Rubicon Project svela perché il native mobile advertising è il futuro [INTERVISTA]

jay stevens rubicon project general manager

L’advertising da anni ha spostato la sua attenzione oltre il desktop: la mobile experience ha svelato nuove possibilità di pubblicità digitale più coinvolgenti e meglio integrate con i contenuti che ospitano l’adv.

Vi abbiamo parlato tempo fa a proposito del report sul mobile advertising che Rubicon Project ha presentato al Mobile World Congress di Barcellona quest’anno. Rubicon Project è una delle più grandi piattaforme di trading internazionale per la compravendita in tempo reale di pubblicità, che offre prodotti innovativi per collegare acquirenti e venditori su scala globale.

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La nostra ninja Nunzia Falco Simeone ha avuto occasione di intervistare Jay Stevens, General Manager International di Rubicon Project, e con lui ha approfondito i trend del mobile advertising e dell’editoria digitale.

Ciao Jay! Iniziamo questa intervista parlando del report sul mercato del mobile advertising che avete presentato quest’anno al Mobile World Congress.

Ogni anno facciamo un sondaggio tra le agenzie di “trading desk” di tutto il mondo con le quali collaboriamo. Il sondaggio viene somministrato a tutte le persone che sono responsabili di comprare la programmazione dei media. Il sondaggio viene fatto prima del Mobile Work Congress per comprendere quale tipo di budget sono disposti a spendere queste aziende per il Mobile e che tipo di crescita si aspettano.

È il terzo anno che svolgiamo il sondaggio. L’idea è quella di capire fino in fondo lo scenario delle agenzie riguardo il mobile e l’acquisto dei media. Il risultato oscilla da mercato a mercato, ma le cose più importanti da rilevare nel mercato UK e Statunitense sono due: sono mercati che propendono per il mobile; il secondo aspetto che penso sia il più avvincente, è l’importanza del ruolo che giocherà il native advertising quest’anno al di là dell’ambito del mobile.

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Quale ragione  pensi sia dietro la crescita della pubblicità nativa Mobile?

La grande ragione è che i formati standard del mobile advertising non sono così avvincenti.

Ad essere sinceri, penso che i marketer sono alla ricerca di cose che migliorino i format e che siano integrati nei contenuti della pagina e non che siano contenuti loro stessi. C’è sicuramente un interesse maggiore per l’ambiente mobile nativo che ha superato l’interesse per il nativo solo rilegato al desktop. Naturalmente, essendoci un’interazione con lo schermo, c’è una forte necessità di avere un tipo di pubblicità integrata con il contesto.

Cosa ci puoi dire riguardo all’automated guaranteed advertising?

Verso la fine dello scorso anno, abbiamo comprato due startup leader in quest’ambito: iSocket e Shiny Ads. Si tratta di società pioniere nell’a pubblicità automatizzata garantita e che valorizzano l’ambito del desktop e quello del mobile.

La ragione per la quale lo fanno, è ovviamente risalente all’attenzione che i consumatori danno agli smartphone, in quanto questi danno un esperienza molto più ricca. In più, le persone fanno uso di molti più media: dai cellulari ai tablet. Questo scenario incredibilmente frammentato di app first mobile, web, device, sistemi operativi differenti (alcuni accettano cookie, altri no) rende la sfida più interessante.

pangaea alliance

Rubicon Project è stata selezionata da alcuni big dell’editoria digitale per dare vita a Pangaea Alliance, una nuova alleanza nel campo della pubblicità digitale che permetterà agli acquirenti di accedere collettivamente ad un pubblico globale premium. Guidata da The Guardian, Pangaea riunisce i partner fondatori CNN International, The Financial Times e Thomson Reuters, con The Economist. Jay, parlaci di Pangea Alliance: si può cambiare l’editoria digitale?

L’importanza dell’origine di Pangaea Alliance è il risultato dell’osservazione di altre corporazioni nel mondo come la Francia con La Place Media, la Danimarca con Publisher Network, la Repubblica Ceca con Publisher Exchange.

Il concetto è che ogni partner di Pangaea collabori con i propri media asset e condivida le informazioni sull’audience del proprio portfolio. Non è un sistema nuovo, ma è l’unico che globalmente usa l’inglese come lingua ufficiale. Pangaea è fondamentale per i piccoli mercati dove la pressione di Google e Facebook  è molto potente e mette alla prova il loro budget destinato ai media.

Questa è la ragione per la quale Francia, Grecia, Repubblica Ceca e Danimarca composte da publishers, venditori premium e proprietari di media si sono unite per combattere contro questo fenomeno.

Ringraziamo Jay Stevens  e Rubicon Project per questa intervista. vedremo come il futuro dell’advertising cambierà nel futuro e se il mobile avrà sempre più peso nelle scelte dei marketer mondiali.

L'università? Te la paga Starbucks


Accedere all’Università e avere la possibilità di frequentarla è un diritto di tutti, almeno così deve aver pensato la catena di caffè più conosciuta al mondo, Starbucks.

Attualmente è presente in ben 58 Paesi, nel 2012 contava più di 19.435 caffetterie in tutto il mondo, di cui 12.781 nella madrepatria.

LEGGI ANCHE: Starbucks, si può parlare davvero di tutto davanti a un caffè?

Nata dall’idea di Jerry Baldwin, Zev Siegel e Gordon Bowker, la svolta arriva da Howard Schultz che, dopo un viaggio a Milano, decise di portare in America l’autenticità della caffetteria italiana.

Nonostante il progetto prenda ispirazione dai bar italiani lo stesso amministratore delegato Howard Schultz riconosce che questo tipo di somministrazione di caffé in Italia non funzionerebbe, dal momento che “agli italiani non piacciono le tazze di plastica, poiché non considerano neanche la possibilità di prendere il caffè fuori dal bar, bevendolo mentre camminano o guidano”.

Starbucks e un investimento da 250 milioni di dollari


250 milioni di dollari sono pronti per essere investiti dalla nota catena di caffetterie nell’Università dell’Arizona, che presenta uno dei più ricchi programmi di corsi online, seguiti ad oggi da 11mila studenti.

Questa iniziativa non prevede nessun tipo di restrizione tanto meno vincoli di età e di anzianità lavorativa. A dire il vero questa proposta è solo un ampliamento di un progetto avviato precedentemente che prevedeva una copertura delle lezioni universitarie limitatamente ai dipendenti junior e senior , ora invece, chiunque compreso un neo assunto o un lavoratore part- time ha il diritto di chiedere il sostegno agli studi universitari.

I lavoratori saranno liberi di frequentare i corsi che preferiscono e che mettono in risalto le loro attitudini e passioni e, una volta laureati, potranno lasciare Starbucks senza alcun tipo di problema.

La visione positiva di Howard Schultz non fa che confermare che investire sui giovani non è un investimento a perdere: “Anche se al raggiungimento della laurea i nostri dipendenti decidessero di andarsene, penso che i vantaggi sarebbero comunque decisivi. Maggior disponibilità sul luogo di lavoro, maggior soddisfazione, aumento della produttività. Alla fine i migliori probabilmente decideranno di restare”.

Ribadisce inoltre la volontà di valorizzare il marchio, la reputazione e il business, ha spiegato l’AD della società in un’intervista al New York Times.

Il progetto rappresenta una strategia che cerca di creare e mantenere il benessere economico dei lavoratori. Soddisfare in primis i lavoratori all’interno di un’organizzazione basata sul customer-facing come Starbucks ,è l’obiettivo principale dal momento che questo benessere inevitabilmente si rifletterà sui clienti.

Il welfare della società di Seattle

 

Starbucks è già noto ai più per essere l’azienda che provvede all’assicurazione sanitaria per tutti i dipendenti, compresi quelli part-time, che prevede stock option per i lavoratori ed ora provvederà agli anche agli studi universitari.

D’altronde Howard Schultz proviene della classe operaia e fin dall’inizio della sua carriera si era ripromesso che, se mai fosse stato in grado di fare la differenza nella vita delle persone che lavoravano per lui, lo avrebbe fatto.

Per concludere con le parole di Harper “With the right skills and training, Starbucks believes Opportunity Youth represent a huge, untapped talent pool for American businesses, and through employment and access to higher education, hopes to help create a sustainable future for these young Americans.”

PrestaShop, il Meetup per scoprire le ultime novità ecommerce

PrestaShop, il Meetup

PrestaShop si prepara ad accogliere la community italiana di vendor per condividere le ultime novità di PrestaShop Cloud, Addons Program e Ambassador Program, il 20 aprile a Milano.

Dal 2007 Prestashop mette gratuitamente a disposizione della propria community una piattaforma di ecommerce, il cui codice sorgente, pubblico, è accessibile a tutti, in maniera da consentire a programmatori indipendenti di apportarvi modifiche in maniera totalmente open source.

Conosci Prestashop e comincia subito a vendere

Con una community di più di 800.000 sviluppatori, web designer, commercianti e agenzie in tutto il mondo, PrestaShop ha conquistato il People’s Choice CMS Award 2014 per la Migliore Soluzione di ecommerce per PMI. Con più di 230.000 negozi online, PrestaShop è un modo semplice per costruire il proprio ecommerce, con template sviluppati in modalità responsive per consentire la perfetta visualizzazione anche su dispositivi mobili come smartphone e tablet, cominciando subito a vendere.

LEGGI ANCHE: Artemest: quando l’artigianato è lusso, il made in Italy vola online 

Entrare in contatto con i potenziali clienti sul web, offrendo un sito perfettamente adattabile ad ogni tipo di business, grazie agli oltre 2000 template disponibili, per i vendor significa allargare il proprio mercato, con la possibilità di costruire anche soluzioni altamente competitive, grazie alla consulenza di agenzie partner, selezionate attraverso un attento processo di certificazione.

PrestaShop, il Meetup

L’occasione giusta per i web designer e per tutta la community

Il Meetup di PrestaShop è l’occasione giusta anche per i web designer, per conoscere la piattaforma e il network di professionisti che ne fa parte e cominciare a creare template HD, mettendoli a disposizione di migliaia di utenti grazie a PrestaShop Addons.

Il 20 aprile sarà anche l’occasione per la community italiana per conoscere Bruno Lévêque, Founder & CEO della società con sede in Francia e negli Stati Uniti, finanziata da XAnge Private Equity, Seventure Partners e Serena Capital.

All’età di 8 anni Bruno ha scritto le sue prime righe di codice e, poco più che ventenne, nel 2007 ha fondato PrestaShop con in mente una mission chiara: offrire a tutti la possibilità di aprire un negozio online in maniera gratuita e in pochi minuti.

PrestaShop, il Meetup

Le ultime novità e il networking di Prestashop

Durante il MeetUp tutti gli utenti della community avranno la possibilità di scoprire le ultime novità e i nuovi moduli, dialogare con il team di sviluppo di PrestaShop, fare networking con gli altri membri della community: sviluppatori, web designers, agenzie, imprenditori e startupper.

Partecipare al Meetup di PrestaShop è semplice. Basta iscriversi a questo link, per fare networking e godersi gli interventi di Bruno Lévêque e Luca Mastroianni, Country Manager Italy, per concludere, sempre parlando di ecommerce, con l’aperitivo offerto da PrestaShop.

L’appuntamento è presso l’Art Hotel Navigli a Milano, dalle 18.30 alle 22.00.

Cosa aspetti? Corri a iscriverti al Meetup di PrestaShop!

Guardare Games of Thrones con Periscope. E l'abbonamento TV?

Come tutti oramai sanno, il 12 aprile è andata in onda la prima puntata della quinta stagione di GOT, Games of Thrones.

La première sul canale via cavo HBO, ha fatto segnalare numeri record: 8 milioni di spettatori, 1.16 milioni in più rispetto all’apertura della stagione precedente (che si traducono con il 21% in più di share).

Un numero enorme, considerato il leak dei primi 4 episodi, avvenuto poche ore prima della messa in onda dell’episodio The Wars to Come e diffusosi a macchia d’olio in rete (come riporta Torrentfreak.com più di 193.000 persone hanno condiviso una copia delle puntate piratate la sera stessa del furto e all’incirca 1.5 milioni di utenti hanno scaricato i 4 episodi nelle prime 24 ore).

Da record anche il picco di commenti, citazioni e hashtag relativi alla serie tv!

Come si può leggere su Adweek.com, la società di statistiche Synthesio ha spulciato tra i milioni di tweet inerenti allo show e ha incoronato il personaggio di Jon Snow come il più chiacchierato (con il 21,6%).

Ecco la top ten dei più commentati:

  1. Jon Snow (21.6%)
  2. Tyrion Lannister (18.2%)
  3. Daenerys Targaryen (16.3%)
  4. Cersei Lannister (15.1%)
  5. Jaime Lannister (10.1%)
  6. Brienne of Tarth (5.7%)
  7. Arya Stark (4.9%)
  8. Sensa Stark (4.2%)
  9. Jorah Mormont (2.8%)
  10. Theon Greyjoy (1.0%)

Altre statistiche riportate da Synthesio segnalano come gli Stati Uniti siano lo stato che ha twittato di più (con il 21,7%) – e questo è un dato ampiamente prevedibile anche da chi non fa ricerche di lavoro – , New York la città più attiva (con  l’1,5%) e che il 58% del pubblico di GOT sia di sesso maschile.

Ma gli 8 milioni di abbonati HBO non sono stati i soli a godersi l’apertura di stagione di questa serie dei record.

Secondo Mumbrella.com infatti, una dozzina di persone hanno realizzato una diretta live dell’episodio con Periscope, l’app del momento, nota per registrare e condividere eventi in tempo reale.

Di questo ottimo servizio di divulgazione – seppur in bassa qualità – si sono avvantaggiati soprattutto tutti coloro che non hanno un abbonamento HBO negli States e gli appassionati della saga fantasy dell’Australia, che non hanno un contratto con Foxtel.

Come ha reagito Twitter, proprietaria di Periscope, a questa iniziativa?

Con un cartellino giallo all’indirizzo degli indisciplinati: ha minacciato di sospendere gli account di chi ha indossato le vesti del Robin Hood dell’etere e ha fatto sapere che, alla prossima occasione, saranno espulsi.

E come ha reagito HBO nei confronti di Twitter? In nessun modo.

Come infatti Twitter ci ha tenuto subito a segnalare, “la compagnia rispetta la proprietà intellettuale e si aspetta che anche gli utenti lo facciano”.

Si legge poi, sulle pagine di Mashable.com, che Twitter ci tiene a precisare che tutti i contenuti pubblicati sull’app sono di sola responsabilità degli utenti, che Twitter non è responsabile di ciò che viene mostrato, né che è immaginabile un continuo e repentino controllo di tutto ciò che viene messo on line.

Insomma, chi ha davvero avuto un danno, HBO, non può prendersela con nessuno.

Si dirà che il “pur che se ne parli” sia comunque un’ottima pubblicità allo show e che il record d’ascolti avrà comunque addolcito la pillola a quelli di HBO.

Ma il punto non è questo e toccherà sedersi a tavolino e capire che direzione prendere con Periscope.

I confini tra ciò che è ammissibile e ciò che non lo è, sono già chiari, ma si riuscirà a farli rispettare?

Siamo a un concerto e, anziché fare un video per conservare un ricordo personale, decidiamo di fare un video e lo condividiamo con Periscope.

Dobbiamo aspettarci di essere bloccati da qualche steward nel mondo reale e poi espulsi da Periscope? E il cantante in quel momento sul palco, potrà rivalersi in qualche modo con noi, perché abbiamo diffuso gratuitamente parte di un evento a pagamento?

Se il rischio di essere puniti crescerà, Periscope sarà destinato a mostrarci solo scene di vita privata – spesso molto noiose – oppure scene rubate alla vita privata dei VIP, scivolando così a un livello pornografico, più vicino al mondo dei paparazzi.

Che fare, dunque?

Molto probabilmente, si continuerà a camminare sul sottile filo tra legale e illegale, in attesa che una gigantesca causa tra tycoon a livello mondiale, ridefiniscano le regole del gioco.

Sia chiaro che qui non si vuole né legalizzare l’illecito, né proibire la diffusione di un nuovo strumento tecnologico, ma solo capire come porci nei confronti di questo nuovo e importante strumento di condivisione.

Nokia e Alcatel-Lucent: dalla telefonia mobile al trono delle Tlc

Nokia ci riprova: dopo aver ceduto totalmente Windows Phone a Microsoft, l’azienda finlandese smentisce chi la credeva ormai fuori dal mercato del mobile con un accordo da 15,6 miliardi di euro ( 16,6 miliardi di dollari) con l’azienda francese Alcatel-Lucent, divenendo un unico colosso.

L’accordo prevede che la casa finlandese rilasci sul mercato nuove azioni riservate agli acquirenti Alcatel-Lucent affinché questi possano raggiungere la quota del 33,5 % di quella che sarà una nuova società, la Nokia Corporations. Il nuovo gruppo avrà sede in Finlandia e CEO e presidente quello attuale di Nokia, mentre il vicepresidente proverrà da Alcatel-Lucent.

Il CEO di Alcatel-Lucent Michel Combes, il CEO Nokia Rajeev Suri e il presidente Francese Francois Hollande

Il CEO di Alcatel-Lucent Michel Combes, il CEO Nokia Rajeev Suri e il presidente Francese Francois Hollande (fonte @Neurope)

Se pensate che Alcatel sia solo una casa produttrice di telefoni low cost, vi sbagliate di grosso! Pensate che persino il presidente Hollande si è mobilitato per incontrare i vertici di Nokia e valutare con loro i termini di una trattativa che è divenuta subito politica: infatti lo stato francese è azionista dell’azienda e non poteva restare in disparte nella questione.

L’acquisizione di Alcatel-Lucent per Nokia vuol dire in realtà che il colosso finlandese si è appena accaparrato il leader mondiale nella trasmissione ottica su fibra! E mica solo quello: con Alcatel-Lucent, Nokia acquisisce anche i famosi Laboratori Bell che, se non lo sapeste, sono i laboratori da cui sono uscite invenzioni come il laser, il transistor, il film sonoro e sono anche i laboratori che hanno “prodotto” ben 7 premi Nobel!

Sulle novità in merito a Nokia, si è espresso positivamente David J. Cord, autore del libro “The Decline and Fall of Nokia”:  secondo Cord, l’acquisisizione per Nokia “sarebbe un buon modo per restare nel settore ed essere meglio percepita”.

Nokia: da segheria a regina delle Telecomunicazioni

Ma andiamo indietro: lo sapevate che Nokia nasce come segheria nel 1865? Già, era una di quelle segherie che sfruttava il fiume Nokianvirta per lavorare. Da allora nell’ordine Nokia ha prodotto tutto: dagli stivali di gomma alla carta igienica ai televisori fino a trasformarsi nel più grande produttore di cellulari al mondo con un valore di mercato che, al suo apice , ha raggiunto 320 miliardi di dollari.

Si potrebbe quasi dire che Nokia sia il simbolo stesso della trasformazione della Finlandia che nei secoli è passata dall’essere un Paese con un’economia fortemente legata al territorio fino ad oggi in cui la tecnologia è ormai il fulcro di tutto.

Nokia è così importante per la cultura e l’identità finlandese, che per il Paese è stato difficile assisterne il declino, superata dai rivali americani (Apple), coreani (Samsung Electronics Co.) e persino dai nuovi arrivati come Huawei.

Ancora più duro è stato cedere il gruppo di punta della sua telefonia mobile a Microsoft Corp. sotto l’allora CEO Stephen Elop nel 2013 dopo un tentativo di ripresa che voleva rimetterla in gioco contro i più grandi del mercato.

Gli anni bui di Nokia hanno pesato fortemente sulla produzione economica della Finlandia, che rimane al di sotto del livello del 2008. Nel 2000, Nokia ha rappresentato circa il 4%del prodotto interno lordo della Finlandia. Nel 2013 era invece pari a solo lo 0,2%, secondo l’economista finlandese Jyrki Ali-Yrkko.

Ora Nokia ci riprova di nuovo, mettendosi nelle condizioni di divenire l’indiscussa regina delle telecomunicazioni a livello globale. Il CEO Rajeev Suri ora sembra destinato a guidare la vecchia signora di ben 15 anni verso la sua prossima reincarnazione.

Per i francesi, che sostengono la fusione dall’altro lato, l’accordo segna la fine di una società, Alcatel-Lucent, che aveva rappresentato l’abilità ingegneristica della nazione e la sua lunga storia di innovazione. La cessione da parte di Nokia, che è ancora oggetto di azionisti e che attende l’approvazione regolamentare, sarebbe l’ultimo capitolo nella storia del colosso industriale francese che conta nella sua storia molti traguardi.

Creato con la fusione del 2006 di Alcatel SA con sede e  Lucent Technologies, che avevano entrambi radici nel settore delle telecomunicazioni fin dal tardo 19 ° secolo, l’azienda ha accumulato miliardi di euro di perdite, indebolito dalla concorrenza asiatica, specie nel settore mobile.

Questa fusione porterà un’inversione radicale di tendenza, che oggi rispetto al passato vuol dire un cambiamento che può andare dalla bancarotta al successo in pochi secondi: vedremo come il mercato accoglierà la nuova Nokia Corporations.

 

Tre cose da sapere prima di scegliere un ERP

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L’innovazione dei processi di business chiede da decenni alle imprese di adottare politiche manageriali capaci di supportare il cambiamento tenendo in considerazione molte variabili come l’aumento dei costi, la standardizzazione dei processi produttivi, la razionalizzazione delle attività amministrative o la decentralizzazione degli ambienti lavorativi. Se negli anni Settanta il mercato diventava sempre più dinamico e complesso e solo qualche anno più tardi si faceva già strada un profondo senso di crisi della gestione organizzativa che si aggrappava ai miracoli di manager strapagati, è con il debutto della New Economy negli anni Novanta che si faceva strada anche l’idea di un pensiero snello, il Lean Thinking, che vede nell’innovazione un principio di svolta del pensiero manageriale. Ma l’innovazione non era destinata ad arrivare fuori dalla porta delle aziende.

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Ma mai come prima degli ultimi vent’anni infatti le imprese si erano dovute confrontare con un’evoluzione scientifico-tecnologica tanto importante come quella che stiamo vivendo con la nostra generazione, al punto da internizzare completamente tutte quelle conoscenze, quelle pratiche e quelle abilità specifiche che fino a ieri erano del manager esterno.
Più l’impresa costruisce una propria cultura, diventa consapevole di se stessa e delle risorse che può utilizzare per migliorare il proprio business, più ha probabilità di sopravvivere nel lungo periodo.
Solo per fare qualche esempio, non esiste più, al giorno d’oggi, un’impresa che non sappia organizzare da sola la gestione del proprio business utilizzando sofisticati programmi digitali, né che sappia scegliere da sola quali siano gli strumenti più adatti per essere competitiva nel settore, così come farsi protagonista di un’innovazione dal suo interno. Innovazione si sposa insomma con Autonomia, ed è all’interno di questo quadro che oggi iniziamo a parlare di nuovi sistemi gestionali per le imprese.

gestionale cloud gratis

Soprattutto negli ultimi anni le aziende hanno adottato strumenti informatici di gestione della produzione, di analisi della contabilità e del controllo di magazzino, che consente di semplificare la complessità nel suo insieme.
Allo stesso modo, chiunque oggi si candidi per una posizione in azienda avrà bisogno di conoscere almeno in linea di massima che cos’è un software gestionale, e se le aziende per le quali si intende lavorare sono piccole realtà tecnologiche e innovative, sarà ancora più importante contemplare l’idea di un gestionale cloud gratis o saper individuare, tra tutti, quali siano i sistemi ERP (cioè di Enterprise Resource Planning) utili per l’impresa.

Tre cose da sapere prima di scegliere un ERP

Come scegliere un erp

Alcune caratteristiche di un ERP possono sembrare comuni ad altri, in che modo possiamo orientarci verso una scelta consapevole prima di adottare un sistema gestionale?
Elatos, gestionale open source, multicanale e integrabile con Google Apps che si presenta come una piattaforma web ERP e CRM dedicata alle PMI che intendono gestire il fabbisogno logistico della propria struttura attraverso uno strumento semplice da utilizzare e personalizzabile in tutte le sue opzioni, suggerisce tre elementi di cui tener conto prima di scegliere un software gestionale.

1. Flessibilità

Molti gestionali impongono logiche organizzative predefinite, mentre un buon ERP come asseconda esigenze e desideri specifici dell’utente, consigliando ed offrendo una consulenza con l’obiettivo di migliorare i processi aziendali, ottimizzare i costi e motivare i collaboratori e la rete vendita. In questo senso, secondo Elatos non esiste la frase “non si può fare, non é previsto”.

Elatos si presenta come un software gestionale gratis da scaricare e offre in un unico sistema programmi di contabilità e di fatturazione, gestione immobiliare, negozio, hotel o magazzino, controllo di gestione, tutto fee e in cloud.
Sono seicento i moduli e i plugin che Elatos mette a disposizione delle imprese utenti, e riguarda clienti, fornitori, magazzino, fatturazione, pagamenti, incassi e dipendenti oltre agli strumenti di reportistica, calendari ed emailing e la possibilità di integrare questo sistema con tutti gli strumenti business di Google che già si utilizzano o si scelga di utilizzare.

2. Fiducia nel fornitore

Scegliere un gestionale ERP é molto complesso, soprattutto se si sono ricevute delusioni in precedenza: da un lato, c’è l’offerta italiana dei “low coast” basata sui cosiddetti “pacchettizzati”, ovvero software standard difficilmente personalizzabili in base alle proprie esigenze. Dall’altro lato, invece, ci sono altri famosi ERP internazionali, sebbene a costi molto elevati. Riuscire a fidarsi del proprio fornitore, perciò, diventa una questione che va oltre l’esigenza strettamente economica ed è importante valutare i servizi che ci offre a quei determinati costi.

Per fare un esempio, possiamo vedere le applicazioni di Elatos per l’ecommerce.

Elatos per l'eCommerce

Un particolare riguardo è dato infatti alle attività eCommerce in grande aumento proprio negli ultimi anni, che hanno bisogno più di tutte le altre imprese di gestionali capaci di tenere testa alla continua innovazione tecnologica che investe il commercio elettronico: per loro il gestionale è completo di funzionalità relative a distinta base, analisi cicli di lavoro, procedure di riordino merce a fornitori, supply chain e automazione rapporto con fornitori.

Meglio ancora è gestito l’eCommerce integrato al processo di vendita online-offline delle aziende commerciali, con strumenti specifici per la gestione dei punti vendita con controllo in real-time, lo scarico con barcode, vendite ingrosso e dettaglio, management dei gruppi di franchising e le soluzioni B2B e B2C grazie alle quali sia agenti che clienti possono inserire ordini online direttamente nel sistema.

3. Successo

Le soluzioni proposte da Elatos sono adatte sia per aziende manifatturiere, che per aziende commerciali, che per le attività di consulenza tecnico-commerciale in maniera completamente multicanale e personalizzabile.
Il successo di un ERP si misura quindi attraverso i canoni di utilizzo e i costi di implementazione: il 98% dei clienti di Elatos si ritiene soddisfatto del servizio dichiarando che alla sua adozione è legato anche un aumento del fatturato del 25%.

erp open source web based

Tirando le somme, un ERP di nuova generazione deve saper fare autocritica e tener testa sia alle esigenze personali degli utenti, sia alla continua evoluzione tecnologica che spinge le aziende ad innovarsi internamente e costantemente. L’intelligence imprenditoriale comprende infatti sempre più sistemi gestionali cloud all’interno di un ambiente che permetta di lavorare in modo più efficiente e chiede, perciò, risposte a costi proporzionati. È a queste condizioni che l’impresa può continuare a (r)innovarsi.

9 strumenti per Google Analytics che ogni marketer deve conoscere

La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione.                                                                                                                                     Mark Twain

Quando si tratta di comunicazione ci preoccupiamo di non trascurare alcun aspetto della nostra strategia: planning, contenuti, promozione. A volte, però, impegnati a concentrarci sulla fase operativa e creativa tralasciamo un’attività senza la quale tutte le altre vengono enormemente penalizzate: il monitoraggio.

Ogni buona strategia nasce da un’analisi puntigliosa, che ci permetta di determinare i nostri punti di forza e, quando necessario, aggiustare il tiro. Oggi ci concentriamo su 9 strumenti e attività che possono migliorare l’uso che facciamo di Google Analytics. Per ottimizzare le informazioni sulle performance del nostro sito è possibile integrare le metriche fornite da Google con altri strumenti disponibili sul web. Perché, ricordiamolo, per ottenere un buon risultato non possiamo fermarci a quantificare il numero degli utenti. Dobbiamo sapere chi sono, come sono giunti da noi e, soprattutto, come fruiscono i nostri contenuti. 

Quello di Google è il servizio di web analytics più usato al mondo. Sapere quali dati cercare e come leggerli ci renderà un po’ meno simili agli ubriachi che descriveva Mark Twain.

LEGGI ANCHE: Performance Marketing: i trend da cavalcare secondo Gianpaolo Lorusso [INTERVISTA]

#1 Aggiungere Google Analytics a WordPress

Se dovete gestire un sito supportato da WordPress, potrebbe tornarvi utile il plug-in Google Analytics by Yoast. Questo strumento permette di configurare caratteristiche avanzate rispetto ad altri plug-in: tracciare click in uscita, download e link che reindirizzano a siti esterni oppure ignorare il traffico derivante dagli amministratori o altri utenti specifici.

#2 Integrare diverse piattaforme di web analytics

Se siete il genere di persona che ha bisogno di tenere tutto sotto controllo, Segment è il tool che fa per voi. Segment combina le informazioni fornite da Google Analytics con quelle di altri strumenti online: i dati di più di 100 servizi di pubblicità, analisi e statistiche, marketing, vendite, sviluppo, supporto ai clienti e testing tutti integrati nella stessa piattaforma.

#3 Ordinare visivamente le informazioni di Google Analytics

Grazie a Cyfe possiamo analizzare le informazioni provenienti da siti diversi per cercare di individuare i trend in comune. Grazie a pannelli personalizzabili è possibile esaminare:

  • utenti, visualizzazioni, sessioni;
  • conversione, bounce rate, localizzazione degli utenti;
  • traffico dai motori di ricerca e dai social network;
  • dati real-time.

#4 Monitorare il traffico generato dall’email marketing

Può essere difficile quantificare il ritorno creato da una campagna di email marketing. Per questo conviene sfruttare delle funzionalità di MailChimp, GetResponse, Constant Contact e Vertical Response che permettono di tracciare il traffico generato dai link delle tue email.

#5 Esaminare la relazione tra engagement sui social e il sito

Se nella pianificazione e la gestione dei canali social usate Hootsuite, Buffer o Oktopost troverete un enorme vantaggio associandoli a Google Analytics. Questi strumenti vi forniranno importanti panoramiche delle interazioni tra le attività sui social network ed i traffico del vostro sito.

LEGGI ANCHE: Social Media Analytics: gli strumenti gratuiti per capire quanto si è efficaci

#6 Valutare l’impatto degli update di Google

Avete mai pensato che anche gli aggiornamenti di Google possono influenzare le vostre performance? Grazie a Google Penalty Checker di Fruition potrete analizzare a fondo questo tipo di interdipendenza.

#7 Analizzare le keyword

Authority Labs fornisce un servizio di monitoraggio del ranking sui motori di ricerca e delle parole chiave. Combinando questo sistema a Google Analytics è possibile determinare quali sono le keyword che indirizzano il maggior numero di visitatori al sito. Questi dati ci possono aiutare ad ottimizzare le landing page e i contenuti in base alle parole chiave individuate.

#8 Ottenere insight con lo split testing

Anche i tool di split testing come OptimizelyVisual Website Optimizer possono essere integrati con Google Analytics. In questo modo potremo stilare report esaustivi che descrivano come diverse campagne hanno rendimenti diversi a seconda del segmento di target che si va a colpire.

#9 Associare i dati di vendita e-commerce

Last, but not least, uno uso particolarmente interessante che si può fare di Google Analytics è proprio quello in relazione all’e-commerce. Piattaforme come Shopify, Magento e Bigcommerce si avvalgono di questo servizio per ottenere maggiori informazioni sui profitti, suoi prodotti che generano più traffico e le pagine che portano gli utenti all’acquisto.

Conclusioni

Quelli che abbiamo visto oggi sono solo alcuni degli strumenti che un marketer deve saper padroneggiare per essere in grado di svolgere un’analisi dettagliata. Ognuno di questi tool può essere utilizzato a diversi livelli, sia nella versione base dai meno esperti che in quella premium dai professionisti. L’importante, però, è usarli, conoscerli sempre meglio affinché ci forniscano l’illuminazione, come diceva Mark Twain.

Startup, è il momento di assumere un Project Manager

Un nuovo imprenditore che si appresta a creare un progetto di startup si trova spesso di fronte a grossi problemi. Primo tra questi è quello di riuscire a coordinare le molteplici sfaccettature di una nuova impresa, a partire dai tempi di produzione, passando all’implementazione delle campagne di marketing e la gestione di operazioni di back-end, il tutto con un budget limitato. Il solo imprenditore avrà difficoltà a gestire e coordinare tutti questi meccanismi.

Il project management è quindi una parte cruciale del business di oggi, anche se chiaramente assumere un project manager ha un costo non indifferente per un’azienda. La maggior parte delle aziende non possono permettersi di sborsare uno stipendio annuo medio-alto per un professionista esperto. Eppure, è importante riconoscere quando è il momento di passare la palla agli esperti.

In quale caso assumere un project manager può essere indispensabile nella riuscita di un progetto?

Rispettare le scadenze

Nonostante le migliori intenzioni, gli imprenditori si trovano spesso in difficoltà sul fronte scadenze. Spesso sembra che il tempo preventivato non basti a terminare gli obiettivi, di medio termine, preposti. Questo aspetto va certamente a danno della credibilità dell’azienda, che rischia di non ottemperare alle richieste di investitori e collaboratori eventuali, che giustamente si chiederanno se hanno fatto bene a investire su di voi.

 

 

Uno strumento software come InLoox consente di automatizzare il processo e di stare a passo con le scadenze. Il software consente infatti di gestire un progetto migliorandone sia la qualità che la velocità di interazione con clienti e investitori. Inoltre le funzioni di presentazione e le notifiche relative al progresso del lavoro facilitano la gestione del rischio, aiutandoci a risparmiare tempo nella pianificazione, nella programmazione e nella gestione di risorse e a completare i progetti con successo.

Squadre in disaccordo

Ci vogliono più persone per portare un prodotto sul mercato, non appena i team interni crescono, tendono a diramarsi in gruppi separati e il compito di gestirli si fa sempre più arduo.

In questo caso il project manager può avere un ruolo fondamentale. Tra i tanti e complementari ruoli, quello di leader è estremamente importante per far si che i gruppi si coordino al fine di assicurarsi che il progetto riesca.

Altro importante ruolo, in relazione ai vari gruppi presenti in azienda, è quello della gestione della crisi. Il leader avrà il compito di facilitare la comunicazione interna e risolvere le controversie tra i vari team. Il solo imprenditore avrà difficoltà a assicurarsi la coesione tra le unità, per questo motivo è necessario l’intervento di un project manager.

 

Perdita finanziaria

Certo è che il costo per un project manager professionista annuo pesa sul bilancio di un’azienda, ma pensiamo per un attimo a che cosa implica la sua assenza in azienda.

Senza il suo apporto è molto probabile che si ritardino ad esempio le scadenze, questo fa si che il nostro prodotto non sarà là fuori – sul mercato – nei tempi opportuni, dove i potenziali clienti possono acquistarlo e utilizzarlo, generando una perdita finanziaria di una certa valenza; per non parlare dei danni enormi alla reputazione.

Un project manager è dunque un investimento molto utile.

Tuttavia reclutare un project manager full-timer con esperienza può essere difficoltoso soprattutto se si tratta di una startup.

Si potrebbe in alternativa pensare di impiegare un project manager all’inizio della sua carriera, quando i salari sono notevolmente inferiori. E ancora le startup potrebbero anche prendere in considerazione l’outsourcing di gestione del progetto, attraverso un professionista off-site in grado di fornire linee temporali e di facilitare la comunicazione, senza dover pagare uno stipendio a tempo pieno con i benefici annessi.

Startup food sharing economy: le parole chiave per le idee italiane del 2015

Sarà per via dell‘EXPO dedicato al tema di “Nutrire il Pianeta”, sarà per il Seed&Chips, l’evento dedicato a cibo e tecnologia che si è di recente tenuto a Milano, o forse perchè per noi italiani il cibo è un chiodo fisso ? Sta di fatto che mai come ultimamente si parla di startup food sharing economy ed ovviamente le neo aziende nostrane la fanno da padrone.

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Seed&Chips Milano

Il Seeds&Chips si è tenuto a Milano dal 26 al 29 marzo 2015, definito come il primo salone internazionale dedicato all’innovazione digitale nella filiera agroalimentare ed enogastronomica. Ha dato voce ed un palcoscenico ad aziende e startup digitali che stanno innovando nel food attraverso le più svariate tecnologie.
Una area espositiva ed un palinsesto di conferenze per presentare, raccontare e discutere sui temi, sui modelli e sulle innovazioni che stanno cambiando il modo in cui il cibo è prodotto, trasformato, distribuito, consumato e raccontato.
I partecipanti all’evento hanno anche avuto l’occasione di visionare una mostra fotografica del National Geographic a cura di Marco Cattaneo.

Startup food sharing economy: il trend del momento

Cibo da sempre è sinonimo di condivisione, è nella cultura dell’uomo, ed oggi, nel 2015 utilizziamo il termine anglofono sharing economy per identificare il trend dell’economia basata sulla condivisione. Airbnb e Blablacar sono gli esempi più lampanti, il top of mind della sharing economy ci fa pensare al mondo dell’ospitalità e dei trasporti. E alla tavola chi ci pensa ? Ci pensano le startup food sharing economy.

Capostipite italiano del movimento è sicuramente Gian Luca Ranno, che avevo intervistato tra i 30 co-founder italiani, per chiedere anche a lui un consiglio per i giovani futuri imprenditori. La sua Gnammo unisce le parole chiave startup food sharing economy grazie alla cucina, in modo democratico, consentendo a tutti di diventare chef e guadagnare dalla propria passione. La massima espressione della condivisione, perchè è social, definita infatti social eating.

Abbiamo scoperto due nuove idee durante Seed&Chips, che abbracciano a pieno il senso di startup food sharing economy, appena nate ma determinate ad innovare, a favorire la condivisione del cibo, una a monte e una a valle. Si tratta infatti di bjull, per la sharing economy dei piccoli coltivatori e di MamaU, il takeaway di piatti pronti cucinati da cuochi amatoriali. Due idee 100% italiane che faranno sicuramente invidia a Rocket Internet, e alle sue HelloFresh e FoodPanda che per quanto siano già famose non hanno la passione che contraddistingue questi giovani innovatori del 2015.

bjull: più orti per tutti

Bjull è il primo marketplace che mette in contatto piccoli agricoltori con tutti coloro che desiderano portare in tavola qualcosa di unico e con una storia da raccontare. Segnalare la propria attività su bjull, registrando il proprio orto è semplice e gratuito, permettendo di accorciare la filiera mettendo in contatto diretto produttori e consumatori, non solo per acquistare la loro produzione ma soprattutto per condividerne la passione.

Attualmente in fase beta, il team di bjull ha già partecipato a diversi eventi oltre al Seed&Chips e tavoli EXPO, si appresta a partecipare il 9 maggio, ad una tavola rotonda per la provincia di Imperia in Liguria, città natale di Sally.  Bjull verrà proposta come risorsa per le campagne per far conoscere i prodotti locali e dare la possibilità a chi fa un weekend fuori porta di provare un prodotto veramente locale, oltre ad avere in programma un tour estivo. A fianco della biondissima Sally Semeria, che si occupa delle pubbliche relazioni, Francesco Grandazzi (art director per Hagakure) segue gli aspetti più tecnici e grafici del progetto.

MamaU: la cucina di casa dove vuoi tu

MamaU mette in contatto MamEater e MaMaker, facendo incontrare chi cerca pasti cucinati in casa e vuole ritrovare i sapori tradizionali e della cura casalinga anche nei pasti fuori casa, con chi invece ha la passione per la cucina e vorrebbe trasformala in un’attività remunerativa, condividendo la propria passione per i fornelli.

Basta cibi precotti del supermercato, tramezzini delle macchinette automatiche, che a sto punto meglio digiunare, ma solo pasti cucinati con amore e dedizione dai selezionatissimi MaMaker di MamaU.

Il tutto ovviamente tramite un’apposita piattaforma web che facilita il match tra chi vuole mangiare e chi vuole cucinare.

Quattro giovani imprenditori ambiziosi, Michela Franco, Carlotta Gottardelli, Raffaele Bisogno e Andrea Giovanni Mainini, con background completamente diversi, ma uniti dall’ambizione e dalla passione per l’innovazione.

Cosa hanno in comune queste due startup ?

Oltre ad essere due startup food sharing economy, queste due realtà hanno un’altra cosa in comune, i founders infatti hanno ricevuto consigli e formazione da Augusto Coppola, durante l’edizione milanese di Innlab2014.

Se da un lato Sally di bjull, dopo l’esperienza in Airbnb aveva già le idee chiare sul suo progetto, i founders di Mamau invece avevano chiara in testa la voglia di mettersi in gioco, si sono conosciuti durante il programma ed è nata Mamau.

Il modulo Business model e Business planning del corso online in startup management per imprese innovative della Ninja Academy sarà tenuto proprio da Augusto Coppola, direttore del programma di accelerazione di LUISSENLABS, è uno degli ideatori di InnovAction Lab, di cui è presidente.

Nike: ecco cosa pensano le donne che fanno sport [VIDEO]

nike donna

Pochi giorni fa Nike ha pubblicato su YouTube “Better For It – Inner Thoughts“, video istituzionale che lancia ufficialmente la campagna globale #betterforit. Una campagna tutta al femminile, in cui le donne sono protagoniste e destinatarie, e a cui Nike “dà voce” raccontando quelli che sono plausibilmente i timori e indugi di tutte noi nell’approcciarci ad un qualunque sport.

Nike con la campagna #betterforit sembra aver deciso di rivolgersi in maniera massiva e strutturata alle donne, mettendo in campo una comunicazione che non risponda solo ai bisogni estetici, più attenti all’universo del fashion, ma anche a valori più profondi e umani.

E tutto questo attraverso uno spot che pare abbandonare i toni eroici che hanno in gran parte contribuito a costruire la brand equity di Nike: in “Inner Thoughts” lo schema eroe-che-conquista-l’oggetto-magico si trasforma in qualcosa di più personale, vissuto, a tratti comico e assolutamente autoironico.

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L’approccio psicologico ma dai toni soft fa la differenza in questo spot: tutte le protagoniste, da chi prova lo yoga per la prima volta a chi si confronta con una mezza maratona, vengono raccontate attraverso i loro pensieri: e così la prima si trova a pensare che le sue compagne di corso, apparentemente così comprensive come vuole la filosofia dietro all’antica pratica orientale, siano in realtà persone di cui non fidarsi; mentre la runner pensa come giustificare il suo abbandono della gara agli altri ancor prima che a sé stessa.

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I commenti al video sono nella stragrande maggioranza dei casi positivi: a giudicare da questi, sembra proprio che Nike abbia colto nel segno con questa rappresentazione del modo in cui le donne vivono lo sport e il fitness. Non a caso a dirigere è Matthew Frost, videomaker che dei dialoghi (e spesso monologhi interiori) ironici e sarcastici ha fatto la sua firma (ricordate gli spot di Viva Vena con Lizzie Caplan, il corto Aspirational con Kirsten Dunst o il corto per Vogue con Kate Winslet?).

Cosa ne pensate di questo spot? Vi piace questo approccio di Nike verso il pubblico femminile?