eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

L’eCommerce Manager assumerà, sempre di più nel corso di quest’anno, un ruolo centrale nella vendita.

Dopo aver parlato a lungo dell’evoluzione e della crescita di questo settore, dell’importanza del mobile, dei social e della user experience nel customer journey, tutti gli studenti Ninja non si faranno più trovare impreparati.

Grazie alle lezioni di Daniele Vietri e Giovanni Cappellotto, durante il Corso Online in eCommerce Management targato Ninja Academy abbiamo scoperto cosa fa effettivamente un eCommerce Manager, in che modo è possibile sviluppare una strategia di business digitale in collaborazione con Marketing Manager e Responsabili di prodotto, come identificare i mercati target per permettere al marketing di sviluppare campagne che attirino più visitatori ed aumentino il giro d’affari proveniente dal web.

Ma andiamo con ordine, ecco tutto quello che abbiamo imparato durante il Corso.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

1. Focalizza sull’esperienza utente

Per trasformare ogni clic in una conversione è necessario tenere bene a mente la focalizzazione sull’esperienza utente. Rendere semplice l’interfaccia, accompagnare l’utente all’acquisto, semplificare i pagamenti, raggiungere l’utente giusto al momento giusto, sono azioni fondamentali a cui prestare attenzione.

2. Bilancia posizionamento del brand ed obiettivi di vendita

Non basta che un marchio sia ben posizionato per vendere e non è sufficiente aver individuato il target giusto, è necessario misurare sempre quali possano essere gli obiettivi di vendita realizzabili sulla base dei dati a nostra disposizione. Delineare con precisione quali sono i prodotti da offrire online, i prezzi e le politiche di vendita sarà il punto di partenza per migliorare il nostro giro d’affari online.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

3. Acquisisci nuovi utenti, convertili in clienti fedeli

Far raggiungere il nostro sito eCommerce, iniziare a guadagnare con i primi acquisti degli utenti, è solo l’inizio del nostro lavoro come eCommerce Manager. Per assicurare che l’attività online cresca è necessario convertire gli utenti in clienti fedeli, attraverso tecniche e comunicazioni ad hoc.

4. Coordina il team e controlla i flussi di contatto e customer care

Il team è tutto, anche nel caso di un eCommerce. Una gestione corretta dei processi e dei flussi di lavoro consentirà di rendere più rapida la vendita e più efficace l’assistenza al cliente: trasformare un dubbio in un acquisto è la chiave verso la conquista di un cliente fedele.

5. Scegli la piattaforma di vendita corretta e gestisci i contenuti

Ogni settore e ogni progetto di vendita online richiede piattaforme, strumenti e contenuti adatti. Programma, gestisci, pianifica. Anche questo contribuirà ad ottenere un processo di vendita più semplice e veloce, e ci permetterà di aumentare le vendite.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

6. Gestisci i contatti con i fornitori e sviluppa programmi di affiliazione

Come massimizzare i profitti e migliorare la propria offerta? Semplice, attraverso contatti gestiti correttamente con i fornitori e lo sviluppo di programmi di affiliazione, che ci consentiranno di vendere attraverso canali differenti e ampliare la nostra offerta.

7. Implementa la sicurezza in fase di acquisto

Per il cliente è fondamentale sentirsi sicuro prima del fatidico clic sul “Paga ora”. Conoscere le diverse opzioni e migliorare le procedure di sicurezza nell’acquisto, grazie a tool e servizi digitali, ci consentirà di aumentare rapidamente le vendite, comunicando in modo corretto con i potenziali clienti.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

eCommerce Management, ecco cosa sappiamo fare adesso

Grazie al Corso Ninja, adesso sappiamo:

  • scegliere la migliore piattaforma di vendita per la nostra azienda
  • equilibrare aspetti gestionali e funzioni aziendali in un progetto di eCommerce di successo
  • garantire una user experience coerente e multicanale
  • acquisire nuovi clienti con le tecniche di Digital Marketing applicate all’eCommerce
  • progettare una strategia mobile che aumenti le conseversioni
  • comprendere gli aspetti legislativi nel costruire relazioni sostenibili con gli acquirenti online

L’esperienza Ninja Academy

Il corso di Ninja Academy non è stato solo un momento didattico, ma ai momenti di apprendimento si sono alternati quelli di confronto tra gli studenti e con i docenti.

ecommercemanagementLa passione per le nuove abilità e competenze ci ha accompagnati perfino di notte!

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Anche dovendo affrontare la prova finale

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…non potevano mancare i ringraziamenti per la bella esperienza.

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E adesso?

Scopri il Master Online in eCommerce Management [60 ORE Online] di Ninja Academy! 🙂
Seguendo questo percorso, riuscirai a:

  • Progettare e scrivere una eCommerce Strategy a 360 gradi
  • Adottare un approccio omnicanale alle vendite online
  • Mappare il mercato di riferimento ed analizzare in maniera approfondita il target
  • Scegliere le piattaforme di vendita più adatte ed orientarti tra i possibili marketplace
  • Comprendere gli step operativi per i processi di internazionalizzazione di un eCommerce
  • Conoscere gli adempimenti normativi fondamentali per vendere online
  • Impostare processi di gestione legati alla logistica ed al magazzino
  • Strutturare attività e piani di marketing per promuovere il tuo negozio online
  • Focalizzarti sui giusti canali di acquisizione clienti e costruire un Customer Care efficiente

Per qualsiasi informazione, puoi scrivere a info@ninjacademy.it oppure telefonare 02/400.42.554

Be Ninja!

Le reactions di Facebook compiono un anno

Quello appena passato è stato un mese di compleanni importanti per Facebook: il primo, il 9 Febbraio, quello del tasto Mi Piace che ha spento ben 8 candeline, il secondo è quello delle reactions che lo scorso 24 Febbraio hanno compiuto il loro primo anno di vita.

Un anniversario speciale per Facebook che annunciò l’innovazione presentandola come “the new Like button with more ways to express yourself” senza però riuscire a soddisfare i molti utenti ancora in attesa dell’agognato tasto Non Mi Piace.

Reactions: un anno dopo

Quanto e quali reactions abbiamo utilizzato? Tirando le somme, a dominare qualsiasi tipo di statistica c’è solo il tasto Mi Piace. La mano col pollice in su ha cambiato grafica svariate volte ma è sempre in testa con una media di utilizzo al minuto di 4 milioni.

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Un numero enorme che le nuove rections non riescono a eguagliare calcolando che dal loro lancio sono state utilizzate (solo) 300 miliardi di volte nella loro versione classica e nelle edizioni limitate in occasione di Halloween, per il Mother’s Day e per l’anniversario di Star Trek.

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Ma nonostante il loro basso tasso di utilizzo, per Facebook le reactions rappresentano comunque un potente indicatore d’interesse. In altre parole, un semplice Mi Piace suggerisce a Facebook che siamo interessati a un certo contenuto di cui (probabilmente) vorremmo vedere di più, ma l’utilizzo di qualsiasi altra reaction, anche negativa, invia un segnale ancora più forte.

Facebook fa notare che attualmente tutte le reazioni sono ponderate allo stesso modo e che gli algoritmi usati per le news in evidenza non danno preferenza a nessuna delle cinque faccine, ma per incentivare l’uso del nuovo strumento concede a queste un margine d’importanza molto più consistente rispetto al semplice Like.

Questione di contenuti

Le performance delle reactions variano e di molto, in base ai contenuti: a dimostrarlo è uno studio di Quintly che evidenzia come i contenuti video riescano a generare molte più reactions di foto o semplici aggiornamenti di stato.

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Per non parlare dei sondaggi live (di cui Facebook sta cercando di limitare l’uso) che hanno spopolato negli ultimi mesi generando massive quantità di engagement facendoci rispondere a qualsiasi tipo di domanda: dalle preferenze per le elezioni presidenziali americane al miglior film di Natale di sempre.

What's The Best Holiday Movie?

Gepostet von BuzzFeed am Mittwoch, 14. Dezember 2016

 

Dopo il quanto è interessante anche notare il dove le reaction hanno spopolato. Sondaggi su scala internazionale mostrano una top 10 con una maggioranza schiacciante di Paesi del Sud America: Messico, Cile e Suriname sul podio, a seguire la Grecia come unica nazione europea e gli Stati Uniti all’ottava posizione.

L’amore trionfa

Nonostante le continue richieste di un tasto Dislike da parte degli utenti di Facebook non è la faccina triste né tantomeno quella arrabbiata a spopolare tra le reactions, ma il cuore.

In fin dei conti questo simbolo non è già di per sé semiologicamente sinonimo di Mi Piace? A rigor di logica sì visto che su altre piattaforme come Instagram e in seguito Twitter (che ha deciso di inserirlo a scapito della stella), rappresenta l’unica maniera per esprimere un giudizio positivo su un post.

Da un anno dunque, l’amore trionfa anche su Facebook e con margini più che evidenti: al netto dell’uso del tasto Mi Piace, vincitore indiscusso ormai insito nelle nostre abitudini social è il tasto Love con un utilizzo che supera il 50%. Seguono in ordine il tasto Angry, Sad, Wow e infine Haha con il 9,5%.

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Fino al giorno del lancio di reactions era praticamente impossibile esprimere una reazione negativa a un post. Ora lo è, ma la percentuale di utenti che utilizzano il tasto Angry è molto bassa nonostante le nostre timeline contengano anche cattive notizie.

Quindi riassumendo: gli utenti Facebook volevano esprimere disappunto e avrebbero voluto farlo con il tasto Non Mi Piace. Zuckerberg regala una reaction per la rabbia e una per la tristezza e quindi la possibilità di manifestare non una ma ben due emozioni negative. Ciononostante gli utenti non le prediligono e preferiscono interagire con contenuti divertenti o che semplicemente lascino spazio emozioni positive.

Forse questi dati confermano come Facebook sia percepito in primis come una piattaforma d’intrattenimento su cui (giustamente) condividere momenti divertenti che generino reazioni piacevoli. O forse non è un caso che le due reactions siano le ultime per ordine e quindi meno pratiche da selezionare?

Vuoi commentare l’articolo? Prima devi dimostrare di averlo letto rispondendo ad un quiz

La Norvegese NRK ha forse trovato l’uovo di colombo per far sì che i commenti sul magazine online NRKBeta (che esamina le tendenze nei media, della tecnologia e del giornalismo) siano rilevanti, non siano spam e, soprattutto, non attirino troll: per commentare prima devi aver dimostrato di aver letto l’articolo. Un semplice quiz con tre facili domande e superabile in appena 15 secondi è lo strumento ideato allo scopo.

nrkbeta

Altri siti dell’emittente norvegese non sono aperti ai commenti, ma in questo dedicato ad argomenti tecnologici è sempre stato possibile commentare senza che ci fossero problemi: la comunità di lettori abituali ha sempre dibattuto dei vari argomenti, mantenendo un tono civile e costruttivo.

Ma per alcuni argomenti particolarmente sensibili che attirano lettori non abituali e potenziali troll, ecco la nuova introduzione, che sta facendo tanto discutere (e non solo in Norvegia).

Secondo le dichiarazioni di Marius Arnesen, editor di NRKbeta,

“Forzare gli utenti a dedicare un momento in più a pensare al commento che desiderano postare, permette loro di riflettere anche sul tono dello stesso”

La notizia che ha fatto considerare di predisporre questo sistema è quella di un nuovo sistema di sorveglianza digitale che le autorità norvegesi vorrebbero mettere in funzione ed è possibile leggerla qui.

Certo, è in norvegese, ma google traduttore potrà aiutarvi se siete interessati a capirne il senso, ed eventualmente a tentare il test.

Tradotto in italiano (sempre da Google) si presenta come in figura.

il quiz della norvegese NRK

 

 

Per alcuni è un sistema che limita la libertà di fruizione di Internet, per altri è un sistema per alimentare un dibattito di tenore più elevato: chi commenta ha letto e la discussione può partire da lì.

Il quiz è generato dagli autori di ogni post, ma per renderlo più efficace potrebbe non essere più così in futuro. Infatti, nonostante sia stato appena messo in funzione, circolano già alcuni script che possono aiutare ad aggirarlo.

I responsabili del sito norvegese comunque pensano che ne valga la pena: script o non script, il tempo impiegato a superare il quiz può essere sufficiente a calmare gli animi o scoraggiare i meno pazienti e aggressivi tra i commentatori potenziali.

Combattere i commenti tossici

Non è questo l’unico sistema possibile per affrontare i commenti tossici: Alphabet, l’azienda madre di Google, sperimenta tecniche di intelligenza artificiale con Perspective, lo strumento per identificarli nei siti del New York Times, l’Economist, The Guardian e Wikipedia. Altri siti come il Times o il Washington Post collaborano per creare strumenti open source.

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Probabilmente è troppo presto per capire se l’approccio migliore sia quello della NRK, quello della startup Civil che affida alla comunità di lettori il giudizio sui commenti pubblicati da altri (e sui propri, prima di farlo) o quelli già citati.

Ma se volete provare nel vostro sito l’approccio norvegese, troverete su GitHub il codice necessario per creare il vostro sistema “commenta dopo il quiz”.

Noi ci fidiamo e vi chiediamo di commentare sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn.: che ve ne pare? Funzionerà?

Trigger, la nuova app di Twitter pro beneficenza

Natale è lontano, ma è tempo di diventare più buoni. Arriva così Trigger, una nuova piattaforma che converte la rabbia delle persone in buone azioni.

Se ve lo state chiedendo, no, non è una truffa e non è una trovata di incalliti sostenitori della religione. Molto di più: consente semplicemente di reagire in maniera positiva ad un momento di stizza o di rabbia.
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L’idea di base è molto semplice: il creatore Isaac Alfton ha riscontrato, in primis nel suo approccio con i social, una sorta di liberazione nell’abbandonarsi in commenti ostili, offensivi e pseudo tali nei vari momenti di debolezza.

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Fare della beneficenza non è roba da duri
, almeno così si pensa. E per tutti coloro i quali pensano che le ONG siano fatte di “raggi di sole e unicorni”, parafrasando Alfton, e non ci si possa quindi rispecchiare in tal mondo, ecco la soluzione adatta.

Un progetto iniziato un po’ di tempo fa, ma partorito in occasione dell’acceso clima politico creatosi in America durante le scorse elezioni. Insomma, in guerra, in amore ed in politica tutto è concesso: anche donare con un tweet!

Ma come funziona?

Per utilizzare Trigger è sufficiente rispondere ad un tweet, invece che con con paroloni, semplicemente con un importo economico, taggando la ONG a cui si vuole donare e aggiungendo l’hashtag #TriggerGive. Ma se questo rappresenta troppo ‘bene’ per voi, potete comunque allegare un messaggio.

Quindi, ricapitoliamo:

  1. Ti connetti
  2. Ti arrabbi
  3. Tagghi chi devi taggare, aggiungi l’importo e #TriggerGive
  4. Ti senti meglio

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Ovviamente, prima di donare, è necessario creare un account sulla piattaforma a cui allegare una carta o un codice bancario. Peccato che questo account però, mensilmente, scali una piccolissima percentuale per sostenere i servizi che la piattaforma offre. Anche PayPal, per garantire il servizio sicuro, aggiunge una percentuale sulla donazione pari al 2.9%.

Se vi state ancora chiedendo su che criterio dovreste poi scegliere la no-profit, anche qui Isaac ha pensato proprio a tutto: Trigger verifica quelle che davvero sono senza scopo di lucro e le passa in rassegna sulla piattaforma. Poi, ogni utente può scegliere a chi donare.

LEGGI ANCHE: Papa Francesco twitta contro Trump?

Sì, si può dire: non è del tutto una novità. Ci sono altre piattaforme simili che offrono servizi paralleli. È il caso di tinyGive o GoodWorld. In fondo, ci sono tante e tante brave persone al mondo, non solo chi sbotta e borbotta sui social. E se c’è chi lo fa, non è detto che non sia poi una brava persona. Insomma, trasformare la rabbia in bene sociale si può. Cominciamo?

Lavoro e produttività: le 8 domande che devi porti

Essere sempre concentrati sul lavoro non è facile: durante il giorno possono esserci dei momenti in cui il livello di attenzione cala al minimo storico e la creatività scende a picco.

Ci sono persone che riescono ad organizzare la loro attività professionale in modo semplice ed ordinato. Persone che, per combattere le distrazioni, si focalizzano ogni giorno sui propri obiettivi e lavorano sodo per raggiungerli.

La differenza tra l’essere “occupati” e l’essere “produttivi” sul posto di lavoro risiede proprio nella capacità di ottimizzare il proprio tempo per ottenere i migliori risultati.

Ti sei mai chiesto se sei produttivo sul lavoro o semplicemente “occupato”? Per rispondere a questa domanda e massimizzare il tuo successo sul lavoro dovresti porti otto quesiti. Vediamoli insieme.

Young female student working at home.She sitting in her working room and typing something on laptop.

1 – “Lavoro fissandomi un obiettivo?”

La prima domanda che devi porti (la più importante) riguarda proprio i tuoi obiettivi. Il lavoro senza uno scopo vero e proprio è solo fatica.

Le persone produttive sanno sempre quello che fanno e lavorano per raggiungere una meta. Per favorire questo processo, le persone produttive fissano obiettivi a breve e a lungo termine e determinano, step dopo step, la soluzione migliore per perseguirli.

Non pensare che l’essere preciso ed organizzato ti renda schiavo della routine. Al contrario, la pianificazione ti aiuterà ad eliminare tutti gli ostacoli che incontrerai sul tuo cammino e a mettere da parte tutte le distrazioni.

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2 – “Creo un sistema a supporto dei miei obiettivi?”

Per far sì che i tuoi obiettivi ti conducano ai risultati sperati, hai bisogno di collocarli nella giusta cornice. Se sei un imprenditore, il tuo desiderio più grande sarà quello di costruire un business che funzioni. Ciò comporterà la messa a punto di un sistema costituito da processi di vendita, marketing, realizzazione, gestione delle risorse.

Le persone produttive si impegnano nella costruzione di un sistema che li aiuti a dare la giusta direzione ai loro progetti e a raccogliere i primi frutti anche nel breve periodo.

3 – “Credo in me stesso?”

Lavorare sodo è difficile. Non raggiungere i risultati sperati nei tempi che ti sei prefissato può portarti a perdere l’ottimismo e a non credere nelle tue capacità. Beh, non c’è nulla di più sbagliato.

Le persone “occupate” sono predisposte alla rinuncia, ma le persone produttive no.

Non bisogna mai mettersi in dubbio per un insuccesso. Quello può capitare. L’importante è che tieni a mente che l’unico modo per realizzare i tuoi progetti non è semplicemente provarci, ma continuare a provarci per riuscirci. Credendoci e credendo nelle tue potenzialità. If you dream it, you can do it.

4 – “Credo di avere il controllo della mia vita?”

Molte persone credono che i successi o gli insuccessi con cui si scontrano nella loro vita dipendano da fattori esterni, come la fortuna.

La fortuna può sicuramente fare la sua parte, ma le persone produttive non se ne preoccupano, perché hanno il pieno controllo della propria vita.

Non si può controllare la fortuna ma, sicuramente, si può avere il controllo delle proprie azioni. Se desideri che qualcosa, impegnati per far sì che quel qualcosa accada, senza preoccuparti di condizionamenti esterni. Ricorda che dipende solo da te.

5 – “Riesco a cogliere le opportunità al volo?”

Le persone produttive hanno un’ampia visione del mondo e sanno cogliere al volo le nuove opportunità.

Se avvisti un modello che funziona e che porta innovazione al tuo sistema, fallo tuo ed inglobalo. Non avere paura di provare cose nuove, di sperimentare e di metterti in gioco. Non percepire il cambiamento come tuo nemico: potrebbe essere il tuo miglior alleato.

6 – “Posso usare i miei obiettivi per prendere decisioni?”

La capacità di prendere decisioni è fondamentale per raggiungere i tuoi obiettivi. Usa i tuoi obiettivi come una guida, perché ti aiuteranno ad essere più determinato e a fare le scelte migliori per te. “Sarà questo ad aiutarmi a raggiungere il mio obiettivo? Se no, non lo farò”.

L’indecisione nasce dalla mancanza di uno scopo. Se ti senti in balìa dei tuoi dubbi, fermati e fai un passo indietro. Quando sai di voler qualcosa veramente, la maggior parte delle decisioni dovrebbero essere quasi automatiche.

7 – “Sono multitasking?”

Secondo alcuni studi, essere multitasking non rende affatto più produttivi. Al contrario, fare più cose contemporaneamente agisce negativamente sulla qualità del lavoro, rendendolo inefficiente.

Puoi essere d’accordo o meno, ma le persone produttive si concentrano su una cosa alla volta, la portano a termine e poi si concentrano su altro. E lo fanno in maniera impeccabile.

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8 – “Posso chiedere aiuto subito?”

Le persone produttive sanno chiedere aiuto se non riescono ad ottenere qualcosa. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, anzi: dare fiducia ad un’altra persona significa apprezzare la sua esperienza, le sue competenze, il suo intuito.

Il rispetto reciproco è alla base di ogni rapporto e il modo migliore per costruirlo è quello di essere il primo a mostrarlo.

Ascolta i consigli degli altri e circondati di persone ottimiste capaci di creare un clima di rispetto e fiducia. Anche se non riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi, la tua vita sarà sicuramente più ricca.

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Facebook, Disneyland Paris e Cirque du Soleil: i migliori annunci stampa della settimana

Appuntamento imperdibile con la creatività del lunedì. Anche questa settimana noi di Ninja Marketing abbiamo selezionato le migliori creatività delle agenzie sparse in tutto il mondo.

Pronti a scoprirle?

Internet.org by Facebook

Connettere il mondo intero: la rete sociale costruita da Internet.org chiama in causa studenti, film makers, artisti, musicisti, programmatori, per dargli modo di far sentire la propria voce. Tutti hanno diritto di “stare online”.

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Credits:

Advertising Agency: Sid Lee, New York, USA
Creative Director: Felipe Ferreira
Account Director: Brett Niebling
Account Executive: Gillian Couchman

Disneyland Paris

Cosa significa vivere a Parigi e scoprire le sue bellezze? Disneyland Paris, insieme all’agenzia creativa BETC Corporate, scomoda i suoi personaggi per far trasparire la magia che solo nella capitale francese si può assaporare. Parigi è la città dove tutti i sogni possono diventare realtà.

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Credits:

Advertising Agency: BETC Corporate, France
Creative Director: Richard Desrousseaux
Creatives: Christophe Vino, Typhaine Royer

Cirque du Soleil

Cosa c’è dietro la vita dei componenti del fantastico Cirque du Soleil? La campagna stampa gioca con l’ironia. Così prima di iniziare le prove per la sua esibizione con le zebre danzanti e la torcia umana, Yuliya si prende un momento per riordinare tutto il cortile, oppure Marina, dopo una settimana di spettacoli acrobatici, si concede qualche minuto in lavanderia e per finire Barri che dedica qualche momento a sé stesso per una tazza di caffè nel suo ristorante preferito.

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Credits:

Advertising Agency: Y&R, USA
Chief Creative Officer: Leslie Sims
Group Creative Director: Nathalie Brown
Head of Design: Hamish Mcarthur

Bubble Gum

Abbatti lo stress: prova le Bubble Gum. L’idea illustra visivamente l’intensità dei sapori tipici delle nuove Bubble Gum, capaci di abbattere qualsiasi stress. Il messaggio è chiaro: mastica queste gomme e sarai trasportato in un’atmosfera rilassante.

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Credits:

Advertising Agency: Nabaroski Ad Store, Cairo, Egypt
Creative Director / Art Direction: Mohamed Nabarawy
Copywrite: Rania Gad

LEGGI ANCHE: Ford, Wet Brush e Black and Decker: i migliori annunci stampa della settimana

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

Il social media marketing è ormai orientato alla ricerca della strategia migliore per intercettare il pubblico dei millennial. Ma la fascia dei millennial è molto ampia, poiché comprende i nati tra il 1982 e il 2004, dove le differenze demografiche, tra cui l’educazione e le abitudini sociali, sono palesi.

L’agenzia americana Sprout Social ha cercato di far luce sulle abitudini delle diverse generazioni sui social media, considerando i millennial (tra i 18 e i 34 anni), la generazione X (di età compresa tra i 34 e i 54 anni) e i baby boomer (della fascia di età 55+).

La notizia è che Facebook è di gran lunga la piattaforma più popolare per tutte le fasce demografiche, anche se i millennial utilizzano molto anche Instagram e Snapchat.

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudiniLa propensione dei millennial nell’utilizzo costante di più social media, spinge i social media marketer a una maggiore consapevolezza dell’architettura di queste piattaforme e degli equilibri sociali al loro interno.

LEGGI ANCHE: Una ricerca spiega come raggiungere i millennial con i social media

Se il pubblico di riferimento utilizza maggiormente Instagram, allora è lì che bisogna intercettarlo con una efficace strategia di social media marketing. Dal grafico precedente è lampante come sia totalmente inutile, ad esempio, promuovere turismo leisure per i cosiddetti silver surfer (gli anziani, qui i baby boomer) su Instagram: meglio puntare su Facebook, Google Plus e YouTube.

La ricerca di Sprout Social mostra anche come i millennial e la generazione X hanno una probabilità due volte superiore rispetto ai baby boomer di seguire un brand sui canali social.

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

Molti gli spunti interessanti che emergono dal report. Ad esempio i millennial sono più propensi a seguire i brand d’intrattenimento (38%) e informazione (42%), mentre la generazione X è più interessata ai concorsi a premi (41%), e alle offerte e promozioni (58%). Anche i baby boomer sono alla ricerca di offerte e promozioni (60%), così come informazioni sui prodotti da acquistare (53%).

I millennial e la generazione X non si limitano a seguire i brand sui social, ma interagiscono con essi. I baby boomer, invece, si limitano a essere osservatori, senza cercare uno scambio interattivo, tipico delle piattaforme social.

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

Sprout Social ha anche evidenziato come la generazione X abbia quasi il 160% di probabilità in più, rispetto ai millennial e ai baby boomer, di smettere di seguire un brand sui social media se questo ha tenuto un comportamento giudicato offensivo o contro le convinzioni personali dell’utente.

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

I baby boomer odiano lo spam, mentre le brutte esperienze con i prodotti del brand sono una motivazione importante per tutte le fasce di età per smettere di seguire la marca in questione.

Inoltre, quasi sette utenti su dieci della generazione X sono più orientati ad acquistare prodotti dai brand che seguono sui social, rispetto a quelli non seguiti. La generazione X è probabilmente il target di mercato più appetibile nel breve periodo, mentre i millennial sul medio e lungo termine.

Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

Per puntare alla generazione X, la cosa migliore da fare è porre attenzione all’utente, costruendo fiducia, grazie a una efficace strategia di customer care.

Le tendenze riportate nel report sono generali, e aiutano a indirizzare le prossime strategie. È sempre utile ricercare dati più specifici, per aver più possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Internet of Things nelle case degli italiani: un mercato da 185 milioni

Una grande epoca è cominciata. Esiste uno spirito nuovo. L’industria, irrompente come un fiume che scorre verso il proprio destino, ci porta gli strumenti nuovi adatti a quest’epoca (…). L’architettura ha come primo compito, in un’epoca di rinnovamento, quello di operare la revisione dei valori, la revisione degli elementi costitutivi della casa.

Le Corbusier, Case in serie, in Vers une architecture, 1923

Con l’Internet of Things la casa diventa una macchina per abitare

Sono passati quasi cent’anni da quando nel 1923 Le Corbusier scrisse queste parole, attuali allora come oggi: la casa veniva definita “una macchina per abitare”.

Mai come oggi la casa diventa macchina abitativa, meccanismo che si attiva e funziona coordinato dalle tecnologie informatiche e dalle comunicazioni integrate che queste generano: un ingranaggio che ruota intorno all’uomo che la abita e si plasma con il variare delle sue esigenze.

L’Internet of Things è il frutto della tecnologia che crea interazione tra il mondo reale delle cose ed i dati raccolti nel mondo virtuale. Le sue potenzialità? Riscopriamone una piccola parte in questo video realizzato dalla Comunità Europea.

L’Internet of Things è già nelle case degli italiani

Il mercato delle soluzioni IoT per la Smart Home in Italia vale 185 milioni di euro, nel 2016 è cresciuto del +23% rispetto all’anno precedente. L’offerta dei prodotti è crescente, dunque un potenziale enorme volto a trasformare la casa del futuro nel “fulcro dell’ecosistema Internet of Things“.

A rivelarci queste informazioni è il risultato della ricerca Smart Home realizzata dall’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

La sicurezza e la gestione della casa sono le due leve  che portano il consumatore a smartizzare casa.

Chi abita le Smart Home italiane?

chi abita le smart home in italia

La ricerca Smart Home, dell’Osservatorio IoT in collaborazione con Doxa, è avvenuta su un cluster di internet users dai 25 ai 70 anni. Il 26% degli italiani possiede almeno un oggetto intelligente e conesso nella propria casa ed il 58% ne progetta l’acquisto futuro, ma i consumatori credono che l’offerta Smart Home non sia ancora soddisfacente.

Se da una parte vi è “attesa di soluzioni tecnologicamente più mature”(50% di coloro che non dispongono di oggettistica smart), dall’altra vi è il timore per la propria privacy e la tutela dei dati personali (il 67% dei potenziali acquirenti).

“L’Internet of Things sta iniziando a entrare nelle case degli italiani, ma quello a cui stiamo assistendo è solo l’inizio di un percorso di crescita dal grande potenziale – dice Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things –. Verso la casa connessa infatti oggi si muovono grandi player globali, startup, retailer, produttori, assicurazioni, utility e operatori delle telecomunicazioni. Per aprire davvero la porta all’innovazione è fondamentale offrire nuovi servizi ai consumatori: quelli più elementari come l’installazione, ancora indispensabile per una fetta importante della popolazione, e quelli evoluti che possano convincere gli utenti ancora scettici sul valore di una casa connessa”.

I canali d’acquisto: GDO, eRetailer e negozi di elettronica

i canali d'acquisto

Installatori e distributori di materiali elettrici rappresentano la filiera “tradizionale” della domotica, detenendo l’82% delle quote di mercato.

A partire dal 2016 l’oggettistica smart ha cominciato a far capolino sugli scaffali della GDO, dei negozzi fai-da-te e nelle vetrine dei princiali eRetailer, che si sono trasformati in veri e propri showroom per l’IoT, portando dunque  un esponenziale ampliamento di pubblico.

A partire da quest’anno nei negozi sarà possibile trovare personale specializzato, in grado di spiegare i prodotti ed i loro benefici, superando così le barriere all’acquisto da parte dei consumatori.

Nel mercato si stanno affacciando anche Top Player come Google Home e Amazon Echo, la cui brand reputation potrà infondere maggior fiducia nei consumatori, alimentando lo sviluppo della filiera.

Un ulteriore mercato in via di sviluppo è quello delle polizze assicurative sulle abitazioni legate alla presenza di oggetti connessi:  in Italia sono già 6 le compagnie assicurative che si stanno muovendo su questo fronte.

Le telco inizano a predisporre SIM con piani tariffari ad hoc per le applicazioni Smart Home, dagli antifuri, ai termostati.

LEGGI ANCHE: Internet of Things: tutte le strade dell’eCommerce

Le applicazioni per la Smart Home

le applicazioni per la smart home

In Italia e all’estero sono state censite 290 soluzioni per la casa connessa, di queste il 31% è dedicato alla sicurezza (videocamere di sorveglianza, sensori di movimento, …), il 10% al controllo remoto degli elettrodomestici, iun’altro 10% al monitoraggio dei consumi dei dispositivi elettrici ed un 8% alla gestione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento.

Il Do-it-Yourself rappresenta il 68% delle soluzioni presenti sul mercato, tuttavia il 70% dei consumatori che acquistano questi prodotti si rivolgono a personale specializzato per la loro installazione.

Un’occhio di riguardo alle 124 Startup nel settore (+26% 2016 vs 2015) che nel corso degli ultimi tre anni hanno raccolto un totale di 1,2 miliardi di dollari. 89 di queste sono state finanziate da investitori istituzionali.

Ed ora che la nostra casa si sta trasformando sempre più in macchina, non ci resta che salire a bordo!

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iPad Pro: la nuova campagna di Apple basata sui tweet

Nelle grinfie di casa Apple non ci sarà Twitter, potete dormire sonni tranquilli. Piuttosto, la campagna promozionale del nuovo iPad Pro utilizza tweet giganti per parlare con ironia e chiarezza ai propri clienti. La formula scelta è davvero originale ed ironica, riportando i messaggi che utenti reali hanno pubblicato sul canale social.

Il confronto Mac vs pc continua da anni ormai. Era il lontano 2006 quando furono girati gli spot intitolati Get a Mac, in cui due giovani attori, Justin Long e John Hodgman, rispettivamente impersonavano un Mac ed un pc: un confronto impari da cui la casa di Cupertino usciva sicuramente vincitrice.

Oggi l’iPad Pro viene descritto come un dispositivo perfetto: senza fili ingombranti, immune da virus, più veloce di qualsiasi altro portatile ed in grado contemporaneamente di connettersi alla rete cellulare LTE ed eseguire le applicazioni di Microsoft Office (il multitasking di iOS 9).

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Un tablet che diventa pc

La nuova campagna pubblicitaria ruota tutt’intorno ad un unico concetto: ironizzare contro gli utenti che non considerano possibile che un tablet possa essere come un pc.

Giganteschi tweet denunciano i motivi per i quali l’iPad Pro non è tra le scelte preferite degli utenti. Ma una voce fuori campo irrompe e mette a tacere la critica, spiegando i dettagli sui quali il nuovo arrivato di casa Apple può contare.

In ogni spot vengono valorizzati anche gli accessori del nuovo strumento come la Smart Keyboard e l’Apple Pencil.

Lo stile targato mela morsicata è innegabilmente distintivo: l’iPad Pro è diverso da un normale pc, è di più. Connettività LTE, nessun virus, Word per iOS, nessun filo ingombrante proprio come un tablet.

Il CEO di Apple, Tim Cook, ha da tempo sottolineato che l’iPad può di fatto costituire la soluzione perfetta per tutti coloro i quali utilizzano ancora PC Windows.

Perché aspettare ancora?

La nuova campagna di Apple per iPad Pro: ecco i quattro spot

https://www.youtube.com/watch?v=INs_bnk4yJQ

https://www.youtube.com/watch?v=2-5RP-okG8w

https://www.youtube.com/watch?v=K–NM_LjQ2E

https://www.youtube.com/watch?v=dRM31VRNQw0

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E tu cosa ne pensi dell’ironia della campagna di Apple per iPad Pro?