Fashion Marketing

5 trend di Fashion Marketing che ogni Business può utilizzare

L’industria della moda rappresenta uno dei settori di business più competitivi. La gara a chi riesce ad attirare l’attenzione della clientela in maniera più efficace è ormai diventata estrema e ciò dipende dal fatto che Internet ha aperto il mercato a tutti. I brand anche molto noti del settore non competono più soltanto con altri brand di pari livello, ma anche con quelli appena nati e già in voga.

Come se non bastasse, i consumatori di oggi, specialmente coloro che acquistano prodotti di moda, sono diventati più curiosi: non vogliono soltanto acquistare un prodotto ma una storia, un modo di vivere, una precisa emozione. Si vuole, in altri termini, essere sorpresi per sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Per comprendere, quindi, le strategie che funzionano meglio nel fashion marketing, e trarre qualche spunto applicabile anche ad altri business, abbiamo analizzato cinque importanti tendenze del settore.

1. Fashion Marketing e collaborazioni inaspettate

Le collaborazioni sono fondamentali per attrarre nuova audience. E i fashion brand hanno molto successo in questo campo: il primo a cui sicuramente avrai pensato è H&M, che ha collaborato con stilisti come Karl Lagerfeld, Kenzo e molti altri, ma potremmo portare anche l’esempio di Nike, che ha recentemente collaborato con Louis Vuitton.

Tuttavia, i brand non collaborano solo tra loro. Una delle collaborazioni più curiose, ad esempio, è quella Adidas con Stella McCartney e l’organizzazione Parleyfortheoceans, che insieme hanno creato una collezione di costumi da bagno unica: i tessuti, infatti, sono stati realizzati recuperando i rifiuti presenti nell’oceano.

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Credits: Parley.tv

Così i brand della moda riescono ad unire elementi che apparentemente potrebbero sembrare molto distanti: prodotti da poter indossare e non, mercato di massa e di lusso, sport e moda. Perché lo fanno? Semplicemente per realizzare prodotti che si adattino al meglio all’audience. Si tratta quindi di un ottimo modo per ampliare due aspetti: la visibilità di una nuova linea di un prodotto e l’audience del brand.

2. Live video

La vendita nel settore moda ha ricevuto notevoli benefici grazie all’utilizzo delle dirette streaming. I video live aiutano a raggiungere milioni di persone, ma non solo: grazie alle dirette, gli eventi più grandi del settore, come la Settimana della Moda, non appartengono più ad una élite ristretta e non sono più eventi a porte chiuse, ma si aprono ad una realtà più ampia.

Ognuno può godersi lo spettacolo in presa diretta e in questo modo l’audience del brand viene notevolmente ampliata. Inoltre, ogni singolo partecipante all’evento può fare un video in diretta e condividerlo sul proprio canale (la stessa Fashion Week ha un suo canale privato). Chi contribuisce può presentare e promuovere il proprio canale prima dell’evento, attraverso tutti i social, e reindirizzare la propria audience sul sito ufficiale.

Il pubblico, intanto, apprezza i video. Un esempio? Ecco gli incredibili picchi di ascolto raggiunti dal profilo Instagram di Louis Vuitton. Nel giorno in cui è stata annunciata la diretta streaming della collezione uomo autunno/inverno 2017 della Fashion Week di Parigi, il numero di follower è triplicato.

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Credits: SEMrush Social Media Tool

Utilizzare i video in diretta può aumentare il tuo numero di follower sui social, regalandoti un nuovo canale di ascolto e nuovi clienti. Il trucco è non perdere mai l’attenzione degli utenti: promuovi il tuo evento attraverso tutti i social possibili, in anticipo, ma trasmetti in diretta da un unico canale.

3. L’approvazione delle Celebrities

Di nuovo, si tratta di trovare una nuova audience. L’idea stessa di usare delle celebrità per promuovere un business non è nuova ed è anche abbastanza semplice: i fan, infatti, adorano le Celebrities e fanno molto affidamento sul loro parere e sulle loro scelte in tema di fashion brand e prodotti da utilizzare.

Ecco perché quando un brand utilizza dei personaggi famosi per le sue sponsorizzazioni riesce a catturare un’audience maggiore, oltre che leale. Inoltre, il campo della moda riguarda direttamente le celebrità e sono loro stesse ad invitare altri volti noti provenienti da campi differenti per promuovere i loro brand.

Per esempio, Puma ha messo Rihanna a capo del settore creativo per la creazione della collezione donna. E se pensi che si tratti soltanto della fase promozionale, ti sbagli.

La Banca della Georgia ha invitato una star dei social a partecipare alla sua campagna natalizia, ottenendo così l’attenzione di tutto il mondo, un notevole incremento del numero dei follower sui canali social e un successo immenso.

Collaborare con delle celebrità è sempre una buona idea perché può dare una svolta al tuo business e attirare l’attenzione da tutto il mondo. Se invece il tuo budget non è pronto per un investimento di respiro internazionale, puoi comunque contattare i blogger e gli influencer del campo.

4. Newsjacking Marketing

Questo termine (reso popolare dal libro di David Meerman Scott) sta ad indicare l’utilizzo degli hot topic per attirare l’attenzione del pubblico.

Anche in questo l’industria della moda è stata particolarmente all’avanguardia, usando slogan ed espressioni proprie del mondo politico per gli abiti e gli accessori delle sfilate più note. Collezioni ispirate alla politica sono state presentate durante lo spettacolo della Fashion Week da diversi brand come Prabal Gurung, Creatures of Comfort and Opening Ceremony. Nell’ultima collezione di Moschino vediamo la borsa con la variazione del motto nazionale degli USA: In couture we trust.

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Questo movimento ha permesso ai fashion brand di attirare l’attenzione di un gruppo nuovo di potenziali clienti, ovvero i giovani in età da voto.

Accade qualcosa di nuovo ogni giorno: ci sono molte notizie, idee ed eventi e il trucco è trovare gli argomenti più interessanti e utilizzarli per focalizzare l’attenzione sul tuo brand.

5. Gamification

Sebbene questo concetto sia stato accantonato per diversi anni, è stato recentemente rispolverato e sta risvegliando l’attenzione di una particolare fascia di consumatori. Per gli esperti di marketing trend, si tratta di utilizzare il potere emozionale per vendere un prodotto o un servizio. L’uso di questa strategia è memorabile per i consumatori e permette loro di sentirsi spinti a condividere una determinata esperienza, proprio come farebbero in un gioco di ruolo con i loro compagni di avventure.

Usare questo tipo di strategia per aumentare il tempo che un consumatore spende utilizzando la tua App, ad esempio, può aumentare il legame con il brand e influenzarne le scelte future. La “Prada Doll House”, uno dei recenti progetti presentati dal famoso brand italiano, è un buon esempio di gamification. Si tratta di un gioco interattivo in cui è possibile vestire le modelle con gli abiti della collezione del 2017.

Le lezioni del Fashion Marketing

Questo è ciò che il mercato della moda ci insegna di questi tempi. Per emergere, i brand devono rispondere alle richieste dei consumatori e per farlo è necessario essere creativi, provando ogni singola novità e investire nel digital: proprio questo che rende le attività del marketing nel settore moda tanto interessanti e inspiring.

Non è il solito albergo: ecco il nuovo brand di AccorHotels

Siete alla ricerca di un albergo che vada oltre i soliti schemi dell’ospitalità tradizionale? Allora segnate questo nome: JO&JOE. 

Uno spazio living dal design rivoluzionario che punta a trasformare il futuro della ricettività, della ristorazione e dell’interazione sociale, puntando tutto sulla condivisione, la spontaneità e l’esperienza, per favorire la vita comunitaria. È risultato della collaborazione con Penson, studio di design britannico che precedentemente ha curato l’estetica visionaria di Google, YouTube, Playstation e la torre Lotte World ed ora ha studiato una sorta di casa aperta e innovativa che accoglie sia i townsters, ossia le persone che vivono nei dintorni della città, sia i tripster, cioè chi si trova in città per visitarla.

Le persone del luogo e i visitatori, dispongono di diverse aree comuni e possono svolgere molte attività insieme, come concerti, corsi di yoga e laboratori fai-da- te.

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Questo concept coniuga il tradizionale hotel all’ostello ed all’appartamento in affitto. Le soluzioni per dormire sono molteplici: Together è una zona notte condivisa ma separata da spazi modulari, che ricorda la classica camera dell’ostello ma non compromette la propria privacy; Yours, stanze ed appartamenti, per 2/5 persone, con bagno privato e uno spazio cucina; OOO! (Out Of the Ordinary) offre alloggio per persone che viaggiano da sole o in gruppi che possono arrivare fino a sei persone ed è piena di sorprese, come camper, tende ed amache.

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La cucina è aperta a tutti, con piatti locali a prezzi convenienti ed offre agli ospiti la possibilità di mettere alla prova il proprio talento culinario, mentre Happy House è l’area privata dove i tutti possono rilassarsi, lavorare, cucinare o fare il bucato, proprio come a casa propria.

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Ovviamente non può mancare l’app, realizzata in collaborazione con il Marketing Innovation Lab e gli studenti della Webschool Factory di Parigi. Entro il 2020, il gruppo aprirà 50 alberghi tra Bangkok, Varsavia, Budapest, Rio de Janeiro, San Paolo, Parigi e Bordeaux che saranno ubicati vicino ai mezzi di trasporto e nelle vicinanze di posti turistici.

Che facciamo, prenotiamo?

Storia delle più grandi agenzie creative del mondo

Le agenzie creative svolgono da sempre un ruolo cruciale nello sviluppo e nell’attivazione pubblicitaria della strategia di marketing dei loro clienti.

A dimostrazione di questa importanza operativa e strategica, anche i dati di un’industria che genera ogni anno circa 34 miliardi di dollari di fatturato solo negli Stati Uniti e che è destinata a crescere ancora.

Le agenzie creative continuano a fornire una gamma completa di servizi ai loro clienti, spesso grandi brand multinazionali, che oggi si rivolgono ad agenzie differenti in rapporto all’area geografica per cui programmare la propria comunicazione. Il digitale non ha fatto altro che amplificare le potenzialità creative di queste agenzie. Noi ninja, da amanti dei Mad Men, abbiamo dunque deciso di raccontarvi in una breve raccolta, non esaustiva, le storie di alcune delle più grandi aziende pubblicitarie del mondo.

Ogilvy & Mather, confessioni di un pubblicitario

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La Ogilvy & Mather è stata fondata nel 1948 a New York, da David Ogilvy – sicuramente avrai letto alcune delle sue famose citazioni anche nella nostra rubrica settimanale Best Adv of the Week -, con la partecipazione del fratello Francis Ogilvy (all’epoca presidente dell’agenzia Mather & Crowther), di Anderson Hewitt (account manager dell’agenzia J. Walter Thompson), dell’agenzia britannica S.H. Benson e della filiale americana dell’agenzia cinese Wedgwood.

Partita inizialmente col nome di Hewitt, Ogilvy, Benson & Mather, nel 1953 l’agenzia diventò Ogilvy, Benson & Mather, per trasformarsi ancora nel 1964 in Ogilvy & Mather.

Attualmente l’agenzia possiede circa 450 uffici in tutto il mondo e tra i principali clienti del network si possono annoverare nomi come BBC, Coca-Cola, MasterCard, Nestlé e Unilever.

In Italia, dal 1980 al 1993 l’agenzia lavorò sotto il nome di Livraghi, Ogilvy & Mather, con Giancarlo Livraghi come socio di maggioranza.

Tra le storiche e più belle campagne di Ogilvy, agenzia famosa anche per la classica firma alle sue campagne, c’è l’headline per Rolls Royce.

“At 60 miles an hour the loudest noise in the New Rolls-Royce comes from the electric clock”

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Tra le campagne più riuscite di recente in Italia, Unica per Nutella, di cui vi avevamo parlato qui.

Imperdibile, infine, la lettura di Confessions of an Advertising Man, di David Ogilvy.

LEGGI ANCHE La storia e gli spot di David Ogilvy

Publicis, la storia europea della creatività

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La Publicis, fondata nel 1926 a Parigi, da Marcel Bleustein-Blanchet, dal 2002 è diventata Publicis Groupe.

Il nome dell’agenzia viene dall’unione tra le parole francesi “publicité” e “six”, in riferimento all’unità dell’anno di fondazione, ossia il 6 di ’26. Come marchio dell’agenzia viene subito scelta la testa di un leone, segno zodiacale di Bleustein.

Publicis è una delle agenzie creative che ha rivoluzionato il modo di fare pubblicità, dato, che i suoi lavori, non si basavano sul semplice invito all’acquisto, come invece avveniva nella maggior parte delle pubblicità francesi degli anni Venti, ma sulla costruzione di un rapporto stabile e duraturo tra brand e cliente.

Il concetto di fidelizzazione, i giochi di parole per coinvolgere il cliente, tutti elementi che oggi potrebbe apparire scontati e in alcuni casi superati, in quell’epoca rappresentavano una assoluta novità.

Muovendosi nel corso di quasi un secolo tra radio, televisione e cinema, per non abbandonare mai gli annunci stampa, diventando pioniera nella ricerca sulla psicologia in pubblicità, Publicis è cresciuta ampliando le sue sedi fino agli Stati Uniti, diventando una società quotata in borsa e acquisendo numerose altre aziende, che si sono sintetizzate nel tempo nella creazione del Publicis Groupe nel 2002.

Tra i suoi storici clienti, Shell, Singer e Nestlé, ma anche Renault e L’Oréal.

La sua storia, davvero interessante, che ti invitiamo a leggere nella sua interezza, si corona di adv come quello storico di Shell, C’est Shell que j’aime” basato sul gioco di parole in francese, tra “Shell” e “Elle” (Lei) che hanno una certa assonanza a livello di pronuncia. Uno slogan impiegato per circa un decennio.

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Tra le campagne più recenti della branch italiana, quella dedicata ai Local Heros. Oggi l’italianissimo Bruno Bertelli è Global Chief Creative officer di Publicis WW.

Saatchi & Saatchi, la politica nel dna

Anche la Saatchi & Saatchi è una delle agenzie creative che hanno fatto la storia della pubblicità, anche se dal 2000 fa parte di Publicis Groupe.

Fondata a Londra nel 1970 dai fratelli Charles e Maurice Saatchi l’agenzia acquistò progressivamente importanza con l’acquisizione delle agenzie Notley e Garland.

La sua fortuna, legata in particolare alle campagne elettorali del Partito Conservatore britannico, culminò con la vittoria di Margaret Thatcher prima nel 1979 e poi nel 1987.

Durante gli anni Ottanta la Saatchi & Saatchi acquisì altre storiche agenzie pubblicitarie, come la Compton e la Dancer Fitzgerald Sample, diventando così uno dei più importanti network del mondo.

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Leo Burnett, quando l’agenzia è il suo fondatore

La Leo Burnett Worldwide è tra le agenzie pubblicitarie più importanti del mondo e anch’essa, dal 2002 fa parte del Publicis Groupe.

L’agenzia nacque a Chicago il 5 agosto del 1935 e prese il nome dal suo fondatore, Leo Burnett. Negli anni aprì filiali a New York (1941), Los Angeles (1946), Toronto (1952) e Montreal (1959), diventando una delle principali agenzie di pubblicità americane.

LEGGI ANCHE Leo Burnett, una vita tra mele, automobili e cowboy

Nel 1969 acquisì la storica agenzia pubblicitaria inglese London Press Exchange, e questo gli permise di estendere il proprio mercato all’Europa e all’Africa, per poi acquistare anche l’agenzia Jackson Wain di Sydney, estendendo così il proprio mercato anche all’Oceania e all’Asia, in un quadro di espansione globale.

Oltre all’esponenziale crescita nel corso del tempo con diverse acquisizioni e fusioni, l’aspetto interessante di questa agenzia creativa sta nella filosofia che ha ispirato una parte significativa delle sue produzioni pubblicitarie, basate sull’utilizzo di “persone normali” nelle sue campagne, persone nelle quali chiunque potesse identificarsi.

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Leo Burnett sosteneva che la pubblicità, per quanto inevitabilmente ingannevole, dovrebbe perlomeno sforzarsi di parlare in maniera semplice. Una buona pubblicità deve essere diretta, credibile, e accompagnata dall’emozione.

Per poter trasmettere questo che Burnett chiamava “tocco comune” bisogna individuare la caratteristica che rende unico il prodotto, quella per la quale le persone dovrebbero essere spinte ad acquistarlo. Questa, definita “forza intrinseca”, dovrebbe emergere senza trucchi e giochi di parole, iperboli ed eccentricità, ma in modo semplice, realistico ed emozionante.

Il Marlboro Man di Leo Burnett è una delle icone pubblicitarie più note nella storia della creatività.

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Tra le campagne più recenti in Italia, ricordiamo invece, quella premiata ai Cannes Lions di quest’anno per Moleskine.

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McCann, la verità raccontata bene

McCann, con uffici in 120 paesi è oggi una filiale dell’Interpublic Group of Companies, una delle quattro grandi holding nell’industria pubblicitaria.

La McCann Erickson fa parte del McCann Worldgroup, che comprende anche l’agenzia di pianificazione e acquisto di Universal McCann.

Nel 1912, McCann registrò il primo trademark pubblicitario mondiale “Truth Well Told”, creando poi alcune delle campagne pubblicitarie più famose e più iconiche del secolo scorso. La filosofia di McCann punta ancora oggi a trasformare i brand in una parte della cultura popolare mondiale, mostrando il loro impegno nella vita quotidiana dei consumatori.

Tra le creatività più celebri della McCann Erickson lo slogan e la campagna pubblicitaria per Coca-Cola “It’s The Real Thing”, con il famosissimo commercial “Hilltop” del 1971.

In questa breve rassegna all’insegna della creatività, non possiamo fare a meno di concludere con un altro interessante consiglio di lettura sotto l’ombrellone, alla scoperta dell’evoluzione della pubblicità, con il libro “A lezione dai Mad Men” della nostra Adele Savarese.

Facebook Facebook presenta la sua neural machine translation

Come funzionano le traduzioni automatiche su Facebook?

In un post di alcune ore fa sul blog dedicato agli sviluppatori, Facebook ha presentato la sua neural machine translation, una nuova modalità di produzione delle traduzioni sul social network.

“Dare alle persone il potere di costruire community e rendere il mondo più vicino insieme”

La nuova missione di Facebook inizia a produrre i suoi primi effetti anche sui servizi messi a disposizione dal social network. Tra questi la traduzione automatica dei post, una feature che può aiutare le persone a connettersi con chi vive all’estero, comprendendone meglio la lingua.

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Da una tecnica statistica alla rete neurale: la neural machine translation di Facebook

Ti è mai capitato di leggere il post di un amico che si trova all’estero e vederlo già nella sua versione tradotta nella tua lingua? Bene, da qualche tempo Facebook ha iniziato a offrire una traduzione automatica di messaggi e commenti, con lo scopo di rompere le barriere linguistiche e superare quello che qualcuno ha chiamato “effetto babele”.

Creare traduzioni accurate per gli oltre 2 miliardi di persone nel mondo che oggi utilizzano Facebook, cioè, significa permettere a persone lontanissime tra loro di comunicare.

Tra le difficoltà di cui tenere conto in un processo di traduzione, però, vanno annoverati:

  • contesto
  • slang
  • errori di battitura
  • utilizzo delle abbreviazioni
  • intenzioni nella comunicazione

Non un procedimento alla portata di un semplice algoritmo, insomma.

Per migliorare la qualità delle sue traduzioni, Facebook è recentemente passato da una tecnica statistica basata sulle frasi di uso comune, ad un sistema basato su reti neurali, che consente traduzioni più accurate, producendo circa 4,5 miliardi di traduzioni ogni giorno.

L’esperienza utente è migliorata e le persone hanno iniziato a poter fruire con più semplicità anche i post scritti in altre lingue.

La tecnica statistica basata sull’uso comune, utilizzata in precedenza da Facebook, aveva degli evidenti limiti. Bastava leggere qualche frase in traduzione e poi nella sua versione originale, per rendersi conto degli errori, soprattutto di contesto, che venivano prodotti, alterando evidentemente il messaggio reale.

Le frasi venivano infatti suddivise in singoli sintagmi prima di essere tradotte, producendo traduzioni alterate.

Nella costruzione di una rete neurale per le traduzioni, invece, Facebook ha iniziato a lavorare sulla sequenza LSTM (lunga memoria a breve termine), vale a dire una rete che può tenere conto del contesto della frase di origine, ma anche delle traduzioni già prodotte, per creare traduzioni più fluide.

Grazie al nuovo sistema l’accuratezza della traduzione automatica è aumentata dell’11%, secondo la metrica BLEU, utilizzata proprio per la valutazione delle traduzioni.

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Nel caso, poi, di parole sconosciute o di frasi senza un diretto corrispondente nel vocabolario di destinazione, un sistema neurale genera una sorta di parola segnaposto per la parola sconosciuta, fino a trovare un corrispondente corretto nella lingua di destinazione, attraverso il confronto con altre lingue in cui la parola invece è già stata tradotta, in una sorta di catena di traduzioni di lingua in lingua.

Un esempio? La traduzione dell’abbreviazione inglese/americana “tmrw” (tomorrow) in spagnolo, passando attraverso le varie traduzioni troverà il suo corrispettivo “mañana”, portando a ulteriori miglioramenti nel vocabolario di base di Facebook.

Tuttavia, per non appesantire troppo il calcolo della rete neurale, con un numero eccessivo di termini, la neural machine translation calcola anche la probabilità di distribuzione nel vocabolario di destinazione, riducendo i tempi di risposta, senza compromettere la qualità della traduzione.

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Facebook e la sfida della traduzione

Le reti neurali aprono molti percorsi di sviluppo futuri connessi all’aggiunta di ulteriori contesti, ad esempio una foto che accompagna il testo di un post, per creare traduzioni migliori.

Completare questo miglioramento linguistico per Facebook resta un passaggio fondamentale nella sfida verso la creazione di una grande community globale. Una sfida che passa anche attraverso i suggerimenti che Facebook oggi richiede sulle traduzioni, sui feedback e sulle possibilità di intervenire sulle proprie impostazioni di lingua per utente.

L’obiettivo finale? Produrre traduzioni sempre più rispondenti al linguaggio umano, per tutti, sul social network più utilizzato nel mondo.

Hopscotch: crea il tuo gioco senza conoscere la programmazione

Vi piacerebbe che i vostri figli iniziassero a prendere confidenza con il coding sin da piccoli? Siete convinti che le competenze informatiche siano delle skill fondamentali per il loro futuro?

Se la risposta è si non potete fare a meno di scaricare gratuitamente  Hopscotch l’applicazione mobile capace di trasformare genitori e bambini in abili programmatori.

Attraverso Hopscotch è possibile realizzare in modo semplice e intuitivo giochi, animazioni, mini siti web e disegni tridimensionali senza la necessità di conoscere una sola riga di codice.

Inizia il viaggio nel mondo della programmazione

Nell’era digital in cui viviamo di certo non è difficile reperire sul web tutorial, corsi online, materiale didattico utile per imparare a programmare, ma spesso noioso agli occhi di un ragazzo. Con Hopscotch è diverso, niente teoria si passa direttamente alla pratica e si apprende attraverso un linguaggio visivo basato sul drag & drop.

 

All’interno dell’area di lavoro dell’app, sarà possibile trascinare e spostare dei piccoli mattoncini colorati contenenti porzioni di codice per realizzare la propria animazione o il proprio gioco. Mediante le forme e i colori si va a stimolare la creatività dei bambini, insegnando loro i principi base e le logiche che caratterizzano la programmazione. Jocelyn Leavitt, founder dell’app afferma:

Quando si pensa al coding si è soliti immaginare una schermata nera con un sacco di testo incomprensibile, idea che intimorisce chi si avvicina per la prima volta a questo settore. Da questo pensiero è nata la nostra idea di realizzare un’applicazione capace di semplificare e rendere più divertente l’apprendimento.

L’applicazione al momento disponibile esclusivamente per iOS,  è stata pensata per i bambini dai nove anni in su, ma vista la sua estrema semplicità può essere utilizzata anche dai più piccini.


L’app è accompagnata da un canale Youtube in cui sono presenti numerosi tutorial, e da un forum in cui scambiarsi dubbi, domande e consigli con il resto della Hopscotch community.

Non vi resta che scaricarla e dar vita al vostro gioco.

Google sta eliminando gli URL

Mobile e SEO: Google sta eliminando gli URL dalle ricerche?

E se Google cambiasse tutto? Quanto siamo abituati alle visualizzazioni classiche nella SERP (titolo – permalink – meta description) dei risultati delle nostre query su Google? Già, perché se è vero che Google sta eliminando gli URL, come pare aver intuito lo staff di CognitiveSeo, gli addetti del settore non potranno fare a meno di confrontarsi con le variazioni inevitabili del traffico da ricerca organica.

 

L’eliminazione sarebbe prevista in una fase successiva perché, a tutti gli effetti, il link di riferimento al sito appare ancora (in alto sopra il post), affiancato dall’icona AMP posta molto più in evidenza rispetto alle visualizzazioni precedenti. Al momento, le variazioni riguardano solo il sistema operativo Android.

Google sta eliminando gli URL dai motori di ricerca?

Davvero Google sta eliminando gli URL dai risultati di ricerca? No, non è esattamente così: si tratta più precisamente di una valorizzazione delle pagine AMP (Accelerated Mobile Pages) rispetto ai contenuti “lenti”.

Google sta eliminando gli URL

LEGGI ANCHE: Cos’è il copywriting e come si diventa copywriter

Cosa vuol dire AMP? Le AMP rappresentano un protocollo web in grado di velocizzare la navigazione da mobile attraverso un layout grafico più snello e studiato appositamente per alleggerire il traffico dati, sviluppato da Google e appoggiato da molte realtà tecnologiche e giornalistiche.

Da tempo i SEO Specialist sono a conoscenza del fatto che Google privilegi i contenuti formattati con queste modalità perché garantiscono, sostanzialmente, universalità di fruizione anche per chi non dispone di sufficiente banda o possibilità ad accedere a una connessione veloce: una pagina in formato AMP può pesare anche 10 volte meno di una formattata comunemente.

L’operazione (esperimento?) si configura quindi più come un A/B test, invece che rappresentare una eliminazione in toto degli URL all’interno della visualizzazione da SERP.

AMP, URL e fake news

Se da un lato possiamo immaginare una prova di forza di Google che, mostrando i muscoli ritiene di poter servire come risposta alle query degli utenti risultati tanto adeguati da non richiedere una certificazione della fonte, l’operazione solletica la possibilità che chi si occupa di fornire false notizie e fake news ne possa trarre davvero un gran vantaggio.

Se per gli utenti medi è già sufficientemente complicato distingue una notizia vera da una bufala montata ad arte, la rimozione delle fonti potrebbe incentivare il fenomeno. D’altra parte, c’è chi lavora attentamente allo sviluppo del fenomeno con blog del tipo “fattoquotidaino“, che fanno leva proprio sulla scarsa attenzione al fact checking.

Google sta eliminando gli URL

Nell’ipotesi in cui Google riesca a filtrare i risultati in maniera eccellente, le bufale potrebbero scomparire dalle ricerche, segnando un bel goal alle iniziative di fact checking di Facebook.

Serp pulite e social network pieni zeppi di junk content cambierebbero considerevolmente l’approccio delle persone al web, certo, ma anche di molte delle figure che operano nel web marketing.

Che possiamo aspettarci, dunque? Ancora non è possibile tirare le somme di questa operazione ma lo staff di The Next Web, che ha rilanciato il tweet di Cognitive SEO, ha contattato proprio Google per saperne di più.

Incrociamo le dita o ricominciamo a digitare cercando novità?

 

week in social

Week in Social: tante novità per Facebook e il primo compleanno delle Instagram Stories

Se quello di cui avete bisogno in queste torride giornate estive è un tuffo in acque cristalline, o semplicemente un condizionatore funzionante, cambiate programmi perché quello di cui avete veramente bisogno è dell’immancabile update con tutte le notizie social della settimana. Non vogliamo proprio lasciarvi senza argomenti di cui discutere tra una partita a racchettoni e l’altra. Quindi per ora abbasso i cocktail, le infradito e le partenze da bollino rosso, è venerdì, e torna più in forma che mai con il suo ultimo appuntamento prima della pausa estiva la vostra amata Week in Social.

Tranquilli, per questo ultimo updtate siamo carichi di notizie e aggiornamenti: dalle stories di Facebook, ora pubbliche a quelle di Instagram che proprio in questi giorni spengono la loro prima candelina. Ma andiamo con ordine.

Facebook ora permette di condividere Stories con privacy Pubblico.

Ebbene si, se l’obiettivo è quello di offuscare il social delle Stories per eccellenza, il fantasmino di Snapchat, diciamo che Mark Zuckerberg si sta impegnando davvero tanto e con ottimi risultati. Archiviata, almeno per il momento, la chiacchierata vicenda sull’Intelligenza Artificiale, Facebook punta tutto sul coinvolgimento dei proprio utenti. Come questa volta?

week in social

Permettendo di condividere Stories con privacy pubblico e consentendo in questo modo agli utenti di condividerle non solo con amici o gruppi ristretti di contatti ma con una più ampia platea. Un’opzione, già disponibile per le Storie di Instagram, che secondo gli ultimi dati rilasciati da Mark Zuckerberg, hanno raggiunto 250 milioni di utenti giornalieri (Ma di questo ve ne parleremo più avanti). Ben oltre gli utilizzatori quotidiani di Snapchat che sono intorno a 166 milioni. Ciao ciao Snapchat! Ma quali sono, se ci sono, i reali vantaggi delle Stories di Facebook? In questa occasione lo abbiamo chiesto a Luca La Mesa, Top Teacher Ninja Academy e docente del primo Social Media LIVE Program:

Se utilizzate in maniera strategica le stories possono essere un ottimo modo per ottenere visibilità in un newsfeed sempre più pieno di contenuti. La nuova opzione di renderle visibili anche con privacy pubblica va nella giusta direzione, come già è possibile fare per le stories su Instagram e Snapchat.

Ma non è finita qui, a quanto pare, notizia dell’ultimo minuto riportata da Techcrunch, Facebook starebbe testando anche l’introduzione delle stories da desktop. A quanto pare si tratta ancora di un esperimento, ma a breve la nuova funzione potrebbe riguardare anche gli utenti italiani! Staremo a vedere.

Facebook sta lavorando al Telefono social del Terzo Millennio

No, non siamo in una puntata di Black Mirror, e il futuro è più vicino di quanto pensiamo. Cosa stiamo dicendo? Che presto potremmo essere in possesso di un dispositivo per video chat, che consentirà di comunicare sentendosi nella stessa stanza, anche se a distanza. Una sorta di vero e proprio telefono. La news in ambito hardware è riportata dall’agenzia americana Bloomberg e non stupisce lo slancio made in Facebook che mira sempre più a raggiungere se non superare la tecnologia di Google Home. Staremo a vedere.

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Facebook aggiorna le metriche che derivano dai video ricondivisi

Le novità di Facebook non finiscono più e prima delle tanto agognate vacanze estive Mark ci lascia con tanti spunti su cui riflettere. Questa volta bersaglio di aggiornamenti e perfezionamenti sono i video e nello specifico le condivisioni dei video. Cosa vogliamo dire? Che molto spesso ci fermiamo a pensare se sia meglio ricondividere quel video che ci è piaciuto proprio tanto o pubblicarlo ex novo sulla nostra pagina.

Bene a questo proposito Facebook ha deciso di intervenire potenziando l’azione del condividi mettendo a punto nuove metriche che facilitirebbero la condivisione a vantaggio d entrambe le parti. A questo proposito, ecco cosa ne pensa il nostro Luca La Mesa:

Facebook si è impegnato a rilasciare in maniera continuativa nuove metriche sia per permettere ai gestori di pagine di comprendere ancora meglio alcuni fenomeni sia per ridurre e minimizzare alcuni errori di misurazione commessi in passato. All’interno del Social Media Live Program approfondiamo le diverse metriche e ci confrontiamo per comprendere come utilizzarle al meglio.

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Non pochi vantaggi per i gestori di pagine brand che avrebbero così molte più informazioni sulle visualizzazioni dei propri video. Dalla durata alla localizzazione e tanto altro ancora. Anche in questo caso staremo a vedere.

week in social

Facebook Messenger facilità lo shopping

No, di parlare di Facebook non ci stanchiamo proprio, ma promettiamo che per questa Week in Social è davvero tutto. Mentre la società blu di Mark Zuckerberg, ormai quinto uomo più ricco al mondo, chiude il secondo trimestre con un utile in aumento del 71% a a 3,9 miliardi di dollari entrando nell’olimpo con Apple, Google e Amazon si trova anche il tempo di facilitare l’esperienza di shopping degli utenti.

Come? Potenziando le funzionalità di Facebook Messenger. Attraverso un pulsante “Compra” direttamente su chatbot sarà possibile fare acquisti senza uscire da Messenger. Per ora la funzione beta del servizio è attiva solo negli Stati Uniti ma presto potrebbe arrivare anche da noi.

Le stories social di instagram festeggiano un anno

Week in social

Mentre Facebook sperimenta e aggiorna, Instagram, il social delle immagini per eccellenza festeggia proprio in questi giorni un anno di Stories, la funzionalità ispirata a Snapchat che consente agli utenti iscritti alla piattaforma di condividere foto e video che si auto-distruggono dopo 24 ore. Un anno incredibile visto che, come anticipavamo prima in un solo anno dall’introduzione delle Instagram Stories sono stati superati i 250 milioni di utenti attivi. Una scommessa vinta in partenza e che annuncia sempre nuovi traguardi. A confermarlo è anche Luca La Mesa che ha un interessante espediente personale da raccontarci:

Il lancio delle Stories di Facebook aveva coinciso l’anno scorso con un momento molto particolare. Ero appena atterrato a Rio de Janeiro per lavorare con il CONI alla gestione Social delle Olimpiadi e, appena acceso il telefono dopo il lungo viaggio in aereo, lessi la notizia dal profilo di Mark Zuckerberg. A distanza di un anno le stories hanno superato Snapchat e sono diventate uno strumento sempre più utilizzato. Mi vengono in mente due importanti riflessioni: 1) Il nostro lavoro necessita un’ottima capacità di problem solving andando ad integrare in corsa una strategia importante come quella delle Olimpiadi senza poter allargare il team (eravamo già a Rio) e senza poter chiedere un piccolo extra budget essendo già tutto approvato da tempo. Solo lo studio rapido delle novità e la loro implementazione permette di alzare la qualità del lavoro. 2) Non importante quale idea si sviluppa, il mercato lo prende il primo che educa centinaia di milioni di utenti ad utilizzare la nuova idea su grande scala. Snapchat ha aperto la strada ma Instagram ha dimostrato la sua capacità di imitazione e di sorpasso. Proprio per questo motivo Snapchat ha appena comprato una società specializzata nel rendere meno facilmente copiabili alcune sue prossime novità.

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Fare progetti: la progettazione accessibile a tutti

Siamo tutti designer? A sentire Carlo Branzaglia in Fare progetti, pare proprio di sì.

D’altronde, cosa vuol dire design se non progettazione.
E tutti noi, volenti o nolenti, ogni giorno siamo chiamati a progettare: dalle nostre necessità quotidiane alla pianificazione delle nostre attività lavorative, domestiche o familiari.

Sia che si debba organizzare una gita nel weekend o riammodernare i processi produttivi dell’azienda della quale facciamo parte, tutta la nostra vita è una continua progettazione. O co-progettazione.

Non è forse un esempio di co-design, anche modificare, a maggior gradimento del nostro palato, la ricetta culinaria dello chef stellato riferitaci dalla vicina o scovata navigando in Rete?

Ed è proprio da tali assiomi, che Carlo Branzaglia prende le mosse per il suo originale Manuale di metodologia progettuale Fare progetti. Una ipotesi di metodologia per tutti, edito da Fausto Lupetti Editore.

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La prova dell’originalità di Fare progetti, che non vuole affatto sostituire contributi precedenti a tale materia, è racchiusa già nelle sue finalità: «sviluppare una propensione per il design, inteso come attività professionale»; destinare, a un pubblico eterogeneo, strumenti semplici per permettere a tutti di progettare o, più precisamente, di poter delineare un progetto prima di renderlo esecutivo; offrire non un semplice manuale, ma un vero e proprio strumento laboratoriale.

Il prof. Carlo Branzaglia.

Il prof. Carlo Branzaglia.

Diffondere la cultura del progetto.

In un didascalico quanto appassionante capitolo, intitolato Overture, Branzaglia fornisce al lettore il background teorico e critico necessario per addentrarsi nel design, «scendendo dalla cornice culturale di riferimento alla costruzione del testo vera e propria» (p. 28).

L’autore – attraverso spiegazioni semplici, chiare, accessibili a tutti, e il largo uso dell’iterazione – in queste pagine, torna più volte a spiegare al lettore, estendendone man mano gli orizzonti, il medesimo concetto così da imprimerlo in modo indelebile anche nella mente del più profano ai lavori.

In tale guisa, l’autore concilia l’andamento didattico del volume che da verticale si fa rizomatico, permettendogli di collegare ognuna delle specificità proprie del design con argomenti, pratiche e applicazioni solo apparentemente fuori contesto; questo sostrato teorico anticipa così le linee guida di base su cui il lettore potrà innestare, in autonomia, la propria successiva attività progettuale specifica.

A completezza sia della parte teorica sia dei capitoli propriamente manualistici, seguono all’overture un’utile sinossi e un prezioso glossario che connotano il libro di una inflessione ipertestuale; nelle pagine dedicate agli strumenti e nei box delle case history, infatti, sono disseminati i tag che esplicitano chiaramente – e ancor più rapidamente nella sinossi – i riferimenti presenti nel volume.

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Il glossario, il quale già da solo rappresenta un utile compendio da leggere indipendentemente, assurge così a «pragmatico vademecum aggiornato sulle problematiche correnti di design e suoi derivati» (p. 28); la bibliografia e la sitografia che chiudono il volume arricchiscono ulteriormente le finalità teoriche del libro e permettono al lettore di approfondire ulteriormente ogni nozione.

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Toolkit accessibile a tutti.

Come, d’altronde, spiega lo stesso Branzaglia: «Se vogliamo che la gente impari a dialogare con la cultura del progetto, dobbiamo fornire alla gente strumenti per condividerla senza complicazioni, quindi per apprezzarne i vantaggi. A cominciare dai nostri clienti e dai nostri utenti»(p. 23).

E, infatti, il libro Fare progetti fornisce una serie di strumenti alla portata di tutti, facili da comprendere e facilmente attuabili.

Sono strumenti noti e provenienti da diversi ambiti – dal coaching alle scienze cognitive – ma, per la prima volta, raccolti e innestati da Branzaglia nel medesimo percorso: brainstorming, post it wall, keyword, tagcloud, mind map, infografica, moodboard, guideline.

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Ogni singolo tool è fornito di:

  • descrizione generale;
  • spiegazione in tre fasi della messa in opera;
  • doppia pagina fotografica, e case history;
  • box con riepilogo dei tre punti chiave (“A cosa serve”, “Come funziona”, “Cosa serve”).

In tal modo, il lettore ha sempre ben chiaro le motivazioni che devono spingerlo a scegliere quel determinato strumento, e le azioni da eseguire per il conseguimento – passo dopo passo – dei risultati operativi.

Il volume, costruito volontariamente come «concertazione di strumenti propedeutici», assurge così a vero e proprio «toolkit che permette di raggiungere obiettivi diversi, giocando sulla fortissima flessibilità d’uso dei singoli tool e sulla loro varietà» (p.22).

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Fornire uno strumento laboratoriale

Come testimoniano le case history, le proposte del manuale sono state testate in esperienze laboratoriali reali.

Il volume, appunto, ha raccolto in linee guida e in una possibile consequenzialità gli strumenti utilizzati nei laboratori realizzati dall’autore, per suggerire al lettore una modalità coerente che, step dopo step, permetta la pianificazione delle fasi di progettazione, dall’individuazione di un problema alla risoluzione.

In virtù dei workshop dai quali ha preso spunto, il percorso proposto da Branzaglia non è rivolto unicamente a designer; il toolkit proposto permette di animare i meccanismi di condivisione, collaborazione e ottimizzazione delle competenze e, quindi, di guidare gruppi eterogenei con know-how molto differenti nella risoluzione di problemi complessi.

Proprio perché «sfrutta la capacità del design di fluidificare le competenze ottimizzando le differenze», il libro Fare progetti è una valida guida per progettare qualunque esperienza di learning by doing: gruppi di lavoro, workshop, seminari, project management, formazione aziendale, azioni di cittadinanza partecipata e ideazione condivisa.

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Una ipotesi di metodologia per tutti

Fare progetti di Carlo Branzaglia, edito dalla Fausto Lupetti, sebbene sia immancabile nella libreria di studenti e professionisti del design si rivolge anche a un pubblico non specialista.

Ottenere risultati innovativi, seguendo il set di strumenti forniti dall’autore, permetterà a tutti di «condividere, delineare e perimetrare» gli spazi di qualsiasi progetto, in modo da renderne facilmente eseguibile la messa in opera.

Instagram supera Snapchat anche per il tempo di utilizzo

Instagram con le sue Stories solo un clone di Snapchat? Purtroppo per l’app con il fantasmino, non è esattamente così.

In fatto di comunicazione visuale, infatti, ad un anno dal lancio, le Storie su Instagram hanno portato ad un aumento sensibile dell’utilizzo medio dell’applicazione: una media di 32 minuti al giorno per gli utenti under 25 e 24 minuti per quelli over.

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Instagram vs. Snapchat, i dati dello scontro a colpi di messaggi effimeri

Se l’obiettivo di Facebook, con le Stories di Instagram, era quello di smontare la caratteristica vincente del neonato concorrente Snapchat, sembra che ci stia in gran parte riuscendo.

Il tasso mensile di crescita degli utenti attivi su Snapchat, infatti, è sceso dal 17,2% a trimestre, ad appena il 5%, mentre anche le azioni di Snap continua a scendere: dal prezzo dell’IPO di 17 dollari per azione all’attuale prezzo minimo di 12,67 dollari.

Instagram Stories, invece, attualmente registra circa 250 milioni di utenti giornalieri, contro i 166 milioni di Snapchat, e anche nell’utilizzo batte i 30 minuti degli utenti under 25 e i 20 minuti per gli utenti con più di 25 anni.

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È abbastanza facile capire perché gli utenti amano tanto Instagram: semplicità di utilizzo, funzioni molto simili a quelle di Snapchat grazie a filtri e post effimeri, ma anche tante integrazioni in più, ad esempio con le notifiche su Facebook.

Infine Instagram Direct, con la possibilità di inviare messaggi effimeri personalizzati agli amici, crescendo fino a 375 milioni di utenti mensili in brevissimo tempo.

E anche per gli inserzionisti i messaggi diretti possono significare un canale di comunicazione privilegiato con i propri clienti.

Secondo la stessa azienda,

“le storie hanno reso Instagram un posto dove le persone condividono tutti i loro momenti più importanti tra di loro”.

Ma le Storie hanno avuto il merito anche di aprire questo tipo di comunicazione ad altri canali. Lo Status di Whatsapp, ad esempio, è cresciuto in termini di utilizzo a circa 250 milioni di utenti giornalieri.

Se il pubblico sembra amare i contenuti effimeri, però, stenta ancora a decollare Messenger Day, forse percepito come più invadente dalle persone.

Il superamento di Snapchat da parte di Instagram, comunque, segna ora un serio problema anche a livello finanziario per Snap, che potrebbe andare incontro ad un vero e proprio crollo a Wall Street.

Fcebook e Instagram, invece, non sembrano voler cedere il passo e continuano nella loro ascesa senza sosta.

Linear porta i tifosi negli allenamenti in solitaria degli atleti

“The Supporting Track” è decisamente più di una semplice campagna. E non solo perché scoprire questa traccia audio significa scoprire una nuova carica per le proprie sfide.

Il nuovo progetto realizzato da BBDO Milano e Linear Insurance, è la prima soundtrack motivazionale in crowdfunding che ha permesso di portare i tifosi negli allenamenti in solitaria degli atleti, partito per accompagnare David Colgan, uno dei pochissimi finalisti italiani, nel suo viaggio verso IronMan 2017 alle Hawaii.

Linear ha chiesto ai tifosi di inviare le proprie note vocali di incoraggiamento e una volta raccolte queste sono state campionate, editate e mixate dai Goose, famoso gruppo di musica rock-elettronica, entrando subito a far parte delle sei track della playlist che David, insieme a centinaia di altri atleti, sta usando da mesi per allenarsi.

Il risultato? Scopriamo insieme nel video riassuntivo della campagna.

Credits
Client: Linear Insurance
Agency: DLV BBDO Milan
Executive creative directors: Stefania Siani, Federico Pepe
Client Creative Directors: Pas Frezza, Luca Iannucci
Creative team: Giovanni Coviello, Giulia Ricciardi
Graphic designer: Alice Fattore
Client Service Director: Emanuela Munafò
Account Manager: Francesca De Vincenzi
Head of Broadcasting: Alessandro Pancotti
Producer: Edoardo Taschini
Director: Kimeral
Music publishing: Edizioni Curci
Music and mix: Goose
Videomaker: Nicola Cavalazzi
Editing: That’s Motion
Commercial mix: The Log

Una soundtrack motivazionale collettiva: gli obiettivi della campagna di Linear

Partiamo subito dai risultati quantitativi ottenuti: oltre cento messaggi vocali nelle prime 24 ore; un brano musicale ottenuto editando e mixando i messaggi; il miglioramento effettivo delle performance di David durante gli allenamenti; il brano scaricato e riprodotto più di 450mila volte nei primi tre mesi di presenza su Facebook e Spotify.

Dal punto di vista del brand, invece? Quali obiettivi voleva raggiungere una campagna che a prima vista potrebbe sembrare forse un po’ lontana dal settore Insurance?

Certamente una crescita dell’awareness del brand Linear, grazie alla diffusione del brano, ma anche una grande attenzione mediatica verso questo nuovo strumento di miglioramento delle performance atletiche.

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I canali e gli strumenti utilizzati per “The Supporting Track”

Passando all’analisi degli strumenti e dei canali utilizzati, non possiamo evitare di notare l’uso mirato e attento di canali come Facebook Messenger per consentire ai tifosi di inviare i propri messaggi, e la scelta di Facebook e Spotify (combinati per mantenere una linea di continuità con il canale su cui era partito il progetto), per la diffusione del risultato finale della traccia.

Infine, una sapiente distribuzione di video su Vimeo per documentare l’interessante processo creativo collettivo, che, ne siamo certi, resterà una bellissima case history da tenere presente per tutti i Marketer e i creativi.

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