Growth hacking

Week in Social: crescono LinkedIn e Instagram, novità da Snapchat e Facebook

È venerdì: questo vuol dire che il weekend è arrivato, l’ufficio sarà presto chiuso e voi potrete leggere la nostra rubrica, come di consueto, in assoluta tranquillità.

Anche questa settimana, i social network hanno riempito e colorato le nostre giornate. News scottanti (ma anche fresche!) da Facebook, Twitter, Instagram e co. in arrivo!

LinkedIn

Iniziamo subito con una buona notizia: LinkedIn festeggia 500 milioni di utenti e questo vuol dire che il 7% della popolazione mondiale si affida alla piattaforma per avere una presenza “social” professionale. Colin Daileda, giornalista di Mashable, lo ha definito il gigante silenzioso dei social media. Noi siamo d’accordo, voi che ne dite?

linkedin buzzword

Inoltre, Milano risulta la quinta area più connessa al mondo. Ci auguriamo solo che se ne faccia un uso corretto: più “professional” meno social!

Instagram

Ci dispiace rovinare il primato di LinkedIn, ma Instagram, prepotentemente, ha da dire qualcosa. Se comunicati stampa fieri e trionfanti si aggirano negli uffici “solo” per mezzo miliardo di persone, c’è chi il miliardo lo sta raggiungendo con estrema facilità.

L’applicazione ha, infatti, da poco raggiunto i 700 milioni di utenti segnando la crescita numerica più alta delle storia di Instagram.

D’altronde, le storie di Instagram, prese in prestito da Snapchat, hanno raggiunto i 200 milioni di utenti (superando i 150 milioni di Snapchat).

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Twitter

Anche Twitter mostra segnali di ripresa e noi ne siamo contenti: chi se lo immagina un mondo senza cinguettii frequenti? Perdite ridotte e boom di utenti: sono queste le parole che rassicurano il mondo web. I risultati pubblicati da Twitter in merito al primo trimestre del 2017 lasciano intravedere una speranza rispetto a quelle che erano le infauste e preoccupanti previsioni del 2016.

Nei primi tre mesi dell’anno si è registrata una perdita “solo” del 7%, e i ricavi sono scesi a 548 milioni di dollari, superiori comunque ai 517 milioni attesi.

Ma chi ha parlato di “buone notizie”? Ecco, è la perdita più contenuta mai registrata dal 2015 ad oggi. Vi è stata una diminuzione dai 167 milioni di dollari del 2016 agli attuali 61,56 milioni (equivalenti a 9 centesimi per azione).

Inoltre, sono cresciuti ancora gli utenti ,arrivando a quota 328 milioni (+14% rispetto a marzo 2016 e +6% rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno).

Quindi anche in Casa Twitter: si festeggia!

Twitter, il social media scelto per raccontare la guerra

In tutti ciò, ecco che un’altra novità da Twitter ci giunge: video no stop 24h su 24h. Sì, Twitter vuole riprendersi ciò che è suo e punta allo streaming non stop, con relativi contenuti di intrattenimento, di sport e di news. Ce la faranno i nostri eroi? Ve lo diremo in 140 caratteri.

Snapchat

Ormai è guerra all’ultima story, ma Snapchat non si arrende: il social “dei giovani” vuole crescere e lo fa puntando a nuovi “geofilter” sponsorizzati. Questa nuova funzionalità permetterà agli utenti di utilizzare filtri personalizzati in luoghi ben precisi. Una mossa per distinguersi anche se, soprattutto, Snapchat punta in questo modo ad accaparrarsi l’attenzione degli inserzionisti: questi filtri sono applicabili solo in posti ben localizzati e non è si tratta di sponsor da poco. Come andrà finire? Chi lo sa, potremmo anche scoprirlo su Instagram, di questi tempi!

http://danfreebairn.co.uk

http://danfreebairn.co.uk

 

Facebook

Di certo non poteva mancare. Cosa dire di Mark? Cosa si è inventato questa volta? Arrivano intanto gli aggiornamenti su Facebook Lite. Per chi non lo sapesse, è la versione/app di Facebook più leggera e proprio in questi giorni arrivano le promesse reactions. Ah, si poteva vivere senza?

Di pari passo anche i filtri per la fotocamera rappresentano la mini novità della versione Lite di Facebook. Ma se continua così, quanto sarà mai Lite? Mark, non ci deludi mai, sappiamo che per te, ogni promessa è un debito. Sari un Ninja anche tu?

I risultati di Facebook e le strategie per il 2017

Ancora, ecco che per Android vi è la possibilità di visualizzare un tasto che permette di accedere ai contenuti video. Si clicca su di esso per essere subito collegati ai video suggeriti. A cosa serve nello specifico, è veramente utile, chi lo ha chiesto? Ancora è un test, ve lo diremo quando (e se) diventerà una vera e propria funzionalità.

Per questa settimana è tutto, un weekend ninja a tutti voi!

Kiasma

In Finlandia è stata creata una GIF della durata di 1000 anni

Se si fa un giro sulla propria home di Facebook, è più che normale imbattersi in un’enorme quantità di GIF animate di ogni tipo, create per divertire e intrattenere un utente. Ma se le GIF diventassero arte?
Quando ci si trova davanti a opere di arte contemporanea, spesso possono risultare difficili da comprendere; a volte, addirittura, sembra complicato perfino riuscire a definire “arte” certi oggetti o rappresentazioni. Negli ultimi anni, inoltre, sempre più artisti cercano di integrare la loro arte con i mezzi digitali, con risultati all’apparenza scadenti o, perlomeno, poco comprensibili, appunto.

Tuttavia, in un museo finlandese, ora è presente un’opera d’arte perfettamente influenzata dai mezzi digitali, la cui caratteristica risulta proprio quella di essere nient’altro che una GIF. Come ha fatto il suo creatore, l’artista Juha Van Ingen, a farla diventare “arte”? Realizzandola di una lunghezza pari a esattamente 1000 anni.

1000 anni GIF

L’installazione di Van Ingen, esibita al Museo di Arte Contemporanea a Helsinki, Kiasma (nella foto in anteprima), si chiama AS Long As Possible (ASLAP), ed è stata inaugurata simbolicamente quest’anno in concomitanza del centenario dell’indipendenza finlandese. La GIF in sé non è graficamente molto accattivante, dato che consiste solamente in 48,140,288 frame di numeri bianchi su uno sfondo nero. ASLAP, infatti, mostra solamente un frame di un numero per dieci minuti, prima di passare al numero successivo, con l’obiettivo di raggiungere la fine nell’anno 3017.

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Un lavoro sicuramente di notevole ambizione, di cui l’artista finlandese va molto orgoglioso. Egli infatti pone affidamento sulle prossime generazioni, su cui cadrà la responsabilità dell’opera d’arte, della quale dovranno avere molta cura. Lo stesso artista, comunque, spera che questa «piccola candela digitale» rimanga accesa per 1000 anni senza alcun problema. Kiasma vuole contribuire a questo obiettivo, facendo sì che l’opera d’arte continui a funzionare anche dopo la sua esibizione, negli archivi del museo.
L’artista, tuttavia, si è voluto tutelare ulteriormente: il file di ASLAP ha più di una copia e viene fatto girare simultaneamente su diverse unità riproduttive, tutte sincronizzate e possibili da utilizzare per essere esibite al pubblico. Se una delle unità dovesse venire distrutta da una catastrofe, o se risulterà esserci il bisogno di essere aggiornata dal punto di vista del software, verrà costruita una nuova unità fisica, e il file animato verrà sincronizzato con le altre unità. Se tutte le unità riproduttive vengono distrutte, esiste una speciale capsula che contiene la descrizione dell’opera d’arte, le specifiche della GIF, il file originale .gif e i documenti necessari, inclusa una copia stampata del codice per generare un nuovo file. Non dovrebbero esserci problemi, quindi, per conservare al meglio quest’opera unica nel suo genere.

Van Ingen, inoltre, è costantemente alla ricerca di musei o organizzazioni culturali interessate a collaborare nell’offrire o trovare un posto sicuro per la conservazione di unità di riproduzione della sua opera, oltre che alla sua speciale capsula “salva-ASLAP”.

La Customer Experience ai tempi del Cyberpunk

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Giaume, Innovation Director in Ars et Inventio e autore di “Data Scientist. Tra Competitività e Innovazione”.

Il Cyberpunk è una corrente letteraria e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta del XX secolo, nell’ambito della fantascienza, che tratta di scienze avanzate e il cui nome deriva dalla crasi di cibernetica e punk. Il temine venne coniato da Bruce Bethke come titolo di un suo racconto pubblicato nel 1983.

In questo articolo mi sono “divertito” a mettere in relazione le situazioni create dall’immaginifica mente degli autori con quanto sta oggi davvero accadendo nel campo della Customer Experience.

“La boutique riconobbe la mia presenza. Gli abiti e le bluse si incresparono sulle grucce, e gli orli si arricciarono con civetteria.” (The Allure, 1990)

Una vetrina i cui manichini si attivano per attirare l’attenzione del potenziale cliente, percependone la presenza e comportandosi di conseguenza. Quando Richard Calder scrisse questo passaggio nel 1990 ne intuiva la rilevanza, nel descrivere una linea di abiti che di fatto diventava come una seconda pelle, fino a vivere in simbiosi con chi li indossasse.

Oggi è la capacità di modellarsi sulle aspettative dei clienti che permette di essere competitivi. E di continuare ad esserlo grazie alla possibilità di attingere alla relazione con i clienti per sviluppare nuovi prodotti e servizi.

Ma quali sono gli elementi abilitanti di questa fruttuosa relazione con i clienti? Naturalmente i dati, sempre più Big e sempre più bisognosi di una capacità interpretativa che sia in grado di comprendere il presente e di proiettarsi nel futuro. Già nel 1988 Tom Maddox preconizzava questa possibilità:

“Tra la profusione di segni tipici del nuovo millennio c’era il CAST – Computer Assisted Spatiotemporal Tomography. La tecnica dell’interpretazione profetica.” (In a Distant Landscape, 1988)

Oggi pensare ad algoritmi predittivi spinti non ci coglie più impreparati, almeno dal punto di vista della nostra capacità di accettarlo concretamente realizzabile e di intuirne le potenzialmente infinite applicazioni nei campi più disparati.

E certamente la Customer Experience è uno dei campi di applicazione elettiva di queste tecnologie e questi approcci, basati sempre più spesso su complessi algoritmi di Intelligenza Artificiale e in grado di sorprenderci con la loro efficacia.

Naturalmente la capacità di predire un bisogno lato cliente e di soddisfarlo in anticipo, grazie alla condivisione di dati e informazioni personali, da un lato porta i clienti a condividere con maggiore facilità le proprie esperienze, proprio grazie alla tacita promessa di ricavarne un’esperienza costantemente migliorata e su misura, dall’altro però richiede alle imprese di essere maggiormente trasparenti e focalizzate.  Peraltro le analisi di mercato confermano che questa aspettativa da parte dei clienti è già una realtà consolidata. Accenture afferma che il 73% dei clienti preferisce già oggi acquistare da retailer che utilizzano dati personali per rendere l’esperienza di acquisto più rilevante e coinvolgente. Una capacità predittiva ulteriormente sviluppata non farà altro che consolidare e aumentare questa percentuale.

Ma facciamo un passo avanti e esploriamo un campo che oggi sta prendendo sempre più piede, quello della capacità da parte di sistemi digitali di comprendere il linguaggio naturale e di agire di conseguenza. Sempre Tom Maddox:

“Disse: – Doccia calda – L’acqua sibilò e la porta del box doccia si aprì all’istante.” (In a Distant Landscape, 1988)

Interfacce utente che abilitano e semplificano la comunicazione tra essere umani e sistemi domotici, con un unico obiettivo: rendere memorabile la Customer Experience. Imparando nel tempo quali comportamenti e abitudini caratterizzino la famiglia nella quale stanno svolgendo il proprio compito, prevedendone bisogni e necessità. Non diremo mai più “Manca il latte!”. Lo troveremo fuori dalla porta, già pagato e recapitato da un drone. La tecnologia è già tutta qui. Sensoristica IoT che rende “intelligente” gli oggetti e che ne consente il controllo da parte di un sistema, domotico in questo caso, e integrato con le reti di sensori che rendono “smart” le città, con le quali interagire in tempo reale. Tutto questo grazie alle tecnologie che abilitano e rendono i Big Data fruibili e finalizzabili. 

Anche il cinema ha saputo anticipare e delineare una possibile via per la Customer Experience.

Nel 1995 esce Strange Days, diretto da Kathryn Bigelow su un soggetto di James Cameron e Jay Cocks, capace di evocare una Realtà Virtuale intrusiva e estensiva. Grazie al casco SQUID le persone possono rivivere letteralmente esperienze di vite vissute da altri. All’epoca il prodotto della fervida immaginazione degli autori, oggi qualcosa di non lontano dal tema del Digital Twin, di cui il film anticipava i principii.

E oggi i retailer stanno personalizzando l’esperienza dei clienti all’interno degli store grazie a ologrammi che consentono agli stessi di provare i vestiti preferiti, simulando di essere in ambienti virtuali che riproducono proprio quelli dove il vestito scelto dovrà essere indossato.

I sistemi che presiedono il funzionamento di questi ologrammi funzionano grazie alla capacità degli stessi di immagazzinare le esperienze vissute da tutti i clienti, diventando sempre più bravi nel delineare i possibili gusti ed i possibili comportamenti dei potenziali clienti. Stiamo parlando di tecnologie abilitate dalla disponibilità continua di dati e informazioni.

E visto che stiamo parlando di film anticipatori e di esperienze memorabili, impossibile non citare Blade Runner, film di culto uscito nel 1982 per la regia di Ridley Scott e liberamente ispirato ad un’opera di Philip Dick, ancora saldamente nel nostro immaginario collettivo e da cui sono tratte le prime due immagini. Il film è pervaso di temi oggi caldissimi, dalla realtà virtuale ai cobot, fino al temuto sorpasso da parte delle macchine intelligenti sull’uomo. Replicanti Nexus 6 “più umani dell’umano”, recita lo slogan della Tyrell, la società costruttrice. E il dubbio che il protagonista sia esso stesso un replicante svanisce quando, nella versione Director’s Cut, anche Deckard sogna l’Unicorno.

Ma non è per questo che ho citato Blade Runner, quanto piuttosto per il fatto che il film si interroghi sul rilevante tema morale della “creazione” e su cosa significherà il termine “umanità” nel futuro. Creazione di Intelligenza Artificiale in grado di guadagnare autonomia di pensiero e di azione. Di accumulare esperienze reali di esseri umani, fino a prevederne e influenzarne i comportamenti. E di essere parte integrante di una nuova comunità lavorativa.

Sto parlando di dare un senso compiuto ai Dati e all’uso che ne viene fatto da parte degli algoritmi, con responsabilità e visione di insieme.

Ecco, questa è la vera mission del Data Scientist.

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McDonald’s Snaplications: trovare lavoro con Snapchat

Si chiama Snaplications la nuova campagna di social recruiting lanciata in Australia da McDonald’s in collaborazione con Snapchat.

Il colosso statunitense ha deciso di utilizzare la nota applicazione di messaggistica, molto amata dai giovani, come strumento di recruiting,  per offrire loro un nuovo modo per inviare la propria candidatura, utilizzando il linguaggio, quello dei social, che i Millennial stessi utilizzando quotidianamente.

È la prima volta che Snapchat prende parte ad un processo di selezione del personale, stesso discorso per McDonald’s che prima d’ora non aveva mai sfruttato i social network per attirare l’attenzione di nuovi potenziali dipendenti.

Trovare lavoro con uno snap

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Niente curriculum per gli aspiranti dipendenti McDonald’s,  ma uno snap da inviare al profilo Snapchat dell’azienda.

Per l’esattezza un video di presentazione della durata di 10 secondi  con indosso la divisa virtuale del brand, grazie al’ausilio di un apposito filtro a tema creato ed inserito all’interno dell’app per l’occasione. Personalità, positività ed entusiasmo, queste le caratteristiche principali che la nota catena statunitense si aspetta di vedere nelle creazioni inviate dai giovani.

Il video di 10 secondi che l’azienda riceverà dagli utenti, di certo non sostituirà il tradizionale colloquio face to face ma sarà un primo punto di incontro tra i giovani e l’azienda per accedere agli step successivi del processo di selezione.

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Superata la prima fase grazie alla Snaplication, i candidati riceveranno un link che rimanderà ad un modulo più tradizionale da compilare per accedere al secondo step selettivo.

Attualmente McDonald’s in Australia, conta circa 106.000 dipendenti, con il 65% under 18, mentre Snapchat conta più di quattro milioni di utenti australiani attivi giornalmente, di cui l’ 82% sono giovani.

Prendendo in considerazione questi dati è chiaro l’intento di McDonald’s di volersi avvicinarsi e coinvolgere il pubblico dei millennial utilizzando il loro stesso linguaggio di comunicazione.

Shaun Ruming, funzionario principale di McDonald’s Australia, ha dichiarato:

Recentemente ho avuto modo di imparare molto sul mondo di Snapchat grazie a mia figlia di 14 anni.  In Australia McDonald’s è fra le maggiori aziende capaci di offrire lavoro ai millennial del paese, diventa quindi fondamentale cercare modi innovativi per reclutare nuove figure giovani.

Al momento il social recruiting di McDonald’s attraverso Snapchat sembrerebbe essere solo un primo esperimento, ma lascia senza dubbio presagire che la selezione del personale sarà sempre più social e mobile.

Tre modi per ottimizzare gli assistenti virtuali se sei un retailer

La chiami e le spieghi precisamente come vuoi il caffè. Lei ti ascolta e nel frattempo seleziona, tra le centinaia di migliaia di possibili bar del mondo, quale fa al caso tuo; dopodiché ti chiede una conferma sul prodotto da lei scelto, illustrandotene le caratteristiche e il prezzo. E tu, se vuoi, lo ordini.

Non è la tua segretaria, non è il tuo stagista.

È Alexa, l’assistente virtuale creata da Amazon, al momento disponibile solo in inglese e tedesco. I chatbot sono senza dubbio uno degli argomenti più caldi in fatto di tecnologia, basti pensare che non solo l’azienda di Jeff Bezos, ma anche Apple, Google e Microsoft stanno lavorando a implementare e migliorare i propri software di intelligenza artificiale. Si stima che il mercato dei bot raggiungerà i 12 miliardi di dollari entro il 2024.

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Ed è per questo motivo che i venditori non dovrebbero sottovalutare la questione.

Ti suggeriamo tre consigli per massimizzare l’efficacia degli assistenti virtuali in ambito commerciale.

Sii presente su tutti i canali

La presenza dei chatbot non dovrebbe limitarsi a un solo canale. Proprio come Amazon, che ha integrato Alexa anche nell’app mobile, e che quindi può essere presente anche sui dispositivi come gli iPhone e i tablet, anche gli altri assistenti virtuali dovrebbero essere onnipresenti, per fornire risposte istantanee ovunque sia il consumatore.

Per competere non è sufficiente caricare il bot sul sito web: i retailer devono permettere ai clienti di interagire su ogni possibile touch point, dal mobile all’email, a Facebook. In questo modo chi vende si assicura di essere sempre pronto a raggiungere il proprio target e senza sforzo virtuale.

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Costruisci assistenti virtuali che parlino come commessi

Una delle più evidenti pecche di Alexa, su cui Amazon sta già lavorando, è l’impossibilità di fare domande multiple. Gli utenti possono chiedere solo una cosa alla volta, e ricevono la risposta solo a quella specifica domanda.

Ma gli assistenti virtuali si possono evolvere, arrivando a sostenere una conversazione come potrebbe fare un vero essere umano. È questo a cui dovrebbero puntare i retailer: ricreare la stessa modalità di colloquio di un addetto alle vendite, in modo da fare colpo sul cliente non solo con la rapidità e la completezza di informazioni, ma anche portando l’esperienza di acquisto a un livello molto più alto.

Un esempio? The North Face, che utilizza uno strumento di shopping digitale in grado di fornire suggerimenti rilevanti anche a serie di domande come “Dove e quando potrei usare questa giacca?”. Non male!

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Scava nei dati

Una grossa fetta del successo di Amazon e Google è basata sulla loro capacità di raccogliere e analizzare una marea di dati di acquisto e perfezionare, in tempo reale, la loro comprensione delle necessità dell’utente. A lungo andare, questo li rende capaci di predire, e suggerire, le preferenze del consumatore.

I retailer possono fare lo stesso con la tecnologia degli assistenti virtuali. Raccogliendo dati sul successo delle interazioni, è possibile capire quali ostacoli incontrano i clienti, e lavorare su di essi per migliorare l’esperienza.

LEGGI ANCHE: Elen, il chatbot di Enel che ti risponde su Messenger

Questo può a sua volta trasformarsi in strategie di engagement, consentendo ai retailer di essere più agili nelle loro tattiche, in modo che siano meglio posizionati per mantenere i clienti attuali e arrivare a quelli potenziali.

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Dallo smartphone al servizio universale

Come gli assistenti virtuali entreranno sempre più nelle nostre case e nei nostri smartphone, saranno sempre più vicini a diventare un servizio universale per i consumatori, che piano piano si aspetteranno che siano i chatbot a svolgere alcuni servizi dell’acquisto.

E i retailer dovranno essere preparati.

come scrivere un curriculum

Come scrivere un Curriculum Vitae in inglese?

Scrivere un Curriculum non è semplice e farlo in inglese è ancora più difficile. Se poi lavori nel campo dei Social Media e nel Digital Marketing la tua vita si complica, trattandosi spesso di ruoli non ancora del tutto definiti.

Ecco perché insieme a Worldbridge abbiamo pensato di fornirti una mini guida su come strutturare un CV in inglese per aziende anglosassoni e tre modelli da utilizzare in base alla tue esperienza.

Partiamo dalle basi: la lunghezza.

Nel curriculum non è meglio scrivere proprio tutto quello che sai fare e se si tratta di un CV in inglese vale ancora di più il detto less is more.
Negli Stati Uniti e in Canada molto spesso basta un Resume: una pagina in cui il candidato mette in risalto le sue qualità per colpire in maniera immediata chi lo legge. Le informazioni su formazione, esperienze lavorative, risultati e competenze devono essere riassunte in poche righe, meglio ancora se organizzate in elenchi puntati e se esposte in maniera creativa.

A differenza del resume, un Curriculum comprende, oltre alla informazioni fondamentali, anche le esperienze di insegnamento, pubblicazioni, borse di studio, esperienze in associazioni, licenze, premi e altre informazioni secondarie, ma comunque rilevanti ai fini della candidatura.
I CV sono utilizzati soprattutto in Europa, il Medio Oriente, Africa e in Asia, o anche degli Stati Uniti se ci si candida per posizioni internazionali, accademiche e nel campo della ricerca scientifica.
In ogni caso ricorda che ciò che conta sono i titoli ottenuti e le competenze.

come scrivere un resume

Cos’è la cover letter?

La Cover Letter for Job Application, o “lettera di presentazione”, è uno strumento molto importante, tanto quanto il curriculum vitae. Ti offre l’opportunità di esporre in modo più chiaro il motivo della nostra candidatura e rispondere alla domanda: perché dovremmo scegliere te?
La chiave per una cover letter efficace è in realtà la personalizzazione, i contenuti dovrebbero cambiare di volta in volta a seconda della posizione e del momento in cui ci si candida. È molto importante rivolgersi direttamente all’azienda e spiegare perché ti interessa la posizione, perch saresti una buona scelta e quali sono le tue esperienze precedenti che ti rendono il candidato ideale.

Come scrivere il CV perfetto per il Digital Marketing?

Abbiamo visto che tipo di struttura e forma deve avere un CV rispetto all’esperienza lavorativa e alla posizione per cui ci si vuole candidare, ma quali sono le best practice da seguire per chi vuole candidarsi per una posizione nel Digital Marketing?

Secondo molti recruiter del settore, un CV di un Digital Marketer dovrebbe essere semplice, pulito e lineare e dalla formattazione curata. Mai sottovalutare il potere di bullet point, hyperlink e grassetti che aiutano il
Inutile dire, ma forse fa sempre bene ricordarlo, che un curriculum non dovrebbe avere refusi, soprattutto se ci si candida come Web Editor, Copywriter o Content Manager.
Se hai un blog personale, curi una pagina su Facebook o gestisci un canale YouTube è importante metterlo in evidenza.
Ultimo consiglio: il Curriculum è il mezzo che hai per vendere te stesso. Pensa ad uno slogan personale, a una mission e a una value proposition da trasmettere attraverso le parole alla tua target audience. Pensa a come differenziarti a come spiccare in mezzo ad altre centinaia di candidati. Metti in pratica ciò che sai fare, insomma, applicando le strategie di marketing alla tua candidatura. Quello sì che potrebbe attirare l’attenzione di un recruiter.

Tre modelli di CV da cui prendere spunto

Il Curriculum di un neolaureato

Se sei un neolaureato e stai per entrare nel mondo del lavoro, scrivi il tuo CV in modo da attirare l’attenzione sui tuoi successi accademici e sulle competenze trasferibili che hai acquisito durante il tuo percorso personale.
Fa’ attenzione quando devi tradurre i titoli accademici: il concetto di master in Italia non è lo stesso che negli Stati Uniti, per esempio. Meglio lasciarli in italiano, aggiungendo una parentesi esplicativa.
Se vuoi parlare di un’esperienza non lavorativa che però ti ha aiutato ad acquisire competenze puoi includere la voce ‘Voluntary Work’.
Non cadere nella tentazione di riempire la caselle vuote con informazioni irrilevanti e non vantarti di saper utilizzare piattaforme e programmi ormai alla portata di tutti come Office, Windows e Internet.

come scrivere cv in inglese

Guarda qui il modello di CV per neolaureati.

Da quali sezioni il tuo CV dovrebbe essere composto:

– Profile. Elenca qui competenze sviluppate durante gli studi e nei lavori svolti.
– Education and Qualifications. Includi dettagli su eventuali certificazioni del tuo livello di conoscenza della lingua inglese (es. IELTS o TOEFL), progetti, corsi e seminari, soprattutto se legati al lavoro per il quale ci si sta candidando.
Voluntary Experience.
Work Experience. Anche se un lavoro non è rilevante ai fini della posizione per cui ci si candida, è da inserire se è un esempio di “transferable skills”
Additional information.
Interests. Le posizioni di responsabilità relative, per esempio, allo sport non sono collegate direttamente al lavoro, ma denotano qualità di leadership.
References.

Questo primo modello è ricavato dal vero CV di Federico Marte, Digital Marketer di WorldBridge, che ha collaborato alla realizzazione dei Modelli.

Il Performance CV, un modello per un profilo in continua crescita

Se stai facendo una vera e propria scalata professionale, promozione dopo promozione, potrebbe essere difficile riassumere tutto il tuo percorso in poche pagine, quindi pensa per priorità e presta particolare attenzione ai risultati (achievements) ottenuti.

come scrivere un cv in inglese

Guarda qui il modello di Performance CV.

Ecco come dovrebbe essere la struttura del tuo CV:

– Profile. Poni subito l’attenzione sulla tua esperienza.
Achievements. Indicare una promozione dimostra la fiducia dei precedenti capi,
Work Experience.
Education and Qualifications. La sezione legata alla formazione viene dopo la sezione esperienze poiché bisogna porre attenzione sulle esperienze professionali. Ricordati di mettere in evidenza eventuali certificazioni del tuo livello di conoscenza della lingua inglese.
Interests.
References.

Functional CV: il curriculum per chi vuole cambiare strada

Se vuoi cambiare ruolo e/o settore, il tuo CV non deve focalizzarsi su particolari ruoli professionali, ma mettere in luce le capacità “trasferibili”, per mostrare al datore di lavoro quali skill (soprattutto le soft skill) puoi portare in azienda.

come_scrivere_CV_inglese4

Guarda qui il modello di Functional CV.

Questo modello è strutturato in base alle competenze:

Profile. Poni subito l’attenzione sulla tua esperienza.
Leading, Coaching and Mentoring.
Communication (esempio).
Project management (esempio).
Experience. Questa sezione parla nel dettaglio dei lavori svolti, ma in maniera meno prominente rispetto ad un Performace CV.
Training.
Qualifications.
Additional Informations.
Interests.
References.

Se scrivere un Curriculum in inglese ti sembra ancora troppo complicato, ricorda che ci sono delle agenzie specializzate in traduzioni che potrebbero darti quel tocco in più ed aiutarti a conquistare il lavoro dei tuoi sogni oltreoceano!

Facebook annuncia le nuove metriche per analizzare i video

Su Facebook continua a crescere il numero gli utenti: allo stesso tempo, anche gli inserzionisti si affollano sulla piattaforma per sfruttare questa massa critica di pubblico, che giorno dopo giorno diventa sempre più grande.

Questa settimana, il social network ha dichiarato che ad oggi si contano più di 5 milioni di inserzionisti attivi sulla piattaforma.

Per fare un confronto: Instagram ha raggiunto il suo primo milione di inserzionisti soltanto il ​​mese scorso, mentre il fratello maggiore residente in Menlo Park aveva già raggiunto quattro milioni di inserzionisti sei mesi fa.

Facebook

Analizzando nel dettaglio questi dati, Facebook ha anche notato che:

  • Il 75% degli inserzionisti ha sede fuori dagli Stati Uniti.
  • Quasi il 50% degli inserzionisti ha creato un annuncio su un telefono o un tablet.
  • L’utilizzo di annunci Facebook sta crescendo maggiormente tra le imprese in Thailandia, Argentina, Brasile, India e Messico.

Tali dati sottolineano come Facebook abbia ancora grandi possibilità di crescita, e lasciano pensare che la connessione all’interno dei mercati internazionali con nuove iniziative sia sempre più probabile. Un esempio sono la versione free di Facebook Workplace, oppure le nuove opzioni di pagamento in-stream di WhatsApp.

Non solo inserzioni, però: è la COO di Facebook Sheryl Sandberg a far notare che a fronte dei già citati 5 milioni di inserzionisti attivi, esistono più di 65 milioni di aziende che utilizzano le pagine Facebook: un altro modo di fare pubblicità, ovviamente.

I numeri non mentono mai, soprattutto se raffrontati alla crescita esponenziale di linguaggi che sempre più si stanno affermando all’interno della piattaforma social, e in generale sul web, come preponderanti. I video, in particolare, sono la nuova frontiera del contenuto online: sempre più gli utenti preferiscono guardare una clip a leggere aggiornamenti di stato chilometrici.

È per questo che Facebook ha scelto di apportare alcune migliorie alle metriche video, così da facilitare il lavoro di inserzionisti e advertiser nell’interpretare i risultati ottenuti dallo sharing dei propri contenuti. Le novità riguardano principalmente l’introduzione di strumenti di confronto dei dati e nuove opzioni di filtro per analizzare le performance ottenute.

Andiamo a scoprirle nel dettaglio.

Calcolo dei minuti di visualizzazione aggregati

In precedenza, Facebook aveva fornito solo dati sui minuti di visualizzazione rispetto ad un video individuale. Ora, con le nuove features, è possibile conoscere i minuti totali di visualizzazioni dei video sulla tua pagina.

Facebook

Questa nuova funzione permette di individuare con precisione l’efficacia delle prestazioni di ogni contenuto.

Per scoprire tali dati, è necessario controllare i singoli post: visualizzare i minuti aggregati potrebbe essere particolarmente utile per coloro che hanno reso i video l’elemento chiave della propria strategia su Facebook.

Visualizzazioni per video di durata 3″

Facebook semplifica anche l’interfaccia Page Insights per includere solo le aggregazioni per le visualizzazioni dei video che durano 3 secondi.

Facebook

Analisi più semplici in un intervallo di date

Facebook ha reso più facile confrontare le prestazioni di tutti i tuoi video entro un certo periodo di tempo.

Facebook


“Abbiamo constatato che quando si misura la performance aggregata di video su Facebook –
 hanno dichiarato i vertici del social network – molti editori sono più interessati a catturare le prestazioni di tutti i video nel periodo di tempo selezionato anziché visualizzare solo le metriche di un singolo video caricato in quel periodo di tempo. Stiamo aggiornando le metriche per permettere all’editore di valutare le prestazioni complessive di tutti i propri video in un determinato periodo di tempo”.

Metriche e benchmark per valutare i parametri storici

Facebook sta anche aggiungendo comparazioni di benchmark per aiutare gli editori a comprendere meglio le prestazioni storiche dei propri contenuti video.

Facebook

“I parametri di riferimento vengono calcolati in base al periodo di tempo selezionato. Ad esempio, quando un editore seleziona un periodo di 7 giorni per la misurazione, il Benchmark sarà costituito dai dati dei precedenti 7 giorni.”

In questo modo, gli editori, conoscendo le prestazioni dei propri contenuti, riescono a comprendere se sono sulla buona strada oppure no.

Classifica dei video più – o per più tempo – visualizzati

Infine, Facebook offre agli editori l’opportunità di classificare i propri video in base ai minuti visti o alle visualizzazioni.

Insomma, le nuove metriche non offrono nulla di esagerato in termini di funzionalità, ma sono sicuramente utili dato che forniscono più modi per ordinare e utilizzare i dati disponibili. Una freccia in più a disposizione di coloro che desiderano comprendere meglio le proprie performance rispetto alla propria strategia video, capitalizzando al massimo l’engagement del pubblico.

attivismo social boycott

L’Attivismo ai tempi dei Social: dalle strade a Twitter

Come sarebbe andata la #Resistenza sei ci fossero stati i social media? Saremmo comunque qui a taggare #25Aprile? Come avrebbero agito Danton, Marat e Robespierre se avessero avuto Twitter a disposizione durante la Rivoluzione Francese? O ancora Masaniello, avrebbe incluso una social media strategy all’interno della rivolta napoletana?

I social media oltre a cambiare il modo in cui ci relazioniamo tra esseri umani, hanno cambiato il modo in cui ci relazioniamo agli eventi storici, prendiamo parte alle proteste o a qualunque causa che vogliamo difendere.

Attivismo social

Grazie ai social media, siamo al corrente di avvenimenti in tempo reale, a volte siamo esposti a notizie non troppo accurate, ma generalmente possiamo seguire eventi in real time, supportare cause in cui crediamo anche a chilometri di distanza. Tutto grazie al potere degli hashtag, che se utilizzati nel modo giusto, sono lo strumento che permette di unirsi a conversazioni globali e di acquisire consapevolezza di eventi che stanno accadendo dall’altra parte del mondo.

Boycotts

I social media sono un’arma molto potente, tanto da non permetterne il libero utilizzo in alcune parti del mondo. In ogni caso, i social ci rendono consapevoli di tutto ciò che accade. Prendiamo ad esempio l’ultimo incidente contrassegnato come #BoycottUnited: grazie ai social media siamo potuti venire a conoscenza di quel gesto atroce commesso nei confronti di un passeggero a bordo di un volo United, e tutti hanno potuto supportare la causa del passeggero maltrattato. I social media danno voce a ingiustizie che passerebbero altrimenti inosservate.

Le conseguenze

Dopo che abbiamo twittato per un paio di settimane, cosa succede a #BoycottUnited #DeleteUber e #BoycottPepsi?

Dopo lo spiacevole incidente accaduto a bordo, centinaia di migliaia di utenti della Rete hanno deciso che non sarebbero mai più saliti su un volo United, o per lo meno cosi dovrebbe essere se coloro che hanno utilizzato l’hashtag #BoycottUnited restassero fedeli alle proprie parole. Effettivamente il valore delle azioni delle compagnia ha subìto una bella scossa, ma se pensate che ciò abbia portato danni irreparabili, beh, non proprio.

Se la durata della vita di un tweet è di 18 minuti, quanto dura una protesta sui social media? E soprattutto cosa succede dopo l’esplosione di una guerra a colpi di hashtag?

Il fatto è che il #Boycott è oramai di moda, soprattutto in America. Durante le elezioni, andava di moda il #DeleteUber poiché la compagnia continuava ad operare dall’aeroporto JFK nonostante ci fosse in atto una protesta contro il “Muslim ban” di Trump, nonostante 200.000 utenti avevano rimosso l’app, la popolarità di Uber non era poi calata di molto in quel periodo; qualche settimana fa gli utenti di Twitter hanno boicottato la Pepsi per via dell’irrispettoso ads di Kendall Jenner. In questo caso, per esempio, si è ottenuto l’effetto opposto a quello di United: quando lo spot pubblicitario è diventato virale e i social media sono impazziti, il valore azionario della compagnia è salito, al contrario è sceso a picco quando Pepsi ha ritirato lo spot scusandosi con gli utenti.

LEGGI ANCHE: Perché Pepsi ha ritirato il suo ultimo spot con Kendall Jenner?

Cosa ne è conseguito al baccano di Twitter e dei protestanti? Che siamo consapevoli delle ingiustizie commesse sul volo United, che non a tutti è piaciuto lo spot della Pepsi, e che il valore azionario delle due aziende, come riscontrato da MarketWatch è risalito, tutto insomma è tornato alla normalità.

Nel dicembre del 2014, una campagna boicottava Amazon perché accusato di evasione delle tasse e per non rispettare i minimi salariali nei confronti dei propri lavoratori, chissà se qualcuno lo ricorda ancora. Oggi invece i “trumpiani” boicottano Amazon perché Bezos si è schierato contro il travel ban di Trump, quindi a favore dei musulmani.

Quando boicottiamo qualcosa sui social cosa stiamo cercando in realtà di ottenere? Un rallentamento delle vendite, una svalutazione dell’azienda? O stiamo in realtà davvero cercando difendere una causa più importante? Cosa ne resta di un #Boycott su Twitter? Niente.

Storicamente i boicottaggi avevano lo scopo di cambiare le politiche aziendali. Quando la lista delle compagnie da boicottare si allunga però (e spesso non si è nemmeno a conoscenza di tutti i marchi che sono parte di un’azienda) il messaggio politico che si sta cercando di supportare tende a scomparire sotto la montagna di hashtag.

In realtà quello che stiamo cercando di ottenere in molti casi è che la filosofia di un brand sia in linea con i nostri valori e questo ha fatto dell’attivismo social un elemento importante del social media marketing senza che neanche ce ne accorgessimo. Poi accade che i brand fanno un passo troppo lungo al fine di farsi portatori dei nostri valori, e ne risulta uno spot che quello della Pepsi.

Conclusioni

Fin quando ci sarà una destra ed una sinistra ci sarà sempre un motivo per boicottare qualcosa, ed è importante far sentire la propria voce anche sui social media, che nonostante vengano categorizzati spesso come uno strumento di polemica inutile, hanno sicuramente un peso importante (e sicuramente il CEO e gli impiegati di United ci penseranno più di una volta prima di “rimuovere” qualcuno dal suo posto).

Le conversazioni social d’altro canto, sono veloci, passeggere e vengono presto dimenticate, cosi come i problemi che vi vengono discussi. Da un lato sono assolutamente uno strumento per portare alla luce determinate tematiche ed un mezzo di partecipazione ed adesione ad una causa per coloro che sono impossibilitati a partecipare attivamente, dall’altro invece portano una certa passività davanti ai problemi ed a causa della velocità e la superficialità con i quali sono affrontati, a volte non consentono alle problematiche di uscire dal mondo social.

Chissà come avrebbero utilizzato il potere social Masaniello e Robespierre…

Estrarre l’emozione dal dato (e non solo)? Si può, grazie alle nuove soluzioni di Analytics

Abbiamo già parlato del SAS Forum Milan all’interno dell’articolo-intervista a Marco Icardi, (Regional Vice President, SAS): si tratta dell’evento organizzato da SAS Italy giunto ormai alla dodicesima edizione, che raccoglie annualmente tutti i principali stakeholder – clienti, partner, etc. – uniti dall’interesse verso i temi di frontiera in ambito advanced analytics, digital transformation e artificial intelligence. E vi avevo anche anticipato di non avere ancora finito con i contenuti esclusivi 😉

Detto, fatto. Durante la conferenza dell’11 aprile 2017 ho infatti avuto anche il piacere di seguire il panel di Federico Alberto Pozzi, Senior Solutions Specialist – IMM & Analytics SAS, dal titolo molto attraente: “Wearable e IoT: con gli analytics, i dati si trasformano in emozione”.

Analytics ed emozioni, possibile? Si tratta naturalmente di una dimostrazione, una provocazione di dove i modelli analitici possono arrivare… che ha avuto effetto! Il passo dall’intervista che è nata successivamente, è stato infatti molto breve 🙂 Buona lettura!

Come è nata l’idea di questo speech, e in generale della progettazione del modello che rende possibile l’emotion detection & recognition in tempo reale attraverso gli analytics?

L’idea è nata dalla volontà di portare a clienti e partner output tangibili e prototipali rispetto ai materiali più “classici” e tradizionali, al fine di rispondere alla domanda che chiunque si pone: come funzionano realmente le cose, al di là delle slide?

Abbiamo iniziato allora a lavorare su diversi prototipi, tra cui quello che ho mostrato oggi legato a un wearable device. Abbiamo così creato un’infrastruttura che raccoglie dati in streaming da un wearable, i quali vengono successivamente elaborati sia attraverso calcoli di tipo deterministico (media, applicazione di regole, etc.) che tramite l’applicazione di modelli analitici. Rispetto all’ “esercizio” proposto al SAS Forum Milan relativamente agli analytics delle emozioni, sono per esempio acquisiti dal modello dati come la temperatura della pelle (skin temperature) e il volume del flusso sanguigno (blood volume pulse): la soluzione SAS riceve 104 metriche al secondo su cui applica diverse azioni (pulizia del dato, filtro, etc.) e che vengono integrate in caso di necessità anche con altri fattori esogeni. È come se i dati stessi nascondessero già le emozioni, ma solo grazie a un modello capace di trovare i pattern nascosti è possibile riconoscerle.

Abbiamo poi sviluppato una dashboard user-friendly che mostra gli output in tempo reale, riconoscendo l’emozione positiva o negativa rispetto a ciò di cui il soggetto sta facendo esperienza.

Indipendentemente dall’esempio delle emozioni, come funziona il modello di fondo?

Esiste un’infrastruttura che raccoglie misure fisiologiche attraverso un dispositivo connesso, integrandole eventualmente con ulteriori fattori esterni. SAS raccoglie il dato, elabora informazioni sia deterministiche che analitiche e le mette a disposizione in un formato facilmente comprensibile al decision maker finale. Il valore aggiunto (e quindi l’accento) è sugli analytics: solo in tal modo è possibile fornire servizi personalizzati, dunque altamente rilevanti per coloro che ne fruiranno.

Per esempio, il modello può capire anche il movimento di una persona che cade per terra, etc.

Quali sono i potenziali ambiti di applicazione di un’innovazione di questo tipo?

In primis, nel retail: una persona vede una borsa, le piace e le arriva subito un’offerta legata a un prodotto correlato. La dinamica è simile alla seguente: un utente entra in uno store, i suoi dati sono raccolti grazie al wearable (o a qualsiasi altro device capace di registrare eventi e mandare misure) e analizzati attraverso SAS integrando anche eventuali fonte esterne; l’emozione verso lo specifico prodotto viene infine letta e riconosciuta ed è proposta un’offerta ad hoc. Al di là dell’aspetto commerciale, tali dinamiche permettono anche di fare revisione del prodotto (potrei per esempio accorgermi che una borsa esposta in vetrina ha un colore particolare che suscita nel 93% delle donne una emozione negativa) o riposizionamento dello stesso prodotto (cerco di capire quali sono i prodotti che suscitano più emozioni positive, spostandoli in vetrina).

Un altro ambito di applicazione interessante è quello dell’education: soluzioni di questo tipo permettono infatti di comprendere e agire sulla curva di apprendimento degli individui.

Ancora, l’ambito banking potrebbe trarne benefici concreti: se una persona che sta prelevando è vittima di una rapina e il device riconosce un alto indice di stress, esso potrebbe attivare sistemi di controllo puntuali (telecamera del POS, etc.).

Pensiamo inoltre all’integrazione con la realtà aumentata: un presentatore o uno speaker parla e nel frattempo vede sopra le teste delle persone presenti una grafica virtuale che mostra le emozioni positive o negative suscitate in loro dall’intervento, magari integrate anche con una media globale dell’intera platea. Stessa logica può valere nel contesto delle sfilate di moda, sempre al fine di rilevare le emozioni in modalità unsolicited. Un risultato ben differente dalle classiche survey!

Ma è forse il settore della salute quello più virtuoso e in cui tale modello è immediatamente applicabile, perché capace di risolvere bisogni importanti delle persone: esistono già soluzioni che si basano sulle emozioni per generare qualche conseguenza positiva come la pet teraphy o la music teraphy. Ci sono sistemi – per esempio, basati su immagini – che riconoscono emozioni sulla base delle espressioni facciali, ma per malattie come la sclerosi multipla sarebbe possibile solo l’utilizzo degli analytics proposti dalla nostra soluzione.

Quali sono le caratteristiche peculiari e distintive di questa soluzione?

  • È possibile calcolare espressioni matematichecomplesse in tempo reale.
  • È possibile eseguire running query, ovvero ripetere e aggiornare l’intero processo ogni volta che un nuovo dato viene generato, anche ogni milli-secondo.
  • È possibile eseguire operazioni come filtri, etc. nonché visionare flussi in maniera grafica grazie a una UI composta da blocchi, ognuno dei quali svolge un’operazione sul dato (pulizia, filtro, etc.).
  • È una soluzione multi-thread e scalabile.

Grazie Federico per l’intervista, in bocca al lupo per gli sviluppi del modello!

Ninja, avreste creduto in questo enorme potere e potenziale degli analytics? Io, sinceramente, no 🙂 alla prossima, appuntamento al prossimo #SASForumMilan!

3 consigli per migliorare il social engagement dei tuoi eventi

Organizzare un evento oggi, significa non potersi sottrarre dalla valutazione del social engagement e dall’utilizzo strategico dei social media. Per questo, chi organizza eventi sa benissimo che ogni dettaglio curato nel migliore dei modi garantisce un buon passaparola tra i partecipanti, offrendo all’evento stesso la possibilità di crescere nelle edizioni successive.

Se ti occupi di organizzazione di eventi saprai altrettanto bene che diversi fattori, dalla qualità degli speaker alla scelta degli sponsor, sono fondamentali per avere un ritorno positivo in termini di awareness.

3 consigli per aumentare il social engagement durante gli eventi

Social engagement, la chiave del successo di ogni evento

Proprio i social media sono ormai da annoverare tra i fattori cruciali per la buona riuscita di un evento, perché permettono a chi organizza di guadagnare un bacino enorme di utenti che parlano e condividono gli hashtag che sono oggi diventati l’etichetta virtuale per una piena ed efficace riconoscibilità in Rete.

Ma come riuscire a coinvolgere in maniera efficace i partecipanti? Come aumentare, in pratica, il social engagement durante i grandi eventi? Le strategie sono diverse e oggi ve ne suggeriamo alcune molto utili nella vostra pianificazione social.

consigli per il social engagement degli eventi

1. Crea un Social Wall

Quella del Social Wall è una strategia preziosa, in grado di rendere tutti i partecipanti protagonisti dell’evento.

La possibilità di essere rappresentati su un grande schermo durante le pause o in un’area dedicata, offre uno stimolo molto potente per utilizzare gli hashtag ufficiali con la condivisione di una foto o video.

Si tratta di un’esperienza diretta molto partecipativa, che garantisce a chi organizza eventi un grande ritorno in termini di soddisfazione, divertimento da parte dei presenti e social engagement.

Un Social Wall moderato con una Call To Action (CTA) efficace rappresenta uno strumento a zero rischi ad altissimo livello di coinvolgimento.

consigli per il social engagement degli eventi

2. Lancia un Social Contest

Alla realizzazione di un Social Wall può essere abbinato il lancio di un contest che sfrutti piattaforme come Instagram e Facebook per premiare i partecipanti più attivi (detti Top Contributors) o quelli che riescono a contraddistinguersi per la foto o i video più orginali.

Un social contest ti consente di sfruttare la doppia natura dei social network:

  1. da un lato la misurabilità delle interazioni, se vuoi offrire un premio in base alla quantità di partecipazione (numero di post)
  2. dall’altro la creatività alla base del meccanismo di condivisione dei contenuti, se vuoi invece premiare in base alla qualità dei contenuti (like e condivisioni)

In generale, il meccanismo di ricompensa attira i partecipanti e li spinge ad interagire con i canali social dell’evento all’interno di regole del gioco stabilite a priori dagli organizzatori.

consigli per il social engagement degli eventi

3. Coinvolgi Speaker e Influencer

Una volta iniziato, un evento ben organizzato può vivere di vita propria, alimentato dai suoi stessi protagonisti: gli Speaker.

È molto importante selezionare i relatori giusti, quelli che vengono riconosciuti come esperti nei diversi settori e che riescono ad attirare l’attenzione della platea.

Come generare engagement sui social media dalla loro presenza sul palco? Una strategia efficace è mostrare in una classifica real-time quali sono gli speaker che generano il maggior numero di menzioni e commenti da utenti e partecipanti, offrendo la possibilità di votare il proprio speaker preferito con un tweet o commento su Facebook. E, perché no, istituire un riconoscimento o un premio al relatore più votato e commentato sui social durante l’evento.

La classifica dei Top Speaker, ad esempio, può essere trasmessa su grandi schermi o landing page attraverso infografiche real-time come quelle fornite da Datalytics.

Allo stesso tempo non dimenticare di identificare quali sono gli Influencer che stanno interagendo – anche da remoto – con l’hashtag dell’evento. Il loro coinvolgimento diretto aiuta la diffusione in termini di portata, impression e quindi di social engagement.

Sei pronto a organizzare il prossimo evento? Facci sapere come è andata!