Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare [VIDEO]

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer è un brand di birra artigianale che ha recenetemente diffuso online una simpatica campagna per lanciare sul mercato una edizione limitata della sua birra in Sud Africa. “The Hipster Hijacking” è un video dallo stile indie – volutamente caricaturale – in cui un gruppo di hipster, che alla birra artigianale e alle edizioni limitate è risaputo non possono assolutamente resistere, prendono d’assalto un camion che sta trasportando le preziose bottiglie.

A fare da sottofondo alla razzia c’è il brano “The Raucous Calls of Morning” di Heyward Howkins, che rende lo spot un simpatico epigramma dell’immaginario legato all’universo indie.

Nei giorni successivi al lancio del video il brand ha creato un finto retroscena del video stesso, fingendo che la birra fosse stata davvero rubata, promuovendo la partecipazione ad un contest.
Nella descrizione del video infatti leggiamo:

Aiutaci a ritrovare la nostra birra e vinci una cassa di Limited Edition Garagista. Metti like alla nostra pagina Facebook e carica una foto degli hipster che sospetti siano collegati al furto usando l’hashtag #Garagistasuspect.

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Garagista Beer, la birra che tutti gli hipster vorrebbero rubare

Sembra che i colpevoli siano stati acciuffati, perché la birra nel frattempo è stata recuperata tutta, ufficialmente presentata e messa sul mercato 😉

Credits:

Production Company: The Institute
Director: Duvan Durand
Producer: Dana Van Vreden
Editor: Carlos Feyder
Sound Design: Gerdus Oosthuizen
PR Agency: Amplicon

Facebook adv: immagini più grandi nella colonna destra

foto via allfacebook.com

Certo con Facebook non ci si annoia mai. È infatti di qualche giorno fa la notizia che Facebook ha ufficialmente cominciato a proporre un nuovo formato per gli annunci nella colonna destra.

Sembra inoltre che dal primo agosto tuti i nuovi annunci creati saranno soggetti alla politica del testo in quantità uguale o inferiore al 20% dell’immagine, e dal primo settembre la regola si applicherà anche retroattivamente a tutti gli annunci già presenti.

Ma perché questa operazione? Ovviamente, per guadagnare di più.

Maggiori dimensioni, infatti, significheranno meno spazio disponibile, più concorrenza e quindi maggiori costi.

Ma un vantaggio c’è anche per gli inserzionisti: le immagini più grandi infatti permetteranno a chi pianifica le pubblicità di utilizzare le stesse immagini che sono utilizzate anche per le adv che appaiono in news feed, oltre al fatto che si riuscirà certamente a comunicare in modo migliore che non con minuscoli quadratini come è stato fino ad oggi.

Che ne pensate? Avete già cominciato a vedere le pubblicità più grandi nella colonna destra?

La Battaglia delle Idee: Roberto Ascione e la Disrupting Healthcare [INTERVISTA]

E’ uno degli interventi più attesi alla #BattleSA quello di Roberto Ascione – presidente di Razorfish Healthware, agenzia leader globale nella comunicazione digitale per il settore Healthcare. Nata nel 1996 a Napoli, l’agenzia è per tutti i ragazzi del mezzogiorno un esempio vivido di come intraprendere un business di successo sul territorio puntando tutto sull’innovazione e la sua forza creatrice.

In attesa di ascoltare il suo speech “Disrupting Healthcare: quando l’innovazione cambia la salute” scambiamo quattro chiacchiere veloci con Roberto sui temi principali de La Battaglia delle Idee 2014.

Se vuoi partecipare all’evento, prenota il tuo ticket gratuito qui!

 

Cosa significa per te disruption?

La disruption può essere ovunque e soprattutto un fenomeno disruptive non ha bisogno di essere necessariamente di grande portata almeno inizialmente. Infatti io penso che i fenomeni più disruptive siano quelli che riescono a cambiare una parte della vita di quante più persone possibile con la minima complessità.

Quali startup in ambito health ti affascinano di più?

Certamente due con le quali noi stessi collaboriamo. Videum che è la prima piattaforma per digital video nell’area salute a livello globale. PeopleWho che offre la creazione di community per pazienti con patologie croniche, aperta sia a pazienti sia a medici. Infìne 23me sebbene non sia più tecnicamente una Start-up ne conserva la mentalità ad iniziare dal contino sviluppo del prodotto.

Un tuo giudizio sul mercato startup del Mezzogiorno?

Siamo all’inizio e c’è molto da fare, ma la strada è giusta. Occorre lavorare sull’intero ecosistema e probabilmente selezionare tematiche di investimento su cui focalizzare veri e proprio cluster.

Cosmesi: la rivoluzione dai social media alla stampa 3D

Il valore dell’industria della cosmesi

L’industria della cosmesi e dei prodotti per la cura della persona vale 9.532 milioni di € (consumi nel 2013), coinvolge in Italia 600 imprese che producono il 65% del make-up distribuito nel mondo. Il persistere di una situazione economica generale sfavorevole si ripercuote anche sull’industria della cosmesi, dove, più che ad una riduzione effettiva degli acquisti, ha spinto il consumatore nella ricerca del miglior rapporto qualità/prezzo, e quindi a spostarsi verso prodotti appartenenti ad una fascia prezzo inferiore. 

Le esportazioni di cosmetici sono continuano a crescere, segnando a fine 2013 un incremento del +54,% vs il 2009, di cui un +11% è stato registrato tra il 2013 ed il 2012.  A trainare l’export sono i paesi emergenti come India, Cina, Estremo Oriente, nuovi membri UE, Paesi Arabi e America Latina, dove si registrano tassi di crescita estremamente interessanti (fonte Beauty Report 2014, Cosmetica Italia).

Come il web influenza il processo d’acquisto

Le imprese della cosmesi in Italia investono circa il 7% del loro fatturato in innovazione, tecnologia, ricerca e sviluppo – la media nazionale stimata per ciascuna azienda è del 3%. Il 44% degli investimenti “no food” in comunicazione è rappresentato dalla cosmesi (fonte Beauty Report 2014, Cosmetica Italia). Ma quanto questi investimenti influenzano realmente il processo d’acquisto?

Coloro che più influenzano ed orientano maggiormente gli acquisti dei consumatori sono gli utenti della rete con opinioni e recensioni, nel 34,4% dei casi per lo shopping online, nel 13,7% dei casi per chi si reca nei punti vendita. Seguono giudizi e consigli degli amici, che impattano al 24,4% sull’online e all’8,7% sull’offline.

A cercare informazioni su Facebook e Twitter sono l’11,8% degli acquirenti online ed il 7,5% dei consumatori tradizionali. I grandi media (tv e radio) influiscono sempre meno nel processo d’acquisto, quando questo avviene online infatti solo il 6,4% delle persone ricorda di aver visto alcune pubblicità, mentre nessuno si è ricordato di servizi ascoltati in televisione o in radio. I cosmetici sono prodotti che necessitano di essere provati e testati, il passaparola diventa quindi la leva su cui puntare.

In un’era sempre più digitale, dove anche il passaparola diventa globale, è necessario per le imprese rafforzare la propria presenza in rete, con focus sui social network che consentono l’interscambio di informazioni che i clienti vanno cercando.

La presenza dell’industria cosmetica sui social media

I brand della bellezza si raccontano sui social media attraverso i loro prodotti, presentandoli e mostrandone l’utilizzo grazie a partnership con make-up artist e beauty-blogger. I loro socil prediletti sono Facebook, YouTube e Twitter. Il Centro di Ricerca sui Media e la Comunicazione dell’Università Cattolica e Digital Pr hanno recentemente pubblicato unto il 5°Beauty Report dedicato alle 18 imprese di cosmesi e cura del corpo più rilevanti sul mercato italiano. Vediamo nell’infografica che segue il rapporto che questi 18 brand hanno con i social media.

E se tutto il make-up che troviamo sui social diventasse improvvisamente a portata di click?

Cosa accadrebbe se un giorno ciascuno di noi, dopo aver consultato blog e social vari  alla ricerca dei nuovi trend della cosmesi, fosse in grado di autoprodurre rossetti ed ombretti restando comodamente seduto sul proprio divano di casa sorseggiando la propria bibita preferita? Ciò che scritto così sembra un futuro distante anni luce, è già realtà!

Mink, adesso la cosmetica si stampa in 3D

Grace Choi, laureata ad Harvard, è pronta a portare pigmenti di colore all’interno di rossetti, ombretti, blush e persino fondotinta.. con pochi semplici click! La sua arma segreta? Mink, la stampante 3D per il make up.

Il lancio della stampante Mink è previsto entro la fine dell’anno, con un prezzo al pubblico di 300 dollari. Saranno inoltre commercializzati cartucce e materiali collaterali.

1, 2 … 3D la nuova sfida ai colossi della cosmesi

Come Mink rivoluzionerà il mondo della cosmesi? Come i grandi colossi difenderanno le loro nuance contraddistintive da questo attacco digitale? Quali opportunità di business si apriranno alle beauty-blogger grazie a Mink? Quanti nuovi brand-fai-da-te verranno commercializzati grazie alla combo Mink+e-commerce? In attesa di trovare risposta a questi quesiti vi lascio a meditare su quella che potrebbe essere una delle più grandi rivoluzioni della cosmesi.

Vieni alla #battleSA su Italo con gli sconti last minute per Salerno!

Ninjas, siete in fermento creativo per la #battleSA?

State facendo riunioni-fiume con i vostri team per affilare le vostre armi in vista della sfida, magari caricandovi  con la sountdrack ufficiale dell’evento su Spotify? Oppure state scrollando il sito www.labattagliadelleidee.it per appuntare in calendar gli speech e workshop gratuiti più interessanti per la vostra formazione? Magari, state solo pensando a cosa mettere nel trolley per passare questa due giorni di networking, training e divertimento.

Mentre fervono i preparativi, vi diamo un altro splendido motiv0 per essere dei nostri:

Italo è Official Ninja Transfer e vi offre una Promo speciale per raggiungere Salerno!

Prenotando entro il 02/07 un viaggio Italo per raggiungere La Battaglia delle Idee, potrete approfittare di un prezzo scontato pari al 15%, attivabile con questa procedura:

Chiamate Pronto Italo al numero gratuito 060708 dalle ore 6.00 alle ore 23.00 tutti i giorni dal lunedì al venerdi e comunicat all’operatore che desiderate prenotare il transfer con la promo “Italo Ninja” per La Battaglia delle Idee. L’operatore Italo vi fornirà tutte le specifiche relativamente alla scontistica.

Affrettatevi, la promo è valida fino al 02/07 alle 23! 😉 

Come vincere la battaglia social dei Mondiali 2014

mondiali CinnamonToast ‏

Tweet di CinnamonToast ‏@CTCSquares

I mondiali 2010 in Sudafrica sono stati uno dei primi eventi internazionali di sport contraddistinto dalla esplosione dell’uso dei social media. Durante la finale i tweet arrivarono da 172 paesi in 27 diverse lingue. In tutto sono stati 2,3 i miliardi di utenti coinvolti.

Twitter durante i Mondiali2010 - creata da @miguelrios

Pensate a quanto è aumentato in 4 anni il coinvolgimento delle persone tramite social media nella fruizione degli eventi sportivi, e a come le aziende possono entrare nel dialogo. Un esempio lo abbiamo visto due giorni fa con l’uscita dai mondiali dell’Italia.

Asciugate le lacrime per i nostri calciatori… lo show continua e, dunque, perché perdersi la possibilità di entrare in contatto con milioni di persone? Vediamo cosa si raccomanda nel web, per fare social media marketing “mondiale”.

L’uso dei social media durante gli eventi sportivi mette a disposizione uno spazio d’azione che non tutte le aziende sanno di poter sfruttare. Perché, allora, non cogliere questa occasione? Siete ancora in tempo.

Curare i contenuti in base ai propri follower

Questa è la prima regola da seguire. Inutile fornire i risultati delle partite minuto per minuto ad un pubblico che probabilmente è più interessato a commentare le fidanzate dei calciatori inquadrate durante il match, ad esempio; oppure prendere spunto da un cartellino giallo può essere utile se il vostro brand ha qualche legame con il colore giallo.

Ciò che verrà condiviso sui social durante i match va pensato per il vostro pubblico di riferimento, che seguirà l’evento in quel preciso momento. Sarà più facile farlo con una buona programmazione e più difficile in real time, anche se comunque possibile, come vedremo di seguito.

Contenuti programmati, in realtime ma anche un piano alternativo pronto

Ipotizzare i risultati possibili delle partite, avere un piano di riserva.

Avere delle infografiche già pronte e due immagini opposte l’una all’altra a seconda del risultato finale, vi permetterà di essere efficaci al momento giusto.

Prendete spunto dall’ormai famoso esempio di Oreo, che ormai ha fatto scuola durante il Super Bowl.

milka mondiali

www.facebook.com/MilkaIT

Non dimenticarsi dei competitor

Sottostimare gli interventi dei molti brand che faranno di tutto per essere coinvolti nel dialogo fra gli utenti è un errore. Allo stesso modo lo è non mappare le loro azioni, principalmente per due motivi:

  • potrebbero citarvi e dovrete essere pronti a rispondere;
  • potrebbero utilizzare una strategia simile, e se lo fanno prima di voi risultereste non creativi

Twitter prima di tutti ma…

Twitter, come abbiamo visto, è senza dubbio il miglior strumento per l’engagemment durante un evento sportivo, e quello più utilizzato; ma fate un’accurata ricerca e se i vostri follower sono più attivi su Facebook o Pinterest non dimenticatevene!

Nell’usare twitter è importante scegliere gli hashtag migliori a seconda delle situazioni. Inutile oggi fare riferimento al morso di #Suarez, ad esempio, dato che ha già avuto la sua massima esposizione in real time. Meglio tenerselo magari per raccontare i momenti del mondiale quando saranno conclusi.

Usare gli hashflag

Un evento come i mondiali coinvolge il mondo intero e se la vostra è un’azienda internazionale che vuole esplorare possibili altri mercati, iniziare dai social media in un’occasione come questa è un punto di partenza. Non dimenticate, però, di fare prima una ricerca su quali siano i mercati potenzialmente interessanti per voi, anche in questo caso non si può improvvisare.

Avevate già pensato all’occasione mondiali 2014? Come avete usato twitter? Che altro aggiungereste a questa breve lista?

10 cose che possiamo tornare a fare ora che l'Italia è fuori dai mondiali

10: Scervellarsi su come Yo abbia fatto a raccogliere 1 milione e passa di $

Sì, esiste ancora. E’ stata hackerata ed ha anche più di un milione di utenti. “Se pensi che questa sia solo un’app per dire ‘yo’, stai sbagliando tutto”, dichiara il founder Or Arbel. Dunque, pensiamoci bene.

9: Commiserarci sugli articoli-lista delle cose che non possiamo più fare a 30 anni


Tutte le foto di rave party alcolici sostituiti su Facebook da foto di figli e matrimoni. L’incomprensione profonda per i Vip di Torino. Le storie d’amicizia-amore infinite, stile Ross e Rachel. Citare ancora Friends per le metafore di vita.

8: Seguire la vicenda di Max Uggeri

Wired pubblica un articolo su Max Uggeri che ieri ha provocato scompiglio nel panorama startup italiano. Utilizzando persino l’immagine sopra (rinominandola “1403617523_uggeri-600×335”, legando col SEO il suo nome al protagonista di Prova a Prendermi…) Leggere i vari commenti in rete su quest’importante vicenda ci terrà impegnati ed informati.

7: Fare fotomontaggi a Jeremy Meeks

Questo è un “uso criminoso” del tempo libero.

6: Preoccuparci di ISIS

Sappiamo per filo e per segno la fedina penale di Jeremy ma non quella di Abu Bakr al-Baghdadi, leader di ISIS: Islamic State in Iraq and Syria – un gruppo terroristico definito più violento ed anti-americano di Bin Laden. ISIS in questi giorni non solo sta marciando verso Baghdad dopo aver conquistato Mosul, Tiqrit e pozzi petroliferi: ha anche il tempo di presidiare attivamente i social media: profilo Twitter, Instagram, Youtube. Per non parlare della situazione instabile Ucraina – Russia. Chi glielo dice a Pitbull e Shakira?

5: Riflettere in maniera collaborativa e costruttiva sui luoghi comuni

Adesso, prima di passare alle Domande Stupide, possiamo aggiungere: Non meritavamo di vincere.

4: Foto “Io c’ero” coi Rolling Stones/Pearl Jam/Arcade Fire/Aerosmith

Foto di Massimo Barsoum - Toiati

Perché nulla testimonia il tuo essere parte della Storia come un selfie in fila ZZ999. A proposito di domande stupide: quanto costa affittare il Circo Massimo?

3: Realizzare davvero quanti mesi mancano fino al prossimo episodio GoT

Gli indizi lasciati da Lena Headey su Instagram. I test fondamentali per conoscere il tuo nome vero in Game of Thrones, oppure pagare 20K$ per fartene intitolare uno direttamente da George RR. Tutti passatempi in attesa dell’Inverno.

2: Renderci utili in maniera concreta con un tweet #bringbackourgirls mentre siamo a mare

Ricordiamo tutti Kony2012, vero?

1: Smetterla di #tenereduro!

La Battaglia delle Idee: relazioni pubbliche e startup con Giancarlo Panico [INTERVISTA]

Sabato 5 luglio alle 12.45 è in programma alla #BattleSA l’intervento di Giancarlo Panico – docente universitario, senior partner di NPR Consulting ed editor in chief  di Ferpi.it e del magazine Relazioni pubbliche – che affronterà il tema “RP e media relation per startup”. Abbiamo fatto qualche domanda a Giancarlo sulle relazioni pubbliche e sulla loro evoluzione all’interno del mondo digital  e nel contesto di una startup.

Se vuoi partecipare all’evento, prenota il tuo ticket gratuito qui!

Su quali aree dovrebbero concentrarsi le RP di una nascente startup?

Innanzitutto un’identità chiara e ben comunicata. La visual e corporate identity è la prima e più importante area delle Rp. Poi, senza dubbio, i media e oggi consiglierei di puntare diritto su quelli online, perché l’awareness mediatica per una startup è fondamentale. Anche i media tradizionali e generalisti sono importanti, ma punterei soprattutto sui principali social media, i blog specializzati i magazine di settore, le community tematiche in cui si accresce la reputazione. Poi i public affairs e le relazioni industriali.

Dopo un attento screening dei principali stakeholder istituzionali e di mercato, dedicherei particolare attenzione alle modalità e i canali per farsi conoscere e accreditarsi. Infine gli eventi. Le fiere, innanzitutto, perché sono una vetrina attraverso cui farsi conoscere. Ma anche seminari formativi, workshop e altri eventi tematici, che sono occasioni di networking. L’importante è studiare bene lo scenario, i pubblici coinvolti negli eventi e le opportunità. Se si è sviluppata un’app per il food, forse è meglio farsi conoscere in ambito turistico che nello stesso settore di mercato. Infine le digital Pr. Essere presente sui social, intervenire in forum e community online. E’ fondamentale, però, interagire sempre con i propri pubblici.

Come hanno cambiato i social media il panorama delle media relations per le PMI?

I social media hanno rivoluzionato il panorama delle media relations. Ma la gran parte delle Pmi non ne sono ancora consapevoli e continuano ad inseguire improbabili articoli sugli ormai obsoleti quotidiani e giornali cartacei. La awareness e la reputazione, oggi, la si costruisce prevalentemente online, perché è online che ognuno di noi trascorre la maggior parte del tempo. Ciò non significa che sono cambiate le Relazioni pubbliche. L’approccio resta sempre lo stesso. Individuare e segmentare i pubblici. Monitorare i loro comportamenti e capire quali sono i luoghi (anche e soprattutto online) dove si incontrano. Fare engagement, veicolare messaggi chiari, interagire con giornalisti, blogger, influencer. Seguire con grande attenzione l’evoluzione dello scenario mediatico, sociale e di mercato, con riferimento alle aree tematiche di interesse.

Media relations efficaci affondano le radici in un buon sito internet istituzionale, che è il primo e più importante media per l’impresa. Suscitare interesse offrendo spunti sulla propria impresa e il suo core business, magari tematizzando aspetti di attualità o di mercato.

Quali strumenti digitali a supporto delle RP consiglieresti ad un founder?

Il sito internet è fondamentale. Eviterei siti vetrina e punterei su un sito narrativo attraverso cui raccontarsi e raccontare storie, dare voce ai protagonisti, ai progetti, al benchmark con le esperienze internazionali. Qualsiasi organizzazione, anche una piccolissima impresa nascente, per farsi spazio nella società e nel mercato deve proporsi come media factory. Bisogna uscire dalla vecchia logica della “comunicazione a” e puntare decisamente su una “comunicazione con” i pubblici.

I social, scelti secondo le reali esigenze dell’impresa, sono lo strumento ideale per raccontare, per esserci. Sul proprio sito non può mancare una buona press area, con i comunicati, foto, video e perché no la classica rassegna stampa, termine ormai superato ma che serve per capirsi. In questo spazio, infatti, devono andarci anche gli articoli più significativi dei media online, di blog, di magazine digitali. Potrebbe essere utile anche sviluppare una newsletter, anche con poche notizie, purché diventi un appuntamento periodico. Altro strumento utile alle Rp è un’App. Non è indispensabile. Dotarsene o no dipende dal tipo di attività.

Confusione sulla Disuguaglianza: Thomas Piketty nel caos mediatico

Thomas Piketty

Thomas Piketty, autore del saggio Le Capital au XXIe Siècle, al centro dell'attenzione mediatica mondiale

Non si può negare che il tema della disuguaglianza tra gli uomini tocchi particolarmente le nostre sensibilità, al punto che restiamo abbastanza diffidenti di fronte alle argomentazioni economiche che lo affronta con lo scopo di risolverlo.
In questo caso però sarebbe disonestà intellettuale porsi nei confronti de Le capital au XXIe siècle, il saggio dell’economista francesce Thomas Piketty che sta facendo discutere il mondo da mesi, conservando una tesi di torto o ragione sul lavoro che ha compiuto.

Il libro solleva questioni economiche che dovrebbero avere impatto sulle politiche dei Paesi di tutto il mondo, proponendosi come una lettura storico-filosofica che richiama le tesi sul Capitalismo di Carl Marx, sul Reddito di Simon Kuznets, sulle politiche per l’occupazione di David Ricardo o la migrazione delle popolazioni di Arthur Young, per citarne alcuni tra i più importanti all’interno della trattazione.

Eppure davanti la tesi per la quale la disuguaglianza tra classi sociali è destinata ad aumentare, il mondo dell’informazione si è diviso senza uscirne molto bene.

Paul Krugman

Paul Krugman, economista americano di stampo liberal-democratico, concorda con il collega Piketty

Ad esempio la critica di Chris Giles, il caporedattore del Financial Times, confrontatasi con la voce di Paul Krugman, alla fine si è risolta in una figuraccia, oppure la sottile disfatta di Carlo Formenti su MicroMega che dichiara impotenti i neoliberisti e i conservatori italiani nei confronti delle tesi di Piketty risulta più una propaganda mirata che un servizio di informazione ai cittadini, per non citare grandi gruppi editoriali come L’Espresso che ha deliberato totale adesione alle tesi del nuovo Capitale, rilanciando in buona sostanza altrettante posizioni conservatrici, da cui invece l’autore si distacca perché dichiara il bisogno di un profondo rinnovamento sociale globale.

Perché il bombardamento mediatico non sta tutelando l’informazione

Il capitale al XXI secolo è un mattone di quasi mille pagine, veramente bello e molto più facile da consultare di quanto non si immagini, che parla in estrema sintesi delle differenze sociali che dipendono dalla ricchezza economica. Molti lo considerano -erroneamente- la continuazione de Il Capitale di Marx, anche se è senza dubbio destinato a diventare un classico dell’economia.

La distribuzione della ricchezza tra le popolazioni

La distribuzione della ricchezza tra le popolazioni: uno sguardo alle condizioni delle favelas brasiliane

Diviso in quattro parti, questo libro si basa principalmente su una raccolta di dati sui redditi delle famiglie in tre secoli, guardando soprattutto a Paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, comparandoli con grandi realtà come Canada e Cina.

Ma non è facile difendersi dal bombardamento mediatico che critici, giornalisti ed economisti stanno facendo contro i lettori di tutto il mondo, contro di noi perché spesso non vengono chiariti i motivi di tanto assenso, o dissenso, sull’analisi condotta in questi ultimi quindici anni da Piketty, motivi che invece sono alla base di una corretta informazione.

L’economia come scienza e il giornalismo come dovere di informazione alla base della democrazia hanno iniziato a deragliare con la loro politicizzazione, condizione che induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della sua creazione, se non addirittura a confondere i due problemi.
Ed è questa confusione che ha creato un’opinione pubblica convinta del fatto che la ricchezza esista di per sé, come esiste l’aria, e il guaio sta nella sua mala distribuzione.

Che la distribuzione della ricchezza sia iniqua e moralmente inaccettabile è vero, ma che ridistribuire ricchezza possa generare maggior ricchezza è falso, perché attivare politiche economiche di redistribuzione potrebbe produrre invece maggiore povertà, quindi si otterrebbe un danno economico incalcolabile: è dovere dell’economista guidare i politici verso certe scelte, ma è dovere dei cronisti di tutto il mondo spiegarlo in maniera molto seria e senza fare ideologismi.

distribuzione della ricchezza sia iniqua e moralmente inaccettabile

Scrivo queste righe prima di tutto da lettrice. La mia penna vuole mobilitarsi in difesa del lettore e provare a spiegare quali sono gli elementi del ragionamento di ogni parte del libro, e per ognuna di esse rispondere ad una domanda, con l’obiettivo di non dover più leggere da ora in avanti un blocco di informazioni sottoforma di recensione o critica non spiegata, ma dotarci di alcuni elementi fondamentali per rispondere a questo chiacchiericcio mediatico.

1. La prima causa della disuguaglianza sociale: c’è ricchezza e ricchezza

causa della disuguaglianza sociale

Global Wealth Report

Da notare: Piketty ci mette oltre cento pagine prima di scrivere la parola “disuguaglianza”.
Non lo fa per via di lunghe introduzioni, anzi, perché dopo aver dato le definizioni di base dei concetti di cui si servirà più tardi, spiega qual è la sua prima proposta: rimettere la questione della ripartizione della ricchezza al centro dell’analisi economica.

Parlando di ricchezza, distingue la ricchezza di un paese dalla ricchezza del mondo nel suo insieme, intuitivamente per arrivare a concludere che se ognuno ci mettesse un minimo e si riuscisse a investire una parte della ricchezza “comune” soprattutto nei paesi più poveri e aiutare le economie emergenti, si potrebbe fondare una giustizia sociale a garanzia della competività vera tra i Paesi.
Distingue l’origine di questa ricchezza, in modo da farci capire che esiste una ricchezza “reale”, che è il frutto della produzione, e una ricchezza “virtuale”, che è il frutto dei ricavi dati dagli scambi economici.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 che ha colpito l’Occidente, sappiamo ormai bene che è la ricchezza virtuale, basata sul debito, che permette ricavi maggiori ma allo stesso tempo favorisce speculazioni, corruzione, bolle di mercato, con annessa perdita del potere d’acquisto e sfruttamento del lavoro, quando c’è ancora. Inoltre, sono i ricavi che permettono la crescita dei patrimoni da parte di alcune classi sociali.

Si tratta di patrimoni che un tempo le famiglie ricavavano dal proprio lavoro e che si tramandavano nel corso delle generazioni, con una crescita lenta e progressiva, ma tutto sommato proporzionata alla reale ricchezza che era stata creata con questo lavoro. Dalla Guerra Fredda in poi, invece, i patrimoni sono stati completamente persi da alcuni e messi in piedi da zero nel giro di pochissimi anni da altri.

La differenza rispetto al passato è che però questi patrimoni sono sì connotati da una crescita molto più elevata e veloce, ma si trovano in mano ad una percentuale di persone in netta minoranza rispetto al passato.

Prima domanda: è giusto pensare alla convergenza delle economie ancora come obiettivo perseguibile?

champagne-glass distribution

La famosa "champagne-glass distribution"

Insomma: in passato la società era caratterizzata da un numero più elevato di persone ricche rispetto ad oggi, ma esse possedevano proporzionalmente meno ricchezza. Oggi ci sono in società molte meno persone ricche rispetto al passato, ma in compenso ognuna di loro detiene una ricchezza inimmaginabilmente elevata rispetto a tutte le altre, che restano molto molto povere.

Alla luce del raggiungimento di una certa uguaglianza economico-sociale, la convergenza delle economie dei singoli Paesi propone obiettivi comuni, come mantenere un certo rapporto tra debito pubblico e Pil, istituire tassi di cambio o interessi sugli scambi uguali per tutti, per fare qualche esempio, che, l’esperienza europea post Trattato di Maastricht insegna, non sempre sono effettivamente perseguibili o, per lo meno, non lo sono senza fare altrettante vittime di ingiustizie (si vedano i casi di Germania, Grecia e Spagna).

In qualche modo quindi, secondo me, per potersi far ispirare dalla lettura di questo saggio di Piketty bisogna scegliere quale delle due condizioni si preferisca. In seconda istanza, bisogna poi ragionare sull’adozione di una politica economica che però possa garantire a tutti libertà e benessere. Inutile tergiversare: non bisogna tradurre il ragionamento di Piketty come una propensione al livellamento sociale verso il basso, in una situazione in cui l’uguaglianza corrisponderebbe ad una nuova forma di socialismo (per quanto mi riguarda, sicuramente da temere).

multiculturalismo

Bisogna comprendere invece che l’analisi che ci viene fornita è utile a convincerci dell’intelligenza e dell’utilità per tutti di adottare politiche di economia etica che aiutino i Paesi di tutto il mondo a tendere verso una dimensione di maggiore benessere e sostenibilità sociale.

In questo senso, sì, assolutamente sì, è bene (ri)pensare ad una certa convergenza tra i Paesi. E Piketty suggerisce anche come ottenerla: formando le future generazioni, ovvero riportando al centro dell’interesse sociale l’istruzione e l’utilizzo appropriato delle tecnologie.

2. La dinamica del rapporto Capitale/Ricavo: per i ricchi è un gioco

rapporto capitale/ricavo

Nella seconda parte del saggio Piketty tocca temi come il capitale nazionale, la differenza tra ricchezza pubblica e ricchezza privata e la privatizzazione del patrimonio nei Paesi ricchi, accostandoli ai due concetti di “illusione” e di “realtà”. Tra tutti gli argomenti, mi ha colpito però quello del ruolo della fortuna: la speculazione sul debito, un po’ come il gioco d’azzardo, è teso al ricavo massimo di un movimento di soldi basato su una pura scommessa, quindi su un evento economico sul quale non vi è certezza, che sia la vincita di una partita piuttosto che di una chiusura azionaria in borsa, facendo a volte anche guadagnare qualcosa.

Certamente ad un povero questo gioco non è concesso per il semplice fatto che non si trova nella condizione di poter rischiare una parte della sua ricchezza per tentare la fortuna e moltiplicarla, senza aver generato né lavoro né produzione, come dovrebbe accadere in un mercato reale.

La differenza che esiste tra il mondo illusorio della speculazione sulla presunta ricchezza e il mondo reale del lavoro che crea reale ricchezza, è la sottile linea rossa che disegna le regole di una competività reale che, fondamentalmente, non esiste.

All’interno di questa situazione la tecnologia funge da fattore di facilitazione nel calcolo delle probabilità di vincita, sostituendo l’abilità dell’uomo di favorire un certo tipo di eventi attraverso la sua azione e il suo lavoro.

Seconda domanda: ma allora il capitale umano è un’illusione?

capitale umano illusione

Per spiegare il potere del capitale umano, Piketty si serve del caso delle società agricole tradizionali che, attraverso il “saper fare” hanno dotato nel corso della storia un valore al lavoro umano, che ha fondato la vera ricchezza di intere popolazioni.

La tecnologia però, inserendosi all’interno dei processi di produzione per velocizzarla e facilitarla, ha aumentato il valore del lavoro, seppure non più svolto dagli uomini, riducendo il valore del capitale terriero, immobiliare e finanziario delle famiglie. Se tutto questo è corretto, dice Piketty, all’interno di questa forma strutturale del lavoro allora non ha più senso il fattore umano, perché la tecnologia ha teoricamente migliorato il lavoro. Eppure non si spiega come mai allora la tecnologia diminuisca inversamente il valore del capitale.

I capricci della tecnologia

Forse perché l’accumulo del capitale non passa, in questo momento, per il lavoro umano?
Ne “I capricci delle tecnologie” risponde giustamente l’autore che la tecnologia di per sé non conosce limite né morale, quindi è importante che venga qualificata attraverso le competenze umane affinché la forza del capitale accumulato trionfi sul capitale umano.

3. La struttura della disuguaglianza

La struttura della disuguaglianza

La teoria più accreditata che spiega la disuguaglianza è quella che fa capo al ruolo dell’educazione e della tecnologia. Questa teoria è basata sull’ipotesi che la produttività di un lavoratore all’interno di un’azienda dipende dalla sua qualificazione, quindi i salari dipendono dalla domanda che una società fa di un certo livello di qualificazione. La qualificazione del personale dipende dal livello di tecnologia raggiunto dalla società stessa, quindi dalla disponibilità di quell’ecosistema a produrre beni e servizi consumati dalla società.

L’offerta e la domanda di lavoro qualificato dipendono entrambe dal sistema educativo sul quale è fondata la società, in particolare dalle politiche pubbliche e dai criteri di selezione all’interno delle diverse filiere, dal modo di finanziare il sistema e dal costo degli studi per le famiglie, quindi dalla possibilità di formazione professionale reale.

Il progresso tecnologico dipende inoltre dal ritmo delle invenzioni e conduce generalmente ad una domanda di nuova qualificazione, nonché ad un rinnovamento permanente dei contenuti dei mestieri corrispondenti.

Tutto questo comporta che la disuguaglianza è prima di tutto relativa le società: quanto più sono avanzati tecnologicamente alcuni Paesi e quanto più alti sono i salari che i suoi lavoratori percepiscono, tanta più qualificazione, intesa come conoscenza tecnologica, viene richiesta. Tralasciando l’analisi sui ricavi marginali del lavoratore e i dati sulla trasformazione dello stato patrimoniale dei Paesi nord-occidentali, Piketty arriva a concludere in questa parte del suo studio che tale situazione porta in ultima istanza ad un sistema estremamente meritocratico per la spartizione della ricchezza, e che la meritocrazia non è un criterio di selezione per garantire tutto a tutti, bensì per garantire il meglio della ricchezza ai migliori assoluti.

La struttura della disuguaglianza

La disuguaglianza mondiale dei patrimoni nel ventunesimo secolo in questo momento è perciò fondata non su chi crea la ricchezza totale, ma sul modo attraverso cui essa viene conquistata, portando ad una divergenza internazionale di tipo oligarchico: un esempio è la Cina che “si appresta a possedere il mondo”, scrive Piketty. Questo Paese però, insieme all’India e ad altre economie emergenti, non considera i bisogni della popolazione, che sono lontani dall’essere soddisfatti, oltre a tassarla in maniera più elevata che gli Stati europei o americani.

Terza domanda: se la crisi economica è un problema di sistema, come si fa ad uscire dalla recessione?

crisi economica è un problema di sistema

Immagine emblematica utilizzata da Elio e le Storie Tese nell'album "Sta arrivando la fine del mondo"

Il paradosso, insomma, è che i Paesi che detengono più ricchezza sono proprio i Paesi più poveri, mentre i Paesi che producono questa ricchezza sono quelli che vivono in situazioni di maggiori stenti a sacrifici, all’interno dei quali la popolazione fatica a formarsi in maniera professionalizzante, quindi ad essere economicamente competitiva rispetto alle altre popolazioni del mondo.

Piketty tocca a tal proposito diversi argomenti, come quello del merito e dell’eredità, quello dei fondi pensione e i fondi petroliferi, e arriva a concludere che chi governa e beneficia di tale ricchezza, sostanzialmente, non è chi la produce.
Ecco in cosa consiste la disuguaglianza ed ecco perché è nel ruolo dell’educazione, della politica e delle istituzioni la chiave di lettura per un cambio di scena.

4. Regolare il Capitale nel XXI secolo

Regolare il Capitale nel XXI secolo

Quando si scrive “cambio di scena” e si parla di regolamentazione del mercato, è vietato concludere approssivatimante con l’augurio di uno Stato Sociale capace di redistribuire la ricchezza.

Le forme di welfare state del ventunesimo secolo sono tante e per riuscire a rinnovarle occorre stabilire al centro della ridistribuzione una logica di diritto. Ciò significa che andrebbe prima di tutto rinnovato lo Stato, il modo cioè in cui esso risponde ai diritti all’educazione e alla formazione, al diritto alla salute e al modo in cui le istituzioni educative, in particolare, permettono la mobilità sociale. Piketty prende l’esempio della massificazione della scolarizzazione dagli anni ’70 in poi che però non è stato accompagnato da un cambio generazionale dell’insegnamento e arriva al tasto dolente dell’università, che ancora è l’ambiente in cui la meritocrazia si scontra con l’oligarchia verso una rincorsa per il prestigio. Il problema è che questo prestigio, quindi, non viene raggiunto dai migliori, bensì da coloro i quali hanno la forza finanziaria per sostenere il percorso di formazione.

All’interno di questa panoramica, gli stati emergenti non hanno spazio per agire e la lotta per l’appropriazione della ricchezza resterà sempre in mano ai Paesi che hanno già conquistato le posizioni di dominio per assicurarsi la stessa: il cerchio del ragionamento si chiude così e Piketty arriva quindi a fare la sua proposta operativa, che ritiene utopica.

Quarta domanda: come difendersi da tutte le bugie sulla crisi?

come difendersi da tutte le bugie sulla crisi

L’utopia consisterebbe nel ripensare all’imposta progressiva sui salari e stabilire invece una politica economica capace di inserire un’imposta mondiale sul capitale, con l’obiettivo di generare trasparenza democratica e finanziaria, agendo attraverso la trasmissione automatica delle informazioni bancarie.

Secondo Piketty nonostante questa proposta possa essere considerata utopica, è un’utopia utile per reinventare la democrazia, proporre nuove logiche politiche e culturali, stabilendo un’infrastruttura economica completamente diversa da quella che ci governa oggi. All’interno di questa proposta, conclude, è dovere sia della ricerca sociale che del giornalismo informare correttamente i cittadini, ed è dovere dei cittadini cercare di comprendere le leggi che li governano, perché la disuguaglianza sociale e la compromissione dei sistemi educativi e tecnologici dipendono proprio da questo.

In conclusione: abbiamo diritto ad un’economia etica

Abbiamo capito che non è vero in alcun modo che la distribuzione della ricchezza produce ricchezza e che quindi la disuguaglianza sociale non deriva dalla cattiva distribuzione della ricchezza.

Se guardiamo già solo alla storia italiana, ci rendiamo conto che la nostra economia è stata prevalentemente agricola, ovvero era un’economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale si è avuto un primo accumulo di ricchezza grazie al commercio delle città marinare ma è la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale era considerata ricchezza da consumare, per costruire per esempio palazzi, chiese e bella vita, non era cioè ricchezza da accumulare per investimento, quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico.

Quindi, fino alla rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà e fino al Novecento l’uomo occidentale non ha conosciuto quella che sarebbe poi diventa la società del benessere, che in Italia è durata solo una cinquantina d’anni, per poi entrare in fase di recessione economica, cioè in una fase in cui il sistema viziato non ha saputo più dare abbastanza posti di lavoro, non ha saputo più qualificare e remunerare il lavoro, non ha saputo più innovarsi tecnologicamente né rinnovare il proprio sistema educativo, finendo così in una condizione di peggioramento economico e sociale che non si è ancora arrestato, a causa principalmente delle politiche inadeguate a favorire i cambiamenti necessari per rispondere ai bisogni della popolazione.

La storia dell'economia italiana

Come e quando usciremo da questa recessione gravissima non è dato saperlo, anche e letture acute della realtà come quella fornita da Piketty ne dà una vaga idea. Grazie all’economista francese infatti oggi sappiamo che il punto da capire per uscirne, però, è che il diritto a qualcosa sussiste solo se quel qualcosa c’è.
Se esiste quindi un diritto alla ricchezza, un “diritto ai soldi”, esso presuppone che i soldi vengano prima creati. In bocca al lupo a noi: la pagina per una politica che abbracci l’economia etica è ancora tutta da scrivere.

Yo: un'app, due lettere, mille e nessun significato

yo app logo

Diciamoci la verità, per noi italiani, europei, abitanti del vecchio mondo, il termine Yo vuole dire essenzialmente tre cose:

  1. è quel termine di cui sono piene le canzoni dei rapper statunitensi, che lo usano per salutarsi – abitudine nata anni addietro, sulle pagine di Jack Kerouac, come ci ricorda Wikipedia – e per allungare le strofe delle proprie improvvisazioni freestyle;
  2. se raddoppiato, Yo-Yo, diventa il celebre passatempo con cui si sono divertite generazioni intere di bambini (e che ora vediamo al massimo tra le dita degli hipster);
  3. è il tic verbale di Jesse Pinkman, al secolo Aaron Paul, provetto cuoco di metanfetamina in Breaking Bad, serie tv culto di questi anni (qui una spassosa carrellata dei suoi Yo, conditi da insulti e appellativi vari).

Fino a qualche giorno fa, non c’era molto altro da dire. Yo.

Ma ecco scalare velocemente la classifica delle app gratuite per iOS e Android – mentre scriviamo è già al 51esimo posto – una nuova moda che si chiama Yo: ha un’icona tutta viola, permette solo di mandarsi l’ormai evidente saluto, ed è stata scaricata da un milione di utenti e sovvenzionata con un milione di dollari in pochissimo tempo.

Confusi? Procediamo con ordine.

Yo è un app che permette di mandare ai nostri amici un messaggio sonoro (che per l’appunto suona come uno Yo buffo, come quello pronunciato da un cartone animato o da un uomo che ha appena aspirato dell’elio).

È l’equivalente moderno degli “squillini” che andavano tanto di moda quasi 15 anni fa: si fa avvertire la propria presenza all’amico, alla fidanzata o a quella che vorremmo lo fosse, senza comunicare nulla di preciso, senza il bisogno di parole.

Così il nostro Yo potrà voler dire tutto e il contrario di tutto, lasciando trovare alla fantasia di colui che riceve il senso del saluto (e se fraintende, pazienza!)

A inventarla è stata Or Orbel, un israeliano di 32 anni che lavora nella Silicon Valley, e che ha impiegato otto ore per partorire quello che non esita a definire come il “più semplice e il più efficiente modo di comunicare al mondo” (a dire il vero, pare che dietro a questa invenzione ci sia Moshe Hogeg, che chiese a Orbel un modo comodo per comunicare con la moglie).

yo app

Lasciando stare per un attimo il grido di dolore di migliaia di scrittori e poeti, esistenti ed esistiti, non possiamo non riscontrare che ci troviamo di fronte a qualcosa di incredibile: un applicazione quasi demenziale per ideazione e facilità di utilizzo, che riesce a far breccia negli interessi di un milione di utenti, arrivando a superare nei download giornalieri colossi come Facebook e Instagram.

L’applicazione è molto colorata, ha grandi tasti da premere e chiede solo di cercare i propri amici online: installarla è già saperla usare.

Un nuovo modo di comunicare è arrivato e non prevede l’utilizzo della parola.

Del resto, è risaputo come la soglia di attenzione degli utenti della rete sia sempre più bassa: un video colpisce nei primi 15 secondi, di un articolo si legge solo il titolo – e se tanto mi dà tanto, queste nostre parole sono già perse nel vento – e le fotografie vengono in fretta dimenticate se non hanno come oggetto figure femminili in déshabillé.

E allora a che serve scriversi, quando possiamo Yoarci?

I 140 caratteri di Twitter sono tutte e tre le cantiche della Divina Commedia a confronto di Yo e poi… siamo davvero così sicuri che non si possa essere altrettanto profondi con uno Yo?

Uno Yo può essere un “ciao!”, un “come va?”, un “ti penso”, un “ti amo”, e persino un “quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti…”.

Ovviamente un tale successo ha subito attirato l’attenzione di hacker – studenti di un college in Georgia! – che hanno violato la sicurezza e rubato milioni di numeri di telefono; altri si sono limitati a sostituire il saluto con una canzone; altri ancora hanno messo su Instagram la foto della propria marachella e creato l’hashtag #YoBeenHacked.

yo app security

Insomma, una rapida celebrità porta con sé anche tanti aspetti negativi e di certo non si erano previsti così tanti utenti per un’app che ha così poco da dire!

È già stato comunque rilasciato un aggiornamento (1.0.6,) che dovrebbe aver aumentato i sistemi di sicurezza, introducendo una password di registrazione (colpo di genio degli informatici di Yo).

Ma cosa rimarrà di questa novità una volta che più nuova non sarà?

Probabilmente col tempo diventerà noiosa e potrebbe provare ad introdurre delle migliorie come la possibilità di poter registrare lo Yo con la propria voce, l’abbinamento di colori che facciano realmente capire che sfumatura dare all’invio delle nostre due lettere, o magari, semplicemente, un’icona più accattivante rispetto al quadrato violaceo al momento in uso.

Ma rimarrà sempre un giochino futile che sarà durato il tempo necessario per far diventare ricchi i propri inventori.

Se invece dovessimo sbagliarci, i nostri articoli diverranno infinitamente più facili da scrivere.

E se va bene a voi, buon Yo a tutti!