Nasce il Marketing Transpersonale, il nuovo paradigma che cambia l’approccio alla disciplina

Tutto segue una evoluzione inarrestabile e così anche il marketing si rinnova. Il 15 maggio sul palco del Philip Kotler Marketing Forum Mirko Pallera, CEO di Ninja Marketing, ha presentato il Marketing Transpersonale, un nuovo approccio teorico alla disciplina basato sugli studi e sulle ricerche della “psicologia transpersonale”.

Si tratta di una nuova disciplina in via di studio e definizione che si basa sul presupposto che la coscienza umana sia in costante evoluzione e che – passando da un livello egoico ad uno transpersonale – inizi ad inglobare desideri sempre più grandi che abbracciano la comunità, l’ambiente e la società in generale. Da qui l’incapacità del marketing, focalizzato principalmente su bisogni personali e individuali, di soddisfare i desideri del nuovo “Io espanso” delle persone.

Le slide della presentazione al Philip Kotler Forum

Perché la necessità di un nuovo Marketing

Viviamo in un’epoca in cui il concetto di felicità conseguita attraverso la soddisfazione dei desideri materiali lascia il posto all’idea che si debbano soddisfare anche nuovi desideri di ordine non materiale ma valoriale, o addirittura spirituale. Già Mirko Pallera, nel suo libro “Create!” e Philip Kotler in “Marketing 3.0” avevano postulato l’avvento di un Marketing Spirituale.

Il marketing ha da sempre studiato il desiderio dei consumatori, per comprenderlo e soddisfarlo, se non addirittura manipolarlo, e non punta a riconoscere e soddisfare adeguatamente desideri immateriali, o meglio bisogni profondi archetipici e universali, come il desiderio di socialità, di giustizia sociale ed economica, di rispetto dell’Altro e della Natura.

La sua prospettiva è sempre rimasta individualistica e isolazionistica, mentre lo sviluppo economico e tecnologico sta oggi favorendo una maggiore spiritualità e una visione più ampia del nostro senso del Sé e del Noi.

Mirko Pallera presenta il Marketing Transpersonale al Kotler Forum

Perché il marketing transpersonale

Un rinnovato livello di coscienza necessita di un nuovo approccio al marketing.

Il Marketing Transpersonale prende atto dell’evoluzione dell’immagine che l’uomo ha di se stesso, evoluzione che si manifesta in un progressivo allargamento del cerchio dell’empatia. Punta quindi a soddisfare non soltanto i desideri riferibili all’individuo inteso come persona isolata, ma anche i suoi bisogni di soggetto transpersonale che riconosce se stesso nella comunità e nell’ambiente.

Il Marketing Transpersonale è quindi fondato su una nuova visione ampliata del consumatore e del marketer stesso, visti come persone dotate di una identità espansa, comunionale.

Questo soggetto allargato è la comunità co-creativa, una entità dotata di superiore capacità creativa e di maggiore consapevolezza rispetto al singolo individuo o gruppo di individui che operano semplicemente insieme.

 

Qual è l’obiettivo del Marketing Transpersonale?

Mentre il marketing attuale non dichiara i suoi obiettivi in termini di felicità che intende conseguire, il Marketing Transpersonale determina esplicitamente i suoi obiettivi di felicità intendendoli come la soddisfazione dei bisogni dell’uomo, sia inteso come cliente che come marketer, in quanto individuo ma anche come membro della comunità umana e naturale.

Il nuovo percorso formativo presentato da Ninja Academy, CREATE Group e IUSVE

Ninja Academy, la scuola leader nella formazione sul digital marketing in Italia, Create! Group, il gruppo di professionisti attivo nella consulenza di marketing e branding strategico e lo IUSVE, Istituto Universitario salesiano di Venezia, hanno quindi annunciato una collaborazione finalizzata alla nascita e all’approfondimento della nuova branca del marketing.

Al Marketing Traspersonale sarà dedicato un gruppo di ricerca, ospitato presso lo IUSVE, coordinato da Mirko Pallera e Gianluca Lisi.

Il percorso intende studiare la letteratura esistente elaborando strumenti teorico-culturali ma anche e soprattutto esperienziali per analizzare, comprendere e infine operare nel settore del marketing secondo il nuovo paradigma transpersonale.

Wondercube: un piccolo accessorio per smartphone che fa tutto


Arriva dalla fucina di Indiegogo il nuovo accessorio multifunzione che svolterà la nostra giornata da smartphone dipendenti, 8 funzioni racchiuse in un cubo di 2,5 cm dal peso di soli 80 gr. Sempre nelle vostre tasche grazie alla possibilità di utilizzarlo come portachiavi, TheWonderCube, sarà il vostro coltellino svizzero 2.0. Vediamo allora da più vicino cosa ci permette di fare il nostro “Cubo delle Meraviglie” .

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1. Il Design

Ancora prima di essere funzionale, il WonderCube è stato pensato per seguirci ovunque, grazie alla sua predisposizione ad essere utilizzato come portachiavi, e alla sue dimensioni ridotte, ci accompagnerà senza farsi notare, fino al momento del bisogno!

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2. Cavo USB

Sia che voi abbiate uno smpartphone dotato di presa micro-USB, che un dispositivo Apple dotato di connettore lightning, potrete trovare nel WonderCube il cavo adatto alle vostre necessità! Niente più cavi aggrovigliati in tasca, fili spezzati o disordine nelle vostre borse, ma semplicemente un piccolo cavo di soli 3 pollici che snodansoi prenderà forma dal vostro cubo. Nessun contatto esposto alle intemperie e una “connessione” utile in tutte le situazioni.

3. Carica il tuo smartphone

Telefono scarico? Con WonderCube ti basta una qualsiasi presa USB e potrai ricaricare il tuo telefono, dal computer o dalla macchina!

4. Un pratico Stand

Grazie ad un innovativo sistema di ventose, WonderCube è in grado di attaccarsi perfettamente sul retro del vostro smartphone permettendovi di appoggiarlo in modalità landscape o portrait, per rispondere comodamente a una videochiamata o per guardare l’episodio della vostra serie tv preferita!

5. Archiviazione dati

Non poteva mancare la comodissima funzione di archiviazione dati! Infatti grazie alla possibilità di leggere le schede MicroUSB fino a un massimo di 64Gb, potrete utilizzare WonderCube per estendere la memoria del vostro smparthpone (attualmente solo per sistemi Android), scaricare e trasferire file o per archiviare le vostre foto durante un viaggio. Ovviamente WonderCube funziona anche come una normalissima stick USB.

6. Ricarica di emergenza

Un caricabatterie di emergenza integrato nel WonderCube vi permetterà di ricaricare il vostro telefono senza l’ausilio di prese USB o caricatori da parete. Infatti grazie all’adattatore presente al suo interno, vi basterà munirvi di una pila da 9v per ridare vita al vostro smartphone. La casa dichiara 3 ore e mezza di vita aggiuntiva (anche per iPhone 5, 6, 6+ e  Galaxy S4 e S5)

7. Backup e Sync

Grazie al suo cavo multifunzione, potrete sincronizzare i vostri dati o effettuare un backup del dispositivo anche in assenza di rete.

8. Torcia Led

Ultimo ma non ultimo, la torcia a led! Come ogni coltellino svizzero che si rispetti, una piccola torcia a led non può mancare nelle vostre tasche.

Ricapitoliamo velocemente tutte le 8 funzionalità del WonderCube.

The WonderCube in azione

Come abbiamo detto all’inizio, TheWonderCube è un progetto nato su Indiegogo, per questo potete finanziare la produzione del “cubo” acquistandone uno in pre-ordine a partire da 55$. Diversi sono i modelli presenti, alcuni già esauriti, vi invitiamo quindi se interessati a visitare la loro pagina di progetto.

Social Business Forum 2015: l'evento da non perdere con lo sconto riservato ai lettori Ninja

Torna per l’ottava edizione l’appuntamento annuale di OpenKnowledge sui temi dell’organizzazione collaborativa, del marketing partecipativo e dell’open innovation. Il Social Business Forum 2015 si terrà a Milano il 7 e l’8 luglio quando speaker internazionali e business leader racconteranno le loro strategie disruptive: dalle organizzazioni esponenziali alla sharing economy, dal reality data mining all’Internet delle cose.

Embrace Digital Disruption” è il claim scelto quest’anno per parlare delle molteplici forme di social e digital disruption che stanno ridisegnando modelli di business e organizzativi.

Quest’anno le due giornate dedicate al Social Business Forum saranno divise in due momenti: al mattino le conferenze gratuite e dall’ora di pranzo gli interventi con accesso premium (a pagamento).

Se la sessione free non ti basta, accedi alla sessione premium con lo sconto Ninja

Se vuoi immergerti nell’esperienza Social Business Forum e raccogliere tutta la conoscenza che ci verrà messa a disposizione, puoi accedere alla sessione premium a pagamento. Per i lettori Ninja è stato riservato uno sconto del 15%: al momento della registrazione utilizza il codice promozionale ninjacademysbf15.

Il programma del Social Business Forum 2015

Quest’anno le due giornate dedicate al Social Business Forum saranno divise in due momenti: al mattino le conferenze gratuite e dall’ora di pranzo gli interventi con accesso premium (a pagamento).

Le sessioni free del mattino prevedono keynote speech su visioni e strategie legate alla social e digital disruption. Saranno protagonisti Frederic Laloux, autore del best-seller Reinventing Organizations, riconosciuto come uno dei più brillanti thinker sulle nuove forme organizzative non-gerarchiche; Bill Johnston, Chairman dell’ultima Collaborative Economy Conference a San Francisco, la principale conferenza americana sulle strategie di business più dirompenti connesse all’arrivo della sharing economy; Ray Wang che, in anteprima assoluta per l’Italia, racconterà i temi più caldi della disruption, oggetto del suo libro appena pubblicato con Harvard Business Press, Disrupting Digital Business.

Le sessioni premium prevedono i Business Networking Lunch durante i quali i partecipanti potranno confrontarsi direttamente con keynote speaker, business leader, professionisti e manager da tutto il mondo.

Le sedute premium pomeridiane daranno la possibilità di ascoltare diverse business case di successo. I protagonisti dei keynote speech pomeridiani arriveranno da industry diverse (banking, manufacturing, services, media, retail…) e copriranno le diverse funzioni organizzative e di business impattate dalla social e digital disruption (dal marketing all’HR, dalle operations al business development).

Sono 10 i temi selezionati quest’anno su cui saranno chiamati a confrontarsi organizzazioni, business leader e professionisti di varie industry sia B2B che B2C: openness in leadership, ubiquitous marketing, reinventing organizations, reality data mining, next-gen workplaces, augmented storytelling, collaborative economies, business value redesign, social cloud computing, new retailing frontiers.

Tra gli altri speaker ricordiamo Sandy Carter (Vice President IBM), Michel Classens (Head of Digital Marketing Philips Lighting), Bill Johnston (Collaborative Economy Conference Chairman e Principal di Structure3C), Frederic Laloux (autore di “Reinventing Organizations”), Sameer Patel (SVP, Products and GTM SAP) e Ray Wang (Principal Analyst, CEO Constellation Research e autore di “Disrupting Digital Business”).

E’ possibile registrarsi all’evento e seguire tutti gli aggiornamenti sul sito del Social Business Forum, non dimenticare di approfittare dello sconto Ninja!

AltSchool, la buona scuola reinventata dalle startup

AltSchool, la buona scuola reinventata dalle startup

La startup educational AltSchool ha annunciato lo scorso 4 maggio di aver raccolto un round di investimento da 100 milioni di dollari, guidato dal CEO di Facebook, Mark Zuckerberg e comprendente anche Laurene Powell Jobs e Andreessen Horowitz.

Nel 2013, l’ex Googler Max Ventilla fondò a San Francisco una startup, AltSchool, con l’obiettivo di migliorare il sistema di istruzione negli Stati Uniti.

AltSchool, la scuola tra tecnologia e nuovi modelli didattici

L’iniziativa ha preso vita con lo sviluppo di una rete di scuole elementari tecnologiche e quella che era inizialmente una sola aula di 20 studenti è ora cresciuta, contado circa 500 studenti e con un piano per realizzare otto scuole entro la fine di quest’anno.

A guardarla così, attraverso i video pubblicati sul sito di AltSchool e sulla pagina Facebook, sembrerebbe una specie di mondo incantato, in cui i bambini entrando registrano la loro presenza su tablet e cambiano routine didattica quotidianamente, con un’attenzione particolare alle materie in cui nelle altre scuole gli alunni risultano carenti, come matematica e programmazione.

AltSchool, la buona scuola reinventata dalle startup

E così, mentre in Italia Governo e parti sociali continuano a scontrarsi proprio sulla riforma della Scuola, negli Stati Uniti si sperimentano nuovi modelli di istruzione. Modelli non necessariamente corretti ed efficaci – i risultati reali si potranno verificare solo quando questa prima generazione di alunni delle “microscuole” entreranno nelle high school –, ma sicuramente più attenti alle esigenze specifiche di ogni singolo studente e più fiduciosi nelle reali capacità didattiche e educative di quegli stessi insegnanti che nella scuola pubblica sono spesso sottovalutati, anche economicamente, anche in America.

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AltSchool utilizza metodi di insegnamento non convenzionali, con hardware e software sviluppati appositamente per gli studenti, che consentono agli insegnanti di pianificare strategie personalizzate in base alla capacità degli alunni, piuttosto che seguire un programma unificato. L’insegnante segue le inclinazioni naturali degli alunni e si trasforma sempre di più da babysitter che deve impartire disciplina, in un accompagnatore per la crescita dei suoi allievi, con una gratificazione lavorativa personale che lo porterà ad essere automaticamente più impegnato nel suo stesso lavoro.

AltSchool, la buona scuola reinventata dalle startup

“Microschool” e classi miste

La startup funziona con una rete di scuole dalla materna alla terza media e ogni scuola, la cosiddetta “microschool”, conta circa 100 studenti di diverse fasce di età, senza direttori o presidi, pur avendo processi amministrativi centralizzati. Questo permette anche ai docenti di sentirsi molto più coinvolti e responsabili in tutto il processo didattico. Su base settimanale, viene programmata una rotazione di circa 20 attività miste, che vanno dai progetti di classe in piccoli gruppi a singoli progetti degli studenti per l’apprendimento potenziato.

Solo per fare un esempio dello stile di apprendimento di questa nuova scuola, il mese scorso gli studenti delle scuole medie hanno provato a dare una nuova interpretazione dell’Iliade, utilizzando la tecnologia di gestione e analisi dei dati per analizzare il testo partendo da una parola chiave.

I round di investimento e la scalabilità

La startup ha raccolto 33 milioni di dollari lo scorso anno ed ha raggiunto 100 milioni di dollari nell’ultimo anno, finalizzati all’ampliamento delle strutture scolastiche, con la previsione di nuove aperture anche a Brooklyn, New York, e in seguito a San Francisco e Palo Alto entro l’autunno 2015. Ciò che la rende particolarmente appetibile, come fa notare Kim-Mai Cutler su Tech Crunch, per gli investitori è soprattutto la scalabilità totale del modello.

Gli investitori del tech sono particolarmente interessati alle società che lavorano nell’ambito dell’istruzione, come ha registrato CB Insights, il database dedicato proprio a venture capital e angel investment. Lo scorso anno c’è stato un incremento del 55% di investimenti in startup didattiche, per un totale di 1,87 miliardi di dollari.

Soprattutto Zuckerberg sembra essere particolarmente attivo nei piani di investimento per migliorare il sistema educativo degli Stati Uniti.

AltSchool, la buona scuola reinventata dalle startup

Se è vero che una Scuola basata sugli investimenti delle aziende può destare il sospetto che si voglia in realtà costruire consumatori più che studenti, un altro aspetto delle AltSchool ne rimarca l’attenzione alle esigenze reali del mondo contemporaneo: se si parla di “microschool” è anche per le strutture didattiche. Non più enormi investimenti in campus appositamente costruiti in aree politicamente determinate, ma scuole e aule in grado di essere localizzate in locali già esistenti e con caratteristiche adeguate, ovunque ve ne sia necessità in base al numero di residenti effettivi.

Cosa significa re-immaginare l’istruzione

In una dichiarazione rilasciata da AltSchool, il managing partner di Founders Fund, Brian Singerman, ha dichiarato:

“Crediamo che sia giunto il momento di re-immaginare l’istruzione. Il sistema educativo degli Stati Uniti è rimasto in gran parte immutato per decenni. AltSchool ha una visione audace e soluzioni scalabili per accelerare il cambiamento nell’ambito dell’istruzione”.

 

Mentre lo stesso Max Ventilla ha precisato:

“Abbiamo creato una cultura nella quale gli insegnanti si sentono responsabilizzati e valorizzati e dove studenti e genitori si sentono ascoltati. Ora, grazie al sostegno filosofico e finanziario da parte dei nostri investitori, molti altri insegnanti e molte altre famiglie di tutto il paese saranno in grado di provare ciò che può essere l’istruzione nel XXI secolo con AltSchool”.

Da Moncler a Barilla: quali sono i veri effetti di una social crisi?

Ricordate Moncler e la crisi delle piume scatenata dalla puntata di Report? Ne avevamo parlato anche noi, quando nello scorso novembre il team di Milena Gabanelli parlò delle condizioni in cui versavano le oche che “rifornivano” di piume ogni piumino.

LEGGI ANCHE: Moncler e il caso “Siamo tutti oche”: disastro o fuoco di paglia?

Già durante le “ore” della crisi, ci eravamo chiesti se l’apparente fuoco di fila osservato nelle varie discussioni social avrebbe comportato un reale danno all’azienda di Remo Fuffini.
Ebbene, a distanza di sei mesi abbiamo i primi risultati per rispondere al quesito.

Infatti, è di qualche giorno fa la notizia che il primo trimeste del 2015 per Moncler è stato decisamente positivo, con un aumento percentuale dei ricavi del 69% rispetto al 2o14.

Fonte: IlSole24Ore

Un trend positivo confermato anche dall’andamento del mercato azionario, che in questo periodo conferma come il titolo sia decisamente in salute.

Risultati interessanti, anche se influenzati  dal mercato americano e canadese, il quale si è rivelato essere un traino prezioso per il brand e il suo fatturato. Eppure, alla fine dello scorso anno, anche a un mese dalla puntata incriminata fioccavano le proteste sulla brand page di Facebook: l’eco dello scoop di Report non è arrivato negli States?



Come si può osservare, alcuni utenti riportavano la notizia anche da siti stranieri: eppure, gli effetti apocalittici previsti non si sono visti. Così come non si sono osservate reali operazioni di risposta alla crisi d’immagine. A parte un comunicato sul sito di prodotto (leggibile ancora oggi, grazie a una sezione dedicata solo sul sito italiano), non sembra esserci stato un particolare intervento da parte di Moncler.

Ci sono brand che, partendo da casi simili, hanno dovuto influenzare anche pesantemente la propria comunicazione: fra le tante, Nestlè, storicamente accusata delle peggiori nefandezze in giro per il mondo e attentissima a mettere in evidenza il proprio approccio ai temi di sostenibilità.



Un esempio evergreen sul tema di come si affrontano le conversazioni “negative” online, ma che può facilmente introdurre un altro caso che ha accompagnato, nel 2013, i dibattiti degli addetti ai lavori sul tema del community management e, in generale, del ruolo più “alto” ed emozionale delle aziende. Quello di Barilla.

Ricordate le dichiarazioni di Guido Barilla a La Zanzara sul tema dell’omosessualità? Ne avevamo parlato anche noi, nel settembre 2013.

LEGGI ANCHE: Barilla e il boicottaggio social: come rimediare a una comunicazione superficiale?

A distanza di un anno e mezzo, lo scenario che si era prefigurato è radicalmente cambiato. Se nel 2013 anche Mashable poneva l’accento sul caso, evidenziando come il boicottaggio fosse richiesto da ogni parte del mondo, un anno dopo è Il Post a presentarci un brand diventato a tutti gli effetti “gay friendly”.

Un’azienda diventata parte del Parks (associazione dei datori di lavoro rispettosi delle diversità) che il Corporate Equality Index ha valutato 100/100, e che oggi può considerare completamente “ripulita” la propria immagine grazie anche alle scelte in termini di comunicazione.

Una crisi che poteva avere ripercussioni pesanti ma che è stata brillantemente sfruttata, per cogliere nuove occasioni e aprirsi così a nuove possibilità (e a nuovi cluster).

Da Moncler a Barilla: la differenza stava solo nei “temi” della crisi?

“Crisis factor”: tempo e sensibilità

Non ci sono regole fisse per definire se sia il caso di dare delle linee guida sulla gestione di una crisi d’immagine, se non quello del più elementare community management. Così come non abbiamo conferme che una dichiarazione o uno scoop che comportino conversazioni negative attraverso i social siano realmente delle occasioni per migliorare il proprio status nei confronti dell’audience. Sia Moncler e Barilla hanno comunque raggiunto i loro obiettivi.

Uno ha colto l’occasione per rinnovarsi, l’altro ha mantenuto coerentemente il proprio statement: se però non è possibile costruire delle regole fisse da applicare, possiamo provare a teorizzare quali siano le cause che rendono una crisi tale, isolando due fattori decisivi:

Il fattore tempo: la saturazione dei contenuti digitali a disposizione degli utenti, con il pericolo di un Content Shock sempre più imminente e probabile, sta pian piano appiattendo l’attenzione dell’utente, che rimane sempre più superficiale nelle reazioni verso notizie e comportamenti “negativi”. Casi come quelli di Mosaico Arredamenti (datato 2008 e riproposto in un post del 2011 dal nostro Alberto Maestri) oggi non solo sarebbero molto difficili, ma certamente perderebbero d’importanza nel medio periodo perché superati da altri simili che, statisticamente, potrebbero verificarsi. Oggi non si contano le crisi d’immagine che possiamo osservare sui social: tante sono le community che ruotano intorno ai brand, tanti potrebbero essere gli errori che le aziende possono commettere. Provocatoriamente, possiamo dire che è l’azienda che può determinare e amplificare gli effetti in senso positivo, come nel caso di Barilla o di Algida con il Winner Taco: certo, tutto questo in linea teorica. Il fattore tempo è però stato abbastanza decisivo per Moncler: a distanza di sei mesi, infatti, gli echi della “battaglia delle oche” si sono persi.

Il fattore “sensibilità“: il pubblico è composto da utenti ormai consapevoli delle possibilità dei social network. Anche i meno skillati sanno che il proprio commento può diventare strumento di dialogo, e che un’eventuale censura alle proprie critiche potrebbe diventare un boomerang. Gli attacchi, se portati in massa, talvolta evidenziano posizioni stereotipate e poco approfondite, che non sempre equivalgono a una mutazione nelle preferenze d’acquisto. Sottolineiamo: non sempre. Rimane il fatto che la customer experience personale sia diventato un fattore che contraddistingue il rapporto consumatore-azienda, e influenza le scelte del primo nei riguardi della seconda: “Ci vogliono 12 esperienze positive per porre rimedio a una sola negativa. In termini temporali, questo significa che un’azienda impiega in media 2 anni per ricostruire la propria credibilità agli occhi del cliente.” recita un pezzo del blog del Digital Customer Experience Forum, nel quale si cita una ricerca di Gardner Forrester. Una sensibilità che fa del consumatore un attore critico e pronto anche a ricredersi sulle proprie scelte.

Dovremo attendere la prossima crisi d’immagine di un brand leader per avere un altro case history da aggiungere al nostro personalissimo database di studiosi del web 2.0: certamente, lo scenario è ancora oggi in evoluzione ed è ancora difficile stilare una lista di best practice da cui partire.

Moncler e Barilla però hanno saputo indicarci come, a partire da due problematiche simili, si possa arrivare a ottenere un risultato positivo con strategia diametralmente opposte. Quali delle due scuole sia la migliore, beh.. Presto per dirlo. Voi che pensate, amici lettori?

Viewability degli annunci: l'importanza di essere visti

No, il dibattito no!

“La viewability è importante, ma è appena il minimo per cui un publisher o un marketer debba battersi” – leggiamo in un ironico articolo di AdAge. “Il fatto, poi, – aggiunge con una stoccata l’autore – che sia in corso un dibattito dovrebbe imbarazzare tutti coloro che ne sono coinvolti”. E sì, ci uniamo anche noi, come in questa scena di Io sono un autarchico di Nanni Moretti, ribadendo: “No, il dibattito no!”

Il termine “viewability” indica la visibilità degli annunci pubblicitari ed è un concetto legato essenzialmente al digital e al mobile. La cosa che andrebbe sempre ricordata è che queste forme di advertising non sono paragonabili a quelle dei media tradizionali: non accostiamo le mele alle arance, direbbero gli inglesi. Ai marketer che pagano un sacco di soldi per le pubblicità in TV e su carta stampata il problema della visibilità non si pone di certo.

Nota bene

Partiamo subito con tre considerazioni fondamentali:

  1. Il destinatario è un utente in carne ed ossa, non una macchina (il marketing di oggi è – e non può che essere – sempre HtoH, Human to Human);
  2. Lo spazio destinato all’annuncio deve essere bene in vista (che non significa necessariamente posto in cima, anzi: il posizionamento migliore è poco sopra metà pagina);
  3. La creatività deve rappresentare adeguatamente il prodotto/servizio (poiché determinati contenuti e temi hanno maggiore possibilità di essere visti).

Gli inserzionisti vogliono sapere se i banner che comprano su un sito siano effettivamente guardati dall’utente: a loro interessa poco se vengono esposti n volte in un punto di una pagina web che non vede nessuno. Passare inosservati può andare bene nella vita privata, ma di certo non funziona nel marketing.

Fatti vedere

Un post di TagliaBlog spiega che ormai si preferisce parlare di “viewable impression”. Tale “impression” dipende dal tipo e dal formato della pubblicità inserito nella pagina web (display, large display o video).

LEGGI ANCHE: Sei un vero digital advertising addicted? 12 parole per scoprirlo

Innanzitutto, se i publisher vogliono aumentare la visibilità media delle proprie inserzioni, devono fare in modo che almeno il 50% dell’area predisposta sia effettivamente visualizzata dagli utenti. In secondo luogo, i publisher devono capire, per ogni pagina del proprio sito, quale posizionamento garantisce migliori risultati e sistemare gli annunci sul sito di conseguenza.

As you like it

Per molti siti web può significare dover cambiare layout, diventare “più intelligenti” in ottica di responsive design, in modo tale da assicurare elasticità nella fruizione (degli annunci e dei contenuti in generale), a seconda del dispositivo in uso (smartphone, tablet e così via).

Detto questo, possiamo tornare tutti al punto centrale dell’advertising: creare/vendere/mostrare contenuti (veramente) creativi che trattengano l’osservatore dal saltare pagina, cambiare canale, scorrere la timeline o cliccare su “Skip Ad”. E no, cantare Stay with me di Sam Smith potrebbe non bastare.

5 modi di usare il live streaming per il vostro business [HOW TO]

La guerra per conquistare il primato nello live streaming video continua: dopo la risposta di Meerkat all’esclusione dal Social Graph di Twitter, Periscope è passata al contrattacco integrando a sua volta la possibilità di usare l’app senza essere iscritti a Twitter, utilizzando il proprio numero telefonico per accedere e trovare nuovi utenti da seguire.

Saranno gli utenti a decidere chi vincerà, ma indipendentemente dalla piattaforma che avete scelto vogliamo darvi qualche consiglio per farne un uso positivo per il vostro business. Infatti si tratta di canali d’eccellenza quando si parla di interazione in real time.

Ecco 5 modi per avvicinarvi alla vostra audience attraverso il live streaming:

1 – Eventi

Condividere con gli utenti un evento in tempo reale è un ottimo modo per avvicinarsi a loro. Il segreto è far sì che gli utenti ne entrino a far parte, come se fossero con voi. L’evento deve essere raccontato; se mostrate semplicemente cosa succede intorno a voi, perderete spettatori. Camminate e mostrate tutto ciò che vi circonda, in particolare gli angoli nascosti e più curiosi, che senza un abile accompagnatore nessuno avrebbe scoperto. È fondamentale essere gli occhi e le orecchie degli utenti.

Cercate l’interazione leggendo i commenti e rispondendo quando possibile e chiedendo agli utenti dove vorrebbero essere portati.

2 – Interviste

Un’ottima maniera per aumentare l’engagement è attraverso brevi interviste con i vostri clienti o dipendenti. Queste finestre sull’attività della vostra azienda mostrano il suo lato umano e sono perfette affinchè gli utenti si affaccino su un panorama di idee e opinioni.

Un esempio? Il magazine online di tecnologia The Verge che in live streaming propone un evento giornaliero su Periscope chiamato “Let’s Discuss”, nel quale la redazione si riunisce per discutere di un argomento di cui si è parlato in giornata sul sito.

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3 – Creazione

Quando un’azienda vende un prodotto è raro che i clienti conoscano il processo che porta alla sua creazione: grazie al live streaming potete far vedere a tutti questo percorso, mostrando l’impegno che mettete nel lavoro che fate e offrendo un’idea dell’evoluzione che trasforma il concept in prodotto.

Quando gli utenti percepiscono la storia di un prodotto – dall’ideazione alla creazione – e hanno la possibilità di assistere a questo processo, si sentono più inclini a provarlo e a dare fiducia al brand.

4 – Dietro le quinte

Grazie al live streaming, date agli utenti la possibilità di assistere a qualcosa a cui normalmente non avrebbero accesso, come il dietro le quinte di uno studio televisivo. Osserviamo questa tendenza in numerosi presentatori, come Ellen Degeneres, che spesso presenta un ospite del suo show prima di andare in diretta.

Ricordate che potete andare oltre i confini della vostra sede, e mostrare anche semplicemente alcune fasi di una trasferta di lavoro. Il concetto è: “stiamo lavorando per voi”.

5 – Q&A

Offrite agli utenti la possibilità di fare domande e di entrare in contatto con voi attraverso sessioni di Q&A. Questa è un’ottima maniera per aumentare l’interazione con gli utenti perché mostra che avete a cuore le idee e le opinioni di chi vi segue.

Scegliete le domande più interessanti e le cui risposte costituiscano un valore aggiunto per tutti e, prima di rispondere, sottolineate il nome dell’utente che va l’ha fatta e ringraziatelo per offrirgli un riscontro diretto. Potrebbero capitare troll o utenti che approfittano della situazione con domande inopportune: ignorateli semplicemente.

Scegliete un tema per ogni sessione, che vada da questioni personali ad altre strettamente lavorative. Statisticamente riceverete molte domande simili e nella percezione degli utenti avrete dato molte più risposte.

Conclusione

Il live streaming è uno strumento ideale per creare un legame diretto con gli utenti poiché risponde a molti tendenze naturali come la curiosità e il senso di appartenenza. Inoltre offre controllo e riconoscimento ed è fonte di contenuti esclusivi. Molte di queste idee possono essere sfruttate contemporaneamente per creare qualcosa di unico; provatele tutte per capire quale di questi format è il più adatto ai vostri follower.

E voi, avete già provato una delle app per il live streaming? Pensate che possa essere utile al vostro business? Ditecelo nei commenti!

Capitale per le startup, i canali alternativi per realizzare un sogno

Stai cercando le risorse finanziarie per la sviluppare la tua idea d’impresa? Sei in buona compagnia!

Ogni startup che si rispetti è passata o passerà presto per il cruciale nodo del finanziamento del proprio progetto. Le alternative di certo non mancano, ma la competizione per la fiducia degli investitori è spietata e la stretta del mercato creditizio può stroncare sul nascere progetti d’impresa anche molto validi, o tarpare le ali a piccole ed innovative realtà incapaci però di autofinanziare a dovere la crescita.

Capitale per le startup: i fondi di finanziamento

La strada spesso sognata e tentata da numerose startup è quella del finanziamento con capitale di rischio, ovvero dell’ingresso in Società di un fondo di finanziamento (solitamente un early stage o venture capitalist) che apporti capitale e competenze/network utili allo sviluppo del progetto.

Capitale per le startup, i canali alternativi per realizzare un sogno

Quali sono le probabilità di essere finanziati? Molto basse, stimate intorno al 2-4% dei progetti seriamente strutturati che richiedono un finanziamento. In Italia, poi, il mercato è ancora piuttosto acerbo.

La possibilità dei finanziamenti pubblici

Più fortunata spesso è la strada dei finanziamenti pubblici alle nuove attività imprenditoriali, come accade per Invitalia, l’Agenzia Nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ovvero una Società per Azioni del Ministero dell’Economia, nelle regioni del Sud Italia.

Il programma più interessante è quello per la “Microimpresa”, che prevede una combinazione di contributi a fondo agevolato ed a fondo perduto fino a 129 mila euro per Società di Persone di nuova costituzione, ove la maggioranza dei soci sia non occupato.

Un’interessante costola riservata alle start-up ad alto contenuto tecnologico ed innovativo è Smart&Start, che prevede un mutuo senza interessi fino all’80% del programma di investimento, fino ad un massimo di 1,2 milioni, con una quota di fondo perduto, dal momento che la start-up dovrà restituire solo l’80% del finanziamento ricevuto.

I finanziamenti dell’Unione Europea

Un altro interessante capitolo sono i finanziamenti alle imprese da parte della UE, sintetizzati nella nuova Guida dell’Unione Europea ai finanziamenti 2014-2020.

Le aree principali di intervento sono ricerca e innovazione, trasporti, energia, lavoro per le giovani generazioni, competitività.  

Gli aiuti si suddividono tra sovvenzioni dirette (grants), ovvero co-finanziamenti assegnati per progetti specifici, e contratti pubblici (public contracts), che possono finanziarie studi e ricerche, formazione, consulenze, organizzazione di eventi, etc. Ci sono inoltre altre possibili forme di finanziamento, come prestiti alle imprese, garanzie e premi.

Le PMI, in particolare,  sono oggetto di specifici strumenti quali COSME per ottenere garanzie sui prestiti e partecipazione al capitale di rischio; Horizon 2020, finanziamenti ricerca ed innovazione rivolti ad industrial leadership, riduzione emissioni inquinanti, ambiente e sfida energetica;  Sme instrument: finanziamenti per l’innovazione delle PMI fino ad massimo di 2,5 milioni di euro.

Capitale per le startup: i fondi per il settore agricolo

Ci sono poi diversi programmi ed enti specializzati in settori economici oppure regioni specifiche. Ad esempio, ISMEA (Istituto dei Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) offre servizi e strumenti finanziari pensati per gli imprenditori agricoli, dal subentro in agricoltura, ai bandi per la riassegnazione dei terreni agricoli, a giovani laureati e diplomati al subentro in agricoltura per favorire il ricambio generazionale.

Capitale per le startup, i canali alternativi per realizzare un sogno

Una nuova opportunità: il microcredito per le PMI

E se le vostre necessità finanziarie non sono troppo ambiziose ecco per voi il nuovo fondo di microcredito per le PMI del Ministero dello Sviluppo Economico.

Copre fino a 25 mila Euro di contributi, restituibili in 7 anni, e non richiede alcuna garanzia reale (es., ipoteche): è il fondo stesso a farsi garante, fino all’80% del vostro prestito, nei confronti della Banca o altro operatore specializzato che eroghi il finanziamento. Bisogna però disporre di un piano economico finanziario solido che mostri la capacità dell’azienda di sfruttare e ripagare i fondi ricevuti.

Startup italiane, è la Lombardia la Silicon Valley

Il 2015 sembra essere l’anno che vedrà come protagoniste le startup italiane, certo è ancora presto da dire, ma i dati parlano chiaro: quest’anno il numero delle startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese è pari a 3.7 11, in aumento di 532 unità rispetto alla fine di dicembre(+16,7%).

Ogni startup si occupa di settori diversi e ben identificati. Il 73% di esse fornisce servizi alle imprese, nelle quali prevalgono le aree di produzione di software e consulenza informatica(30,2%), attività di R&S, 16,3%;attività dei servizi d’informazione, 8,1%), il 18,2% opera nei settori dell’industria in senso stretto(fabbricazione di computer e prodotti elettronici e ottici,fabbricazione di macchinari, fabbricazione di apparecchiature elettriche) e infine il 4,1% nel commercio. Il dato che non ci stupisce è che le startup che guidate da donne sono 447 mentre quelle capeggiate dagli under 35 sono 879.

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E’ la Lombardia la silicon valley italiana per le startup italiane

La Lombardia rappresenta la regione con la più alta densità di imprese iscritte al registro nazionale, con 808 imprese che equivale al 21,8% del totale a livello nazionale. Essa è seguita dall’Emilia-Romagna con il 12,2 %, il Lazio 9,4%, il Veneto 7,4%, e il piemonte con il suo 7,2 %.

Sono ben il 56,7% le startup innovative che hanno sede nelle regioni del nord grazie soprattutto alla presenza di incubatori e acceleratori d’impresa. Il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ne ha certificati 29 in tutto il Paese e 9 di questi si trovano in Lombardia mentre altre regioni come la Campania e la Puglia non ne hanno nemmeno uno. Essere in possesso di strutture che soddisfano determinati requisiti in termini di locali, management e attrezzature disponibili, permette indubbiamente una proliferazione maggiore rispetto a chi non le dispone. Senza dimenticare che anche gli incubatori certificati beneficiano di alcune delle agevolazioni previste per le startup innovative.

Ed è proprio in virtù di tali agevolazioni che la Regione Lombardia sostiene e favorisce la nascita di nuove imprese intervenendo in modo attivo nel panorama imprenditoriale.
Ne è un esempio il programma Startup e Re Start, finalizzato al sostegno delle nuove imprese e al rilancio delle attività già esistenti.

 

 

Con l’obiettivo di aumentare il tasso di sopravvivenza delle imprese, per mezzo di contributi a fondo perduto da spendere in servizi di consulenza presso una lista di fornitori selezionati, si innesca un circolo virtuoso che determina al contempo una maggiore efficacia nell’utilizzo delle risorse regionali ad esse destinate, oltre allo sviluppo di azioni “personalizzate” ad hoc sulla base delle loro concrete esigenze.
E’stata prevista, inoltre, una riduzione del carico fiscale alle start-up innovative consistente in una rimodulazione dell’IRAP a favore delle imprese iscritte nel 2013 nel registro istituito presso le CCIAA e definite come innovative dalla legge 221.

Altra iniziativa adottata della Silicon Valley italiana è data dalla Lombardia Net Generation, giunta solo alla sua seconda edizione ma di importanza fondamentale per chi vuole creare una startup e non possiede i fondi necessari. La Lombardia Net Generation mira ad incentivare le startup italiane di imprese innovative, attraverso finanziamenti che possono raggiungere l’importo di 12.000,00 euro, e ad essa possono partecipare coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 40 anni e che vogliono veder realizzata la propria idea di business.

 

Come si legge sul sito ufficiale del progetto: “Lombardia Net Generation 2 è un’iniziativa rivolta ai giovani che intendono acquisire servizi utili allo sviluppo della propria idea d’impresa, realizzata e diffusa via web, per la quale la rete è il principale veicolo di comunicazione e marketing, distribuzione, produzione di contenuti e servizi”.

Ciò che spicca è come in questa regione lo spirito e la voglia di fare impresa facciano da padrone. Diventa chiaro quindi che per concretizzare il proprio business è fondamentale imparare le regole del gioco, capire le proprie strategie e saperle presentare in maniera chiara e sintetica, e qui proprio sul nostro territorio sembrano esserci tutte le condizioni per frutti prodigiosi che crescono e che continuano a far crescere l’occupazione e le competenze.

Big Data al Lavoro, il libro per scoprire tutti gli aspetti fondamentali dei Big Data [RECENSIONE]

Tutti ne parlano, ma cosa sono davvero i Big Data? Una delle buzzword del 2015 (ma anche dell’anno scorso!), ormai sulla bocca di tutti. Scoprirne le caratteristiche e le opportunità che possono offrire a organizzazioni e istituzioni diventa quindi fondamentale, soprattutto nel caso di Manager e altri decisori aziendali.

A colmare questo “vuoto informativo” ci pensa Big Data @l Lavoro, il manuale pubblicato in Italia da FrancoAngeli Edizioni solo poche settimane fa. Inserito nella nuova collana NEO – completamente dedicata al mondo dell’innovazione e del digitale – l’opera è stata scritta da Thomas Davenport, ad oggi probabilmente il ricercatore più esperto sul tema.

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Big Data @l Lavoro: Obiettivi e Organizzazione dell’opera 

Ve lo anticipiamo già: si tratta di un libro denso di concetti, casi studio e stimoli applicativi, che non riuscirete certo a leggere in poco tempo ma che (al contrario) richiede uno studio attento. Il focus principale dell’opera è imperniato sulla descrizione di cosa sono i Big Data, e del perché gli stessi sono sempre più importanti per il business e le attività organizzative.

Sono inoltre spiegati strumenti, tool, framework e competenze professionali indispensabili per disegnare una corretta Big Data Strategy aziendale.

L’ultima parte di Big Data @l Lavoro è dedicata dai consigli che possono dare direttamente giovani realtà e grandi organizzazioni. In particolare:

  • La maggior parte delle giovani aziende che stanno rivoluzionando il panorama economico attuale (da Yahoo! a Google, da LinkedIn a Facebook, passando per aziende come Uber e Amazon) basano il proprio successo sul corretto utilizzo e sull’esplorazione dei Big Data. La stessa espressione Data Scientist sembra avere avuto origine proprio in casa LinkedIn!
  • Organizzazioni con un’origine e un’impronta più “tradizionale” (ma non sempre!) come gli istituti bancari e il retail da tempo integrano analytics sui Big Data con l’analytics di altre tipologie di dati, aprendo una nuova prospettiva di management per l’analytics denominata dallo stesso autore Thomas Davenport Analytics 3.0.

Conclusioni

Anche se il loro avvento risale ad appena un decennio fa, i Big Data stanno aprendo una nuova epoca.

In questa citazione, ci troviamo assolutamente d’accordo con l’autore di Big Data @l Lavoro: i Big Data sono capaci di generare un valore che risiede non tanto nei dati grezzi, quanto piuttosto nella loro elaborazione ed analisi. E la Big Data Analytics può trasformare le organizzazioni di qualsiasi tipo in modo profondo e duraturo.

Se non vedete l’ora di comprendere come trarre nuovi benefici economici o siete solo curiosi dell’argomento, c’è solo una cosa da fare: correre in libreria!