Come utilizzare la Graph Search di Facebook per ottimizzare i propri risultati

Come sappiamo da alcuni mesi ha introdotto il Graph Search, un motore di ricerca sociale che aiuta a scoprire le connessioni tra persone, foto, luoghi e interessi.
Un utilizzo strategico delle opportunità che questo strumento mette a disposizione dei marketer assicurerà, alle aziende più lungimiranti, una carta vincente per l’ottimizzazione delle campagne promozionali su Facebook. È lo stesso Zuckerberg a sottolinearne l’innovazione:

“Questo grande cambiamento renderà Facebook uno strumento di ricerca molto utile ed unico in quanto ha la possibilità di accedere a del contenuto che non sempre è indicizzato da Google e che è particolarmente rilevante perché legato alle nostre conoscenze personali.”

E nello stesso post di webpronews.com troviamo la riflessione di Rand Fishkin, CEO e co-fondatore di SEOmoz, leader nel campo degli strumenti e delle risorse per l’ottimizzazione sui motori di ricerca che sostiene a riguardo:

“La ricerca su Facebook offre agli utenti nuovi modi di ottenere informazioni. Questo significa che le imprese, che hanno subito cali drastici di visibilità nel News Feed, hanno nuove opportunità per ottenere ulteriori visite attraverso la ricerca”.

Facebook Graph Search utilizza una ricerca semantica

Innanzitutto è importante sottolineare il ruolo della ricerca semantica:  i risultati, indicizzati da Facebook stesso piuttosto che da Bing, sono relativi e legati al contesto dei termini di ricerca e comprendono persone, posti,  hashtag e luoghi.

Ad esempio, se cerco “Orange is the new black” si ottengono i risultati che mostrano gli aggiornamenti di stato in primo luogo degli amici in rete e poi  dalle fanpage seguite che hanno mezionato queste keyword nei loro status.

La ricerca semantica ha fatto sì che Facebook capisse che la ricerca fosse finalizzata a rintracciare aggiornamenti sulla serie televisiva statunitense della HBO e non su un’arancia, intesa come agrume.

Attraverso la ricerca semantica, sfruttando soprattutto l’analisi degli interessi, è possibile indirizzare il pubblico su determinate ricerche e ottimizzarne l’interazione. Come? Ecco i 3 modi suggeriti da Social Media Examiner.

1) Cercare e analizzare le mosse dei competitor

Ricercando in Graph Search i vostri competitor, vi verranno mostrati tutti i discorsi in rete in cui vengono menzionati. I risultati e le informazioni restituite dalla ricerca saranno infiniti e riguarderanno il brand della società competitor analizzata, i prodotti o servizi venduti, hashtag postati negli status, i commenti e le recensioni degli utenti e fan.

Bene, a questo punto esaminate i dati attentamente e cercate di ricostruirne il piano di comunicazione e le strategie. Se vedete, ad esempio, che la comunicazione è fortemente incentrata su un determinato trend di settore o punta su una determinata scontistica, cercate di farlo anche voi.

Analizzate lo stile delle inserzioni promozionali; indagate su cosa è stato condiviso; leggete i commenti dei fan. Dovete raggiungere il vostro target, con astuzia, partendo proprio dal contenuto, dai plus e dallo stile che li ha coinvolti.

2) Capire gli interessi del proprio target

Il content marketing vincente è basato sulla rilevanza dei contenuti proposti e sull’intercettare gli interessi del target di riferimento. Il nuovo motore di ricerca in Facebook ci aiuta a interecettare quegli interessi.

Se imposterete, ad esempio, un’analisi ricercando “i messaggi di persone che amano X” (dove X è il nome del marchio), identificherete svariati argomenti d’interesse. Occorrerà analizzare tutti i risultati per intercettare e focalizzarsi sul trend rilevante strategicamente.

Ad esempio, cercando “dancing with the star“, la ricerca dovrebbe essere orientata a ricercare utenti interessati al programma americano Ballando con le stelle. Il primo risultato mostra un video divertente in cui il ballerino è travestito da Mario Bros. Dunque il target di riferimento della nostra ipotetica indagine, preferisce video divertenti, simpatici. Occorrerà tenerlo in considerazione per i nostri post. Il coinvolgimento è tutto e occorre progettare contenuti adatti alle esigenze e ai gusti del pubblico che vogliamo colpire .

3) Utilizzare gli hashtag

Quando si analizza il pubblico e il loro comportamento, è fondamentale individuare le tendenze. Ormai gli hashtag non si utilizzano solo su Twitter e Instagram ma anche negli status di Facebook. L’utilizzo dell’hashtag consente all’utente di interagire con la community in modo più coinvolgente e alle aziende di individuare i trend topics più hot, per elaborare un piano editoriale strategico.

Considerando che Facebook Graph Search rileva notizie d’interesse anche attraverso gli hashtag, sarebbe consigliabile utilizzarli. E se non siete sicuri di quale hashtag cercare, potreste dare prima una sbirciatina su Twitter, per poi tornare in Facebook e utilizzarli in Graph Search. L’importante è analizzare le conversazioni, soffermandosi sui toni e l’andamento delle discussioni per capire se e come integrarli nelle nostre campagne o piani editoriali.

Quelli elencanti sono semplici consigli per sfruttare al meglio la novità Facebook Graph Search quando sarà disponibile per tutti. Iniziate ad affilare le armi e a riflettere su ulteriori tecniche e tattiche per migliorare la presenza del vostro brand su Facebook. L’importante è intercettare gli interessi del nostro pubblico e coinvolgerlo. Siete daccordo?

Qual è la ricetta segreta per avere successo su YouTube? Chiediamolo a Lucio Mormile [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

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YouTube è la piattaforma video online più conosciuta ed utilizzata al mondo e rappresenta un canale strategico per tutte le aziende – anche microimprese con budget limitati – che vogliono raggiungere il proprio target in maniera efficace ed innovativa. Creare un video e caricarlo su un canale non basta, bisogna saper pianificare e mettere in atto una buona strategia di video marketing, essere creativi e coinvolgere!

Come si crea un canale YouTube efficace e di successo? In che modo YouTube può offrire opportunità di business? Lo abbiamo chiesto a Lucio Mormile, docente del Master Online in Social Media Marketing della Ninja Academy.

1. YouTube può davvero incrementare il mio business? Lì non ci sono solo video di gattini?

L’utilizzo di YT per promuovere il proprio business è una pratica ormai consolidata. Le attività di branding sono sempre più legate al video advertising proprio perché, attraverso un filmato, è possibile raccontare una storia che, veicolata e “targhettizzata” nel modo corretto, arriva dritto sugli schermi dei potenziali clienti del brand.

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2. Esiste una élite segreta che conosce gli ingredienti per rendere un video virale?

Esistono alcune pratiche che possono aiutare un video a diventare virale. Il contenuto è fondamentale, ma anche la sua distribuzione è cruciale affinché un video possa diventare virale.

3. Ho caricato dei video sulla mia fanpage su Facebook, perché è importante che io li carichi anche su YouTube?

È sicuramente importante caricare i propri video sulle pagine Facebook, ma la necessità di pubblicare i video anche su YouTube deriva da due fattori principali:
1) La possibilità di aumentare l’indicizzazione del video nei motori di ricerca (le possibilità che il proprio video venga mostrato nei risultati di eventuali ricerche);
2) L’esposizione del proprio video all’enorme potenziale di audience presente su YT.

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4. Come YouTube può essere inserito all’interno di una strategia di marketing integrata? Ci fai qualche esempio di successo?

Oreo è un esempio lampante di come i brand possano utilizzare YT per fidelizzare e coinvolgere i propri utenti con video semplici, brevi e accattivanti, senza sostenere costi eccessivi per la produzione.

5. Quali sono i tuoi canali YouTube preferiti?

Mi piace effettuare una distinzione tra i canali dei vari brand e quelli dei cosiddetti youtubers. Tra quelli dei brand sicuramente Oreo, ma anche GoPro ed Airbnb.

Se parliamo, invece, di youtubers (nel panorama italiano) sicuramente quelli degli ormai famosi theJackal e Frank Matano.

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LEGGI LE ALTRE INTERVISTE AI 13 SUPEREROI DEL MASTER NINJA ACADEMY:

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Content Marketing VS Native Advertising: li stai sfruttando al meglio?

Content Marketing VS Native Advertising

Alcuni mesi fa un articolo del Wall Street Journal presentava i risultati di alcuni ricerche riguardanti il content marketing. Niente di strano, direte voi. Niente di strano, se non fosse che Joe Polizzi del Content Marketing Institute in un suo post ha fatto notare che anche quelli del WSJ ancora fanno confusione tra content marketing e native advertising.

Infatti, nell’articolo incriminato si parlava di content marketing come una strategia “in cui i brand creano contenuti strettamente integrati con quelli del sito dell’editore” (la frase, comunque, è stata emendata qualche tempo dopo).

Ok, facciamo chirezza. Content marketing VS Native advertising.

Si può dire che entrambi sono forme di comunicazione di marca basate su contenuti non espicitamente persuasivi. Ma esistono anche sostanziali differenze: modi, scopi e, soprattutto, canali.

Cos’è il content marketing?

Come spiega Polizzi nell’ articolo What is Content Marketing?:

“Il content marketing è una tecnica di marketing strategico che prevede di creare e distribuire contenuti di valore, pertinenti e coerenti per attrarre e acquisire un pubblico ben definito – con l’obiettivo di indurre il cliente a rispondere in maniera favorevole.

Lo scopo del content marketing è di attrarre e mantenere i clienti attraverso la creazione e la cura di contenuti rilevanti e di valore con l’intenzione di cambiare o migliorare il comportamento dei consumatori. Si tratta di un processo continuo che va ben integrato in una strategia di marketing globale, e si basa sul possesso dei media, non su quelli a pagamento.”

Potremmo dire che il content marketing consiste nel comunicare con i propri clienti, reali e potenziali, senza avere come scopo principale la persuasione all’acquisto. Non si tratta di sponsorizzare il prodotto ma di fornire al consumatore informazione utile. In sintesi, questo tipo di approccio sfrutta una comunicazione continua e coerente per assicurare la fedeltà dei clienti.

Una caratteristica fondamentale del content marketing è che esso si basa su owned ed earned media, ovvero quei canali su cui in qualche modo l’azienda può avere il controllo, mai sui paid media, a pagamento.

Good practice – La Casa Bianca ha rilasciato una photo gallery dei dietro le quinte delle attività quotidiane del presidente Obama. Un’idea di per sè semplice ma originale e capace di creare engagement.

Cos'è il content marketing?

LEGGI ANCHE: 9 esempi di content marketing efficace

E il native advertising?

Esistono varie forme di native advertising. L’IAB – Interactive Advertising Bureau ne distingue almeno 6 categorie nel Native Advertising Playbook.

Per semplificare, definiremo Native Advertising come una specifica forma di comunicazione attraverso la quale l’azienda mira a migliorare l’esperienza degli utenti attraverso l’integrazione di contenuti relativi al brand e contenuti editoriali su siti che offrono questo servizio dietro compenso.

native advertising

Molto spesso nemmeno ce ne accorgiamo ma interi articoli su siti d’informazione sono in realtà contenuti di native advertising che, se bene fatto, non interrompe l’esperienza del lettore. Questi annunci vengono visualizzati come parte della normale esperienza di navigazione e coinvolgono il lettore con contenuti che si integrano naturalmente con il resto del sito.

Good practice – Spesso il successo non si ottiene con metodi preconfezionati. BuzzFeed e Game of Thrones hanno ideato un contenuto non molto dissimile a un qualsiasi test che si potrebbe trovare su internet. Ma ricordate che anche questo è native advertising!

game of thrones

LEGGI ANCHE: Native Advertising is the new black

Come sfruttarli al meglio?

Ma quindi, content marketing e native advertising possono funzionare insieme? Non solo possono, ma devono. La sinergia tra queste due strategie comunificative amplifica il potenziale di ognuna.

Il modo più semplice di sfruttare il native advertising si sovrappone a quelli che sono gli obiettivi di comunicazione tradizionale: brand awareness, call to action et similia. Oppure, si può utilizzare questo tipo di pubblicità per traghettare una fetta maggiore del target sui canali direttamente gestiti dall’azienda, in modo da implementare la strategia di content marketing.

Come sempre, non esiste una ricetta giusta e una sbagliata ma solo è dall’equilibrio tra i diversi ingredienti che si può sviluppare una stategia di successo.

Internet via satellite: SpaceX e Google verso l'infinito e oltre!

Internet via satellite

Chissà come si è sentito Elon Musk, dopo avere chiuso l’accordo con Google. Il CEO di SpaceX – l’azienda di trasporti spaziali fondata nel 2002 – ha ceduto circa il 10% delle azioni a Fidelity e Google, per una cifra intorno al miliardo di dollari. È decisamente presto per dire che avremo dei razzi a marchio Google pronti a “sparare” civili nell’atmosfera per un viaggetto di piacere, ma il mastodontico investimento da parte di Google rende chiaro uno degli obiettivi dell’azienda per i prossimi anni.

L’intenzione del colosso di Mountain View è investire sulla ricerca e l’implementazione di satelliti a basso costo in grado di espandere l’accesso alla rete Internet per tutto il globo terraqueo. Si calcola che siano circa tre miliardi le persone che ad oggi non hanno la possibilità di accedere alla rete e una costellazione di satelliti in orbita permetterebbe comunicazioni più rapide rispetto a quelle disponibili tramite rete terrestre. Per quanto possa sembrare utopico, un accesso gratuito alla conoscenza, significherebbe vivere su un pianeta in grado di offrire un’esistenza dignitosa a tutti i suoi abitanti, soprattutto a quelli che vivono in aree in via di sviluppo e con scarse risorse tecnologiche.

Internet via satellite: una costellazione low cost

Il progetto di Musk, sul quale di recente Google ha riversato questa immensa somma di denaro, prevede la costruzione e il lancio di oltre 700 micro-satelliti nell’atmosfera più vicina alla superficie terrestre. Il fondatore di SpaceX ha pubblicato la sua intenzione di produrre questa fitta rete di satelliti tramite Twitter lo scorso novembre. La recente partnership con Google non fa che confermare quanto il suo progetto sia diventato sempre più concreto negli ultimi due mesi.

LEGGI ANCHE: Outernet: dallo spazio internet libero e gratuito

Internet dallo spazio: utopia o progetto?

L’interesse di Google per lo sviluppo di una rete Internet via satellite, sembra andare nella stessa direzione del progetto Outernet, start-up che lavora per rendere il web accessibile in maniera gratuita grazie a un sistema di satelliti e antenne riceventi. Anche altre aziende si stanno muovendo per la conquista del web via satellite: la Virgin Galactic e Qualcomm, per esempio.

Internet dallo spazio

Il crescente interesse da parte di questi giganti delle telecomunicazioni evidenzia un ambizioso progetto: il fine ultimo della conoscenza gratuita e disponibile per chiunque. Scopo nobile, auspicabile, e oggi realizzabile. In un’era come la nostra, in cui la diffusione dei contenuti non necessita più di un supporto materiale, immaginare un pianeta connesso non è più un sogno fantascientifico, ma un obiettivo comune raggiungibile.

Startup e social media: i consigli dal TIM WCAP di Milano [INTERVISTA]

Startup e social media

Ninja Academy propone anche quest’anno le Ninja Social Factory, i percorsi Learning by Doing collegati al Master Online in Social Media Marketing che saranno ospitati all’interno degli acceleratori TIM #WCAP.

Dopo aver ascoltato le store di successo delle startup del Sud direttamente dal TIM #WCAP di Catania, saliamo sù per lo stivale e parliamo con Anna Testa, responsabile del TIM #WCAP di Milano.

Milano è la capitale del business italiana, è la città “giusta” anche per le startup di respiro europeo?

Milano è in primo luogo la capitale del business in Italia ma anche dell’innovazione. Basta consultare il registro delle imprese per notare come il numero delle Startup Innovative in Lombardia sia di 705, seguito solo dall’Emilia Romagna (363) per un totale Italia di 3208. (dati aggiornati al 26 gennaio 2015). Credo che Milano sia la città in Italia con la più grande offerta di opportunità per giovani imprenditori. L’offerta di incubatori, acceleratori, spazi di co-working, privati e non, è sicuramente elevata. La Lombardia è difatti la regione con il maggior numero di Incubatori Certificati in Italia.

Il tessuto economico e sociale è molto florido e vivace, non a caso grandi aziende multinazionali hanno deciso di stanziare la loro sede qui nel capoluogo meneghino. Ritengo che a livello internazionale Milano sia il polo più attrattivo per imprenditori Europei, se paragonato con il resto di Italia. Non a caso, proprio quest’anno il GEC ha avrà luogo proprio qui. Tuttavia, rimaniamo ancora lontani dagli standard europei sia in termini di offerta di finanziamento da parte di VC e privati, sia a causa di un ecosistema, ancora poco attrattivo soprattutto per startup in una fase più matura e di espansione.

startup milano

D’altro canto, come mi è capitato di discutere con alcuni team europei nel corso delle mia esperienza nel settore, in una fase embrionale o early stage della vita di una startup, Milano può offrire svariate opportunità all’interno di un contesto vivace ma meno competitivo rispetto a quelli inglese o tedesco, per citare solo qualche esempio.

Dai un consiglio in 140 caratteri ad un founder italiano.

“Nothing is a mistake.There’s no win and no fail. There’s only make.” Corina Kent

I founder di oggi hanno le conoscenze adeguate per mettere in atto una strategia efficace sui social media?

Non tutti. Nella fase iniziale spesso i team sono composti da due persone, chi sviluppa e chi fa management.
Ho notato come ci sia una mancanza di conoscenza diffusa delle tematiche relative al Social Media Marketing, fondamentali oggi, per comunicare in maniera efficace il proprio business. Per tale ragione abbiamo organizzato diversi Workshop qui in TIM #WCAP Milano sul tema, coinvolgendo anche partner verticali come Facebook e Linkedin per esempio.

Il miglior successo a cui hai assistito al TIM #WCAP di Milano?

Per fortuna di successi me ne ricordo più di uno. Se dovessi elencare i primi tre non potrei non citare due grandi giovani imprenditori: Simone Lini, CEO di Waynaut, e Marco de Rossi, CEO di Oilproject. Entrambi giovanissimi, hanno fondato la loro azienda, facendola crescere. Il risultato è che oggi danno lavoro a oltre una decina di ragazzi italiani. Questo è il migliore successo auspicabile a mio parere.

Un po’ meno giovane ma non per questo meno talentuoso, il caso di Claudio Bedino, CEO di Starteed, che ha avuto il coraggio di abbandonare un business solido e già consolidato per seguire le proprie ambizioni e realizzare le proprie curiosità cimentandosi nel crowdfunding, una disciplina un po’ sconosciuta nel 2012. Il risultato è che oggi a soli due anni dalla sua costituzione, buona parte del mercato nazionale ha adottato una tecnologia Starteed.

Giovani imprenditori dunque, che credendo nella forza e nel valore delle proprie idee, le hanno portate alla luce con successo ed energia, creando posti di lavoro ed innovazione. È proprio da qui che l’Italia deve ripartire. Contribuire con il mio lavoro a tutto questo, è la gratificazione più grande.

Uber, Diesel, Vespa: i migliori annunci stampa della settimana

Quali saranno stati gli annunci stampa più creativi presentati questa settimana dalle migliori scuole e agenzie pubblicitarie? Ve lo diciamo noi, gustatevi la top 5!

Diesel Footwear: Photobomb

Diesel Footwear

Diesel Footwear

Photobombing eccezionale per questi animali focosi! #fuckexpectation by DIESEL!

Advertising Agency: Imaginarte, Spain
Creative Director: Antonio Piñero
Art Director: Victor Izquierdo
Copywriter: Nacho Macho
Photographer / Producer: José Campello

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Cerchi la soluzione per il terribile traffico di Quito? Vespa!
Advertising Agency: RGB, Quito, Ecuador
Creative Director / Copywriter: Xavier Montag
Art Director: Santiago Ontaneda

Jack Link’s: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Con la carne essiccata Jack Link’s nutri il tuo lato selvaggio!

dvertising Agency: Carmichael Lynch, Minneapolis, USA
Chief Creative Officer: Dave Damman
Executive Creative Director / Copywriter: Marty Senn
Associate Creative Director / Art Director: Brad Harrison
Photographer: Mark Holthusen

The Art of Shaving: Summit

The Art of Shaving: Summit

“Ripetete dopo di noi: finalmente imparerò a navigare la topografia della mia faccia. Benvenuti nella fratellanza della rasatura: Art Shaving

Advertising Agency: BBDO, New York, USA
Chief Creative Officers: David Lubars, Greg Hahn
Senior Creative Directors: Kara Goodrich, Cesar Finamori
Copywriter: Kara Goodrich

UBER: Date Night/Getting Home/Job Interview

UBER

UBER

UBER

Puoi rovinare i tuoi appuntamenti, o puoi chiamare UBER, la scelta migliore.

Advertising School: Miami Ad School, San Francisco, USA
Art Director / Copywriter: Christiane Sawadogo

LEGGI ANCHE: Ferrarelle, caffè e auto i migliori annunci stampa della settimana

Con l'app Adidas Confirmed prenoti le tue sneakers limited edition

Adidas, il gigante tedesco dell’abbigliamento sportivo, ha appena lanciato Confirmed, l’app che ti farà saltare la fila da Foot Locker.

Quando tutto diventa virtuale, anche la coda lo è. Niente più lunghissime attese al negozio per accaparrarsi questo o quel prodotto esclusivo. Con Adidas Confirmed, potrete finalmente riservare il vostro adorato paio di scarpe edizione limitata con un semplice click. Click e porto a casa.

La coda non farà altro che traslarsi sul vostro telefono, più precisamente sulla vostra app, diventando così una coda virtuale, riducendo frustrazione e malcontento dei clienti, fino ad ora vittime di estenuanti attese. Amanti delle sneakers, questa app è d’obbligo per voi. Il meccanismo di prenotazione è semplice e consiste in pochi steps.

Vi basterà scaricarvi l’app, disponibile per utenti iOS o Android, registrare i vostri dati personali ed attendere la prima notifica push, che vi informerà sul giorno di apertura delle prenotazioni, nella vostra specifica zona geografica.

È arrivato il momento, eccole lì le sneaker che aspettavate. Aprite l’app,  prenotatene taglia, modello e il luogo del ritiro, e voilà. A questo punto dovrete solo attendere la conferma. Una volta ricevuta, il vostro paio di scarpe sarà garantito e non dovrete far altro che andare a ritirarlo in negozio.

Ma, sì purtroppo c’è un ma, sembra che l’app funzioni solo se ci si trova in zona New York, il che sarebbe molto bello, ma anche particolarmente scomodo. Speriamo che, come già i commenti dei clienti attestano, gli ideatori dell’app espandano il raggio a tante altre città. L’effetto “esclusiva”, creato dall’app è stato pensato in maniera strettamente connessa al lancio delle prime sneakers disegnate da Kayne West in collaborazione con Adidas.

Dopo il successo delle prime due edizioni di Yeezy, nate dalla collaborazione di Kayne West con Nike, l’astuta mossa di marketing è stata proprio quella di collegare direttamente l’app alla possibilità di accaparrarsi il primo paio di Yeezy III. Il mistero che si cela dietro la data di vendita delle scarpe, accresce l’affezione del cliente al marchio e l’attesa nel riceverne la notizia. Il gioco-marketing è presto fatto dunque.

La politica all’interno dello store privilegia le prenotazioni effettuate tramite l’app. Coloro che si prenoteranno, acquisiranno i primi posti nel diritto di ritiro del paio di scarpe in un dato store, Adidas o suoi rivenditori, ad una data ora. L’app permette di prenotare un solo paio di scarpe annunciate sul mercato e non prevede il pagamento, che avverrà invece in store al momento del ritiro del prodotto.

L’idea di creare un’app di questo tipo nasce, come dice Simon Atkins, vice presidente del brand Adidas, dall’esigenza di ridurre i problemi che si creano tra la clientela dopo lunghe ore di attesa alla cassa, e con l’intenzione di creare una nuova esperienza d’acquisto, rendendola più giusta e migliorando l’attuale sistema di vendita di un prodotto edizione limitata a poche ore dal suo lancio.

Un’app orientata ad un comportamento d’acquisto più consapevole, e che guarda dritto alle esigenze del cliente. Ma una considerazione adesso sorge spontanea: in un universo in cui ci si impegna tanto nel rendere un prodotto altamente desiderato, soprattutto attraverso strategie  che lo vedono sul podio dell’edizione limitata, la proposta di Adidas non giocherà il ruolo inverso di svalutazione e calo del desiderio del prodotto?

Neuromarketing: le nuove frontiere del business

Meglio Pepsi o Coca-Cola? Qualunque sia la risposta, non è detto che il vostro cervello sia d’accordo.

Creare un prodotto per la tua impresa o comunicare un messaggio che attragga il  pubblico non è facile come bere un bicchier d’acqua.
Non basta creare qualcosa di utile e interessante; un’azienda, per avere successo, deve puntare in alto ed emergere nel mercato.

Come realizzare tutto questo? Commercianti, guru ed esperti del settore non sempre tengono a mente un elemento che, in diversi casi, si è dimostrato una strategia vincente. Il neuromarketing.
Disciplina che deriva dalla neuroetica, adotta gli assunti tipici delle neuroscienze per capire e prevedere l’impatto che l’attività di marketing ha sulle diverse aree cerebrali dell’uomo.

Neuromarketing: l’esperimento Coca-Cola vs Pepsi

Neuroetica e marketing, se applicati al business, possono portare in alto la tua azienda: il neuromarketing dimostra che il più delle volte il nostro comportamento è guidato da processi automatici che avvengono al di fuori della nostra consapevolezza.
Un tipico esempio è quello dell’esperimento diretto dal ricercatore Read Montague: “Coca-Cola vs Pepsi”.
Risalente al 2004, mette a confronto le due note aziende con l’obiettivo di capire se e quanto gli aspetti culturali influenzano il giudizio degli utenti.
Sessantasette erano i soggetti sottoposti al test, il cui unico compito era quello di degustare un bicchiere di Coca Cola e uno di Pepsi in due situazioni sperimentali differenti: la prima senza conoscere la marca di entrambe le bibite; la seconda, invece, conoscendone solo una.

LEGGI ANCHE: Coca Cola investe nel wearable

Il risultato di questo test fu tanto interessante quanto inatteso: quando i soggetti non conoscevano i brand, manifestavano una chiara preferenza per la Pepsi e si riscontrava il loro un’attivazione della corteccia prefrontale ventromediana. Al contrario, quando essi erano a conoscenza della marca, il 75% sosteneva di preferire la Coca Cola. Inoltre si notava un incremento dell’attività cerebrale che riguardava regioni legate all’autostima e alle emozioni positive.
I ricercatori arrivarono dunque alla conclusione che l’essere a conoscenza della marca aveva una grande influenza sulle risposte comportamentali e sull’attività cerebrale degli individui.
Il giudizio dei partecipanti era, dunque, guidato da ciò che essi avevano condiviso con il brand e dalle aspettative associate all’immagine che le due bibite si erano create attraverso anni di campagne pubblicitarie.

NeuroMarketing: un esempio di business vincente

Coca Cola è riuscita a costruirsi nel tempo, un logo, un immagine e uno storytelling aziendale in grado di garantire grandi promesse. Questo è stato il centro della loro strategia business per molti anni, non solo ottimi ingredienti quindi, ma realizzare delle promesse. Promesse che hanno coinvolto un gran numero di consumatori e che hanno generato in loro un sentimento positivo verso il marchio. Coca-Cola si è così trasformata, agli occhi degli utenti, in un lovemarks.

Neurobusiness, spingi il tuo brand verso nuove frontiere

Il caso Coca-Cola vs Pepsi è solo un esempio di come il binomio marketing/business sia approdato su nuove frontiere, prima del tutto sconosciute.
Il successo del neuromarketing è garantito dal fatto che numerose aziende investono tempo e denaro al fine di adottare i principi tipici delle neuroscienze per progettare e realizzare le proprie strategie e i piani di azione. Infatti il loro contributo non è per niente da sottovalutare data la grande capacità che hanno di influenzare le scelte di consumo.

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Per un’azienda investire in questi strumenti non significa solo dover sostenere un costo, ma anche e soprattutto ottenere un ritorno, a livello affettivo ed economico, non indifferente da parte dei propri clienti. Che sia questa la strategia migliore di business per ottenere ottimi risultati economici e di fedeltà da parte dei clienti?

La formula magica non esiste, ma noi impariamo e conosciamo il mondo attraverso le esperienze e ci comportiamo di conseguenza. Comprendere questi processi fornisce un utile punto di partenza per ogni strategia di branding.

Sottotitoli su YouTube: 4 cose da sapere per i tuoi video

sottotitoli su youtube

I sottotitoli di YouTube sono uno strumento molto importante che la piattaforma mette a disposizione sia per migliorare l’esperienza di fruzione dei video sia per l’ottimizzazione di quest’ultimi.

Abbiamo già parlato di come i sottotitoli su YouTube:

  • rendono i video accessibili ad utenti con handicap uditivi;
  • migliorano l’esperienza dell’utente grazie ad un livello di comprensibilità dell’audio maggiore; lo spettatore di conseguenza sarà più propenso a visionare il filmato per un lasso di tempo più ampio, con conseguenze positive sul ranking del video;
  • si comportano come metadati aggiuntivi e contribuiscono all’ottimizzazione SEO del video.

Esistono diverse modalità per caricare sottotitoli su YouTube.

Una prima possibilità è creare da zero nuovi sottotitoli direttamente all’interno della piattaforma: come spiegato nel vidoe qui sotto, basterà riprodurre il video e metterlo in pausa quando volete inserire un nuovo sottotitolo, trascinandone poi i margini per regolare il punto di inizio e di fine.

Oppure si può scegliere di caricare un file di sottotitoli, che contengono sia la parte testuale (il testo di ciò che viene detto nel video) sia i codici temporali di riproduzione (il momento in cui il sottotitolo deve essere visualizzato). Qui trovate informazioni sui formati supportati da YouTube.

Potete infine fare affidamento ai sottotitoli automatici, creati tramite la tecnologia di riconoscimento vocale. Tenete presente però che la resa finale dipenderà da molti fattori, quali la lingua scelta e la qualità dell’audio del video (anche se è possibile intervenire in un secondo momento per correggere manualmente il testo).

Dopo questo piccolo riepilogo, vediamo insieme quattro piccoli accorgimenti da tenere in considerazione per migliorare la qualità del canale attraverso i sottotitoli.

LEGGI ANCHE: YouTube: i video che vedremo nel 2015

1. Tradurre i sottotitoli dei video

Tradurre i sottotitoli dei video in più lingue vi aiuterà a raggiungere un pubblico significativamente più ampio. Potete scegliere di farlo in autonomia oppure utilizzare Google Translator ToolKit per richiedere il supporto di un traduttore esperto dietro compenso (con un costo che dipende sia dalla durata del filmato che dalla lingua selezionata) o la collaborazione gratuita di altri utenti tramite condivisione.

Attualmente YouTube consente di tradurre i sottotitoli dei video in oltre 300 lingue. Per capire quali dovreste tenere in considerazione potete aiutarvi con Google Analytics e insistere sugli idiomi dei paesi dai quali provengono le visite al vostro canale.

A partire dalla traccia di sottotitoli principale, YouTube offre anche un servizio di auto-traduzione (ma, come nel caso del riconscimento vocale, il risultato non sarà perfetto).

2. I contenuti tradotti non sono contenuti duplicati

Fornire una traduzione dei sottotitoli può essere molto utile anche in ottica SEO, poiché Google non considera duplicati (e quindi penalizzabili) i contenuti tradotti. Al contrario, proprio perché caption e trascrizioni sono testi indicizzabili e ricercabili, se un video è sottotitolato per più lingue, avrà maggiori possibilità di posizionarsi più in alto nelle SERP delle varie lingue.

3. Come forzare l’apertura dei sottotitoli

Se volete che i sottotitoli compaiano ad ogni riproduzione del video, vi basterà aggiungere “yt:cc=on” tra i tag.

Se desiderate che lo stesso comportamento si ripeta quando incorporate il video su siti esterni, dovrete aggiungere in coda all’url presente nel codice html “cc_load_policy=1“.

Inoltre, se avete già inserito sottotitoli tradotti, potete scegliere quale sarà la lingua di visualizzazione di default: in questo caso prima della stringa “cc_load_policy=1” aggiungerete (ipotizzando di utilizzare sottotitoli in inglese) “&hl=it&cc_lang_pref=en” (dove hl indica la lingua principale del video e cc_lang_pref la lingua scelta per i sottotitoli).

4. Inserire anche le trascrizioni dei video

Le trascrizioni differiscono dai sottotitoli poiché non compaiono nella finestra del player e non richiedono i codici temporali. Si può scegliere di crearle in alternativa ai sottotitoli attraverso lo strumento automatico di YouTube (qui trovate tutte le info).

Se invece avete caricato un file di sottotitoli, lo stesso verrà utilizzato per generare le trascrizioni, che si rivelano utili allo spettatore che voglia approdare su un punto specifico del video: essendo infatti interattive, cliccando su una precisa riga il video salterà al punto in cui è presente quella particolare porzione di testo.

Quello dei sottotitoli su YouTube è un aspetto da non sottovalutare. Molti tra gli YouTuber più seguiti si stanno attrezzando per internazionalizzare i loro video e renderli più accessibili in questo senso. Tyler Oakley, youtuber americano con all’attivo più di 6 milioni si iscritti, ha recentemente dedicato un video proprio a questo tema.

App of the Week: Con Vine Kids solo video a prova di bambino!


Cari mamme e papà se ogni giorno dovete stare attenti al vostro bambino quando gioca col vostro smartphone, aggiornatevi subito con l’ultima novità di Vine! Parliamo di Vine Kids, l’app di video sharing fatta apposta per i più piccoli!

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A due anni dall’acquisto di Vine da parte di Twitter, la piattaforma dei 6 secondi di videosharing in loop, ha annunciato in questi giorni la sua nuova app standalone. Finalmente un’app pensata per i bambini, che permetterà loro di divertirsi guardando i video, vines appunto, appropriati all’età, senza incorrere in spiacevoli e fastidiosi contenuti vietati ai bambini.

Ecco una testimonianza del successo di questa app (fonte @elcomercio):

Ma da dove nasce l’idea? Come afferma Carolyn Penner, responsabile Comunicazione e Marketing di Vine, tutto nasce da una conversazione d’ufficio avvenuta agli inizi di gennaio, in cui il suo collega Andre Sala racconta di quanto la figlia di due anni (sì, proprio la bimba del video sopra 😉 ) ami Vine, e di quanto sarebbe bello poter avere un’app separata, controllata appositamente e fornita di post appropriati ai più piccoli.

Perfetto, il caso ha voluto che quella conversazione  fosse avvenuta proprio durante la Hack Week, lo spazio di una settimana durante il quale i dipendenti dell’azienda promuovono attivamente l’innovazione, attraverso la sperimentazione di progetti e lo sviluppo di idee alle quali sono appassionati. Un’occasione in cui si prende distanza dai progetti quotidiani lavorativi e si mettono insieme le teste per lanciare nuovi prodotti, caratteristiche e idee da realizzare.

6 secondi per far divertire i bambini…e gli adulti!

Proprio in questo modo è nata l’app Vine Kids, dalla grafica molto colorata e simpatica, che attraverso adorabili animali e personaggi animati, si propone come l’app kid-friendly in grado di proporre contenuti perfettamente in linea con le esigenze di bambini e che siano allo stesso tempo una sicurezza per i genitori.

Per adesso, le clips scelte per l’app vedono protagonisti per la maggior parte cani e gatti, uova che cantano, il simpatico muppet rosso Elmo from Sesame Street, alieni animati, e un piccolo riccio che suona il piano.

L’app è gratuita e per il momento è stata resa disponibile per i dispositivi iOS, declinando qualsiasi risposta agli interrogativi che la richiedono su Android.

Appaiono già i primi commenti positivi dei clienti-genitori sull’iTunes store dell’app, entusiasti del nuovo metodo escogitato da Vine per tenere al sicuro i più piccoli dai contenuti inappropriati di cui la rete è piena.

In un mondo fortemente orientato al videosharing e alle modalità di comunicazione online, dovremmo sempre più difenderci e difendere i nostri figli dai cattivi contenuti nei quali si può spiacevolmente incappare ogni giorno?

Intanto siamo curiosi di conoscere l’opinione dei vostri bambini, cuginetti, fratellini… Fateci sapere, siamo curiosi di conoscere le loro mobile experience!