Spotify: con happn il dating diventa musicale

Spotify il 19 giugno ha annunciato la sua nuova partnership con la dating app happn, applicazione che attraverso l’iperlocalizzazione trova le persone che si sono incrociate per strada, con una precisione di 250 metri.

Spotify sarà integrato a ciascun account di happn e ogni utente avrà la possibilità di integrare al suo profilo le sue playlist preferite e condividere le canzoni attraverso il sistema di messaggistica istantanea.

La musica condivisa potrà essere ascoltata anche dagli utenti che non possiedono Spotify, anche se per una durata limitata di trenta secondi, mentre gli utenti premium potranno ascoltare i brani integralmente.

Questa nuova partnership consentirà di arricchire l’esperienza social degli utenti di happn, più di 4 milioni, permettendo loro di conoscersi meglio attraverso le tracce e le playlist di Spotify.

Ciò che ha spinto quest’unione non è stata solo la possibilità di consentire agli utenti la condivisione dei loro interessi musicali, ma le emozioni che le canzoni possono trasmettere, aiutando gli user ad avvicinarsi l’uno all’altro.

Il potere comunicativo della musica è stato riconosciuto anche da Didier Rappaport, co-fondatore e CEO di happn, che ha dichiarato: “Crediamo che questa nuova partnership possa offrire ai nostri utenti un’esperienza unica, che permetta davvero loro di mostrare chi sono in modo più coinvolgente, al di là di semplici parole e foto. La possibilità, che nessun altro offre al momento, di inviare e ascoltare musica consentirà di conoscersi in modo più personale.”

Questa è la prima volta che un sistema di musica streaming si unisce ad una dating app, riusciranno insieme a far sbocciare nuovi amori?

Quali sono i 10 lavori del futuro?

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

L’innovazione, per definizione, non aspetta nessuno. Quella tecnologica ancor meno: di lavoratori c’è sempre meno bisogno. Negli ultimi due secoli è toccato prima all’agricoltura e poi all’industria ed ora è il turno del terziario: i lavori del futuro soppianteranno gli impieghi del presente e modificheranno radicalmente le figure professionali.

Graeme Codrington, futurista del Tomorrow Today Global ci avverte che “quasi il 25% degli impiegati a tempo pieno lavorerà ‘su richiesta’”. La “on-demand economy” al giorno d’oggi è già ampiamente diffusa nei settori creativi, come ben sanno i freelancer.

Il personal branding sarà solo il primo passo per i professionisti del futuro, che dovranno imparare a gestire orari flessibili, impegni eterogenei e una formazione continua, che deve necessariamente integrarsi con gli interessi e la vita privata.

Quali novità verranno introdotte nei prossimi dieci anni? Ecco una visione dei lavori del futuro.

LEGGI ANCHE: Tecnologia e lavoro, come sarà il nostro futuro

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

Professional triber

La nascita di questa figura è la diretta conseguenza di quanto esposto sopra. Con il proliferare di freelancer e figure equivalenti, sarà necessario un professionista specializzato nel rendere coesi ed efficienti team creati per progetti molto specifici. Joe Tankersley, futurista e designer per Unique Visions, afferma che il professional triber racchiude “il modello di Hollywood, sparpagliato per il mercato del lavoro”.

Freelance professor

Anche i professori rientreranno nella categoria dei lavoratori indipendenti. Tankersley la reputa una conseguenza naturale della crescita esponenziale dei corsi online e delle qualifiche alternative. Resta da scoprire quanto i futuri accademici saranno in grado di parlare ad una webcam invece che ad una platea di studenti in carne e ossa.

Urban farmer

Siamo sempre più consapevoli, o crediamo di esserlo. In ogni caso, la sensibilità verso i temi ambientali è sempre più forte. Se un effettivo ritorno alla natura per molti sarebbe una soluzione troppo onerosa, una via di mezzo è offerta dall’agricoltura urbana. Tankersly pensa che “sarà una piccola ma significativa parte della catena alimentare del futuro”.

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

End-of-life planner

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2025 il 63% dell’umanità avrà più di 65 anni e molta più libertà di scelta. Saremo probabilmente noi a prendere le redini del nostro trapasso, e lo faremo con l’aiuto di esperti specializzati: edificazione di monumenti commemorativi, funerali sfarzosi e guide all’eutanasia sono alcune delle possibilità di business.

Remote health care specialist

Di contro, l’aspettativa di vita aumenta ogni giorno che passa e questo grazie anche ai dispositivi di monitoraggio della salute, sempre più diffusi. Codrington ritiene che in questo modo i medici avranno più tempo da dedicare ai casi urgenti. Molte aziende stanno già cavalcando quest’onda, prima fra tutte Apple.

Neuro-implant Technician

Per la gioia di tutti gli appassionati di fantascienza, da “I Robot” a “Ghost in the Shell”, gli impianti neurali saranno presto una realtà. Codrington osserva che “la nostra conoscenza del cervello si sta sviluppando più velocemente di ogni altro campo scientifico” e per questo a breve diverranno necessarie figure professionali specializzate, come “neurochirurghi, ingegneri per il backup del cervello, ingegneri neuro-robotici”.

Senior carer

Le conseguenze dell’innalzamento dell’età media non sono finite: una notevole forza lavoro verrà impiegata nell’assistenza degli anziani. Parliamo di persone di mezza età, giunte ad un punto morto della loro carriera lavorativa, che potranno riqualificarsi per assistere gli anziani non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

Smart-home Handyperson

Uscendo dalle questioni sanitarie, analizziamo una realtà ben radicata: l’Internet of Things. Già oggi inizia a diffondersi la necessità di tecnici che sappiano installare e configurare questi apparecchi, per cui, secondo Codrington, “ci sarà abbondanza di lavoro per chi sarà in grado di portare i vari aspetti dell’Internet delle Cose nelle nostre case”.

Virtual reality experience designer

Rimanendo in questo campo, uno degli aspetti più chiacchierati è l’uso della realtà virtuale per il lavoro e per il divertimento: chi non ha mai fantasticato di andare al lavoro semplicemente eseguendo un login o di buttare la propria console per provare un’esperienza di gioco più immersiva? Sarà compito dei designer creare delle esperienze virtuali che possano tenere il passo con quelle reali, ma ci sarà bisogno anche di direttori, attori e sviluppatori, come per un film.

Sex worker coach

A proposito di svago: John Danaher, docente presso la NUI Galway’s School of Law, pensa che il mestiere più vecchio del mondo continuerà la sua storia anche nel futuro. Questo perché se i robot ci soppianteranno in termini di efficienza sul lavoro, non riusciranno a farlo in ambiti dove la relazione tra esseri umani è di primaria importanza. La minaccia della disoccupazione tecnologica porterà ad una progressiva legalizzazione del mercato del sesso, per cui “aumenterà il mercato per le persone che sapranno insegnare agli umani ad essere degli efficaci lavoratori del sesso”.

 

Articolo liberamente ispirato a “The top jobs in 10 years might not be what you expect”, di Michael Grothaus, in lingua inglese, disponibile qui.

Ecco l'uomo che metterà alla prova i partecipanti dello Startup Pitch Lab con uno Stress Test

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Crescere aiutando le startup a crescere: l'esperienza di Antonio Prigiobbo [INTERVISTA]

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Innovation designer, autore, startup lover. Antonio Prigiobbo, noto in rete come Killermedia, è una delle figure italiane più presenti quando si parla di startup e innovazione. Allo Startup Pitch Lab avrà il compito di mettere alla prova capacità di improvvisazione ed adattamento dei partecipanti con lo Stress Test.

Creare una startup è un po’ come mettere un semino nel terreno e curarlo giorno dopo giorno, proteggerlo e annaffiarlo con costanza. Aiutare altri a coltivare il loro è un impegno ancora più grande. Da dove nasce questa passione?

In un tutte le attività che ho svolto il fine è sempre stato crescere facendo crescere gli altri. Infatti, un lavoro che ha significato molto per me è stato il progetto Chance (maestri di strada), destinato ai ragazzi drop out dei Quartieri Spagnoli, nel cuore di Napoli.

Gli Startupper hanno in comune con i drop out il fatto di essere “fuori” da un sistema produttivo in crisi. Sono ragazzi e ragazze da guidare in un ecosistema che insieme dobbiamo costruire, facendo comprendere ad investitori e alle imprese tradizionali che, solo dandogli opportunità, mettendoli alla prova, sarà possibile sviluppare nuovi prodotti, servizi e, dunque, nuova occupazione e nuovi mercati.

startup

Che significa per te essere un Innovation designer? Non basta dire che sei un innovatore per definire la tua professionalità?

Ognuno deve essere innovatore per far progredire il proprio lavoro e il mio lavoro è fare design dell’innovazione: leggere ed interpretare i segnali deboli affinché divengano idee forti. Dalle idee forti possono nascere imprese resistenti e resilienti. Pronte ad affrontare le sfide di un mondo globalizzato, dove anche se sei di Arzano puoi destare l’interesse di un investitore di San Francisco, della Cina o del Brasile.

In sostanza, sono autore e produttore di servizi e format il cui fine è creare connessioni tra persone diverse con i loro differenti bagagli di esperienze e visioni. VulcanicaMente, CampaniaStartUp e NAStartUp sono format capaci di far nascere ed aggregare una community.

Con i Ninja, poi, abbiamo realizzato le tre edizioni del La Battaglia delle idee. La prima edizione è stata a Napoli nel 2012; al tempo collaboravo con l’amministrazione comunale e con Mirko e Adele pensammo che sarebbe stato significativo occupare Castel Dell’Ovo con un evento che avesse per protagonisti tanti ragazzi con tante idee d’impresa, pronti a sfidarsi a ritmo di rap. Suoni metropolitani dentro la più antica piazzaforte della città. Una bella storia fatta insieme al grande Funky Professor, Marco Zamperini, che, purtroppo, ci ha lasciati troppo presto: prima di vedere crescere con il nostro lavoro, qui al Sud, l’ecosistema delle StartUp innovative.

corso startup

Come metterai alla prova i partecipanti dello Startup Pitch Lab?

Chi mi conosce sa che la mia specialità è inventare stress test. Lavorare per 20 anni a Napoli e  questi tempi mi ha addestrato agli imprevisti, al caos (non sempre creativo), alle complicate dinamiche relazionali. Gli stress test sono una palestra nella palestra dello StartUp Pich Lab. Ma di più non posso e non voglio svelare. L’effetto sorpresa fa parte del gioco.

Loghi di brand in chiave minimal: tornano i cerchi di Nick Barclay

Loghi di brand in chiave minimal

Il minimalismo estremo, la sintesi delle forme, l’essenza dei colori primari: dopo le locandine dei film e i più celebri cocktail adesso tocca ai brand passare per lo scanner geometrico che tanto ha reso celebre Nick Barclay e i suoi “cerchi”.

Il progetto dell’art director inglese si traveste ancora una volta di enigma nella sua nuova serie di poster minimali ispirati ai loghi dei brand più famosi al mondo: Line Logos.

Loghi di brand in chiave minimal

In che misura i marchi sono radicati nella nostra psiche? Fino a che punto potremmo riconoscerli dopo un processo di estrema semplificazione che ne riduca i connotati a semplici cerchi e rettangoli?

La risposta è evidente ed è proprio qui, sotto i tuoi occhi: ecco i loghi dei brand in chiave minimal di Nick Barclay!

Vogliamo divertirci un po’ e testare la vostra conoscenza: provate a capire di che brand si tratta e poi, per verificare, evidenziate con il mouse il testo bianco (quindi invisibile!) che abbiamo posto sotto ad ogni immagine. Non preoccupatevi, per un Ninja sono facili da indovinare 😉

Pronti? Via!

1

Loghi di brand in chiave minimal

McDonald’s

2

Loghi di brand in chiave minimal

Coca Cola

3

Pepsi

4

Google

5

Red Bull

6

IBM

7

Apple

8

Starbucks

8

Nike

9

Burger King

Vuoi scoprire i trucchi di SEO e SEM Strategy? Partecipa GRATIS alla Masterclass

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Nell’universo digitale produrre del contenuto di qualità non è sufficiente affinché abbia la visibilità necessaria. Comprendere dinamiche, tecniche e principi che regolano il successo di una pagina, un post o una campagna digitale diventa quindi una conditio sine qua non per tutti coloro i quali fanno del digital marketing il proprio campo di battaglia.

Il Corso Online SEO e SEM Strategy a cura della Ninja Academy vuole rispondere a questa necessità, mettere al corrente di tutti quei fattori che rendono un contenuto uno strumento di marketing attivo.

Insegnarci a scrivere qualcosa che piaccia al lettore ma soprattutto al motore (di ricerca) sarà la missione dei nostri tre docenti: Luca De Berardinis, Fabio Di Gaetano e Gianpaolo Lorusso.

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I trucchi del mestiere del SEO Strategist: masterclass del Corso Online in SEO e SEM Strategy

Lunedì 7 Settembre, alle ore 17, i tre docenti del corso saranno protagonisti di una Masterclass gratuita durante la quale scopriremo alcune tecniche di inbound marketing.

L’appuntamento è online ed è gratuito: sarà l’occasione per scoprire punti di vista, tool e tecniche da insider da poter applicare immediatamente nelle tue strategie SEO. Iscriviti qui!

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Per partecipare alle discussioni su tutti i profili social della Academy, sia durante le dirette delle lezioni che nelle discussioni prodotte dallo staff, segui l’hashtag ufficiale del corso #SEONinjas.

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Ricapitoliamo:

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Lunedì 7 Settembre 2015, dalle ore 17

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E non dimenticare di dare un’occhiata ai nostri prossimi corsi in programma!

Il team Ninja Academy resta a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Puoi scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change!
BE NINJA.

MailUp: email marketing per il settore food

Dì la verità, solo nell’ultima settimana – nonostante l’estate – quante immagini di cibo sono state condivise dai tuoi contatti e ti sono comparse nella timeline dei tuoi social?! Di sicuro qualcuna sì.

Ciò perchè,  il cibo negli ultimi tempi, ha acquisito un valore comunicativo molto forte che va al di là dell’aspetto di commensalità di cui è costituito un pasto ma riveste anche un ruolo d’immagine forte, si comincia a mangiare con gli occhi! Ma c’è anche da dire che il settore food sta rapidamente conoscendo un’importante espansione in ambito digitale. Il food infatti è uno dei settori più in crescita degli ultimi anni (+17%) secondo i dati diffusi nella scorsa edizione di Ecommerce Forum di Milano.

In occasione del proprio Workshop, nella cornice del Festival del Web Marketing di Rimini MailUp lancia il primo di una serie di Whitepaper, che raccoglie i dati relativi ai numeri del settore food e le potenzialità dell’email marketing a livello strategico, per questo tipo di settore. Lo scopo è mettere in rilievo lo stato dell’arte di questo mercato, i bisogni e le esigenze emergenti, approfondendone le soluzioni.

Settore Food: quadro strategico delle attività

Spostandosi da sinistra verso destra, si trovano le azioni tattiche più innovative. Dal basso verso l’altro, il focus delle attività passa dal prodotto da promuovere ai valori da comunicare

È proprio Iris Giavazzi, responsabile comunicazione MailUp e coautore del Whitepaper a spiegare:

L’antico rito di sedersi a tavola conosce oggi nuovi modi che includono l’attitudine social di fotografare e condividere scoperte culinarie accomunate dall’hashtag #foodporn, la lettura attenta di recensioni per cene e pranzi senza incognite, l’acquisto online di prodotti di nicchia fino all’adorazione di chef star, nuove divinità mediatiche che formano i saperi (e i sapori) degli adepti-follower.

Oggi per le aziende è indispensabile non solo comprendere che cosa influenza la decisione di acquisto di target vecchi e nuovissimi, ma anche scoprire come avviare e tenere viva con questi una conversazione efficace e rilevante. I brand devono imparare a vendere non solo un prodotto ma un’intera esperienza culinaria che promuova valori, visioni ed emozioni.

Dall’how-to al know-how

MailUp parte dal food quindi, spostando la sua attenzione non più sull’how to come lo erano i precedenti ebook, ma sul know how realizzando questo whitepaper dal titolo ad opera di Simone Tornabene, Iris Giavazzi e Alberto Arossa. I temi affrontati sono:

  • Dal mercato (italiano) all’ecommerce globale
  • Contenuti editoriali e coinvolgimento
  • La cena come evento social
  • Coupon e social economy
  • Slow Food e MailUp

Che aspetti? Scarica gratuitamente il Whitepaper: Email marketing nel settore food e comincia la tua esperienza!

Coca-Cola: il brand più noto al mondo in 7 mosse

Lo sapevi che ogni giorno 1,9 miliardi di persone bevono una Coca-Cola? Il minimo sindacale per un logo rosso e bianco riconosciuto dal 94% degli abitanti del pianeta, non trovi?
Ma basta fare una buona bevanda per avere un successo planetario? Ovviamente no. Fortuna? Nemmeno quella.

Che siano forse state sette strepitose strategie di design e marketing? Secondo David Butler potrebbe essere così. Scopriamone i segreti

1. Un’unica ricetta testata sul campo

John Pemberton sviluppa una cola con alcol e cocaina, come epoca richiedeva. Peccato che nel 1886 Atlanta approva leggi proibizioniste e quindi ciao ciao alcol dalle bevande.

Così Pemberton spedisce suo nipote Lewis Newman in una farmacia, dove le persone si fermavano a bere queste prime versioni di soda. Entro la fine dell’anno, Pemberton ha una ricetta su misura per i gusti dei clienti.  Oggi custodita e sorvegliata costantemente ad Atlanta, in Georgia.

Via l’alcol e dopo via anche la cocaina, rimossa nel 1903. La ricetta è rimasta invariata da allora. Questo ha permesso alla Coca-Cola di non perdere tempo nel cercare di adattare il gusto ai mercati regionali in tutto il mondo.

2. Un font senza tempo

Lo Spencerian script. Scelto per differenziarsi dai competitors di allora, il logo è stato standardizzato nel 1923. Mentre le confezioni si adattavano ai tempi, il logo invece è rimasto invariato.
Avere ben cento anni per imprimere un logo fedele a se stesso nella mente dei clienti non è affatto male.

3. La bottiglia? Rigorosamente proprietaria


LEGGI ANCHE: Packaging: perché piccolo è meglio

Come differenziarsi dai concorrenti? Ma ovvio, lanciando un contest per progettare una bottiglia diversa da tutte le altre. E siamo nel 1915.
La Root Glass Company in Indiana decide di accettare le sfida, e cercando “coca” nel dizionario (eh no, niente Google ai tempi) trovano “cocoa” (il frutto del cacao), che ben poco centra con la coca, ma la strana forma del frutto è curiosa e ispira così la forma della nuova bottiglia. Da allora la bottiglia unica di Coca-Cola è diventata una icona, è lo è ancora oggi nonostante le bottiglie siano per la maggior parte diventate di plastica.

4. Non a una temperatura qualunque, rivenditori avvertiti

Il team Coca-Cola decide che la sua bevanda va servita a 36 gradi fahrenheit (circa 2,2 gradi celsius). Così i venditori vanno dai distributori e li istruiscono su questa condizione: mai sopra i 40 gradi fahrenheit. Sciocco? Può sembrare. Ma rende il brand Coca-Cola un marchio di qualità date le attenzioni che il prodotto richiede.

5. Prezzo fisso giusto per settant’anni

Che ci crediate o no, dal 1886 al 1959 una bottiglia di Coca-Cola è sempre e solo costata 5 centesimi.

6. Pionieri del brand

Secondo Butler, Coca-Cola è stata pioniera nel pubblicizzare il brand slegato dal prodotto, fornendo ai suoi rivenditori: poster, festoni, orologi e calendari per i clienti. Inoltre è stata fatta una massiccia campagna di distribuzione di coupon, per ben 33 anni, al fine di rendere conosciuto il marchio.

7. Un modello di franchising

“La Coca-Cola non è una azienda gigante, è un sistema di piccole aziende”, ci dice Butler.
Infatti nel 1899 Coca-Cola cede i diritti di imbottigliamento della sua bevanda per solo un dollaro, così in poco tempo molte aziende iniziano a imbottigliare, e quindi diffondere, Coca-Cola.

Questo ha permesso, invece di avere una sola enorme macchina di produzione del prodotto, di avere tante imprese indipendenti, aumentando in pochissimo tempo la produzione della bevanda.
Questo è stato l’inizio di ciò che ora è noto come il Coca-Cola System.

Che dire, che piaccia o non piaccia la bevanda più conosciuta al mondo, è indubbio che nell’arco del tempo le trovate geniali della bottiglia a forma di cacao siano state assolutamente azzeccate.
Tu cosa ne pensi?

Donald Trump presidente degli Stati Uniti: i social media impazziscono

Donald Trump

L’annuncio è uno di quelli clamorosi, che nessun media può esimersi dal coprire: Donald Trump scende in campo per le presidenziali americane, bollando Obama come una “Cheerleader”  e sfidando ufficialmente tutta la scuderia dei candidati repubblicani alla nomination 2016. L’hashtag ufficiale, #MakeAmericaGreatAgain, fa leva sul sogno di tanti americani di vedere il proprio paese tornare ai fasti di un tempo, dopo la discussa era-Obama. Il sentiment intorno all’hashtag, è in larga parte positivo:

 

Il giorno dell’annuncio ufficiale, affidato a instagram e Twitter, i social media sono letteralmente impazziti. Su Facebook 3,4 milioni di persone hanno condiviso per ben 6,4 milioni di volte la notizia, dati che fanno balzare Trump in vetta alla Social-Hit Parade dei candidati alla Casa Bianca, dopo Hillary Clinton (10,1 milioni di condivisioni).

 

A Jeb Bush per far meglio non è bastato un grande speech e una campagna elettorale che inizia con un’immagine fresca e rinnovata, a partire dal cognome di famiglia che scompare dai cartelloni, dove campeggia solo “Jeb!“. Per lui “solo” 850 mila messaggi su Facebook.

Ted Cruz, il candidato in quota Tea Party, raccoglie 5,5 milioni di citazioni da oltre 2 milioni di utenti. Poco sopra quota 1 milione di post, si attesta invece il Sen. Marco Rubio, volto fresco e telegenico della nuova generazione di candidati “latinos”, che paga tuttavia il recente calo di consensi dovuto alle sue posizioni troppo morbide in materia di immigrazione.

Del resto si sa: Trump è una Tweet Star (può vantare oltre 3 milioni di follower) e le sue opinioni (su politica, sport, società, cultura pop etc..) sono sempre seguitissime. Basterà al vecchio Donald il fatto di essere una celebrità per avere reali chance nel 2016? Se lo sono chiesti anche gli utenti di Google, le cui domande più ricorrenti dopo l’annuncio sono state: “Donald Trump è repubblicano?” e subito dopo “Quanti anni ha Donald Trump?”.

 

Ce lo siamo chiesto anche noi e abbiamo sentito il parere autorevole di Alessandro Tapparini (opinionista per America24, Sky TG24, The Post, Il Foglio, Libero e co-conduttore e co-autore di “Country Nation” su Radio Popolare Verona), che ci ha risposto così:

«La sua parte di “buzz” Donald Trump l’aveva creata anche nelle presidenziali del 2012, sfidando il Presidente Obama a rendere pubblico il proprio certificato di nascita, e poi paventando, anche allora, una propria candidatura presidenziale poi mai concretizzata. Non pago, aveva tenuto nella “sua” New York una serie di surreali  “consultazioni” con ciascuno dei candidati repubblicani reali o anche solo potenziali (memorabile il suo summit in pizzeria con Sarah Palin), per poi finalmente sciogliere la riserva dando il suo sostegno ufficiale proprio a quel candidato contro cui si era inizialmente dichiarato disposto a candidarsi egli stesso: Mitt Romney. Come è andata a finire poi, lo sappiamo bene!»

Nonostante l’effetto esplosivo sui social, la realtà sarebbe dunque ben diversa per il magnate americano, la cui distanza dai gusti dall’elettorato conservatore rimane il principale gap da colmare: un sondaggio post-annuncio della Monmouth University dà un impetoso 18% di favorevoli alla sua discesa in campo contro il 57% di elettori nettamente contrari. Ad oggi la percentuale più bassa di ogni candidato alle primarie del GOP.

ABC News

Ecco come Apple sta cambiando il paradigma dell'Internet of Things

La WWDC 2015 è terminata da qualche settimana, e l’eco delle novità introdotte da Apple è ancora nell’aria: in questi giorni una menzione speciale se la sta ritagliando, forse suo malgrado, Apple Music, il nuovo servizio di streaming musicale made in Cupertino, a causa dello scambio di tweet fra Taylor Swift ed Apple stessa. La “polemica” è legata al mancato pagamento delle royalties ai musicisti durante il periodo di prova di tre mesi: Apple ha poi fatto marcia indietro.

Ma, oltre ad Apple Music, le informazioni introdotte durante la conferenza annuale dedicata agli sviluppatori sono particolarmente interessanti perchè mostrano in pieno la vision di Apple per il futuro di Internet Of Things.

Andiamo a scoprire insieme qual è!

Che cosa ha introdotto Apple per l’IoT?

watchOS 2

Apple Watch è in dirittura di arrivo negli Apple Store di tutto il mondo, ma per Settembre è già stata annunciata la seconda generazione del sistema operativo dedicato allo smartwatch Apple. Al suo interno, è presente il nuovo Framework denominato “WatchKit“, che permetterà agli sviluppatori di scrivere per la prima volta app native, e non più semplici mirror di quello che accade su iPhone: questo permetterà di utilizzare direttamente tutti i sensori presenti sull’orologio, in maniera ottimizzata e specifica.

Watchkit include una perfetta integrazione con HomeKit (il framework che consente l’accesso agli smart devices domestici), HealthKit (che consente l’accesso ai dati relativi alla salute) e ClockKit (framework per la gestione delle “complicazioni”).

CarPlay

Carplay è il protocollo dedicato all’automobile, che i costruttori stanno integrando progressivamente nelle auto. Da ora in poi, anche questo sistema supporterà la creazione di app dedicate alla vettura, con le quali interagire in maniera diretta con controlli nativi per quanto riguarda i vari parametri di bordo.

LEGGI ANCHE: Apple presenta CarPlay: la migliore esperienza iPhone in automobile

Cosa significa tutto questo per l’IoT?

Le due novità nei sistemi operativi sono quindi strategiche, perchè rendono finalmente matura la base, nella vision di Apple, per la creazione di un ambiente di oggetti tra loro connessi ed intelligenti. Ma questo, come si rifletterà sugli utilizzatori?

Un’esperienza personale

L’attenzione dei marketers nel prossimo futuro sarà rivolta alla creazione di una soddisfacente Customer Experience: questo può accadere allargando il concetto di User Experience ai consumatori, mettendoli al centro delle proprie strategie di business.

LEGGI ANCHE: Il ruolo della personalizzazione nel nuovo marketing Human to Human

Nel mondo della tecnologia, questo potrà avvenire tramite la raccolta di dati personalizzati. Più i devices saranno in grado di raccoglierne e più l’esperienza potrà essere “cucita” su ciascun consumatore. Ovviamente, ci sono due elementi chiave che possono essere decisivi: il “form factor” degli oggetti e l’infrastruttura informatica di programmazione.

Il form factor influenza infatti moltissimo l’esperienza dei consumatori: Apple Watch, ad esempio, si appresta ad essere uno strumento indossato durante tutta la giornata, quindi ad essere ancora più personale rispetto allo smartphone.

L’infrastruttura informatica di programmazione è ovviamente a supporto, per permettere agli sviluppatori di accedere nel miglior modo possibile ad una mole di dati molto vasta, visualizzando informazioni prima non tracciabili (ad esempio, il battito cardiaco o altri parametri vitali, non evidenziabili con PC o tablet).

Moltissimi device connessi ed intelligenti

L’ecosistema smart si sta sempre più popolando di devices connessi ed in grado di interagire con la rete. Apple sta reagendo in due modi differenti a questa espansione.

Da un lato infatti, sta aggiungendo funzionalità tipiche di iOS ai prodotti che utilizzano watchOS e CarPlay (come la risposta diretta alle notifiche e alle mail, la condivisione delle proprie informazioni di fitness sui social, il tutto senza passare dallo smartphone o da un altro device). Dall’altro lato, sta sviluppando numerose ottimizzazioni alla piattaforma cloud, con l’obiettivo di essere meglio connessi in modo più efficiente. Con le nuove specifiche di HomeKit infatti, chi utilizza un device intelligente potrà effettuare moltissime operazioni da remoto (come aprire una porta, accendere o spegnere le luci).

Inoltre Apple non sta limitando il proprio ecosistema ai device iOS, probabilmente per applicare al meglio la legge di Metcalfe al mondo IoT: questa legge afferma che il valore di una rete cresce con il numero degli utenti presenti.  Dal punto di vista IoT questo è traducibile come la crescita del valore di un dispositivo all’aumentare dell’ecosistema di elementi connessi.

Implicazioni tecniche: i Big Data

Collegato all’aumento dei devices, ci sarà una crescita esponenziale, oltre che di indirizzi IP, anche delle informazioni presenti in rete: i cosiddetti Big Data.

LEGGI ANCHE: Big Data al Lavoro, il libro per scoprire tutti gli aspetti fondamentali dei Big Data

Tutti i sistemi connessi infatti generano un ammontare di informazioni crescente nel corso del tempo. Per questo, la sfida nel processare questi dati nella maniera migliore possibile, per adattarli agli utenti in maniera personalizzata, sarà sempre più importante.

Social Implications

Legato direttamente ai Big Data, anche il panorama della privacy è destinato a cambiare radicalmente, con implicazioni sempre maggiori (molto più di quelle attuali, con Google ed i social networks a farla da padrone per quanto riguarda le informazioni immesse dagli utenti per usufruire di un servizio).

Recentemente, su questo tema Tim Cook si è espresso con un attacco diretto nei confronti di Google, rea di non rispettare la privacy degli utenti (con riferimento all’app Foto, recentemente ridisegnata dall’azienda di Mountain View e che permette l’upload illimitato e gratuito delle foto, fino a 16 megapixel di risoluzione). La vision dichiarata da Apple è infatti quella di conservare i dati in maniera differente, facendo spesso pagare i propri consumatori, con la garanzia che i dati sono appartenenti agli utenti e solo a loro (nello specifico, per caricare le fotografie su iCloud, Apple chiede il pagamento di una fee mensile, che aumenta all’aumentare dello spazio disponibile).

Due vision diametralmente opposte, che però hanno in comune l’obiettivo di utilizzare i dati per renderli utili, velocemente a disposizione e personalizzati, ognuno per i propri consumatori.

Noi siamo sicuri che di Internet of Things ed del mercato connesso si sentirà sempre più spesso parlare, con i giganti della tecnologia in primo piano per garantirsi crescenti fette di mercato.

Voi, Ninjas, cosa ne pensate? Scriveteci come sempre nei commenti!

Uber: il segreto del successo è nelle partnership?

“Bene o male, l’importante è che se ne parli”, sembra essere questo il motto di Uber, azienda americana fondata nel 2009, presente anche in Italia da circa un anno, che continua a far parlare di sé.

Fornire noleggio con conducente a prezzi stracciati, attraverso l’utilizzo di una app che permette all’utente di localizzare l’auto più vicina, pagando la corsa con la carta di credito registrata. È questo il modello di business di Uber che, sbarcato dagli USA a Milano, si è subito fatta conoscere dagli utenti della strada, con le giuste campagne e le giuste relazioni.

Prima regola, autopromuoversi

Uber si è fatta conoscere fin da subito come startup concorrenziale a livello di politiche di prezzo e di coinvolgimento dell’utenza, lanciando sul mercato, non solo italiano, campagne di autopromozione che invitassero più utenti possibili ad iscriversi ottenendo in cambio un benefit.

Prima tra tutte la campagna #UberOz: tutti gli utenti erano invitati a condividere Uber con gli amici per ottenere 20 dollari per ogni amico che diventava passeggero delle auto nere. Ma non finiva qui, era possibile invitare fino a 50 amici e 20 dollari venivano regalati anche all’invitato.

Poco tempo fa è stata lanciata anche Uber Drive, la app di gioco per autocandidarsi come autisti della compagnia divertendosi ad essere Uber drivers virtuali. Il gioco consiste nel simulare la realtà di una corsa, in cui la bravura dell’autista sta nello scegliere il percorso migliore per portare il cliente a destinazione, ottenendo punti e compensi.

Uber fa gioco di squadra

Sebbene sia da appena un anno in Italia, diverse sono le partnership che la startup più discussa degli ultimi mesi è riuscita a stringere, anche per rendere riconoscibile la propria immagine.

La prima collaborazione è stata quella con uno dei colossi dell’informatica: Microsoft ha intercettato Uber per un accordo che rendesse possibile la sincronizzazione del calendario di Outlook con UberPOP, per permettere anche ai clienti più impegnati di organizzare la propria agenda, trasporti compresi.

Uber e Jobyourlife si schierano invece per promuovere il mondo del lavoro. La partnership prevede che ad ogni candidato convocato per il primo colloquio di lavoro venga regalato un buono da 20 euro da utilizzare con Uber, per raggiungere in tranquillità il posto di lavoro. Due i requisiti richiesti: che il colloquio sia stato trovato grazie all’intermediazione di Jobyourlife e che questo si trovi in una delle città italiane in cui è attivo il servizio UberPOP.

Ultima, ma incredibilmente attuale è anche la partnership con Expo. In questo caso Uber promuove alcune strutture turistiche, dagli hotel alla vita notturna, che in cambio regalano al cliente uno sconto da spendere in corse con Uber. Come localizzare queste attività? Naturalmente accedendo al sito web creato ad hoc per l’iniziativa, Uber For Expo.

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La campagna #iostoconuber

26 maggio 2015, i tassisti milanesi vedono accolta la loro richiesta di inibizione del servizio UberPoP. 15 giorni per adeguarsi o scatteranno multe salate per l’azienda.
Il motivo oggetto della sentenza: Uber è considerato un servizio in concorrenza sleale che va ad intaccare un servizio regolamentato come quello del trasporto mezzo taxi.

Ma non tutti la pensano così e il Codacons annuncia un grave danno per i consumatori e i clienti stessi, sostenendo la campagna lanciata da Uber, #iostoconuber.

L’iniziativa ha un grande impatto sui social e intende portare il consumatore a firmare una petizione online in cui chiedere al sindaco di Milano lo sblocco del servizio. Le firme raccolte finora sono 6200, ma in continua crescita.

La risposta dei tassisti non è mancata: la proposta è quella di introdurre il Bitcoin come forma di pagamento innovativa delle corse utilizzando BitTaxi.

Dopo aver creato un certo clamore intorno al proprio servizio ed aver costruito, anche attraverso partnership importanti e strategiche, un consistente livello di affezione degli utenti, Uber non è disposta a sparire tanto facilmente e anche la vicenda legale riserverà certamente nuovi capitoli.