rebranding

Il nuovo emblema ha eliminato l’effetto rialzato a favore di un design piatto, ma conserva ancora la classica colorazione blu e bianca del marchio fronteggiato su una forma di pillola.

Questo design a losanga, oltre ad aver influenzato il carattere, è stato esteso a tutti i poster della campagna Durex, che mostrano fotografie reali della vita sessuale di coppia. In ogni immagine è posizionata la parte superiore delle facce in un ritaglio a forma di losanga che raffigura una versione ingrandita della sezione che copre.

durex

Il nuovo approccio segue anche le scoperte del Global Sex Survey 2017 di Durex, che ha esplorato gli atteggiamenti nei confronti del rapporto sessuale. L’aspetto principale è stato che mentre la crescita esponenziale di Internet ha portato ad alcuni aspetti positivi (tra cui apertura, discussione, esplorazione e accesso), le sue conseguenze (come cattiva connessione, miti, mancanza di istruzione e confusione) sono state sostanziali. In definitiva, la ricerca ha indicato un’ansia sessuale di fondo, guidata principalmente da rappresentazioni non realistiche del sesso in tutta la cultura.

adv durex

Questi fatti sono stati poi trasformati in headline più accattivanti e in rima, come “porn’s not the norm”. I poster includono altri insight potenti come: “due terzi di noi non sono pienamente soddisfatti della propria vita sessuale” oppure “il 71% dei giovani va online per cercare ispirazione in camera da letto”.

Sono quelle rappresentazioni non realistiche, così come lo stigma e i tabù che aggravano la situazione e contro cui Durex si sta mobilitando. Per lanciare la sua nuova mission, il marchio ha pubblicato una lettera aperta che spiega la sua posizione in maniera creativa.

“Questo potrebbe essere il lavoro più importante che abbiamo mai fatto. Durex è un marchio enorme con un ruolo unico e vitale nella cultura. Ha un’influenza genuina e la capacità di attuare un vero cambiamento. E non commettere errori, questo è un impegno adeguato” ha dichiarato Elliot Harris, direttore creativo di Havas.

La nuova brand purpose vuole portare a conversazioni più sane e ad atteggiamenti positivi nei confronti del sesso, ma anche a una maggiore inclusione e accettazione.

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Google Maps compie 15 anni e festeggia con un nuovo look

A partire da febbraio vi sarete accorti sicuramente del cambiamento di Google Maps. L’app di Big G che dal 2005 mappa le strade del mondo, festeggia il suo 15° compleanno con un nuovo look e con diversi aggiornamenti sui suoi prodotti.

rebranding google maps

Con la versione aggiornata per Android e iOS cinque schede di facile accesso: Esplora, Permuta, Salvato, Contribuisci e Aggiornamenti.

La motivazione alla base della riprogettazione è radicata nelle funzionalità più recenti che Google ha aggiunto a Maps, come la maggiore attenzione ai contenuti inviati dagli utenti e la capacità di seguire altri utenti.

Con le nuove schede, molte di queste funzionalità sono messe in primo piano invece di averle sepolte in profondità in un menu laterale. Inoltre in questa nuova versione sono state introdotte le informazioni di transito che consentono di sapere quanto sono affollati i servizi di trasporto pubblico in un preciso momento.

Ma il cambiamento più grande potrebbe essere proprio l’icona: scompare il classico punto di intersezione della mappa che ha accompagnato l’app durante il corso della sua evoluzione.

google maps

Il risultato è un nuovo pin su sfondo bianco, che da vicino crea ancora più corrispondenza con le altre applicazioni di Google.

xister Reply si riposiziona con tre nuove unit

Tra i casi italiani spicca anche il rebranding di xister, la digital agency del gruppo Reply. Il nome diventa ufficialmente xister Reply, il cambiamento è accompagnato da una nuova corporate identity e da una struttura organizzativa che si dirama in 3 business unit verticali focalizzate su creatività, dati e contenuti.

xister reply

Da qui la connessione con il nuovo payoff “Think. Transform. Resonate.”: Think, l’anima creativa; Transform, focalizzata sulla UX e il rapporto con il consumatore; Resonate, specializzata nello sviluppo di contenuti.

Vecchio logo di Xister

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Dati, Creatività, Media e Tecnologia: il rebranding di Connexia

Connexia perfeziona il suo percorso di trasformazione e di crescita evolutiva. L’agenzia indipendente di marketing e comunicazione di Milano scrive un nuovo capitolo della sua storia con il lancio di un nuovo claim e di una nuova filosofia da perseguire.

Il progetto di rebranding coinvolge in maniera rilevante il logo, affiancato da un simbolo in cui sono racchiusi i quattro segni grafici che richiamano ciascuno degli elementi fondanti dell’agenzia: i dati (il triangolo), la creatività (il cerchio), i media (l’apice), tenuti strettamente insieme da un collante speciale, la passione (il cuore), e abilitati dalla tecnologia (il quadrato), che racchiude in sé le varie anime.

“Vogliamo sovvertire il paradigma delle agenzie tradizionali, essere una realtà diversa, che unisce il bello delle agenzie creative con il buono delle società di consulenza” dichiara Paolo D’Ammassa, CEO & Founding Partner di Connexia

connexia logo

Vecchio Logo di Connexia

Il nuovo claim Creativity in Love with Data and Technology riassume l’essenza dell’agenzia e la sua capacità di evolversi continuamente fino a costruire un nuovo modello di agenzia che integra dati, creatività, media e tecnologia.

Per gestire l’emergenza Coronavirus entrano in campo anche i chatbot

  • Un chatbot a partire dalle linee guida emanate dal Ministero della Salute e un profilo TikTok: tutte le novità dell’anno di Paginemediche
  • Antonella Arminante, Chief Marketing & Business Development Officer, e il Dottor Emanuele Urbani, Medico di Famiglia e Chief Product Officer di Paginemediche, rispondono ad alcune domande sulla situazione Coronavirus in Italia

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L’emergenza Coronavirus ha messo anche il web in allarme. Chiunque di noi ha cercato informazioni online, ha letto articoli e si è costruito il proprio bagaglio di conoscenza sull’argomento anche attraverso i social. Come fare per assicurarsi che tutte quelle informazioni fossero attendibili? Senso critico, comparazioni e… qualche preghiera.

In realtà i social media in primis hanno adottato misure per evitare che si doffondesse disinformazione sul tema, come abbiamo già raccontato qui.

Ma per saperne di più e restare informati in modo sicuro anche su temi sanitari, esistono siti affidabili.

Paginemediche, ad esempio, è da sempre attenta alle esigenze informative che i pazienti hanno e sulle opportunità che la tecnologia può offrire come supporto ai medici. Da poche settimane il portale ha reso disponibile anche una “Info-Chat Coronavirus”, sviluppata a partire dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

Il chatbot supporta medici e pazienti in questo momento di grande emergenza. Si tratta di un software digitale unico in Italia, nato quale reale supporto alla salute per far fronte all’emergenza Nuovo Coronavirus, dove ciascun utente può simulare una conversazione con un medico e, sulla base dei sintomi dichiarati, capire come è più giusto comportarsi.

Un chatbot per gestire il Coronavirus

Il Chatbot Coronavirus è pensato, inoltre, come ausilio dei medici per gestire eventuali casi sospetti. Infatti, esso è formulato sulla base della scheda di valutazione del rischio indicata per il triage dei Medici di Medicina Generale (MMG), ma con la differenza di velocizzare notevolmente il processo di individuazione dei possibili contagiati da Nuovo Coronavirus.

Il funzionamento è in costante  aggiornamento ed è molto semplice: cliccando sull’icona “Info-chat Coronavirus” apparirà una schermata di dialogo e attraverso una serie di brevi domande, indagherà sui comportamenti considerati a rischio e gli eventuali sintomi manifesti. L’insieme delle risposte fornirà all’utente un parere sui possibili gradi di rischio (da nullo a sospetto contagio) e come sarà meglio agire per salvaguardare la propria salute.

Uno sguardo tecnico sulla mission di Paginemediche e un dettagliato approfondimento circa il virus Covid-19, giungono da Antonella Arminante, Chief Marketing & Business Development Officer e dal Dottor Emanuele Urbani, Medico di Famiglia e Chief Product Officer di Paginemediche, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

La tencologia per arginare l’emergenza

Ad inizio febbraio, in merito all’epidemia del Coronavirus, avete fatto partire un chatbot per dare infomazioni corrette sul tema che più tiene banco in queste settimane.

«La missione di Paginemediche è quella di connettere medici e pazienti e fornire un’esperienza di salute personalizzata. Per consentire questo lavoriamo sull’empowerment digitale del medico, mettendo a disposizione contenuti e servizi di Digital health come per esempio la prenotazione di visite online e il teleconsulto.

Di fronte a quella che è diventata un’emergenza nazionale, in quanto piattaforma di salute digitale, abbiamo ritenuto necessario e doveroso intervenire per apportare il nostro contributo. Abbiamo goduto della possibilità di avere una tecnologia consolidata e di un team strutturato con diverse competenze, tra cui numerosi medici: il nostro responsabile di prodotto è un medico di famiglia che ci ha guidato nello sviluppo di questo chatbot.

Quest’ultimo è nato da una duplice esigenza: fornire informazioni corrette in tema Coronavirus, contribuendo alla lotta contro le fake news sui social e dall’altro supportare i medici che iniziavano ad essere inondati di richieste e visite non necessarie.

Poi la situazione è ufficialmente degenerata. Le persone sono nel panico e tutti dinanzi ad una minima sintomatologia collegata al Covid-19 vogliono avere informazioni corrette per capire come procedere.

Abbiamo rilasciato questa versione del chatbot aggiornandola proprio sulla base delle linee guida del Ministero della Salute. Se ben utilizzata e integrata ad altri strumenti, digitali e non, può aiutare a contenere non solo l’allarmismo ma il diffondersi dell’epidemia».

LEGGI ANCHE: Il Coronavirus contagia anche l’economia: quale potrebbe essere l’impatto a livello globale e nazionale

Coronavirus sui social: la cura contro la disinformazione

I social sono da sempre un’arma a doppio taglio. In questo caso stanno aiutando ad informare la popolazione sul tema Coronavirus o stanno creando puro allarmismo? 

«Tutti si sono impegnati subito nella lotta contro le fake news e i principali social network hanno messo in piedi un sistema di monitoraggio delle notizie che circolano.

L’importante è seguire le fonti che si possono considerare ufficiali: quelle del Ministero della Salute, le fonti istituzionali riconosciute e quelle collegate a piattaforme, come la nostra, composta dagli utenti e medici, che danno il loro supporto concreto. Siamo sempre di più attivi sui social, spingendo tantissimo Instagram TV dove i medici possono rilasciare i loro video informativi; da qualche settimana siamo approdati anche su Tiktok e siamo tra i primi in Italia ad aprire un canale dedicato.

Ci siamo resi conto che il divagare della fake news è diffuso tra le nuove generazioni: i millennial e la generazione Z».

La grande novità è stato l’approdo su Tiktok con Paginemediche,tra i primi in Italia, abbracciando quindi diverse generazioni. Qual è stato il riscontro?

« Per TikTok nel giro di poche ore abbiamo registrato un numero impressionante di visualizzazioni, siamo online da meno di una settimana e abbiamo oltre 2000 follower. Inoltre, è stato dedicato uno speciale sul Coronavirus. Questa piattaforma riesce ad essere efficace nella comunicazione, unendo il tempo a disposizione e la possibilità di accompagnare il tutto con elementi musicali per attrarre quanti più giovani possibile».

 

@paginemediche##coronavirus parola ai Medici ##perte ##medico ##medicina ##paginemediche♬ Falling – Trevor Daniel

Un focus sul Covid-19

Che cos’è e come si trasmette il Coronavirus? Quali sono i soggetti più a rischio?

«Il Coronavirus appartiene a una famiglia di virus che causa malattie che vanno dal comune raffreddore a patologie più importanti come la SARS e la MERS. Il virus che causa l’attuale epidemia è stato denominato: ‘Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-COV-2)’, ed è un virus fratello di quello che ha causato la SARS.

La maggior parte delle persone (circa l’80%) guariscono dalla malattia senza bisogno di cure speciali. Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete, malattie cardiache, oncologiche e polmonari. Al momento il tasso di mortalità è tra il 2 e il 3%».

Un commento sullo scenario italiano? I numeri tra controlli, positività e vittime, aumentano sempre più.

«Personalmente reputo che il numero più affidabile a cui fare riferimento sia il numero di persone che presentano forme cliniche importanti che da stime sui dati cinesi è un 20% del totale, moltiplicando questo numero per 5 otteniamo la popolazione di persone attualmente nella fase attiva. Per avere una dimensione più appropriata del problema, bisogna rapportare poi il numero di persone in fase attiva di malattia per il coefficiente di contagiosità che attualmente è 2,5 per soggetto ammalato, cioè un soggetto malato mediamente ne infetta altri 2,5.

Le procedure igienico sanitarie attualmente emanate nelle regione coinvolte vanno nella logica di abbassare il coefficiente di contagiosità con l’obbiettivo di portarlo quanto più possibile sotto uno».

Quali sono le fake news più frequenti sul virus?

«Più che commentare le singole fake news, vedo che si stanno chiaramente delineando due estremi di pensiero nella popolazione a mio avviso sbagliati entrambi, e cioè da una parte le persone che minimizzano e anzi adottano o sponsorizzano sui social quasi volutamente comportamenti a rischio. Dall’altra parte a mio avviso è altrettanto eccessivo chi assalta i supermercati quasi si stesse preparando per una quarantena di anni.

Credo ci sia da reagire con raziocinio e adottare le norme igieniche necessarie al fine di ridurre il numero di contagi e bloccare o quanto meno rallentare più possibile l’espansione della malattia, senza farsi prendere dal panico».

Non solo Coronavirus: chi sono i Prepper e quali sono i 7 modi (più efficaci) per estinguerci

L’emergenza Coronavirus ha creato panico diffuso e allarmismo a volte ingiustificato tra media, popolazione e istituzioni.

Ci siamo chiesti, quindi: se una “epidemia” di così bassa pericolosità ha attirato su di sé tutta questa attenzione e creato un simile caos, quali sarebbero le conseguenze di una pandemia letale? Come reagirebbero le persone a uno scenario da Guerra Nucleare? Che decisioni prenderemmo per scongiurare una catastrofe ecologica?

Negli Stati Uniti il “prepping” non è solo un modo di riempire il tempo libero ma è diventato un vero stile di vita: coppie, famiglie o intere comunità che si preparano al “Doomsday”, il Giorno del Giudizio. Il business che c’è dietro i “prepper” non è da sottovalutare: edilizia (bunker e case blindate), armi, attrezzatura e corsi di sopravvivenza, generi alimentari speciali e molto altro ancora.

Sono solo dei folli o c’è qualcosa di vero nelle preoccupazioni dei “survivalisti”? Abbiamo pensato di coinvolgere Luca Dell’Anna, esperto di rischi sistemici e autore internazionale di libri dedicati ai comportamenti umani emergenti. Gli abbiamo chiesto come ci estingueremo. Perché se proprio tutto deve finire almeno che finisca in un modo spettacolare.

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L’olocausto nucleare

Nel celebre spot Daisy del 1964 Lyndon Johnson mostrava una bambina che sfogliava una margherita, quando all’improvviso partiva un inquietante countdown che precedeva l’esplosione di un fungo nucleare. Il messaggio era chiaro: se voterete il “guerrafondaio” Barry Goldwater andrete incontro a morte e distruzione.

La Guerra Nucleare: lo spauracchio classico da fine del mondo, la catastrofe vintage per eccellenza, la base per una infinità di film e romanzi apocalittici.

Sembra un pensiero da Guerra Fredda ma in realtà è ancora oggi un’ipotesi concreta, come dimostra la recente crisi in Corea del Nord.

Nel mondo ci sono circa 15.000 testate nucleari (di cui circa 13.000 in mano a USA e Russia) e un conflitto di tal genere provocherebbe una mortalità compresa tra l’80 e il 95%, anche a decine di chilometri dalle zone colpite. Per non parlare dell’inverno nucleare, il periodo seguente all’esplosione che comporterebbe frequenti piogge radioattive e venti pieni di polveri cancerogene.

«Ci siamo andati vicini già molte volte (Crisi dei Missili di Cuba del 1962, reazione ai test NATO del 1983 NdR). Probabilmente in dieci mondi paralleli, ce n’è uno che finisce con un olocausto nucleare, tipo scenario descritto in The Man In The High Castle. Tuttavia, anche dopo Chernobyl, la vita è andata avanti e probabilmente si riprenderebbe anche in questo caso, a partire dalle zone meno colpite».

Reazione della popolazione: «L’idea di una Guerra Nucleare viene percepita lontana e la reazione sarebbe sicuramente di sorpresa».

Probabilità: 30%

I cambiamenti climatici

Il tema è attuale e gli scenari di riferimento sono:

  • Il cambiamento climatico è irreversibile: ci saranno zone inabitabili dovute all’innalzamento del mare o alla desertificazione. Altre saranno ancora abitabili ed è lì che si concentrerà la gran parte della popolazione.
  • Il progresso tecnologico ci permetterà di superare questa emergenza.
  • Ci stiamo sbagliando: il cambiamento climatico non esiste o non ha causa antropica.

«Lo scenario numero 2 è forse il più probabile ma tuttavia si estende sul lungo periodo: al momento per costruire le tecnologie adatte a produrre energie pulite siamo legati alle fonti energetiche classiche (carbone, gas etc.)».

Tra le tecnologie più avveniristiche in studio, vale la pena menzionare il progetto SCoPEx (Stratospheric Controlled Perturbation Experiment) di Harvard (finanziato, tra gli altri, anche da Bill Gates), un controverso programma di geo-ingegneria solare il cui obiettivo è l’alterazione artificiale del clima tramite particelle di carbonato di calcio riflettenti disperse nella stratosfera.

La reazione della popolazione: «Sarà quella di cercare di far progredire la tecnologia e l’economia in modo da contrastare questo fenomeno. È probabilmente l’unico scenario “apocalittico” che presuppone una reazione virtuosa».

Probabilità: 50%

Il virus letale

L’esempio del Coronavirus ci è di grande aiuto: in un modo o nell’altro, tutti abbiamo vissuto la parabola e le conseguenze (per lo più logistiche) che questa emergenza ha comportato. Un virus che molti medici ed esperti definiscono “poco più che un’influenza” ha scatenato un panico diffuso in gran parte della popolazione italiana e mondiale: scaffali svuotati nei supermercati, prezzi dei disinfettanti alle stelle, persone che camminano per strada con le mascherine, eventi pubblici e aziende bloccate.

Cosa succederebbe se vi fosse una pandemia mortale?

«C’è già stata e ci sarà ancora. La storia ci dice che prima o poi arriva un virus che uccide il 20/30% della popolazione». Luca sembra quasi sollevato: «Insomma non stiamo comunque parlando di sterminio di massa!». La peste nera del ‘300 e l’influenza spagnola del 1918 (entrambe lasciarono sul campo circa 20 milioni di vittime) dimostrano la ciclicità di questi eventi.

Inoltre, i batteri resistenti agli antibiotici sono sempre di più e sono responsabili di circa 700.000 decessi l’anno in tutto il mondo. Se la scienza non progredirà nella ricerca contro la resistenza agli antibiotici, si stima che i decessi raggiungeranno i 10 milioni entro il 2050.

Le soluzioni? «In un mondo tanto globalizzato, come quello attuale, servirebbero delle difese che scattano quando c’è un corto circuito, esattamente come un fusibile. Non è possibile bloccare questa interconnessione ma sarebbe possibile ridurla, per contenere i danni».

La reazione della popolazione: «Ne abbiamo avuto una piccola anteprima con il Coronavirus: follia e isteria collettiva difficilmente contenibile».

Probabilità: 10%

L’asteroide assassino

Gli asteroidi sono ammassi di rocce e ghiaccio, di solito di forma rotondeggiante, che si trovano a vagare nel nostro sistema solare: le ultime stime ne contano da 500 a 800 mila. Possibile che qualcuno non ci caschi in testa? In realtà ogni anno circa 100 tonnellate di meteoriti (frammenti di asteroidi) si infrangono sull’atmosfera, 500 di loro riescono a raggiungere il suolo. Per superare l’atmosfera ci vogliono oggetti di dimensioni rilevanti e per creare crateri tali da decimare la popolazione, dovrebbero avere la dimensione almeno di 5/10 km. L’ultimo di questo genere che ha colpito la Terra risale a 65 milioni di anni fa e provocò l’estinzione di moltissime specie viventi, tra cui i dinosauri.

Luca stavolta è ottimista: «La probabilità che un asteroide colpisca la Terra nel periodo in cui l’umanità la abita o la abiterà (un lasso di tempo estremamente breve rispetto all’età effettiva del nostro pianeta) è davvero bassa. Inoltre, questa ipotesi apocalittica, ha anche un lato positivo: la prevedibilità. Gli scienziati ci diranno esattamente quando l’asteroide colpirà la Terra, il giorno e l’ora. Insomma, niente effetto sorpresa: la fine del mondo avrebbe una data molto precisa».

L’idea di atterrare su un asteroide, piazzare una bomba e scappare pare ancora un’impresa relegata ai film di fantascienza. Non basterebbe nemmeno evacuare le aree interessate dall’impatto perché le conseguenze climatiche causate dalle polveri sollevate in atmosfera sarebbero il vero problema per la popolazione mondiale. Oppure, invece che arrivare al suolo, l’asteroide potrebbe esplodere in aria, devastando migliaia di chilometri di territorio, come successo a Tunguska (Siberia) nel celebre evento nel 1908.

La reazione della popolazione: «Potremmo assistere a due tipi di reazioni: da una parte chi si prepara all’evento costruendo bunker e cercando riparo in luoghi ritenuti sicuri, dall’altra parte chi si godrebbe semplicemente gli anni o mesi che gli restano». Gozzovigliando? «Perché no!».

Probabilità: 0,1%

L’invasione aliena

X-Files ce lo aveva insegnato: sono già tra noi. Ma se sono tra noi perché non ci hanno già soggiogato?

«Le probabilità di un’invasione aliena sono realisticamente pochissime», ci spiega Luca. «Poniamo il caso che questi esseri siano già tra noi, perché arrivati molto tempo fa: se fossero qui significa che non hanno cattive intenzioni, altrimenti ci avrebbero già sterminato, quindi possiamo stare tranquilli. Se invece non fossero tra noi allora potrebbero essere arrivati prima dell’alba dell’umanità, oppure arriveranno dopo la nostra estinzione».

Il timing interstellare non perdona: trovare una civiltà avanzata che nel brevissimo lasso temporale di esistenza dell’umanità abbia sviluppato la tecnologia adatta a percorrere viaggi interstellari fino ad arrivare sulla Terra è davvero difficile da pensare, a meno che la vita intelligente non sia capillarmente diffusa nella Galassia e le civiltà avanzate posseggano la tecnologia per viaggi a una velocità superluminale.

Tuttavia, la domanda fondamentale a cui rispondere sarebbe: «Perché proprio adesso?».

La reazione della popolazione: «Due tipi di reazioni: un 80% della gente presa da panico assoluto del tipo ‘moriremo tutti’ e un altro 20% che invece vedrebbe in questo arrivo una rivelazione quasi religiosa; si costituirebbero dei culti e molte persone si offrirebbero di collaborare con gli invasori». Una sorta di Vichy in salsa galattica.

Probabilità: 0,1%

La pandemia zombie

La narrativa ne è piena, le serie TV sul tema imperversano: gli zombie sono una vera tendenza dei primi due decenni degli anni duemila. Gli zombie sono cadaveri privi di cervello che tornano in vita – a seguito presumibilmente di un contagio – e vagano alla ricerca di esseri umani vivi da attaccare e mangiare.

Non ci sono “basi scientifiche” per questi racconti; la cosa che più si avvicina loro nella realtà sono “morti viventi” di Haiti, persone cadute in uno stato letargico indotto da sciamani locali tramite neurotossine. La zombificazione è giudicata un reato ad Haiti tanto che è contemplata dall’articolo 249 del Codice penale dell’isola: “È considerato come tentato omicidio la somministrazione di sostanze che, pur senza causare morte reale, producono un coma letargico più o meno prolungato. E se la persona è poi tumulata, l’atto va considerato omicidio, indipendentemente da ciò che consegue”.

Luca è tranchant: «La pandemia zombie è una eventualità impossibile. Ma nelle ipotesi dei “pericoli senza cervello” potrebbe rientrare qualcosa di vivente che abbiamo creato noi (una sorta di OGM) e che all’inizio credevamo buono ma che invece si rivela poi dannoso».

La reazione della popolazione: «Sicuramente la reazione di chi si vede letteralmente inseguito dalla morte sarebbe mille volte peggio di qualsiasi altra ipotesi di pandemia».

Probabilità: 0%

La rivolta dell’intelligenza artificiale

«Questo è un buon tema», ci confida Luca. «Anche qui però vedo due opzioni ben distinte: la prima è lo scenario “Blade Runner”: una A.I. che va fuori controllo, si ribella al creatore e diventa un pericolo per l’intera umanità. Il secondo scenario, molto più probabile, è che l’intelligenza artificiale sia presente all’interno di una tecnologia con una diffusione di massa e che, a un certo punto, questa stessa tecnologia mostri una sorta di bug capace di creare danni immensi.

L’esempio che mi viene in mente è un futuro in cui tutte le auto si guidano da sole, ma un difetto di programmazione ad un certo punto le fa schiantare l’una contro l’altra. Ci sarebbero almeno un 20% di decessi o feriti gravi. Non sarebbe l’apocalisse, ma sicuramente una enorme catastrofe».

La reazione della popolazione: nell’ipotesi “Blade Runner” sicuramente un aumento esponenziale della cultura del sospetto reciproca e una chiusura della popolazione in micro-ghetti. La seconda ipotesi, che sarebbe improvvisa, procurerebbe un’emergenza globale e un panico diffuso.

Probabilità: 10%

Fino alla fine del mondo

«Mi raccomando, scrivi che questo articolo è semi-serio», si raccomanda Luca. Lo farò. Ma che voglia che avrei di costruire un bunker. Di quelli un po’ vintage da Guerra Fredda, avete presente? Oppure uno “moderno”, magari fatto di cassoni di metallo delle navi cargo, come avevo visto nei documentari dei prepper. Magari non sarebbe subito un grande business, almeno all’inizio, ma lo avreste mai detto che l’Amuchina sarebbe andata a 100 euro al flacone?

 

*Illustrazione di copertina: Silvia Camerani, graphic Design @ Venice Bay

Week in Social: mentre Facebook ti paga per la voce, su TikTok si fa informazione sul Coronavirus

È stata una settimana movimentata, lo dobbiamo ammettere, nonostante tutto, il mondo dei social non si è mai fermato e non sono dunque mancati aggiornamenti. Ecco, ancora una volta, una Week in Social per voi.

#MilanoNonSiFerma

Parliamo spesso del ruolo odierno dei social network. Solitamente tendiamo a criticarli considerato l’uso talvolta improprio che se ne fa, ma oggi che il Coronavirus ha stravolto (momentaneamente) le nostre abitudini, abbiamo bisogno più che mai di utilizzare i social al meglio.

Sappiamo bene che le fake news si muovono facilmente, ma quanto possiamo permettercelo ora? Per questo motivo, riportiamo, come aggiornamento social della settimana, il video di #MilanoNonSiferma: al di là di qualsiasi sentimento politico, il Sindaco di Milano ha deciso di far veicolare il messaggio di una città attiva e reattiva tramite i social. Un messaggio di incoraggiamento, in un mare di post negativi, di allarmismi, di fake. Milano non si ferma è diventato un hashtag, virale.

TikTok e il Coronavirus

Michele Miconi, TikTok Specialist scrive per Ninja che:

“Anche TikTok sta facendo la sua parte per fronteggiare il Coronavirus. In che modo? Informando i propri iscritti.

Da una ricerca effettuata in queste ore, digitando la parola sul motore di ricerca compare un bottone informativo o snipped con il seguente messaggio Prevent Coronavirus, subito sotto si trovano una serie di video di utenti che trattano questo argomento”.

Cliccando sul bottone si viene rimandati ad una landing page, una pagina web fatta su misura, nella quale sono presenti una serie di link che rimandano ai siti istituzionali dei vari Paesi consigliati da TikTok per ottenere delle informazioni ufficiali ma soprattutto sicure.

LEGGI ANCHE: TikTok e Coronavirus: il social informa su come prevenire il contagio con una connessione con le istituzioni

Facebook e il Coronavirus

Sicuramente Facebook non poteva stare a guardare e ha deciso di inserire nel feed dei messaggi a favore di una corretta informazione. Non molte le parole a riguardo, ma un collegamento diretto alla fonte, ovvero il sito del Ministero della Salute.

Come evitare il contagio e come prevenire la diffusione del virus: non lo spiega Facebook, ma semplifica il passaggio. Bene Facebook, ci sei piaciuto. Poche speculazioni, più informazione.

Vox tua, vita mea

Non è Week in Social se Facebook non “capta” da altri. Ecco, infatti che scopriamo che Facebook vi paga per la vostra voce. Non lo diciamo noi, lo dice il Financial Times.

Ebbene sì, ancora una volta Facebook punta all’espansione: bisogna gareggiare con Alexa e quindi bisogna specializzarsi nell’addestramento delle voci.

Facebook dunque pagherà per la registrazione di alcuni voci: occorre fare prove e test, il tutto tramite l’app Viewpoints. Come si chiamerà il dispositivo di Facebook? Si accettano scommesse.

Facebook e Android

Foto, Facebook e Android: l’aggiornamento è in agguato.

Jane Manchun Wong, la ricercatrice che “spoilera”, anche questa volta sta fornendo al web un’interessante anticipazione. Probabilmente, l’app di Facebook per Android, potrà attingere al funzionamento di Google Foto per l’editing automatico delle foto. L’unica fonte che abbiamo, al momento, è Twitter, ma chissà se anche questa volta non sarà tutto vero.

Euristiche dell’emozione: come leggere il linguaggio del corpo degli utenti in fase di UX research

  • A volte in fase di ricerca è necessario porre attenzione sui comportamenti degli utenti piuttosto che sulle loro parole
  • Espressioni facciali, movimenti del corpo, postura, e anche alcuni versi che si fanno con la bocca: leggendo comportamenti non verbali come questi si può capire molto dell’esperienza di una persona con un prodotto
  • Una metodologia di ricerca che può aiutare a comprendere meglio il linguaggio del corpo degli utenti consiste nelle 10 euristiche dell’emozione

User-first! La parola d’ordine per chi si occupa di UX è sicuramente questa. E se si parla di user research, l’attenzione si deve concentrare sulle parole degli utenti, su quello che dicono riguardo al prodotto o al servizio su cui si sta cercando di ottenere informazioni.

Tuttavia, l’attenzione di chi fa ricerca e testing non si deve limitare solamente alle parole. Un elemento chiave, infatti, è il linguaggio del corpo degli utenti, inteso non tanto come quei click morbosi ed insistenti sul mouse per effettuare un’azione o altri chiari segni di frustrazione (nonostante anche questi siano dei segnali molto importanti), ma come il linguaggio non verbale espresso inconsciamente.

Questi piccoli comportamenti possono rivelare davvero molto su un prodotto, fornendo informazioni a volte anche controverse a quelle comunicate verbalmente. La sfida per chi fa ricerca è quella di creare una fotografia dell’utente il più precisa possibile.

Se la conversazione è uno strumento molto potente, a volte potrebbe rivelarsi non molto attendibile e troppo soggettivo. Meglio non fidarsi sempre, quindi, di quello che le persone comunicano a parole. Questo perché gli utenti non sanno sempre ciò che vogliono da un prodotto. Per capirlo, è bene osservare i loro comportamenti inconsci.

Una celebre legge di Jakob Nielsen formulata quasi 20 anni fa, infatti, recitava:

To design the best UX, pay attention to what users do, not what they say.

LEGGI ANCHE: Usabilità vs. desiderabilità: due concetti chiave per una buona UX

utenti ux research

Comportamento ed emozioni: la chiave per fare davvero Experience Design

Fare Experience Design significa non solo focalizzarsi sulla persona, comprenderne i bisogni e le interazioni con strumenti o artefatti, ma concentrarsi sulla comprensione dell’esperienza delle persone, composta da comportamenti ed emozioni. Per questo, è importante ascoltare ciò che un utente dice, ma anche osservare come si comporta.

E se Donald Norman con le sue nozioni sull’Emotional Design ci ricorda che l’esperienza non è altro che un flusso emotivo, allora ecco che è importante comprendere cosa vive l’utente, come si sente quando interagisce con un prodotto.

Le emozioni di una persona si possono avvertire anche dal suo linguaggio del corpo. Se si pone l’attenzione sui gesti, la postura o alcune espressioni dell’utente, a volte si può notare anche sentimenti molto diversi da quelli espressi dai feedback verbali.

Porre attenzione alla posizione del corpo dell’utente, ad esempio, può risultare molto importante. Incrociare le gambe o le braccia, ad esempio, è un grande segno di chiusura nei confronti di una situazione o di un compito da eseguire.

Un altro elemento in grado di fornire molte informazioni è il contatto visivo. Se una risposta dell’utente viene data in maniera distratta, con gli occhi che guardano altrove o denotano scarsa attenzione, allora è bene fare dei piccoli follow-up con domande del tipo “Potresti specificare meglio?” o “Cosa vorresti dire con…?”. Se le risposte non coincidono, sono le espressioni non verbali a dire la verità.

Emozioni ed espressioni facciali

Le 10 euristiche dell’emozione

Come osservare il comportamento degli utenti durante la fase di ricerca e testing? Una metodologia molto valida per la comprensione delle emozioni e comportamenti non verbali da tenere in considerazione in fase di user testing è quella delle 10 euristiche dell’emozione di Eva De Lera e Muriel Garreta Domingo. Questa tipologia di misurazione prende in esame le espressioni facciali e alcuni movimenti degli utenti, basandosi su un’osservazione in real-time.

Le euristiche sono un insieme di regole e linee guida che sono proposte per spiegare come una persona si sente di fronte a un problema o a un’informazione incompleta, quali sono le soluzioni che trova, i giudizi che esprime, le decisioni che compie. Se, come già citato precedentemente, esistono alcuni frangenti in cui azioni e parole di un utente non corrispondono, ecco che le seguenti euristiche possono offrire un modo efficace di comprendere come le persone si stanno sentendo, al di là delle emozioni che sono consapevoli di provare.

1_ Frowning | Corrucciare il volto

Se un utente cruccia la fronte e avvicina le sopracciglia può voler dire che ha bisogno di concentrarsi, ma può anche denotare malcontento o mancanza di chiarezza.

2_ Brow raising | Alzare le sopracciglia

Questa espressione facciale indica incertezza, scetticismo, esasperazione, ma anche sorpresa. Se quest’ultima emozione può non risultare sempre negativa, non bisogna comunque farci troppo affidamento: un utente che viene sorpreso dalla propria esperienza con un prodotto difficilmente è indice di una buona UX.

3_ Gazing away | Distogliere lo sguardo

Se un utente non guarda attentamente lo schermo ma si concentra altrove, potrebbe sentirsi ingannato, vergognarsi o provare un po’ di confusione. Oppure, potrebbe anche essere annoiato da ciò che ha di fronte.

4_ Smiling | Sorridere

Un sorriso è segno di soddisfazione, indice che l’utente si trova davanti a qualcosa che lo rende contento e lo appaga.

5_ Compressing the lip | Comprimere le labbra

Questa espressione indica frustrazione e confusione su un argomento. Capita spesso quando un utente vorrebbe eseguire un’azione ma non ci riesce o il sistema non risponde, causando appunto frustrazione e ansia.

6_ Moving the mouth | Muovere la bocca

Se l’utente sta parlando da solo, cercando di comprendere come portare a termine un compito, potrebbe voler dire che è incerto sul da farsi, o incontra difficoltà nel portare a termine un’operazione.

7_ Expressing vocally | Esprimersi con versi

Colpi di tosse, sussulti o sospiri, oltre al volume e al tono della voce, possono essere segni di frustrazione o delusione.

8_ Hand touching the face | Toccarsi la faccia con le mani

Se l’utente si mette le mani sul volto potrebbe sentirsi stanco, confuso, ma è anche indice di concentrazione (o frustrazione) per il compito assegnatogli.

9_ Leaning back on the chair | Arretrare con la schiena sulla sedia

Se una persona fa questo movimento è un segnale piuttosto negativo, di distanza, che indica che vuole allontanarsi dalla situazione in cui si trova.

10_ Forward leaning the trunk | Portare il tronco in avanti

10 euristiche dell'emozione - UX - Ricerca sugli utenti

Avvicinarsi allo schermo e incavare il petto può indicare che l’utente sta percependo il compito che sta svolgendo come piuttosto difficile. A volte è uno dei comportamenti che avvengono prima di “arrendersi” di fronte a una determinata situazione.

Le euristiche dell’emozione sono uno strumento molto valido, oltre al fatto che si basano sull’osservazione e non impattano economicamente sulla ricerca. Nonostante potrebbero risultare uno strumento piuttosto semplice, esse consentono di dare priorità al comportamento degli utenti rispetto alle loro espressioni verbali. Le 10 euristiche, infatti, possono essere un indicatore concreto di come un individuo si sente in un determinato momento.

Alcune emozioni negative che le euristiche ci possono suggerire, poi, potrebbero apparire al di fuori del contesto di ricerca, indicando alcuni aspetti della user experience che potrebbero essere migliorati al di là dei confini di ciò che effettivamente si sta testando.

Infine, se alcune emozioni risultano essere veri e propri trend tra i vari utenti, allora le euristiche diventano un indice piuttosto importante, che ci comunica su cosa porre priorità in ottica di re-design.

Questa metodologia facilita chi fa ricerca nell’identificare se l’esperienza complessiva di un utente risulta essere positiva o negativa. Cosa c’è di meglio di analizzare le emozioni e le sensazioni di una persona che interagisce con il proprio prodotto per comprendere se l’esperienza che ne scaturisce è soddisfacente oppure no?

LEGGI ANCHE: Le 6 fasi fondamentali del processo di UX design

Come utilizzare le 10 euristiche in fase di ricerca sugli utenti

È una tecnica che può sembrare facile da apprendere, ma per adottarla al 100% serve molta pratica e “allenamento” sul campo. Oltre a osservare le 10 euristiche sugli altri, è bene anche capire quando siamo noi stessi a tenere quei comportamenti non-verbali. Considerare come primo utente noi stessi, infatti, è un ottimo (se non il migliore) punto di partenza.

Un’ottima risorsa, poi, potrebbe essere registrare le sessioni di testing. In questo modo, si potrebbe studiare le euristiche anche dopo aver fatto effettuare determinati compiti a un utente. Un’altra ottima tecnica può essere quella di non essere da soli con l’utente. Se si effettua ricerca insieme a un collega, infatti, ci si può dividere i compiti: mentre uno presta attenzione all’esecuzione di un compito da parte dell’utente, ad esempio, l’altro può dedicarsi all’osservazione delle euristiche.

Non è vitale conoscere ogni dettaglio sulle scienze comportamentali o leggere perfettamente i movimenti inconsci di una persona. È importante comprendere come determinati comportamenti possono essere un indice significativo per comprendere l’esperienza di un individuo con un prodotto o un servizio.

LEGGI ANCHE: Come avere un approccio content-first per migliorare (anche) l’UX design

Espressioni facciali

In ogni caso, l’osservazione dei comportamenti non verbali va ben al di là della ricerca per la User Experience o per l’usabilità di un prodotto. Tuttavia, anche se saper leggere alcuni elementi del linguaggio del corpo potrebbe non essere la risposta a tutte le domande, di sicuro può risultare una grande risorsa per tutti i professionisti che si occupano di UX.

Tenere a mente l’importanza del flusso emotivo di un utente quando si parla di design per l’esperienza, quindi, fa davvero la differenza. E se sono anche le emozioni di una persona a comunicarci molto su un prodotto o un servizio, allora è anche importante saperle comprendere. Quando lo si riesce a fare, si entra in empatia con quella persona. Ecco che diventa importante non solo il linguaggio del corpo di un utente, ma anche di chi gli utenti li osserva. Porsi allo stesso livello (anche fisicamente) di chi si ha davanti, scegliere un contesto e un’ambientazione confortevole per tutti, dimostrarsi attenti e provare che si sta ascoltando, utilizzare posture morbide e posizioni accoglienti, sono solo alcuni degli elementi su cui concentrarsi.

Avere una piena comprensione dei segnali di comunicazione non verbale aiuta a costruire un rapporto migliore con gli utenti, con gli stakeholder interni ed esterni a un progetto, e anche con i membri del proprio team. Dunque, anche il processo di progettazione e sviluppo di un prodotto o di un servizio può beneficiarne, tracciando la strada per una buona UX.

Digitalizzare le piccole imprese italiane del Sud: il modello mediterraneo del PIDMed

Lo ha detto il Ministro dello Sviluppo Economico: le misure di Impresa 4.0 hanno dimostrato di poter fare da effetto leva sugli investimenti ma, in questi due anni, hanno riguardato poche imprese e praticamente tutte medio grandi.

Per questo Transizione 4.0 (la nuova politica dell’attuale Governo) punta ad ampliare la platea delle imprese beneficiare, attraverso diversi meccanismi come, per esempio, la trasformazione del super e iper ammortamento nel nuovo credito d’imposta per beni strumentali che dovrebbe diverrebbero favorire anche soggetti senza utili” e in regime forfettario come le imprese agricole.

Certo, la complessità nell’applicazione di queste misure è data in primis da un elemento di contesto che alcuni dati ci aiutano a cogliere: secondo l’indice DESI (l’indice internazionale che misura il livello di competenze digitali), nel 2018 l’Italia si trova quartultima fra i Paesi dell’Unione Europea, seguita da Bulgaria, Grecia e Romania. La prima causa riguarda l’arretratezza del nostro sistema scolastico e formativo di base.

Secondo il Centro Studi di Confindustria (dati Istat) l’89% delle 67.000 piccole imprese manifatturiere, comprese fra i 10 e 49 addetti, sono ancora oggi analogiche o digitali imcompiute. La situazione migliora nelle imprese con 250 e più addetti, dove quasi la metà delle imprese rientra negli «innovatori 4.0 ad alto potenziale». Sommando a questo dato anche i «possibili innovatori» si raggiunge l’88% del totale.

PMI e I4.0 in Campania: l’esperienza di PIDMEd

Questi dati (e altri ancora si potrebbero indicare) ci confermano ciò che, sul campo, Societing 4.0 ha verificato di persona: le piccolissime e piccole imprese -specie quelle del Sud- sono ancora distanti dal 4.0.

Nel corso degli ultimi due anni, con il progetto PIDMed, Societing 4.0  ha incontrato oltre 500 imprese delle province di Caserta e Salerno e avviato almeno 200 piccole progettualità di trasformazione digitale.

PIDMed è il Punto Impresa Digitale a vocazione Mediterranea realizzato dalle Camere di Commercio di Caserta e Salerno in collaborazione con l’Università Federico II. I Punti Impresa Digitale (PID) sono strutture di servizio promosse da Unioncamere (ce ne sono 88 in tutta Italia) che sono dedicate alla diffusione della cultura e della pratica del digitale nelle micro piccole e medie imprese di tutti i settori economici. Dagli incontri realizzati da allo staff di PIDMEd presso  le imprese sono nate varie idee su nuove modalità di supporto per lo sviluppo del sistema imprenditoriale locale addomesticando” le tecnologie al genius loci come, ad esempio, la possibilità di condividere soluzioni 4.0 e creare sistemi di data commons” dove i dati vengano intesi come bene comune a servizio di interi settori/comparti/distretti.

Come coordinatore del progetto ho immaginato che far incontrare le imprese e  il sistema delle conoscenze elaborate dal mondo della ricerca all’interno dell’Università, non sarebbe stato semplice.

Il primo lavoro è stato quello di mappatura dell’offerta di soluzioni tecnologiche e, in un secondo momento, abbiamo incontrato le imprese direttamente all’interno delle loro realtà. Ci siamo messi al loro servizio attraverso un percorso che partisse dall’analisi delle loro reali esigenze prima che dalle tecnologie. Grazie a questa conoscenza sviluppata sia rispetto all’offerta (prima di tutto), sia rispetto alla domanda (potenziale!), spesso abbiamo proposto soluzioni a basso costo, operando con metodologie di retrofitting, cioè attraverso soluzioni 4.0 che hanno attualizzato macchinari già un uso nelle imprese, grazie all’utilizzo di tecnologie open source.

Questi processi di cambiamento non passano solamente dall’informazione ma necessitano di un differente sistema di relazione tra diversi attori e questo, nelle realtà come quelle incontrate da PIDMed, è passato dalla mediazione di uno staff di giovani facilitatori della trasformazione digitale, adeguatamente formati dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli,  che hanno incontrato gli imprenditori presso le loro aziende, hanno ascoltato le storie delle imprese e hanno fatto da ponte tra le soluzioni mappate presso i Centri di ricerca coinvolti e le criticità evidenziate, in modo spontaneo, dagli imprenditori.

Cosa serve ancora

In contesti come questi, dove la maggior parte delle imprese sono piccole e a matrice artigianale o agricola, non si può pensare che lo sviluppo tecnologico passi, come in altre realtà più strutturate, da processi che sono trainati dalle grandi imprese. Per questo, a nostro avviso, servono piattaforme territoriali che creino sistemi vantaggiosi per le imprese e i territori. La nostra esperienza ci dice che ci sono alcune condizioni  possibili che favoriscono la trasformazione 4.0:

  • la proposta di soluzioni meno impegnative dal punto di vista dei costi e dell’inserimento nei processi produttivi (anche per questo noi abbiamo proposto le tecnologie open source e sistemi di retrofitting);
  • il discorso su I4.0 va reso più comprensibile, soprattutto prendendo il punto di vista delle imprese che hanno bisogno di capire i vantaggi che possono ricavare da nuove tecnologie per la loro azienda;
  • un’azione di supporto non solo ai singoli imprenditori ma a intere reti territoriali. Lo dimostrano le 8 imprese del Cilento che hanno realizzato una piattaforma di destinazione che, attraverso big data, intende attrarre potenziali visitatori. Questo progetto è stato selezionato da una short list di 200 progetti (su oltre 10.000 progetti realizzati in tutta Italia utilizzando i voucher per la digitalizzazione 4.0) e premiato, come unico progetto del sud Italia nel premio Top of The Pid dato da Unioncamere nella passata edizione della Maker Faire.

Per saperne di più, puoi scaricare gratuitamente il paper.

In questo documento i promotori del progetto raccontano l’esperienza per come si è collocata, in questi due anni, all’interno delle politiche nazionali del Piano Impresa (ex Industria) 4.0.

Se conosci altre belle esperienze di trasformazione digitale 4.0 di micro, piccole e media imprese italiane puoi anche contattare Societing 4.0 su twitter o su info@societing.org .

Cosa significa parlare di PR nel 2020? Ce lo spiega un report

Potrebbe essere semplice fare confusione su questa attività e trovare a chiedersi se le PR rientrino nelle attività marketing, digital o SEO. Allo stesso modo, ci si può domandare se i professionisti delle PR debbano occuparsi anche di social media e Influencer Marketing. Per non parlare di come sia possibile calcolare il ROI delle attività PR.

Oggi, infatti, la linea che separa PR, Marketing, Social e Digital è sempre più labile e, per capire come i professionisti delle PR, del marketing e della comunicazione definiscono i loro ruoli e utilizzano gli strumenti a loro disposizione per misurare il loro successo a livello internazionale, Talkwalker, insieme a YouGov, ha chiamato a raccolta gli esperti del settore per fornire insight strategici per la industry.

Le attività strategiche di PR servono alle aziende per raggiungere differenti obiettivi:

  • aumentare la brand awareness.
  • Migliorare la brand reputation.
  • Ampliare il proprio pubblico.
  • Aumentare le opportunità di investimento.

Si tratta di strategie dinamiche, che si evolvono con velocità, seguendo l’evoluzione delle tecnologie e degli strumenti: l’AI e l’Influencer Marketing, negli ultimi anni, ad esempio, hanno largamente interessato i professionisti del settore.

Cosa bisogna sapere, quindi, per adottare una strategia di PR nel 2020 e quali sono i dati più interessanti per chi si occupa di queste attività? Ecco cosa emerge dalla ricerca.

>>> Scarica il report di Talkwalker in collaborazione con YouGov e analizza stato dell’arte, evoluzioni e statistiche delle Public Relation in Italia e nel mondo.

Misurazione dei risultati e gestione dei dati nelle PR

Tra i primi e più sostanziali insight della ricerca un dato: le attività più centrali per le PR non sono più le media relation o gli uffici stampa, bensì social media management (77%), content marketing (77%), influencer marketing (67%) e link building per la SEO (56%).

Nonostante questo slancio verso il digital, però, i professionisti delle PR basano i loro report ancora su coperture media più tradizionali e solo il 38% riporta anche i risultati delle campagne di influencer marketing.

Se i Paesi del Medio Oriente e Asia-Pacifico vedono come maggiore ostacolo la necessità di utilizzare più di una soluzione per ottenere dati allineati tra tutti i propri uffici internazionali e quello di avere allo stesso tempo dati accurati a livello regionale, i Paesi europei mostrano invece una minore propensione a testare diverse tecnologie per compararne le effettive differenze e potenzialità.

In generale, sono le limitazioni a livello di budget la principale sfida che gli intervistati individuano per rimanere sempre aggiornati sull’adozione degli ultimi software e tecnologie.

Influencer Marketing e PR

L’Influencer Marketing è considerato uno dei canali principali per le PR, in particolar modo nelle Americhe e in Europa del Sud, dove si toccano le punte più alte con l’Italia (91%) e gli Stati Uniti (87%). Un dato questo essenziale per capire il nuovo ruolo dei professionisti di questo settore del marketing.

Per dimostrare il ROI di queste collaborazioni con gli influencer, vengono considerati l’engagement rate (45%), il potential rate (44%) e il click through links o l’utilizzo di codici sconto (37%).

Le campagne di influencer marketing B2C sono più comuni rispetto a quelle B2B a livello globale, anche se i Paesi dell’Europa del Sud, più propensi a lavorare con influencer B2B.

PR e Social Listening

Il social listening non è più limitato a ruoli nei social media o nella ricerca. Sempre più professionisti PR stanno sfruttando a pieno il potenziale di questi strumenti per proteggere, misurare e promuovere il loro brand.

Nella industry marcomm, i principali utenti che utilizzano gli strumenti di social listening nel 2020 sono i seguenti:

  • Social media manager 56%
  • Data analyst 39%
  • Research manager 24%
  • PR account manager 20%
  • PR account executive 20%
  • Account coordinator 14%
  • Business director 14%
  • VP of comms/PR 14%
  • Press officer 13%
  • PR account director 10%
  • C-level executives 8%

L’85% degli esperti di PR, tuttavia, sta perdendo una grossa opportunità: quella degli alert predittivi, che possono aiutare chi si occupa di PR a proteggere e promuovere il brand.

La tecnica di newsjacking, cioè sfruttare notizie e trend per inserirsi nel flusso delle conversazioni in Rete e attirare sul brand una forte copertura mediatica, è considerata una delle più efficaci per le PR, ma oggi solo il 15% a livello globale la massimizza con un tool di social listening.

Cosa aspettarsi dal 2020

Come è evidente, il digitale guiderà il marketing e le PR nel 2020, ma con così tanti fattori in gioco e nuove piattaforme e tecnologie che nascono, è utile partire dai dati per comprendere cosa aspettarsi.

Dall’esplosione dei contenuti interattivi all’importanza sempre maggiore dell’Influencer Marketing nelle strategie aziendali, fino alle tecnologie e ai software sempre più accurati per la misurazione dei risultati, i professionisti del settore devono essere innanzitutto costantemente aggiornati.

Vuoi saperne di più sullo Stato delle PR nel 2020? Scarica subito il report di Talkwalker in collaborazione con YouGov.