Google e Adobe presentano un nuovo font open source per l’estremo oriente

I due colossi dell’informatica Google e Adobe hanno fatto una partnership per lanciare insieme un progetto open source destinato a rivoluzionare il Far Est grazie un font che unificherà i caratteri delle lingue orientali per circa 1.5 miliardi di persone.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

Per realizzare il nuovo font – chiamato Source Han Serif da Adobe e Noto Serif CJK da Google – le due aziende hanno lavorato con imprese locali per disegnare tutti i 65,535 simboli in ognuno dei sette diversi stili, per uno straordinario totale di 458,745 simboli. Per rendere l’idea di questo grandioso lavoro basti pensare che i caratteri latini contengono giusto qualche dozzina di simboli.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

L’obiettivo del progetto Google Noto font – sviluppare una famiglia di font di alta qualità, armonizzati tra loro, disponibili per tutti i dispositivi e per tutte le lingue orientali – era ambizioso nelle dimensioni e negli scopi”, spiega Bob Jung, direttore dell’internalizzazione di Google.

“I linguaggi CJK sono critici per oltre un miliardo di utenti. Adobe, un pioniere nella tipografia digitale era il partner perfetto per aiutarci in questo progetto”.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

Il risultato è strabiliante: il font Source Han Serif è composto da quattro lingue orientali – Cinese semplificato, Cinese tradizionale, Giapponese e Coreano – ed anche da font occidentali come il Latin, il Greco ed il Cirillico che sono derivati da Source Serif.

Intelligenza-artificiale

Intelligenza Artificiale VS Curiosità Umana: conflitto o co-evoluzione?

“Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso.”

Così esordiva Albert Einstein in una lettera allo scrittore svizzero Carl Seeling nel 1952.

L’elemento “curiosità” assume sempre più importanza in molti settori. La ricerca del candidato perfetto, già da qualche tempo e sempre più in futuro, non si baserà solamente su quanto già appreso, ma sulla capacità di apprendere, e la curiosità umana giocherà un ruolo molto più importante rispetto al passato. Perché?

L’intelligenza artificiale (IA), tema caldo del momento, anche se non è nuovo. Già nel 1997 Deep Blue, la IA di IBM batteva il campione mondiale di scacchi Kasparov, e un anno fa AlphaGo, la IA di Google DeepMind, ha battuto uno dei campioni mondiali di Go, un gioco cinese con innumerevoli mosse possibili.

alpha go batte lee sedol

Apprendimento: Macchina 1- Uomo 0

Le capacità di apprendimento dell’intelligenza artificiale è molto superiore a quella umana. Ogni IA ha un determinato obiettivo, il quale diventa la sua unica priorità: per questo l’apprendimento di informazioni che porta al raggiungimento di esso, è potenzialmente senza limiti.

Prendiamo per esempio una self-driving car: ha un solo obiettivo, che si preoccuperà di raggiungere. Non si preoccuperà di cercare la canzone giusta per accompagnare a destinazione il proprio passeggero, rispondere al telefono o pensare a quando prenotare il biglietto aereo per andare in vacanza. In questo senso la self driving car è molto più efficiente di noi. Così, per certi versi, lo è uno degli antenati dell’intelligenza artificiale: la calcolatrice, che ha delle abilità aritmetiche superiori a qualunque essere umano.

La AI è consciousness-free, libera dal flusso di coscienza che ben caratterizza la specie umana.

Ma andiamo oltre il fattore “apprendimento”.

L’intelligenza artificiale potrà mai diventare più curiosa dell’essere umano?

intelligenza-artificiale

La principale caratteristica di tutte le tecnologie è l’efficienza. L’intelligenza artificiale come tutte le altre tecnologie è programmata, o meglio istruita, per elaborare un determinato compito: una sola intelligenza dedicata ad un lavoro specifico.

Come invece sottolinea Kevin Kelly, studioso di cultura digitale e fondatore di Wired, nelle nostre menti ci sono molti tipi di intelligenza: abbiamo il ragionamento deduttivo, l’intelligenza emotiva, l’intelligenza spaziale.

Si, siamo esseri complicati, e, in quanto tali, caratterizzati da un qualcosa che probabilmente la IA non potrà mai incorporare: la curiosità di cui parlava Einstein, quella curiosità che può emergere in molteplici campi, anche sconnessi tra di loro. Siamo decisamente ad una nuova rivoluzione industriale. Nella prima l’uomo si preoccupava delle macchine come “forza artificiale” e della conseguente perdita dei posti di lavoro, (che si è effettivamente verificata), però se ne sono creati anche tanti altri. Ma è anche questo il costo dell’innovazione e dell’evoluzione.

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Non è stato sempre cosi d’altronde?  La storia è ciclica, i cambiamenti e l’innovazione portano nuovi interrogativi. Da Matrix a Westworld, il quesito è lo stesso: e se l’intelligenza artificiale diventasse più abile di noi?

La nascita di qualcosa porta con sé la paura del nuovo: Seneca (tutore di Nerone) ammonì la nascita dei libri come causa di distrazione; l’arrivo della stampa nel ‘400 e il conseguente accumulo di libri preoccupava Leibniz di un ritorno alla barbarie; e ancora la nascita del telefono portò con se preoccupazioni relative al nostro modo di conversare in maniera civile.

Una nuova era

Dopo l’era dell’industrializzazione, seguita dall’era dell’informazione, siamo ora sul nascere di una nuova era , un’ “Era Aumentata” in cui la collaborazione uomo – macchina può portare a raggiungerci risultati inimmaginabili.

intelligenza-artificiale-uomo-macchina

È vero che il nostro apprendimento verso materie per cui non nutriamo alcun interesse non potrà mai aggiungere i livelli dell’IA, e che un computer sarà sempre più veloce di noi nel testare un’idea se ha un obiettivo prefissato e informazioni ben precise.

I computer però mancano di un neuro-sistema che riesce a collegare i problemi in maniera analoga e magari connetterli ad esperienze passate e non correlate al problema presente. Per esempio, un algoritmo che riconosce caratteristiche ed espressioni del viso o programmato per il riconoscimento di immagini non saprà giocare a dama o ad un videogame.

In altre parole, in termini di performance, la IA supera di gran lunga l’uomo, ma quando parliamo di curiosità e la passione verso i propri interessi, queste sono caratteristiche tipicamente umane.

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Perchè la tua azienda non dovrebbe essere su tutti i social media

Facebook si Facebook no, foto su Instagram si oppure no, 140 caratteri di Twitter oppure Stories su Snapchat? Quante volte avrete sentito il vostro capo o il social media manager, appena incaricato di gestire la social reputation della vostra azienda o brand, fare questi discorsi? Oggi vogliamo proprio parlarvi di questo, del perchè le aziende o i brand non devono necessariamente essere su tutti i canali social a vostra disposizione. Ma andiamo con ordine.

Alzi la mano chi non ha mai storto il naso davanti una home page senza tutte le coloratissime icone dei social network. Come è possibile che tale azienda non abbia un account Facebook? In effetti questo è quasi impossibile. Perché non posso connettermi con tale brand su Linkedin o Instagram? Prima che vi facciate cogliere dall’impeto di chiudere l’internet vi diciamo che no, il vostro business non deve per forza essere su tutti i social network.

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No, non stiamo scherzando e per convincervi oggi vogliamo proprio offrirvi alcuni buoni motivi per cui la vostra azienda non dovrebbe essere obbligatoriamente su tutti i canali social. Non vi abbiamo ancora convinto? Prima di procedere con le giuste ragioni poniamo alcuni esempi.

Dovete promuovere un’attività di ristorazione, via libera, dunque a Instagram con le foto delle pietanze più succulente e si a Facebook per la geo localizzazione e la parte advertising, forse di Linkedin ne potreste fare anche a meno, ed ecco liberare tempi e denaro da investire sui social più performanti. Vi occupate di energie rinnovabili? Avanti tutta con le connessioni e il networking professional di Linkedin e no alle board fashoniste di Pinterest.

LEGGI ANCHE: Come gestire i tuoi canali social in 15 minuti al giorno

Per evitare che le vostre attività social vi tornino indietro come un boomerang, ecco per voi qualche suggerimento per evitare di strafare. Non dovreste essere ovunque sui social perché…

Perché i vostri potenziali clienti non sono tutti i social

È il punto fermo di qualsiasi attività di business e anche quello più importante di questa lista: individuare e intercettare il proprio pubblico potenziale di clienti. Dove sono? Cosa fanno? Quali piattaforme social utilizzano? Con quale frequenza? Dove sono collocati geograficamente? Se la regola del buttiamoci su tutti i canali e conquistiamo più cuori possibili vi sembra allettante è perché non avete preso in considerazione il fatto che “pochi ma buoni” potrebbe essere la scelta migliore sul lungo termine.

Social_media
Partire da un’analisi preliminare sulla presenza del proprio pubblico sui social è fondamentale per avere bene a mente il contesto in cui ci si muove. Qualche esempio? Il vostro mercato è quello del B2B? Che vantaggi potreste ricavare da una social media strategy focalizzata su Facebook? Poco, per questo sarebbe preferibile investire tempi e risorse su Linkedin e rafforzare la rete con le aziende presenti.

Considerate poi la provenienza geografica dei vostri utenti finali. Siete proprio sicuri che Facebook o Instagram sia la scelta giusta se vi state affacciando sul mercato russo o cinese? A voi le considerazioni finali su questo punto focale. Ma andiamo avanti..

Perché i vostri prodotti o servizi non sono adatti per tutti i canali social

Partendo dal presupposto che la performance di una strategia social va misurata sulla base degli obiettivi prefissati, capire con quale scatola confezionare il nostro prodotto può rivelarsi vincente. Strettamente legato al punto uno, ovvero il pubblico, quello del rapporto canale/prodotto non è un passaggio da sottovalutare.

Avete un eCommerce con capi di abbigliamento beachware? Valorizzateli su Pinterest, abbandonando l’idea poco proficua di Twitter a meno che non vogliate entrare in qualche trend topic di giornata su un argomento di settore. La vostra azienda vi ha incaricato di seguire un evento? Il live tweeting è quello che fa per voi, così come una diretta live di Facebook. Meno adatto Instagram o Google +.

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Perché sui social media quantità non è sinonimo di qualità

Essere ovunque non è automaticamente sinonimo di grandi performance. Ve lo abbiamo già detto,  c’è una una grande varietà di canali social disponibili per il vostro business, ma  vi consigliamo di utilizzarne non più di tre e concentrarvi sulla produzione di contenuti di qualità per quelli che sono più performanti per il vostro business.

Non sapete quale canale scegliere e siete tornati al punto di partenza? Niente panico, vi consigliamo di mettervi in ascolto. Parlate con le persone con cui lavorate, parlate con i clienti e fate qualche attenta ricerca su ogni canale per monitorare se i vostri concorrenti e come i vostri potenziali clienti si rapportano con loro. Credeteci, perchè la qualità di quello che producete verrà premiata.

Perchè non avete molto tempo a disposizione da dedicare ai social media

Ve lo diciamo onestamente, dedicare il giusto tempo alla gestione dei vostri canali social è cosa buona e giusta, non si può improvvisare ma se di tempo ne avete poco come appena detto qualche riga fa è meglio concentrarsi su pochi ma buoni social network.

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Avere poco tempo e doverlo spalmare su tutti i social potrebbe significare prestare poca attenzione alla qualità dei contenuti che state producendo a discapito dei vostri potenziali clienti e di conseguenza del vostro business. Createvi una tabella di marcia, un posting plan e ottimizzate i vostri tempi prestando sempre attenzione al prodotto finale.

E voi avete da suggerirci qualche altro motivo per cui un’azienda o brand non dovrebbe essere necessariamente su tutti i social? Raccontateci la vostra esperienza e le vostre scelte. Dove? Naturalmente, sulla nostra fanpage di Facebook o sul nostro gruppo LinkedIn.

L’importanza del customer service per il tuo eCommerce

Quest’articolo è stato scritto da Antonella Apicella, docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

Antonella Apicella

Chi ha un eCommerce si preoccupa della bellezza, della funzionalità del sito, della selezione dei prodotti, della vendita di essi, della pubblicità per migliorare la visibilità dello shop, ma in pochi si preoccupano di “curare” il servizio di assistenza al cliente. Dalla mia esperienza rilevo che il servizio clienti di molti e-shop in rete è l’anello debole della catena: Live chat esistenti ma disattive, numeri telefonici ai quali non si risponde, servizio mail garantito, ma lento nelle risposte.

Il servizio di assistenza al cliente può essere un valido alleato per acquisire e fidelizzare il cliente, nelle diverse fasi del funnel di conversione.

Per funzionare, il servizio clienti va fatto bene e va considerato come impiego di risorse umane e di tempo al pari di un investimento pubblicitario nella strategia di marketing progettata.

Fatta questa premessa scopriamo insieme perché creare un buon customer care e cosa fa il servizio clienti per gli utenti di un eCommerce.

Un eCommerce è fatto di persone che lavorano e i suoi utenti/clienti sono uomini o donne. Quando parlo di eCommerce faccio, per capirci, un confronto con la vita e la realtà del negozio offline.

Sei un gestore di un retail, cosa faresti all’ingresso nel tuo negozio di un cliente curioso o interessato?

Lo accogli, lo lasci visitare il negozio, chiedi se ha bisogno di aiuto.

In breve, ti preoccupi personalmente o affidi ad un addetto il rapporto diretto con il cliente, per assisterlo, per consigliarlo e guidarlo all’acquisto.

Businesswoman hands holding white card sign with we hear you text message isolated on grey wall office background. Retro instagram style image

Cosa c’è di diverso per un e-shop?

Nulla, l’e-shop non è un “mondo alieno”, altro dalla realtà e dalla quotidianità delle persone.

Gli utenti che visitano il nostro e-shop sono persone, dato che il lavoro ed il rapporto con il cliente è virtuale, bisogna curare e dare molta più importanza alle relazioni umane.

Chi naviga in rete, ed approda sul tuo shop con l’intenzione di cercare o comprare un prodotto, vuole conferma che dietro al negozio virtuale ci siano delle persone in carne ed ossa, vive, reali con cui comunicare.

Le persone hanno bisogno di un “contatto fisico”, ad esempio chiedono conferma dell’ordine effettuato, per un bisogno di sicurezza, accertandosi che tutto sia andato a buon fine e che ci sia qualcuno che prenda l’incarico del loro acquisto.

Le domande frequenti sono tante, e vertono su diversi aspetti, dalle informazioni sui prodotti, alla difficoltà ad effettuare un ordine o una registrazione, da richieste relative alla spedizione, alle modalità di pagamento o reso.

Chi prende in gestione queste richieste? Chi scioglie i dubbi dell’ utente?

Riprendendo la similitudine con il “negozio reale”, se un cliente entra in un negozio e non trova nessuno disposto a seguirlo o ad aiutarlo, cosa fa?

Va via, non solo ma racconta anche ai suoi amici la sua esperienza negativa.

Lo stesso capita per l’e-shop, se il cliente ha difficoltà, se fa una domanda e non ha supporto, abbandona la pagina, va altrove e dimenticherà per sempre il tuo shop.

Nella complessità del mondo del web sono poche le cose che possono fare la differenza rispetto ad un competitor: una di queste è un buon servizio clienti.

Customer service representative working from home on laptop

Creare per il tuo eCommerce un customer care operativo, deputando una o più persone, a seconda delle esigenze, alla gestione delle richieste degli utenti, all’ascolto degli utenti, a comunicare con loro, è un beneficio per l’azienda, in termini di crescita di clienti soddisfatti e fidelizzati, di aumento diretto delle conversioni.

Non sottovalutiamo nella nostra strategia, il valore e il vantaggio del servizio clienti.

Un utente che ci pone una domanda ha più valore di un prospect, per cui investiamo denaro. Se ragioniamo in quest’ottica e l’obiettivo del nostro management è il cliente soddisfatto e non la vendita del prodotto, il customer care operativo diventa una priorità.

Cosa fa il customer service di un eCommerce?

Quando un utente entra in contatto con la tua azienda inizia un percorso: cerca il prodotto, lo valuta, decide di acquistarlo, si registra, chiede assistenza, riceve ed usa la merce, va via o decide di (ri)prendere la relazione con te.

Sono tutte fasi di una customer experience, durante la quale gioca un ruolo importante chi si occupa del servizio clienti. Mettendo il cliente al centro del tuo eCommerce, chi fa servizio clienti punta a rendere piacevole e semplice tutta la sua esperienza di navigazione e di acquisto.

Il servizio clienti è la voce della tua azienda.

Il contatto con la live chat, la mail, il telefono, i social media o qualunque canale si scelga per la comunicazione, genera un’esperienza, elabora una valutazione che porterà l’utente a scegliere e confermare te o passare al competitor.

L’utente valuterà e sceglierà la tua azienda alla luce dell’affidabilità, della cortesia, della professionalità trasmessa.

Il cliente è esigente, mettiamoci nei suoi panni ed aiutiamolo.

Il compito di chi si occupa di customer care è quello di essere rapidi ed efficienti, garantiamo un supporto veloce e di qualità.

I tempi di risposta vanno ben scanditi.

La risposta in 5 minuti non è obbligatoria, ma dopo tre giorni è deleteria.

Se necessario, smistiamo le domande relative alla fase di pre-ordine, da quelle di post-ordine, che includono ad esempio dubbi circa lo stato dell’ordine, della spedizione, del reso, assegnando ciascun ambito a persone diverse.

La fiducia nel cliente si costruisce intrecciando una rete, nella quale la velocità, la cortesia, la professionalità sono i punti di forza, risolvere un dubbio, essere presenti, trasforma un utente incerto, in un cliente soddisfatto.

Costruire una rete di clienti soddisfatti è la missione di chi fa Customer care

Scegli il canale più adatto per entrare in comunicazione con la tua audience.

Non tutti gli strumenti per fare customer care sono adatti per il tuo eCommerce.

Se vendi un prodotto rivolto ad un target di persone adulte, abituate al telefono, sarà opportuno fornire un numero verde o un recapito telefonico dove contattarti.

Non nego che talvolta si possano usare più strumenti contemporaneamente, perché l’audience è più vasta, tocca età e stili diversi.

Ascolta il pubblico, testa quali sono le sue esigenze, usa talvolta più strumenti nello stesso tempo, conversa con gli utenti e non è assente.

Abbiamo visto quanto è importante investire risorse per gestire un servizio di customer care, quanto può essere produttivo e remunerativo intercettare un utente nel momento del bisogno.

Abbiamo il ruolo determinante del servizio clienti, portavoce dell’azienda, è colui che trasferisce fiducia, sicurezza, affidabilità, e guida l’utente in tutta la sua esperienza di acquisto.

Rimane aperta la questione su come creare una strategia di customer care e quali strumenti usare. Affronteremo l’argomento all’interno del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

Inviare una email di lavoro sbagliata non ha mai ucciso nessuno, è vero, se vogliamo considerare una email come una semplice comunicazione di informazioni. Eppure, ci sono lavori nei quali apparire professionali è importante almeno quanto esserlo davvero. Il mondo della comunicazione è proprio uno di quei settori nei quali questo presupposto è ancora più valido.

Il classico errore di distrazione, l’invio disattento di una bozza non ancora completa, l’inclusione tra i destinatari di indirizzi che dovevano essere esclusi.

Se almeno uno di questi tipici errori da invio di email di lavoro compulsivo ti è familiare, allora ti consiglio di proseguire nella tua lettura. Scoprirai quali sono gli errori più comuni che si commettono inviando una email di lavoro e soprattutto, imparerai come prevenirli.

Quasi tutti trascorriamo almeno un quarto di ogni giornata di lavoro a leggere o a rispondere alle email di lavoro. Eppure molti di noi non hanno ancora piena confidenza con quello che potremmo definire il Galateo della posta elettronica, un ambito complesso nonostante venga spesso percepito come semplice e immediato, ma che prevede esperienza e conoscenza delle diverse fattispecie che si potranno incontrare.

Ecco i cinque errori più comuni, che tutti rischiamo di commettere nell’invio delle nostre email di lavoro.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

1. Saluti troppo informali

Quando si scrive una email professionale, soprattutto rivolgendosi a qualcuno che già si conosce da tempo, o magari con cui si collabora abitualmente, si corre sempre il rischio di incorrere in un saluto troppo informale, non adatto al registro comunque ufficiale della mail di lavoro.

Magari ti sarà capitato di lasciarti sfuggire un “Hey” o peggio “Bella zio!”. Ricorda che, anche se sei in estrema confidenza con il tuo destinatario, in quella mail potrebbe essere in copia qualcun altro e tu potresti non essertene accorto, oppure, magari, ad un certo punto potrebbe nascere l’esigenza di inserire nel thread della comunicazione un terzo indirizzo, che si troverà a leggere anche le altre conversazioni su quell’argomento.

Sempre meglio sbagliare per una eccessiva formalità che per essere stati troppo “sciolti” in un saluto.

2. Errori di battitura o errori di grammatica

Mentre un paio di errori di battitura o di refusi non sono un grande problema per nessuno – tutti capiscono che ormai inviamo mail in qualsiasi circostanza, anche attraverso la tastiera non proprio comoda di uno smartphone -, gli errori di grammatica mostrano invece una scarsa padronanza della lingua e fanno inclinare verso il basso la percezione che l’interlocutore avrà della tua professionalità.

Scrivi, leggi, rileggi e poi controlla. Queste sono le regole fondamentali per non inviare una email poco chiara, molto imbarazzante e davvero poco professionale.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

3. Invio di email di lavoro prima che siano complete

Cliccare troppo presto sul tasto “Invia” è segno di disattenzione. Non ci sono scuse per questo, mentre sei a lavoro ci si aspetta che i processi che segui siano curati con la massima attenzione, anche se stai facendo quattro cose contemporaneamente.

Una mail inviata troppo presto nel migliore di casi ti costringerà a completare la comunicazione con una seconda mail, che arriverà come un segnale di allarme per i destinatari. Immagina cosa significa sentire due o tre blip di seguito, per il Manager che utilizza la sincronizzazione sul cellulare. Come minimo il rischio è quello di sembrare degli scocciatori, nel peggiore dei casi sarai etichettato come disorganizzato e superficiale.

Per non correre questo rischio, soprattutto quando scrivi email di lavoro molto lunghe e complesse, basta semplicemente inserire il destinatario come ultima fase dell’invio. Questo ti garantirà anche la necessità di ricontrollare di aver inserito tutti gli indirizzi correttamente e nei rispettivi campi, se qualcuno dovesse essere in copia.

LEGGI ANCHE: Chatbot: 14 informazioni che non potete proprio ignorare

4. Mancanza di rispetto nei confronti di altre culture

Quando comunichiamo virtualmente, può essere davvero difficile comunicare esattamente ciò che stiamo cercando di dire. Il rischio, senza gestualità e senza il tono della voce che accompagna il messaggio è quello di essere fraintesi. Soprattutto quando comunichiamo con clienti di altre culture dobbiamo quindi tenere ben presente non solo il diverso fuso orario, ma anche le differenze culturali, stando attenti soprattutto all’uso di frasi idiomatiche, quelle più a rischio di fraintendimento.

Un interlocutore potrebbe apparire freddo e distaccato, ma in realtà è solo il frutto di una cultura più rispettosa della forma, quindi non facciamone mai una questione personale e cerchiamo di adeguarci al tono della conversazione senza preconcetti. Nelle mail come nella vita, insomma!

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

5. Un tono scherzoso che potrebbe essere frainteso

Anche se ci si conosce da tempo e molto bene, lo scherzo virtuale è sempre rischioso. La possibilità di degenerare in un fraintendimento, o peggio in una vera e propria lite, è altissimo. Se proprio hai commesso questo errore, non c’è modo di risolverlo tramite web. Rinuncia alla tua email di lavoro e componi il numero del collega che si è sentito offeso dal tuo gesto azzardato. E ovviamente, che l’errore ti serva da lezione.

Google SERP

Come apparire in cima ai risultati di ricerca, con i featured snippet di Google

Cosa sono i featured snippet di Google? Non potevamo che andare a cercare le informazioni alla fonte.

La definizione di Google è questa:

Quando un utente pone una domanda in Ricerca Google, la risposta restituita potrebbe essere mostrata in un riquadro speciale di snippet in primo piano nella parte superiore della pagina dei risultati di ricerca. Questo riquadro di snippet in primo piano include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL

(Google Support)

i featured snippet di Google

Via: Google support

5 passi da seguire per creare featured snippet

Gli snippet non sono a pagamento e quindi sono accessibili a chiunque sia interessato ad ottimizzare i contenuti del proprio sito in modo da risultare rilevante per Google.

Certamente apparire nei featured snippet significa apparire tra i primi risultati di ricerca. Come sfruttare questa imperdibile opportunità e migliorare il proprio posizionamento nella SERP?

Ecco alcuni consigli di base:

1. I contenuti devono rispondere alle possibili domande degli utenti

L’algoritmo di Google cerca tra innumerevoli siti la riposta ad una domanda formulata dall’utente. Questo elemento viene visualizzato in cima ai risultati di ricerca, sotto gli annunci di AdWords, nel caso ci fossero.

2. Quali domande pone il tuo target?

Invece di focalizzare il contenuto solo su una keyword come per esempio “Content Marketing” per pensare in ottica di featured snippet è utile porsi le domande che il vostro target potrebbe farti a riguardo: “Cos’è il content marketing?”. Il sito answer the public, ad esempio, aiuta a creare delle domande in base alle parole chiave. Se cerchiamo Content Marketing in Italia, quali domande saranno formulate?

Google featured Snippet, domande da porre3. Content is king, vale anche per i featured snippet

Con gli snippet non è possibile bypassare i parametri di ranking di Google. Questo significa che i contenuti devono essere di alta qualità, facilmente comprensibili, devono intrattenere il lettore ed essere focalizzati sullo user.

4. Ottimizza i contenuti per fornire la risposta migliore

Apparire in un featured snippet non è facile visto l’ammontare di contenuti nel Web. Solo la migliore risposta riuscirà ad apparire nel riquadro speciale dello snippet in primo piano. Mettiti nei panni del tuo interlocutore e cerca di immaginare le domande che potrebbe porre. Scrivi in maniera semplice e chiarisci passo per passo ogni possibile fonte di dubbio. Usa immagini, infografiche, video o screenshot per arricchire le guide. Gli utenti che troveranno i tuoi contenuti in un featured snippet, saranno più propensi a tornare sul sito.

LEGGI ANCHE: 4 segreti di Digital content Marketing raccontati dagli esperti

5. Usa le domande frequenti “FAQ”

Se sul sito hai una sezione dedicata alle domande frequenti, parti con un leggero vantaggio. Qui gli utenti potrebbero trovare domande che si sono posti visitando il sito, ma soprattutto il crawler di Google potrebbe trovare le risposte alle domande digitate dagli utenti. Per aumentare le possibilità di trovare i tuoi contenuti in un featured snippet, controlla le domande: ci sono tutte quelle che un utente potrebbe porsi? Le risposte sono esaurienti e chiare? Ricorda che le risposte non devono essere troppo lunghe, ma neanche troppo corte. Non esitare ad inserire link per approfondire l’argomento su altri siti.

Ancora una volta Google ci dimostra che per avanzare in primo piano nella SERP è necessario curare i contenuti per aumentarne la rilevanza.

Come i social media ci invogliano a viaggiare

Instagram, come altri social network, pullula di travel bloggers e persone comuni cui piace condividere le proprie foto o stories delle proprie vacanze. Quante volte, spinti da un irrefrenabile senso d’invidia per questi post avete espresso il desiderio di raggiungere realmente quei luoghi? Vi siete fermati al sogno ad occhi aperti oppure vi siete lasciati ispirare davvero per l’organizzazione della prossima meta vacanziera?

Sempre più user, soprattutto in quella fascia d’età che comunemente accorpa i nati tra gli anni ’80 e i 2000, amano guardare foto di mete esotiche e particolarmente attraenti e non solo per deliziare gli occhi e diminuire il senso di stress, ma soprattutto per scegliere una possibile destinazione.

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Sembrerebbe infatti che sempre più millennial vedano i social come uno strumento molto influente sulle proprie scelte itineranti, tanto da sostituire gradualmente le guide da viaggio cartacee. La cosa non ci stupisce, ovviamente, vista la tendenza generazionale a preferire la condivisione d’informazioni al mero tentativo di vendere qualcosa in maniera diretta.

Postare, viaggiare, e ancora postare

Le nuove generazioni comprano meno guide turistiche delle precedenti e hanno sostituito in gran parte la carta con informazioni condivise sui social, e il perché è elementare: contenuti dinamici, costantemente aggiornati su attrazioni, hotel ed eventi.

Oltre all’attrattività del contenuto di media e immagini si tende sempre più a fidarsi di persone che, per esperienza, possono dare concreti consigli sulla località ambita. Un esempio pratico è rappresentato da TripAdvisor: scegliere una località mai visitata comporta alcuni fattori chiave come fotografie invitanti ma soprattutto recensioni di qualità.

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Ma quale migliore recensione di quella di un amico fidato? Facebook e Instagram fanno la loro pare ma secondo Blitz Agency è ancora il passaparola a tenere le redini. Sembrerebbe infatti che ancora il 16% delle persone, quando si tratta di vacanze, preferisce ascoltare un giudizio fidato.

Eppure i social network accorciano le distanze visto che ammonta al 15% la quota di vacanzieri altamente influenzati dai post su Facebook, seguiti da un 13% di accaniti follower su Instagram. Nell’istogramma sottostante sono rappresentati in azzurro e in celeste chiaro rispettivamente i dati dei nati dopo e prima del 1980.

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Foto: Blitz Agency

Quando un turista dalla vena social mette in atto il perfetto selfie vacanziero, di fatto sta creando qualcosa di più complesso di un semplice senso d’invidia nei vostri confronti: sta per creare una sorta di replicante. L’84% dei cosiddetti millennial e il 73% di appartenenti a generazioni precedenti organizzano le proprie vacanze solo in base ai post di qualcun altro. Nonostante il passaparola non si sia ancora lasciato affossare, Youtube, Instagram e Facebook sono le nostre nuove fonti d’ispirazione.

In base a queste nuove abitudini, come cambia l’approccio dei brand a questa nuova tendenza? Naturalmente il segreto è passare per la condivisione: servizi che invoglino il consumatore a condividere la propria esperienza, foto e hashtag si traducono in engagement virale e coinvolgimento indiretto dei propri consumatori.

Gestire autonomamente il proprio viaggio

Il viaggiatore del terzo millennio è social e preferisce autogestire il suo tempo e il suo itinerario: il ruolo dei brand del settore turistico presenti sui social diventa quindi centrale. I nuovi vacanzieri vogliono poter ricercare da sé le proprie opzioni di viaggio, leggere recensioni da cui prendere spunto, comparare i prezzi per poter risparmiare, pianificare gli itinerari e poter pagare online.

Il paradiso all’improvviso ?

Gepostet von trivago am Sonntag, 2. April 2017

 

Gli strumenti forniti dai brand dovrebbero quindi saper guidare il fruitore verso un’esperienza di acquisto semplice e spensierata mirata a rievocare l’emozione suscitata dalle foto pubblicizzate, cercando di mantenere le promesse fatte sui social soprattutto riguardo la convenienza e la qualità del servizio. Ciò include una user experience all’evenienza mobile friendly e comunque focalizzata alla fruizione di informazioni consultabili in qualsiasi momento della giornata: da casa con il laptop o in metropolitana dallo smartphone.

I social media non sono solo in grado di influenzare la nostra voglia di viaggiare: essi riescono anche a orientare la nostra scelta verso un luogo piuttosto che un altro e a farci scegliere quali attività svolgere durante il nostro soggiorno. Sembrerebbe quindi che non vi sia scampo, non resta che lasciarsi trasportare dai trend e preparare le valigie.

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Marketing di prossimità: ritorno al futuro per i negozi

Shopping online, shopping online ovunque: le scarpe, i mobili, persino la spesa arrivano in un attimo a casa nostra. In un contesto del genere sembra che i negozi fisici siano destinati ad estinguersi, giusto? Forse sì, o forse hanno solo bisogno di reinventarsi, e possono farlo grazie al marketing di prossimità.

Basta guardarsi intorno per rendersi conto che l’esperienza dello shopping oggi ha assunto un valore completamente diverso rispetto a pochi anni fa. Le classiche occasioni che, nel bene o nel male, ci costringevano ad uscire di casa e ad avventurarci nel magico mondo dei negozi fisici, sono state sostituiti da altrettanti siti di eCommerce pronti a soddisfare ogni nostra richiesta.

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Così per la spesa possiamo affidarci ad Amazon Prime Now, che in due ore ti consegna comodamente a casa tutto, dalla frutta ai detersivi, o addirittura quel regalo di compleanno che ci eravamo dimenticati di fare; con Zalando possiamo acquistare più scarpe di quante potrebbe indossarne Carrie Bradshaw; perfino quando vogliamo stupire i nostri ospiti a cena possiamo farci arrivare a casa i piatti più elaborati sotto forma di ingredienti già perfettamente misurati ed ordinati, grazie a promettenti startup come Quomi.

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I negozi fisici che fine fanno?

Non c’è più bisogno di lunghe ed estenuanti ricerche per quel preciso oggetto che dobbiamo trovare, camminate di ore per passare da un punto vendita all’altro, file chilometriche alla cassa. Sembra uno scenario in cui, nel lungo termine, i negozi fisici si estingueranno o quantomeno cambieranno completamente ruolo. Ma i punti vendita sono disposti a diventare dei dinosauri e andarsene in silenzio?

Molti no, ed è per questo che sempre più spesso si sente parlare di marketing di prossimità. Il marketing di prossimità altro non è che uno dei tanti modi di fare mobile marketing, ovvero di sfruttare l’ubiquità dei dispositivi mobili, che ormai ci accompagnano ovunque e sono praticamente sempre connessi ad internet.

beacon e proximity marketing cosa puoi imparare dalle migliori startup italiane

Per negozi, ristoranti, cinema ed in generale i luoghi fisici per l’acquisto di beni e servizi, questa può essere una manna dal cielo: invece di utilizzare costose pubblicità per far sapere ad un possibile cliente, che però potrebbe trovarsi dall’altra parte della città, delle proprie promozioni, possono semplicemente mandare un messaggio al passante ignaro di fronte alla propria vetrina.

Il confine tra online e offline

E se, grazie all’economia dei Big Data e alla nostra autorizzazione, potessero addirittura sapere i gusti di quel passante? Se sapessero che sta cercando un regalo per sua madre, perché ha fatto quella ricerca su Google proprio prima? O che ha fame ed è vegetariano, perché le ricette salvate sul suo telefono sono tutte così? O se mentre guarda un paio di scarpe, una notifica lo informasse che il suo numero è terminato ma che c’è un altro modello simile che può interessargli?

Allora il negozio fisico che stava per scomparire, perché non più necessario, diventa improvvisamente utile, ci fa venire voglia di entrare perché risponde esattamente ai nostri bisogni, semplificandoci la vita. Ritorna quasi a svolgere quel ruolo che aveva il negozio di fiducia sotto casa, che ci conosceva personalmente e sapeva consigliarci perfettamente i migliori prodotti, le offerte più interessanti, o addirittura la ricetta segreta per cucinare il prodotto appena acquistato. Un ritorno al futuro insomma. E tutto grazie alla tecnologia.

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Tecnologia come iBeacons, piccoli strumenti di connessione che rappresentano l’anima del marketing di prossimità perché possono identificare con estrema precisione la posizione di una persona dotata di un cellulare connesso. Tra i primi ad aver implementato questa tecnologia ci sono molti grandi catene americane, da McDonalds a Tesco, che nei propri retail store comunicano con i possibili clienti sfruttando questa tecnologia, interagendo con il prodotto giusto in base alla posizione nel negozio.

Oppure il Digital e Mobile signage, tecniche che permettono di spostare l’interazione ottenuta grazie al marketing di prossimità su device interattivi, come lavagne digitali, proiettori, display LED.

I negozi fisici in questo modo, grazie al marketing di prossimità, all’analisi dei dati e ad una buona dose di creatività, possono letteralmente invertire la tendenza e tornare ad essere rilevanti. In Italia questo tipo di attività vengono ancora realizzate in maniera timida e superficiale, complice anche la complicata legge sulla privacy e la nostrana tendenza a vivere ogni attività che ci coinvolge fuori da uno schermo come un’”invasione”, ma all’estero il marketing di prossimità sta diventando uno strumento imprescindibile per i negozi fisici, con vantaggi innegabili anche per gli stessi consumatori.

Sarà questo il futuro dei retailer e dello shopping?

Content Marketing corso online

I segreti dei #ContentNinjas, ovvero qualche dritta dal Corso Online in Content Marketing

Quali sono le regole, gli strumenti e gli obiettivi di chi lavora nel digital storytelling e nel web copywriting? Da questa domanda ha preso il via il Corso Online in Content Marketing di Ninja Academy, con una missione ben chiara: provare a trasformarci in Ninja del Content Marketing, grazie a Francesco Gavatorta, Valentina Falcinelli e Alberto Maestri.

Content Marketing corso online

Cosa abbiamo imparato durante il corso online?

Abbiamo imparato fin dai primi giorni a riconoscere il valore dello storytelling insieme a Francesco Gavatorta, per poi fare i conti con numeri, metriche e strategie grazie ad Alberto Maestri (perché il Content Marketing non si improvvisa, ma si monitora).

Infine, ci siamo fatti inebriare dall’entusiasmo per il “potere delle parole” di Valentina Falcinelli, facendoci guidare verso la scoperta di strumenti e canali utili per le attività di Content Marketing (se siete convinti che content marketing sia sinonimo di blog… avete bisogno di questo corso!).

Ecco nel dettaglio alcuni concetti fondamentali che abbiamo imparato da ognuno dei nostri docenti Ninja

Diffida da chi dice Ci faccio uno storytelling

Francesco Gavatorta ci ha insegnato a ragionare in un’ottica omnichannel e a non dire mai ci faccio uno strorytelling! Siamo stati iniziati all’arte del raccontare storie con la consapevolezza che lo storytelling richiede, prima di tutto, la capacità di ascoltare i propri consumatori, emozionare e attingere all’esperienza.

Dalla brand image alla brand story, senza tralasciare l’esperienza del consumatore, abbiamo osservato come stia cambiando la customer journey nel mondo digital.

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“Content Marketing non fa rima con Social Media Marketing”

Con questo monito, Alberto Maestri ha chiarito fin da subito che identificare il Content Marketing con il Social Media Marketing è il primo errore da evitare (in fondo, riconoscere il problema è il primo passo verso la guarigione ?).

Abbiamo imparato ad essere più “SMART” passando all’azione comprendendo come individuare obiettivi, impostare strategie e concentrarsi sulle metriche adeguate, perché il Content Marketing non si improvvisa, ma può – e deve – essere misurato.

Il migliore strumento per fare Content Marketing sei tu

Da Valentina Falcinelli abbiamo appreso gli ingredienti fondamentali che rendono il Content Marketing un’opera di alta ingegneria e, allo stesso tempo, un piatto creativo di uno chef stellato: un condensato di strategia, creatività e cura dei dettagli.

Newsletter, guide, faq, social channels, blog…Valentina Falcinelli ha arricchito il toolkit del Content Ninja con consigli e strumenti strategici che rispondono ad un mantra specifico: “Rifuggi la superficialità”!

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Cosa siamo in grado di fare adesso

Grazie al corso in Content Marketing siamo in grado di:

  • Pianificare, monitorare e gestire una Content Strategy
  • Applicare tecniche di copywriting per la scrittura di testi efficaci ed ottimizzati sui social e per il digital
  • Arricchire i contenuti attraverso le potenzialità dello storytelling  
  • Progettare e gestire attività di Content Marketing attraverso tecniche e strumenti SEO

La Ninja Academy experience

Le migliori esperienze di formazione (e non solo) sono quelle che ti lasciano un bagaglio di riflessioni, strumenti e indicazioni da approfondire e alle quali attingere continuamente. Ma, soprattutto, nulla contagia di più dell’entusiasmo di chi insegna e di chi ascolta.

Corso online Content Marketing

Ma l’entusiasmo per le tecniche, gli strumenti e i consigli dei professionisti ninja possono causare danni collaterali, provocando un’ irrefrenabile esigenza di diffondere le abilità e le competenze dei veri #ContentNinjas!

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E ora… Content Lab!

Prossima sfida per i Content Ninjas: dimostrate tutte le competenze acquisite con il corso online partecipando al Content Lab. Appuntamento a Milano, dal 28 al 29 aprile, per una full immersion di Web Copywriting, Content Marketing e Visual Storytelling. E, per l’occasione, i docenti ninja saranno presenti in carne ed ossa. Ultimi due posti disponibili! ⏰

Vuoi diventare anche tu un Ninja della comunicazione e del digital marketing? Non perdere i prossimi corsi di Ninja Academy.

Be ninja!

Football City Guides: le città raccontate attraverso il pallone

In Italia si viaggia per sport. Sembra una non notizia, invece lo è: la locuzione “per sport” stavolta è da intendere in maniera letterale, perché nell’affermazione iniziale si intende che i trend turistici di coloro che viaggiano per seguire eventi sportivi è in netta crescita (intorno al +20%) nel nostro Paese.

Non so se questa crescita sia stata messa in conto o se sia solamente una scusa “tecnica” per dare un senso al progetto, ma Jvan Sica insieme ad Alberto Facchinetti ed il fotografo Antonio Di Bonito hanno realizzato le prime Football City Guides, una collana di guide turistico-calcistiche edite dalla casa editrice InContropiede.

copertina lisbona

Cosa sono le Football City Guides? Sono una seconda guida. Per chi viaggia con tanti motivi nella valigia, una guida tematica che accompagni quella generalista è una giusta scelta per poter approfondire aspetti specifici altrimenti toccati sempre solo di striscio ad ogni viaggio. Per chi viaggia invece con in testa solo il pallone le FCG sono percorsi di accompagnamento che non possono mancare per godersi davvero la Football City che si vuole visitare.

Le FCG sono piene di consigli, indirizzi utili, itinerari slegati o collegati a quelli più tradizionali per guidare il viaggiatore in tutti i luoghi “calcistici” della città. Raccolgono inoltre storie di personaggi, aneddoti, interviste, liste curiose che diventeranno spunti interessanti per chi andrà alla scoperta delle diverse metropoli calcistiche. Nel realizzarle gli autori hanno seguito delle vere e proprie indagini antropologiche, visitando personalmente le mete calcio-turistiche e parlando soprattutto con le persone. Quando si parla di calcio magari si ha solo mezza città che ti risponde (in realtà anche le donne sanno e vogliono dire la loro), ma quando lo fa gli occhi brillano.

Abbiamo incontrato uno degli autori, Jvan Sica – che è stato un ninja della prima ora.

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Foto: TEDx event Napoli

Quali sono gli aneddoti più belli?

Quando un tassista a Zagabria – ci risponde – parlava del suo amore per l’Hadjuk Spalato come se stesse parlando della stima per JFK nella Mosca di Chruschev, oppure quando un cameriere di Lisbona andò a prenderci a casa sua (a 5 km dal ristorante) una marea di cimeli dello Sporting. Il proprietario era incazzato come una bestia, ma quando lo vide arrivare con tutta quella roba biancoverde lo scusò subito, la ragione era giusta.

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Quali città avete toccato?

Per ora le prime due guide sono su Zagabria e Lisbona. Zagabria ha una forte impronta calcistica, nonostante i croati amino tanto anche tanti altri sport. Girare fra lo stadio Maksimir, i covi dei Bad Blue Boys, il Mirogoj, il cimitero che ospita Drazen Petrovic ma anche tanti miti calcistici, la Croatian Football Federation’s Multimedia è stato favoloso, un vero universo di passione da capire prima di giudicare. Lisbona poi (scritta insieme anche ad Enzo Palladini) è completamente louca para o futebol, con quattro stadi ricchi di storia, la toponomastica calcistica, la Feira da Ladra, il Pantheon, Matateu, Bela Guttmann, Pepe Soares, Miklos Feher ecc. ecc.

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Qual è il senso di una guida turistica per appassionati di calcio?

Spesso per noi weekendisti una città è semplicemente una serie di punti da collegare, con il foglio che al ritorno ridà a tutti lo stesso disegno. Per il tempo che abbiamo a disposizione forse è anche giusta pensarla in questo modo. Ma se ti fermi un attimo trovi di più e la città diventa un disegno molto più intricato e bello. Ed ognuno disegnerà il suo. Noi abbiamo suggerito un disegno calcistico, uno fra gli altri.