Piccolo esperimento del team Ninja: in una diretta a sorpresa su Facebook il direttore Aldo Pecora ha fatto il punto su quanto successo nella duegiorni del World Business Forum a Milano con Mirko Pallera, Nunzia Falco Simeone e Federica Bulega.
Da Nicholas Negroponte a Jonah Berger, Chris McChesney, Michael Porter, Randy Zuckerberg e Samantha Cristoforetti, in questo Live abbiamo discusso con la nostra community su cosa ci portiamo a casa dall’edizione 2017 del World Business Forum.
Si parla di lavoro, intelligenza artificiale, big data, marketing, business, creatività, influencer, economia, spazio, social, leadership ed execution.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/wobi-milano-aldo-pecora.jpg4561600Redazionehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngRedazione2017-11-09 10:11:572017-11-09 13:23:48Lezioni, dubbi e scenari: tutto quello che ci portiamo a casa dal WOBI 2017
Ancora live dal World Business Forum, il CEO di Ninja Marketing Mirko Pallera ha intervistato in esclusiva Jonah Berger, autore di Contagioso, il libro nel quale spiega perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono.
Qual è la formula per creare contenuti contagiosi?
Secondo Jonah Berger ancora oggi il word-of-mouth, il passaparola è importantissimo, la gente si informa e si lascia influenzare dagli altri. Senza che ce ne rendiamo conto, come spiega anche nel suo nuovo libro Invisible Influence e come ha sottolineato nel suo intervento pomeridiano dal main stage del WOBI, il comportamento di altre persone ha un’influenza enorme su tutto ciò che facciamo e nelle decisioni che prendiamo, da ciò che acquistiamo, alle carriere scelte, a ciò che mangiamo.
Le aziende spendono troppi soldi nell’influencer marketing
«Questo ha a che fare in senso stretto con l’influenza, non esattamente con l’influencer marketing». Abbiamo la convinzione che per creare influenza dobbiamo trovare persone che abbiano un grande seguito, perché sono queste persone ad avere un effetto sui comportamenti degli altri. Ma in realtà questo ragionamento è sbagliato: anche se le aziende spendono molti soldi nell’influencer marketing, investono sugli influencer online, non sempre questo ha una ricaduta sull’influenza che hanno sulla vita delle persone.
Secondo quanto spiegato dal sociologo Duncan Watts, è possibile trovare una interessante analogia tra un’epidemia sociale e gli incendi boschivi: «Alcuni incendi sono più estesi di altri, ma nessuno sosterrebbe mai che le loro dimensioni dipendano dalle eccezionali caratteristiche della scintilla che li ha innescati. I grandi incendi non sono innescati da grandi scintille; perché si diffondano, molti singoli alberi devono prendere fuoco e contribuire alla propagazione delle fiamme».
Cos’è l’influenza invisibile
La gente, sostiene Berger, è spesso più influenzata dalle persone che la circondano, dagli amici, dalla famiglia, a cui crede più facilmente rispetto a ciò che vede online. E in questo senso parla di influenza invisibile.
Per diffondere il contagio sociale rispetto al proprio brand e prodotto non basta affidarsi all’influencer marketing come unico ed esclusivo strumento, ma è necessario focalizzarsi in prima battuta sul contenuto e su quello che Mirko Pallera nel suo libro Create! definisce “Viral-DNA”, ovvero la capacità di quel contenuto di cavalcare una tensione psico-sociale e di scatenare emozioni: sono queste in definitiva che guidano la condivisione dei contenuti e quindi la loro diffusione.
Dopo aver analizzato più di settemila articoli sul New York Times, in un progetto pilota, Jonah Berger racconta di aver potuto comprendere meglio quali contenuti venivano condivisi di più e soprattutto perché. Alla base c’era appunto l’emozione.
Il segreto di un contenuto virale sono le emozioni
Non si tratta semplicemente di suscitare emozioni positive o negative nelle persone, ma di riuscire a toccare quelle emozioni, quelle passioni, in grado di innescare qualcosa nella gente. Come in una sorta di catarsi, – come spiega ancora Mirko – sono proprio queste emozioni a generare una reazione, a smuovere qualcosa, portando le persone a voler “risolvere” in qualche modo quella emozione e quindi a condividere.
La rabbia, così come la meraviglia o la paura ci spingono all’azione e quindi alla condivisione. «Proprio come quando senti qualcuno gridare per strada e questo ti spinge a correre, così anche i contenuti hanno lo stesso effetto sulle nostre emozioni e sulle nostre reazioni, portandoci a condividere».
Attenzione però, dice Berger: sono le emozioni che generano eccitazione ad essere virali. La tristezza e l’appagamento, ad esempio sono emozioni che non spingono alla condivisione, mentre rabbia, ansia e meraviglia sì.
Consigli ai brand: come alimentare la condivisione
Per quanto riguarda i brand, ha spiegato ancora Berger, è importante non solo creare uno stimolo alla condivisione, ma anche costruire un contesto intorno al brand, per cui questo stimolo possa essere sempre visibile. Anche il contesto infatti ci permette di pensare a ciò stiamo condividendo: il brand deve essere in qualche modo «attivato nella testa delle persone da qualcosa che c’è intorno e che ricordi di compiere quella azione».
Allo stesso modo, anche le storie che creiamo intorno al brand devono essere come un cavallo di Troia e contenere al proprio interno il messaggio che il brand vuole diffondere e veicolare, avere un legame con il brand, e i marketer devono tenere conto di questo: il rischio è quello di creare un contenuto, una storia vuota e slegata dal brand, che non comunichi nulla alle persone.
Una nuova frontiera: il passaparola negativo
Jonah ci ha spiegato, infine, che anche il passaparola negativo è utile per i brand, infatti può essere un’opportunità per le aziende, innanzitutto per poter risolvere un problema del brand e poi per costruire, sulla base di questo fixing del problema del prodotto, nuove relazioni con i clienti.
Come creare contenuti e prodotti contagiosi, quindi? Probabilmente l’influencer marketing non è la risposta giusta, o almeno non lo è nel modo in cui siamo finora stati abituati a pensare al potere dell’influenza sulle persone.
Senza il contenuto giusto e il giusto legame fra contenuto e brand, nessuna campagna di influencer marketing, nemmeno la più costosa, potrà portare dei risultati reali e duraturi.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/berger-pallera.jpg6751200Daria D'Acquistohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDaria D'Acquisto2017-11-09 08:30:072017-11-09 15:57:32Jonah Berger a Ninja: «L'influencer marketing è sopravvalutato»
Il Global Creative Director di Facebook, Andrew Keller, è intervenuto pochi giorni fa a proposito di quelli che saranno i formati più impattanti e su cui varrà la pena puntare nei prossimi mesi.
I modelli di campagne adv che fino ad oggi sono stati considerati come best practice, dice Keller, già da domani potrebbero non funzionare più come hanno fatto fino ad oggi: i marketer dovrebbero avere la necessità di vivere in una condizione di aggiornamento costante riguardo ai nuovi formati e alle modalità di azione nelle diverse strategie e dovrebbero studiare come diversi contenuti possano essere fruiti dai propri target in maniera innovativa cercando di evitare di affidarsi continuamente a storici di campagne e best practice che ormai di “best” possiedono ben poco.
Cosa porterà il 2018
Il 2017 è stato l’anno della diffusione dei ChatBot in Messenger e del Carousel Photo su Instagram, il 2018 sarà invece l’anno d’oro delle Instagram Stories che, da ciò che riporta Keller, saranno sempre più utilizzate dai brand grazie alle peculiarità che consentono uno storytelling più in linea con le modalità e i tempi di fruizione degli utenti rispetto ad altre piattaforme ugualmente mainstream. Instagram sarà la piattaforma che sempre di più si proporrà all’interno dello scenario adv come un ottimo spazio nel quale proporre le proprie composizioni visive da 15 secondi (al massimo) e poi lasciare che gli utenti eseguano lo swipe per andare sempre più in profondità nel messaggio proposto.
Il Global Creative Director suggerisce, inoltre, quale dovrebbe essere il peso delle tipologie di attività per gli advertiser: ci si dovrà focalizzare sul mobile, riuscendo a concentrare il 70% dell’effort sugli utenti in movimento, il 20% dovrà essere previsto per i contenuti di forma più interattiva e il restante 10% spetterà ai contenuti immersive, ovvero, quelle attività che dovranno far sentire l’utente parte della storia attraverso l’utilizzo di formati specifici (il formato Canvas per fare un esempio).
Il futuro è già dei contenuti video della durata di 6 secondi e la domanda sorge spontanea: ma il video di una durata così bassa è veramente ciò che vogliono pubblico e inserzionisti? La risposta ottenuta da agenzie di tutto il mondo fa emergere che effettivamente il formato video da 6 secondi può essere più impattante di un video di 45 secondi, a condizione di ideare il video sin dall’inizio per essere di tale durata. È necessario evitare video creati con la formula musicale del Cut-Up (tecnica di taglio delle liriche utilizzata dagli autori musicali), ovvero, riadattare video pensati per la televisione a 6 secondi può essere controproducente e talvolta meno ingaggiante.
Il video di 6 secondi rappresenta qualcosa di nuovo, dice Keller, e si può considerare una nuova forma di arte visiva, una nuova frontiera nella quale il contenuto ha un linguaggio e dei tempi propri. Sarà quindi la versione shorted video la prossima sfida per i creativi: siamo in un periodo storico nel quale è il consumatore a controllare il medium e sempre di più controlla il proprio modo di “consumare” da/il mobile: la creatività deve riuscire ad attrarre le persone perché l’attenzione non si può comprare, solo l’emotività può attrarre l’attenzione.
Gli annunci pubblicitari dovranno quindi sfruttare in toto le potenzialità del mobile e dovranno essere pensati direttamente per mobile. Facebook sta infatti lavorando con l’obiettivo di creare una sorta di mobile studio, che sarebbe sostanzialmente un aggregatore di app che permette l’applicazione al video di effetti ed eventuali modifiche direttamente dal device. Si parla di prototyping: il fine ultimo è di creare prototipi invece che storyboard, invece di parlare di cosa significa un’idea, bisogna crearla e basta.
Gli strumenti di prototyping diventeranno sempre più indispensabili (soprattutto per le agenzie medio-piccole che non sempre possono permettersi costi elevati) e le Stories di Instagram potranno quindi essere utilizzate direttamente come desk, sul quale si potranno salvare video per creare composizioni personalizzate aggiungendo testo e adesivi, insomma, mettendoci la propria arte.
L’industria digital al momento ha sempre più bisogno di “manodopera” e i pensatori creativi sono coloro che apporteranno i veri benefici all’industria e alle proprie agenzie. Ancora una volta la creatività salverà i nostri tempi (e il fatturato di Facebook).
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/NGC0H6Q7D2.jpg641960Alessandro Brancatihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlessandro Brancati2017-11-08 19:00:332017-11-09 09:04:26Prototyping: così Facebook metterà la creatività al centro dell'advertising 2018
Starbucks non vuole essere solo una caffetteria ma, sostanzialmente, uno stile di vita. L’ultima novità è una linea di agende realizzate in collaborazione con Pantone. Cinque varietà per inaugurare il nuovo anno e rendere piacevole la permanenza nei vari store. I dettagli sono stati svelati sui canali social di Starbucks South Korea.
Un’agenda settimanale (in Corea)
Taccuini, divisi su base settimanale, dai colori pastello e dal design minimal da aggiungere assolutamente alla wishlist di natale. Una gamma di planner per il 2018 limited edition approderà entro la fine dell’anno nei principali coffee store coreani. Lo slogan dell’operazione è “Color your life in Starbucks!”. La collaborazione nata tra Pantone e Sturbucks è limitata al territorio sud coreano.
Le nuove tonalità ispirate ai color trend reports di Pantone sono cinque: Blooming Petal, Mystic Cloud, Sunset Blush, Midnight Sky e Mellow Shine.
Focus sui color trend
Ogni anno, Pantone propone pubblicazioni sulle tendenze e sulle previsioni fornendo tantissimi approfondimenti per la realizzazione di prodotti che abbiano il colore giusto nel momento giusto. Lo studio offre un’ampia gamma di opinioni e pubblicazioni previsionali che intendono soddisfare tutte le esigenze delle aziende in termini di colore.
La partnership con casa Pantone conferma la strategia di Stabucks legata ai trend del momento. Un piano marketing capace di intercettare tendenze e di lanciarne sempre di nuove. Lo abbiamo visto anche nell’ultima primavera quando la società ha rilasciato una linea di tazze per celebrare l’inizio della nuova stagione.
La collezione a tiratura limitata oltre a inaugurare il nuovo anno ha l’obiettivo di intrattenere i clienti e permettere loro di organizzarsi mentre sorseggiano le bevande.
I consumatori avranno la possibilità di scegliere, in base alle loro esigenze, la dimensione e lo stile che preferiscono. Ogni agenda sarà accompagnata dalla shopper dello stesso colore insieme a tre buoni sconto Starbucks. Il set intende inaugurare il nuovo anno con l’auspicio che possa essere più organizzato e ancora più produttivo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/color-your-life-in-starbucks-le-agende-pantone-2018-cover.jpg7171079Giuseppe Tempestinihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngGiuseppe Tempestini2017-11-08 12:00:152017-11-09 15:45:56Starbucks e Pantone creano una linea di agende (colorate, of course)
Facebook uno, fake news zero. Questo è il risultato (per ora) dopo le ultime dichiarazioni di Mark Zuckerberg relative alla lotta alle fake news. Il CEO di Facebook sembra essere molto determinato a portare avanti questa battaglia, nonostante vi sia una chiara previsione che ciò comporterà un aumento dei costi ed una conseguente riduzione dei profitti.
Tuttavia, le misure per contrastare la diffusione di notizie false si intensificheranno, la priorità è tutelare una comunità fatta di oltre 2 miliardi di utenti fornendo loro contenuti rilevanti, di qualità, ma soprattutto attendibili.
Quanto costa la lotta alle fake news?
“Proteggere la nostra comunità è più importante che massimizzare i profitti”
Zuckerberg è stato molto chiaro: a fronte di un aumento degli investimenti in operazioni volte a contrastare fake news e contenuti dannosi, nel 2018 si verificherà una crescita dei costi che si potrà assestare tra il 45 e il 60%.
E se, stando sempre alle previsioni per il prossimo anno, ci si aspetta un aumento del fatturato del 30%, è facile comprendere che, con buona pace degli investitori, a diminuire saranno i profitti.
Facebook osservato speciale
È bene sottolineare che queste dinamiche stanno avvenendo in un momento storico molto delicato nel quale Facebook in primis, ma anche altre realtà come Google e Twitter, sono considerate coinvolte nello scandalo della manipolazione delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016.
L’accusa è di aver permesso all’interno delle loro piattaforme, la diffusione massiva di fake news da parte della propaganda russa intenzionata a provocare diffidenza e influenzare il voto. In quest’ottica, la lotta alle fake news rappresenta anche un atto di responsabilità nei confronti di una società.
Il percorso intrapreso da Facebook e dal suo fondatore ci pongono davanti ad una serie di riflessioni che possono avere delle implicazioni anche nella sfera della comunicazione e dell’advertising.
Un primo quesito da porsi è il seguente: cosa rappresenta Facebook oggi? Facebook oggi non può essere definito solamente come un social network né tantomeno come un mezzo di comunicazione. Facebook è un ecosistema perfettamente integrato nella società, fa parte delle nostre vite che conduciamo anche al suo interno. Il ruolo che riveste nelle culture di tutto il mondo è molto importante e lo sarà ancora di più per le nuove generazioni.
Un secondo tema è quello del futuro della comunicazione; per comunicare in un “ecosistema Facebook” sarà necessario dotarsi di sensibilità ed empatia, ponendo al primo posto gli individui ed i network di cui essi fanno parte. In uno scenario in cui l’intelligenza artificiale viene chiamata in causa con forza (gran parte della lotta alle fake news verrà condotta mediante AI), l’aspetto umano non può di certo essere trascurato.
Per i brand quindi, le parole come trasparenza, veridicità, coerenza ed impegno dovranno essere le colonne portanti delle loro politiche di comunicazione, perché ci si troverà davanti a un social network e a utenti molto esigenti nei confronti del marketing.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/zuckerberg-ahia.jpg5951190Luca Marinellihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngLuca Marinelli2017-11-08 11:00:022017-11-09 00:03:53Per fare guerra alle bufale Facebook è disposta anche a rimetterci
“Dall’exit milionaria al Parlamento, storia di Andrea Dusi”. Sarebbe un ottimo titolo di riserva per questo pezzo. Poco più che quarantenne, Dusi è l’imprenditore veronese che nella primavera 2016 ha venduto – dopo 10 anni – l’azienda da lui stesso fondata, WhishDays (quelli dei cofanetti Emozione3, per intenderci), cedendola al suo principale competitor, SmartBox, per una cifra che si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro.
Nasce “Italia 10 volte meglio”
La sua prossima startup non la farà sul mercato ma in politica: per i prossimi 10 anni, infatti, contro ogni previsione (o comunque è stato bravo a dissimulare) il founder vuole dedicarsi alla cosa pubblica. O almeno ci proverà.
Ha radunato intorno a sé altri imprenditori, tutti trentenni e quarantenni, per fondare un nuovo movimento politico e partecipare da subito alle prossime elezioni politiche. La nuova aggregazione si chiamerà “Un’Italia 10 volte meglio”, e sarà presentata oggi a Milano.
Non sappiamo effettivamente quanti siano gli (ex) startupper ed innovatori (scienziati, manager, giornalisti) che hanno deciso di “scendere in campo”, o “salire in politica”: dicono qualche centinaio, qualcuno dall’interno addirittura fa sapere «siamo più di 400». Si vedrà.
E qualche faccia nota tra gli addetti ai lavori probabilmente oggi si farà vedere all’evento di presentazione. Non mancheremo di aggiornarvi.
Squadra che vince non si cambia, si dice. Vicepresidente del movimento è la ex socia che con Dusi ha fondato WhishDays, Cristina Pozzi. Un secondo vicepresidente è il trentaquattrenne Stefano Benedikter, che partito dalle banche ha scelto poi di dedicarsi al Venture capital, investendo in startup in Africa.
Dalla Silicon Valley alla politica
Dare un’occhiata al manifesto programmatico di Dusi & soci, inutile nasconderlo, genera sentimenti ambivalenti: curiosità, da un lato, perché è la prima volta che alcuni temi che sino ad oggi nel nostro Paese sembravano riservati solo a nerd et similia (coding, internet of things, fintech, cybersecurity) e che, invece di essere parte residuale, diventano essi stessi il centro essenziale di un progetto politico, o meglio, il core business.
Dall’altro il dubbio, anche lecito, che questa operazione possa trasformarsi nella pezza peggio del buco che dovrebbe sanare, ovvero lo sgonfiamento innegabile dell’ecosistema startup e dell’innovazione in Italia.
Ma tra i supporters di “10 volte meglio” – a quanto ci è dato sapere – dovrebbero esserci anche molti cervelli in fuga che in questi anni sono andati a rimpolpare le casse della Silicon Valley e altri ecosistemi, quindi gente abituata a parlare poco e fatturare, poiché svezzatasi tra gli squali di un mercato lontano anni luce da quello italiano. E resta da capire, soprattutto, se nel frattempo saranno divenuti squali anche loro.
900 mila voti per diventare “l’ago della bilancia”
Sono convinti di superare la soglia di sbarramento del 3%: «Con il Rosatellum bis si può fare, visto il tasso di astensionismo stiamo parlando di poco più di 900 mila voti», confidano.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/andrea-dusi.jpg550803Aldo V. Pecorahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAldo V. Pecora2017-11-08 08:16:412017-11-09 08:23:12Nasce un partito delle startup: «vogliamo un Ministro del Futuro in Italia»
Una collaborazione tra i più grandi produttori di auto europei, impensabile fino a un decennio fa e oggi divenuta invece necessaria per l’apertura di un nuovo mercato di massa.
Il team up tra BMW, Ford, Volkswagen (che nel suo gruppo include anche Audi e Porsche) e Daimler ha lo scopo di rendere più facile per i cittadini di tutta Europa gestire anche le lunghe tratte di viaggio a bordo di auto elettriche, offrendo una infrastruttura necessaria per rendere i veicoli elettrici una alternativa valida per tutti i consumatori.
Nasce Ionity, la risposta europea ai Supercharger Tesla
Il brand Ionity, creato per avviare l’impresa collaborativa, è una sorta di risposta tedesca ai Supercharger di Tesla: opererà con circa 20 stazioni di ricarica già entro la fine dell’anno, puntando all’installazione di almeno 50 stazioni già entro il 2018. Ogni punto di ricarica avrà una potenza di 350 Kw, utilizzando un sistema di caricamento combinato, con standard CCS, supportato dai veicoli Volkswagen, GM, BMW, Daimler, Ford FCA, Tesla e Hyundai.
Gli standard di ricarica elettrica e la distribuzione delle stazioni
Si tratta in pratica di un sistema di caricamento rapido per veicoli elettrici che alimenta le batterie tramite un connettore elettrico speciale, in due versioni chiamate Combo Coupler e Combo2.
Lo standard è controllato dal consorzio CharIN, che ne sta sviluppando la potenza di ricarica fino, appunto, a 350 kW ed è lo standard che compete con quello CHAdeMO (abbreviazione di “CHArge de MOve”, ossia muoversi usando la ricarica) di Tesla Supercharger, in grado di ricaricare automobili elettriche a breve raggio (fino a 120 Km) in meno di mezz’ora.
I tempi di ricarica restano, infatti, ancora oggi una delle maggiori barriere nella comunicazione con il pubblico rispetto ai veicoli elettrici. Fornire una rete più capillare di distributori elettrici significa per le aziende produttrici poter offrire rassicurazioni ai propri clienti.
Credits: Paul Sladen – Wikimedia
La posizione delle stazioni di ricarica sarà stabilità insieme alle istituzioni dei vari Paesi e ad aziende private che entreranno nella gestione delle infrastrutture, secondo modalità che ancora non sono state chiarite.
Una joint venture nel settore auto che non conosce precedenti e che darà una forte accelerazione nell’adozione di veicoli elettrici da parte dei cittadini europei, puntando a soddisfare gran parte della futura domanda di energia e di ricarica per un segmento destinato a crescere, sia per la diversificazione dei modelli già in produzione, sia per una maggiore sensibilità all’ambiente da parte delle persone.
Anche «altre case automobilistiche sono invitate a contribuire attivamente all’espansione della rete High Power Charging (HPC)», fanno sapere da Ionity. L’obiettivo è quello di avere una fitta rete strategica di distributori di ricarica rapida che coprano distanze di circa 120 Km l’una dall’altra. La nuova società avrà sede a Monaco di Baviera e sarà guidata da Michael Hajesch, già esperto di mobilità elettrica per BMW.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/stazioni-di-ricarica-elettrica.jpg450675Daria D'Acquistohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDaria D'Acquisto2017-11-07 17:30:022018-03-03 01:13:01BMW, Ford e Volkswagen fanno un mega patto per non farsi fregare da Tesla
Le Instagram Stories sono uno dei formati più attuali e utilizzati. Gli utenti ne abusano, mentre le aziende le usano al fine di catturare la loro attenzione: ma davvero ci riescono?
Dalle indubbie potenzialità in termini di engagement e reach, le Instagram Stories sono uno dei formati più attraenti e performanti dell’ultimo anno: ecco qualche consiglio pratico per sfruttarle appieno, al fine di ottenere una comunicazione efficace – per i brand e non.
Il mattino ha l’oro in bocca, ma non per le Instagram Stories
I periodi della giornata in cui viene registrato un maggior tasso di completamento (superiore al 70%) sono il primo pomeriggio (12.00 – 19.00) e, in particolare, la sera fino a tardi (20.00 – 00.00). Non è difficile da intuire, in realtà, poiché si tratta degli orari in cui gli utenti riescono a concedersi dei momenti di relax e, si sa, ormai abbiamo l’inconscio bisogno di riempire ogni momento morto con un annoiato scroll dei feed dei nostri social.
Fonte: SocialMediaToday
Consiglio: durante la pausa pranzo, il ritorno a casa sui mezzi pubblici o nel momento di relax sul divano dopo cena, abbiamo il maggior bacino d’utenza su tutti i social network. Tuttavia, si tratta spesso di una fruizione “lobotomizzata”, di un automatismo non controllato. Sempre più spesso gli utenti si collegano senza la volontà di andare alla ricerca di qualcosa di specifico, per questo oggi è davvero difficile essere impattanti, trovare la giusta leva per stimolare l’attenzione dell’utente, scuoterlo dalla propria condizione di dormiveglia (molto simile allo zapping degli anni Sessanta) e convincerlo di aver trovato quel qualcosa che non stava cercando. Solo arrivati a questo punto, l’utente sarà spinto a concederci il proprio like o il proprio follow.
Il pubblico preferisce le short stories
Le Stories sono, per natura, un formato agile ed effimero, che sfrutta il fascino della diretta e risponde all’esigenza di adeguarsi ad un sempre minor tempo di attenzione da parte degli utenti. è sempre più importante colpire l’utente finale entro i primi secondi di fruizione del proprio contenuto: sembra ci sia una correlazione diretta tra il completion rate e il numero di Stories prodotte dagli utenti – di Story in Story è naturale riscontrare una diminuzione delle views. In conclusione, il completion rate risulta essere inversamente proporzionale al numero di post (che vanno a comporre le vostre Storie).
Fonte: SocialMediaToday
Consiglio: le chiacchiere stanno a zero. A meno che non siate Chiara Ferragni, sappiate che le 30 Stories che raccontano la giornata che avete passato tra le mura casalinghe fatica a diventare un contenuto attraente per i vostri follower che, con molta probabilità, vi abbandoneranno dopo i primi secondi di speech. Siate interessanti, d’impatto: in questo caso è davvero la prima impressione quello che conta, perché difficilmente il vostro pubblico vi darà un’altra possibilità. L’incontro tra brand e utenti finali assomiglia sempre più a un primo appuntamento: se risulterete “uguali a tutti gli altri” non vi sarà concesso una seconda uscita.
Influencer, meglio se verticali
Le performance degli Influencer sono state analizzate prendendo in considerazione il completion rate (o tasso di completamento), ovvero la percentuale complessiva di coloro che guardano la Storia dall’inizio alla fine. In questo caso, sono gli influencer verticali ad avere la meglio: coloro che sono “influenti” rispetto a una tematica ben precisa (fashion blogger, food blogger, travel blogger, …) hanno maggiori probabilità che i follower seguano interamente tutte le loro Storie. A differenza degli influencer orizzontali, hanno sicuramente un pubblico meno trasversale ma più fedele e appassionato. Quindi, se prendiamo come benchmark per la nostra comunicazione il completion rate, gli infuencer sono il media più efficace. Subito dopo, troviamo i settori dell’Intrattenimento e dello sport, che vantano un completion rate del 67%.
Fonte: SocialMediaToday
Consiglio: se siete un brand e volete approcciarvi al mondo delle Instagram Stories, valutate l’idea di farlo sfruttando l’influencer marketing, anche affidando a uno (o più) di loro il takeover del proprio canale Instagram. Ovviamente, è fondamentale scegliere degli influencer in linea con il settore di riferimento del brand, con un alto engagement rate (oggi è di gran lunga più importante del numero di follower) e un audience in target.
Instagram punta tutto sulle Stories
Finora le Storie sono rimaste relegate nella barra in cima alla home dell’App, intrappolate in sfere con l’immagine identificativa del proprio autore: il che significa che l’identità dell’autore ha sempre avuto un peso maggiore rispetto al contenuto e alla qualità della Storia stessa. Per ovviare a questo limite, Instagram sta lavorando all’inserimento di vere e proprie anteprime delle Stories direttamente all’interno del feed: una sorta di trailer che invita gli utenti a cliccare per visualizzare “come va a finire”. Articolo tratto da una Storia vera.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/Shopping-on-Instagram-launch.jpg6671000Alexia Altierihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlexia Altieri2017-11-07 14:00:342017-11-08 09:33:29Instagram Stories: piccolo manuale per usarle meglio
Il questo video il Ceo Mirko Pallera e il direttore di Ninja Marketing Aldo Pecora commentano “a bordo campo” (in un Live Facebook) l’apertura dei lavori di Wobi 2017, dedicato alla “Humanification”.
Una partenza col botto: il primo intervento del World Business Forum è stato infatti di Nicholas Negroponte, uno dei “papà” dell’informatica e, soprattutto, visionario che prima di altri ha capito e sperimentato le potenzialità del digitale contribuendo, al Media Lab del MIT prima e fondando Wired poi, anche e soprattutto alla nascita e crescita di quello che oggi è l’ecosistema dell’innovazione. E soprattutto a migliorare l’interazione uomo-macchina.
Durante la diretta Pallera e Pecora hanno “intercettato” casualmente anche due pesi massimi della comunicazione digitale italiana: Rudy Bandiera e Riccardo aka “Skande” Scandellari. Da quest’ultimo la rivelazione: «I social network prima o poi finiranno, lo dice anche Negroponte. Io stesso da oltre 10 giorni non posto nulla».
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/negroponte-wobi.jpg10741647Redazionehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngRedazione2017-11-07 13:26:042017-11-09 13:43:29Insider dal WOBI. Pallera e Pecora con Bandiera e Skande: «i social finiranno»
«Tu sei un prodotto del tuo ambiente, quindi scegli l’ambiente che ti permetta di svilupparti al meglio per raggiungere il tuo obiettivo. Ciò che ti circonda ti conduce verso il successo, o te ne allontana?» (W. Clement Stone)
L’importanza dell’ambiente di lavoro, inteso come spazio fisico, workplace, è diventata sempre più essenziale nell’organizzazione di aziende e compagnie: nel corso del tempo è nata una nuova consapevolezza nei confronti dell’ufficio innovativo come strumento strategico per la produttività, la collaborazione e la crescita.
Naturalmente per ogni azienda ci sono caratteristiche diverse da tenere in considerazione, ma l’ufficio giusto può davvero fare la differenza per i lavoratori, ponendoli in un contesto più motivante per affrontare grandi sfide e nuovi progetti.
Credits: AQuest
Secondo un recente report di Sodexo, tra i dieci trend dei luoghi di lavoro per il 2017, bisogna tenere in considerazione tre fattori importanti:
l’aumento della collaborazione all’interno di spazi di co-working che oggi agiscono a un nuovo livello, non essendo più un semplice luogo di condivisione dello spazio fisico e delle risorse, ma anche uno strumento di interazione tra i lavoratori che incoraggi nuovi approcci alla risoluzione di problemi complessi posti ogni giorno dai diversi progetti aziendali.
La gestione dello spazio fisico e l’uso della tecnologia nei luoghi di lavoro permettono ai lavoratori di sperimentare il loro ambiente in modo nuovo: ottimizzare gli spazi interni può permettere di supportare il lavoro anche al di fuori delle mura degli uffici. Cloud e smart working sono solo alcuni degli esempi dai quali partire.
La prevenzione dei problemi di salute attraverso postazioni ergonomiche, visite mediche e un nuovo approccio al benessere fisico e psicologico dei dipendenti può avere ripercussioni positive sulla comunità nella quale l’azienda opera. Anche il luogo di lavoro può trasformarsi in un posto per prendersi cura delle persone.
Partendo da queste premesse, abbiamo selezionato tre luoghi di lavoro esemplari da cui trarre spunto, non solo in ottica tecnologica, ma per una complessiva revisione della cultura aziendale.
L’esempio più noto, il modello Google
Credits: Glassdoor
Parlando di uffici innovativi Google rappresenta probabilmente l’esempio per antonomasia (non hai pensato anche tu a scivoli e cuscinoni colorati non appena hai iniziato a leggere questo articolo?).
Qui gli spazi sono ideati per stimolare creatività e pensiero laterale, per trovare soluzioni nuove a problemi non ancora affrontati.
Si tratta della prima azienda che ha promosso la propria struttura da luogo di lavoro a luogo di vita per i dipendenti: sono famosi i tavoli da biliardo e bowling, la possibilità di mangiare e fare sport in modo gratuito all’interno degli spazi aziendali, le poltrone pensate per un relax che stimoli la produttività.
Per questo motivo, anche nel 2016 Google (Alphabet) è risultata ai primi posti della classifica redatta da Business Insider sulle 50 compagnie migliori in cui lavorare negli Stati Uniti.
L’ufficio innovativo diventa volano per maggiore creatività, produttività e benessere dei collaboratori e delle loro famiglie.
L’università “collaborativa”
Se collaborazione è la parola chiave per il nuovo approccio al lavoro, flessibilità è quella che caratterizzerà gli spazi nell’ottica dell’ufficio innovativo. Anche location apparentemente rigide possono riadattarsi e “muoversi” per un empowerment del lavoratore.
Nelle sale dedicate alla ricerca e all’apprendimento, la North Carolina State University ha un mix di sale private collaborative. Si tratta di spazi informali, in cui le sale di lettura classiche e gli arredi che possono essere utilizzati per inventare un ambiente del tutto personale.
«Il fatto di poter reinterpretare lo spazio in modo soggettivo aiuta a gestire l’impegno personale», ha sottolineato Gregory Raschke, direttore associato della North Carolina’s Hunt Library.
Grazie alla flessibilità degli spazi le aziende possono rispondere alla necessità di collaborazione interna ai team, e a questa esigenza andrebbero richiamati anche gli architetti nella fase di progettazione degli spazi.
Secondo uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, quando i lavoratori non hanno una scrivania assegnata, l’interazione tra le persone cresce del 17%: la via di mezzo ideale è quella di non eliminare completamente i posti assegnati nell’ufficio ma di variare la sistemazione dei team nel corso del tempo, o di utilizzare scrivanie mobili, in grado di rispondere ai diversi progetti sui quali si sta lavorando.
La via italiana (e sostenibile)
Credits: AQuest
Ma non è solo America. In quanto a design e creatività l’Italia ha fatto e continua a fare scuola. Tra i vari modelli di ufficio innovativo esaminati vi parliamo anche di AQuest, la Digital Creative Agency di Verona che recentemente ha inaugurato i propri nuovi spazi di lavoro, ripensati in particolare per una maggiore collaborazione tra i team e nell’ottica dell’ecosostenibilità. Aspetti importanti che aiutano a migliorare il benessere generale dei lavoratori in azienda.
L’attuale sede è frutto di una riqualificazione di un ex showroom di interior design: del progetto originario sono state mantenute due scale interne, mentre gli spazi, molto ampi, sono stati pensati per dare respiro e comfort alle persone. Le grandi pareti vetrate forniscono una notevole possibilità di illuminazione naturale e l’impianto di ventilazione meccanica consente di controllare il ricambio dell’aria senza dover aprire le finestre. Si tratta di un primo importante elemento in termini di risparmio energetico, che permette di evitare dispersioni di calore.
Tutti gli arredi sono realizzati con materiali di riciclo e quando possibile naturali, ci sono numerosi spazi verdi e un chiostro esterno condiviso.
In generale un ambiente improntato alla convivialità e all’ecosostenibilità, in cui trova spazio anche un auditorium per eventi interni ed esterni, una cucina attrezzata e una “sala cinema”.
La rigida separazione tra reparti o il classico open space (ormai superati come concetti) lasciano spazio a unit comunicanti, che mantengono comunque i propri spazi, mentre una sala posa è dedicata al team production e anche l’area caffè si moltiplica in diversi punti ristoro.
Credits: AQuest
Oltre a valorizzare la cultura della raccolta differenziata, l’ufficio innovativo qui si declina anche nell’ambito tecnologico, con un controllo degli accessi tramite unità biometriche e la centralizzazione dell’impianto di illuminazione e del sistema antintrusione (non esistono più chiavi meccaniche, ma app e badge per aperture di sicurezza). Infine, lo standard IEEE 802.1x è stato implementato per raggiungere la più avanzata forma di sicurezza a livello di rete locale.
Credits: AQuest
Flessibilità, innovazione tecnologica, collaborazione, ecosostenibilità e spazi verdi. Dopo aver conosciuto questi trend per l’ufficio innovativo, cosa ne pensi? Quali altri aspetti dei luoghi di lavoro dovrebbero modificare le aziende nel prossimo futuro per permettere ai lavoratori di essere ancora più produttivi?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/aquest-ufficio-innovativo-1.jpg7101245Daria D'Acquistohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDaria D'Acquisto2017-11-07 13:00:042019-03-13 13:44:39Addio ufficio, benvenuto spazio di lavoro (e 3 esempi che migliorano la produttività)
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