Esiste modo migliore di imparare a utilizzare html e css del costruire un sito web ad hoc per l’occasione? Bè, probabilmente si, ma il risultato non sarebbe esilarante quanto The Hipster Alphabet, un sito one page e responsive nato proprio come palestra per allenare le meningi a suon di codici.
Michael Mahaffey, graphic designer e illustratore di professione, ha deciso di cimentarsi anche con il web con un progetto graficamente molto accattivante, nonché decisamente ironico e “sul pezzo”.
A come “Aviators”, E come “Espresso”, J come “Jorts” (e chi lo sapeva che si chiamassero così?), I come “Ironia” (Stupidi hipster prendono in giro stupidi hipster per essere degli stupidi hipster: questo sito.); dalla A alla Z, ecco l’identikit che tra luoghi comuni e osservazioni acute vuole ritrarre l’Hipster DOC: perché imparare cose nuove è ancor più bello se lo si fa con il giusto humor, non trovate?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Manuramakihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngManuramaki2014-04-30 10:20:552014-04-30 10:20:55The Hipster Alphabet: l'identikit del vero hipster dalla A alla Z
Da qualche ora il mondo dei social media è in fermento: Google+ starebbe per chiudere i battenti, decretando così il fallimento clamoroso (e da molti pronosticato) del social network di Mountain View.
Una notizia clamorosa rilanciata in queste ore dai principali organi di informazione on-line (e non solo), e scatenata dall’annuncio di Vic Gundotra (proprio sul suo profilo Google+) dell’addio a Google dopo 8 anni. Un annuncio importante proprio perché Gundotra era attualmente a capo del progetto Google+.
Le speculazioni si sprecano immediatamente, ma a lanciare la bomba è TechCrunch che, in un articolo a firma di Alexia Tsotsis (ricordatevi questo nome) parla di Google+ come di un “walking dead” spiegando come alcune non ben definite fonti abbiano rivelato che più di 100 membri del team di Google+ siano stati trasferiti nella divisione Android.
In un post successivo (A Personal Reflection On Google+) TechCrunch rincara la dose, spiegando nei dettagli le dinamiche del fallimento di Google+ come social network e aggiungendo, tra gli indizi che farebbero presagire la fine Google+, la “sorprendente” promozione di David Besbris come sostituto di Gundotra, al posto di quella più “naturale” di Bradley Horowitz (già numero due di Gundotra).
Cosa ci fa essere certi, quindi, che Google+ non verrà effettivamente chiuso o modificato nella sua essenza come invece i primi indizi suggerirebbero? Andiamo con ordine.
Le parole di Larry Page
Larry Page è il co-fondatore di Google. Appare chiaro, quindi, che le sue parole abbiano ancora un peso all’interno delle strategie future di Google.
Page è stato uno dei primi a commentare il post di addio di Gundotra, e già in quell’occasione (prima degli articoli di TechCrunch) ha ringraziato l’ex-collega, rassicurandolo sul fatto che il suo lavoro non sarà vano e che “continueranno a lavorare duro per costruire grandi nuove esperienze per incrementare i fan di Google+”. Una dichiarazione che lascia poco spazio ad interpretazioni fantasiose.
Le smentite dello staff di Google+
Subito dopo l’uscita degli articoli di TechCrunch in molti hanno rassicurato sulla falsità della prospettiva della chiusura del social network.
Yonatan Zunger, Chief Architect di Google+, ha definito l’articolo “BS”. A voi capire la parola inglese che si cela dietro l’acronimo. 😉
Mentre Moritz Tolxdorff, Community Manager di Google, ha smentito l’ipotesi secondo cui parte dello staff di Google+ si stesse spostando nella divisione Android dicendo semplicemente che “no, da qui non si sta muovendo nessuno”.
Il conflitto d’interesse su TechCrunch
Avete tenuto a mente il nome dell’autrice dell’articolo che paragona Google+ ad un morto che cammina? Bene, basta farsi un giro sul profilo autore su TechCrunch di Alexia Tsotsis (http://techcrunch.com/author/alexia-tsotsis/) per leggere che possiede “stock di Aol, investimenti diversificati in ETF e fondi comuni e azioni di Facebook, Yahoo e Twitter”.
Insomma, non il massimo dell’imparzialità.
Il futuro di Google+
Nessun cambiamento in vista. Anzi, se possibile, l’addio di Vic Gundotra ha spinto ancora più in là le motivazioni e le ambizioni di Google che vuole continuare a rendere Google+ fondamentale per l’esperienza di fruizione e condivisione dei contenuti di qualità sul web.
Peccato solo che, fin troppi (anche nel nostro paese) siano cascati nel tranello di TechCrunch ed abbiano alimentato voci senza fondamento sul futuro di uno strumento che, invece, è destinato ad occupare ambiti sempre nuovi e diversi (leggi SEO) della nostra esperienza sul web.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Francesco Turturiellohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Turturiello2014-04-30 09:25:562014-04-30 09:25:56La bufala della chiusura di Google+: facciamo chiarezza
Il contenuto è ormai uno dei criteri fondamentali per costruire una comunicazione efficace su web. Il Digital Content Marketing sta prendendo sempre più piede, tanto da divenire il terreno su cui sviluppare la professionalità. Per questo, piattaforme come Amplr possono rivelarsi importantissime.
Che cos’è Amplr? Un network che guarda al contenuto, se vogliamo usare la sintesi che la stessa piattaforma propone ai suoi utenti. Una community, per chi produce contenuti digitali e vuole farsi conoscere, creare relazioni, valorizzare il proprio profilo professionale.
Abbiamo chiesto qualcosa in più a Stefano Vitta, fra i fondatori di questa piattaforma che ha tutti i requisiti per affermarsi come un riferimento per gli addetti ai lavori.
Ciao Stefano, da dove viene l’idea di realizzare Amplr? Amplr nasce per soddisfare una necessità che, durante la mia esperienza in agenzia di comunicazione, era molto sentita: identificare e reclutare gli autori da impiegare nei tanti progetti editoriali che proponevamo ai nostri clienti. La produzione dei contenuti era sempre presente nei progetti, dalla creazione di un semplice sito alla gestione dei canali social o dei canali proprietari dell’azienda. Spesso non era sufficiente una buona capacità di scrittura ma era necessaria anche una competenza verticale nelle diverse industry in cui il brand era presente. Creare contenuti per il mondo del beauty è completamente differente dal farlo per il mondo del food o del finance. E’ impossibile avere internamente autori capaci a risolvere così differenti necessità.
Ci illustri brevemente le sue caratteristiche?
Su Amplr gli autori possono crearsi un profilo ed il proprio portfolio fatto dei progetti che hanno sviluppato durante la loro carriera formativa e professionale. Possono aggregare i propri progetti sotto le diverse esperienze (copywriter, fotografo, videomaker, etc) che hanno e catalogarli per tipo di contenuto (testo,foto, audio o video). In questo modo le agenzie di comunicazione e le aziende possono sfogliare i vari progetti utilizzando i filtri per trovare quelli più simili al progetto che vogliono sviluppare e quindi identificare l’autore che potrà essere direttamente contattato senza alcuna intermediazione da parte nostra. La piattaforma, inoltre, è in grado di analizzare semanticamente i contenuti inseriti dagli autori con lo scopo di fornire un punteggio qualitativo basato su una serie di parametri relativi alle differenti industry. L’indice ci permetterà di fornire utili consigli migliorativi agli autori e di identificare i migliori talenti da proporre ai nostri clienti.
Quali sono gli obiettivi che questa piattaforma si pone?
In questa prima fase di sviluppo vogliamo diventare il punto di riferimento italiano per gli autori che vogliono proporsi alle aziende o agenzie e, ovviamente, esserlo anche per chi gli autori li sta cercando. Vogliamo educare le aziende sull’importanza della produzione di contenuti di qualità e sul fatto che tale produzione è da considerarsi un asset e non più un costo come è stato fino ad ora. Infine, vogliamo identificare, noi per primi, nuovi talenti da coinvolgere nei progetti di content marketing dei nostri clienti.
Come Amplr può diventare una risorsa per i marketer?
Ho un pò anticipato la risposta nelle domande precedenti. Aggiungo che Amplr cercherà di offrire non solo un motore di ricerca per trovare validi autori ma anche essere una buona fonte di informazione, grazie al nostro magazine, sull’evoluzione del content marketing nell’era della convergenza dei media.
Il digital content marketing ha già espresso a tuo parere tutto il suo potenziale?
Il content marketing esiste ed è una buona pratica di marketing sin dai primi del 900. Di recente se ne è parlato molto negli ultimi tempi a causa della profilazione dei canali di comunicazione che le aziende sono obbligate a presidiare. Così tante opportunità, però, non hanno moltiplicano le cose utili da comunicare. Proprio cercando di essere presenti ovunque si rischia di scadere nella mediocrità e di disperdere lo sforzo fatto nel produrre buoni contenuti. Le aziende sono chiamate a rivedere completamente i processi che gestiscono la produzione dei propri contenuti e la loro distribuzione e promozione. Su questo fronte siamo molto indietro e solo alcuni top brand, vedi Coca Cola (di seguito un frame del video Coca-Cola Content 2020 ndr), RedBull, Oreo, P&G, hanno già intrapreso questa strada. La cosa più importante da sottolineare è che, oggi, anche le aziende che non possiedono budget milionari possono ottenere importanti risultati attraverso una corretta strategia di content marketing. Per rispondere alla domanda, quindi, dico che le aziende si sono fatte prendere dall’esplosione dei social guardando troppo il dito e meno la luna dove avrebbero voluto sbarcare.
Grazie mille per la tua disponibilità, e buona continuazione con Amplr!
Grazie a voi per l’interesse e la visibilità che darete al nostro progetto a cui partecipano anche Mario Romanelli, Stefano Mainardi (www.twinbit.com) e Ricardo Ricci (www.theenq.com). Mi aspetto di vedere al più presto i profili di tutti i ninja pubblicati sulla nostra piattaforma.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Francesco Gavatortahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Gavatorta2014-04-29 15:20:512014-04-29 15:20:51Amplr, la piattaforma del contenuto: intervista a Stefano Vitta
Avete quindi ancora una decina di giorni per approfittare dell’offerta acquistando una giornata formativa a 449 € + IVA (anziché 499 € + IVA), e due giornate formative a 749 € + IVA (anzichè 799 € + IVA).
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Knowledge for change.
BE NINJA! 😉
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Silviahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngSilvia2014-04-29 14:00:232014-04-29 14:00:23SCONTO prolungato per il corso in NON-CONVENTIONAL e VIRAL MARKETING!
Ebbene si, ci siamo! Lasettima ed ultima stagione di Mad Men, la premiatissima serie tv americana ambientata negli anni Sessanta in un’agenzia pubblicitaria di New York, torna sul piccolo schermo. Succede in America, dove in queste settimane sta andando in onda la prima parte dell’ultima stagione della serie.
Per annunciarne l’evento, il Time gli dedica la copertina, le strade di New York vengono tappezzate da manifesti che ne proclamano l’uscita, il trailer impazza in tv e sul web. E noi di Ninja Marketing decidiamo di celebrarne il ritorno rivisitando alcune delle più importanti pubblicità di quel periodo.
Ed ora caliamoci nell’anno cruciale in cui è ambienta la settima stagione, il 1969, e godiamoci il fascino vintage di questo excursus pubblicitario. Scopriamo insieme sei campagne pubblicitarie del 1969 e chiediamoci quanto dell’advertising di quei tempi sia stato superato e quanto sia ancora attuale.
Esquire magazine: Andy Warhol annega nella Campbell Soup
Art Director: George Lois
Iniziamo proprio da chi, a detta di molti, ha ispirato la figura di Don Draper. Stiamo parlando di George Lois, uno dei principali artefici della Rivoluzione Creativa che ha cambiato il volto della pubblicità nell’America degli anni Sessanta.
Art director della celebre rivista americana Esquire, ne consolidò il prestigio con le sue originali copertine. Ne disegnò in tutto 92 e, tra queste, è passata alla storia quella del numero di maggio del ‘69 con Andy Warhol che precipita in un barattolo di Campbell Soup: prodotto icona del movimento pop art del tempo.
Arte e pubblicità si fondono in un connubio sempre più forte al punto da confondersi l’una nell’altra: l’arte entra nella pubblicità e, alcune volte, la pubblicità diventa arte, grazie alla genialità di menti creative, proprio come quella di George Lois.
7UP: The Uncola
Agenzia: JWT
Vi ricordate quando la 7UP fu chiamata The Uncola (non-cola)? Il prefisso negativo fu aggiunto dall’agenzia JWT per conferire quel pizzico di sfrontatezza ed audacia utile a posizionare la 7UP come alternativa alla celeberrima Coca-Cola.
Chi beveva la 7UP Uncola era fedele a sé stesso e sfidava lo status quo dell’epoca, in linea con i movimenti giovanili in cerca di pace, amore e libertà.
Coca-Cola: Storia Alternativa
Agenzia: McCann-Erickson
Come sarebbe cambiata la storia se Napoleone Bonaparte, la Regina Maria Antonietta, Giulio Cesare ed altri importanti, quanto sfortunati, personaggi storici avessero bevuto Coca-Cola? Molto probabilmente sarebbe andata meglio!
Napoleone Bonaparte, ad esempio, non si sarebbe rammaricato di essere stato mandato in esilio sull’isola d’Elba sapendo di trovare una bella scorta di Coca-Cola fresca a sua disposizione. E’ quanto viene comunicato nella campagna pubblicitaria ideata nel ’69 dall’agenzia McCann-Erickson dall’headline, intrigante e ad effetto, “Things would have gone better with Coke”.
McDonald’s presenta il Big Mac
L’hamburger più famoso al mondo ha fatto la sua comparsa proprio nel 1969. McDonald’s presenta il Big Mac al grande pubblico con una pubblicità semplice ed immediata. Non si tratta di un banale panino, ma di un vero e proprio pasto o, come pensano in molti, un attacco di cuore travestito da hamburger!
Pepsi: Big Town USA
Agenzia: New York
Il 1969 segna un cambiamento importante nella strategia pubblicitaria della Pepsi. Si ha l’avvento della Pepsi Generation la cui forza trainante sono i giovani e il loro stile di vita.
“You’ve Got a Lot to Live, Pepsi’s Got a Lot to Give” celebra l’amicizia e il sentimento tra persone di diverse etnie. La dicotomia “Live/Give” è espressione di una nuova consapevolezza, riflesso degli eventi importanti di quegli anni che diventano parte integrante della pubblicità.
La campagna girò dagli anni Sessanta fino agli anni Settnta, come testimoniato dal centro archivi del museo nazionale della storia americana.
Alka Seltzer: Mamma Mia!
Agenzia: Doyle Dane Bernbach
La Doyle Dane Bernbach, una tra le agenzie pubblicitarie più importanti al mondo, sorge a Madison Avenue: strada da sempre sinonimo dell’advertising industry e sede dell’agenzia (di fantasia) Sterling Cooper della serie.
Ed è proprio la DDB a realizzare, nel 1969, il miglior spot TV dell’Alka-Seltzer. L’effetto sorpresa tiene viva l’attenzione dello spettatore che, in un primo momento, è convinto di assistere ad una pubblicità di un sugo per pasta, fin quando vede il protagonista dello spot che non ce la fa più ed ha bisogno di prendere un Alka-Seltzer per continuare a mangiare (e a recitare).
Don Draper diceva: “la pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok”.
Secondo voi, quanto dell’advertising del periodo in cui è ambientata la settima stagione di Mad Men sopravvive ancora oggi?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Hoshi Hikaruhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngHoshi Hikaru2014-04-29 13:00:222014-04-29 13:00:22Le vere pubblicità dei 'Mad Men': 6 campagne vintage
Il suo nome è diventato un verbo, prima in Inglese, di recente anche in Italiano. Googlare è ormai sinonimo di “fare una ricerca sul web” in merito a un determinato argomento, paradossalmente anche se si utilizzano Bing o Yahoo o altri motori di ricerca.
Google è naturalmente molto di più e tutti noi quotidianamente abbiamo a che fare con le sue app, i suoi programmi in cloud e le sue mappe, senza dimenticare ancora i servizi di Blogger e Google+. Immaginare un futuro senza il colosso del web ci proietterebbe in una prospettiva frustrante e ci lascerebbe sconvolti, nonostante esistano delle effettive alternative. La Cina utilizza Baidu, gli Stati Uniti hanno Bing, poi c’è Yahoo e… è tutto. Senza dubbio un futuro Google-less significherebbe un cambio epocale per tutti gli utenti del web.
Se ci si ferma un momento a pensare alla quantità di dati e informazioni in mano al re di Mountain View, e al fatto che tutti i servizi che utilizziamo quotidianamente dipendono da un solo provider, può risultare un po’… terrificante. Se solo volessero, i CEO di Google potrebbero decidere domani stesso di interrompere il servizio di ricerca. Naturalmente queste solo solo ipotesi nefaste e per nulla realistiche: Google non vuole di certo perdere i miliardi di dollari che annualmente raccoglie dagli introiti pubblicitari: il 91% dei ricavi di Google deriva proprio dall’advertising (campagne AdSense e AdWords), il resto è un piccolo 9% che arriva principalmente dalla vendita di apps e dalla versione per aziende di Gmail e di Drive.
Tutto il resto non genera profitti ed è immediatamente comprensibile che avere una sola fonte di introiti è molto pericoloso, tanto più dal momento che il business del display advertising non durerà per sempre. A questo punto la parola d’ordine è diversificare.
Gli acquisti che lasciano intendere una volontà in tal senso sono principalmente due. Il primo apre la strada della domotica con Nest Labs, piccola azienda di hardware che produce termostati e rilevatori di fumo; il secondo riguarda le otto aziende di robotica più importanti del mondo, inclusa la Boston Dynamics (famosa per avere prodotto BigDog, Cheetah, Petman e Atlas, tutti robot dalle strabilianti capacità motorie).
Il tutto ci porta a Google[x]: tutte le più recenti acquisizioni di domotica e robotica sono confluite in questo team segreto di imprenditori dell’innovazione, capitanato da Sergey Brin, co-fondatore di Google. Suo l’arduo compito di trasformare talenti e tecnologie in opportunità di business.
Sono oltre cento i progetti in fase di studio a Google[x] e la maggior parte di questi sembra decisamente non correlata al core business attuale dell’azienda (tra cui per esempio le lenti a contatto per i diabetici e l’automobile che si guida da sola). Ma quale sarà il business miliardario che caratterizzerà il futuro di Google?
La risposta ce la può indicare la cifra spesa per acquisire Nest: 3 miliardi e duecentomila dollari. Il futuro di Google è certamente nell’automazione domestica e nella raccolta delle informazioni ad essa correlate. L’aspetto più interessante per Google è la capacità da parte dei dispositivi Nest di raccogliere i dati sulle abitudini di utilizzo e consumo energetico; tutte informazioni dall’alto potenziale commerciale, se rivolte alle giuste aziende (i fornitori di energia, per esempio).
Nest però non significa soltanto termostati e rilevatori di fumo, ma anche device in grado di incrociare informazioni preziose, automatizzare gli apparati elettrici, programmarsi per l’accensione e lo spegnimento in base alle esigenze degli utenti. Accanto alla domotica, l’acquisto delle otto più importanti aziende del mondo di robotica parla da sé. Immaginare che tra qualche anno avremo in casa dei Googlebots non è poi così utopico o fantascientifico.
Google sa già tutto delle nostre vite, attraverso l’uso che facciamo di Internet. Se aggiungiamo poi una casa interamente smart, connessa e piena di dispositivi che registrano consumi e abitudini… saprebbe praticamente tutto di noi. Se a questo panorama già di per sé leggermente angosciante, si uniscono anche i robot domestici, ecco delineato un futuro dominato da Google online e offline.
Al momento Google è ancora un “motore di ricerca” che sa molte cose su tutti noi; in un futuro non lontano potrebbe essere una presenza a 360° nella routine quotidiana. Sareste disposti a perdere ciò che è rimasto del concetto di privacy in cambio di servizi di automazione e domotica smart?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00kurarisahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngkurarisa2014-04-29 11:50:292014-04-29 11:50:29Il futuro di Google, tra ricerca, domotica e robot
Irriverente, dissacrante, assolutamente unconventional. Siamo nel novembre del 2012, quando l’agenzia McCANN lancia in tutto il mondo la campagna di viral marketing ‘Dumb ways to die‘, per conto dell’australiana Metro Trains. Da allora, sono stati realizzati altri video per onorare le grandi occasioni: Dumb Ways to Die al Melbourne International Film Festival, Dumb Ways to Valentine, April fools ways to die.
Nata per promuovere una maggiore sicurezza da parte di tutti, quando si è in prossimità dei piazzali della metropolitana, la campagna integrata è diventata, neanche a dirlo, subito virale.
Sarà per la martellante canzoncina degli spot, sarà per i divertenti pupazzetti, ma i video unconventional di questo progetto hanno fatto impazzire il contatore delle views di Youtube.
Eccoli qui, tutti in un volta sola!
Dumb ways to die
Dumb Ways to Die al Melbourne International Film Festival
Dumb ways to die to Valentine
April Fools Ways to Die
Ti piace proprio tanto il motivetto e vorresti proporlo ad un karaoke? Detto, fatto!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kora-Bakerihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKora-Bakeri2014-04-29 11:30:242014-04-29 11:30:24Unconventional Days: Dumb ways to die [-10 al corso in "NON-CONVENTIONAL & VIRAL MKTG"]
Di Paolo Dello Vicario, esperto in web marketing e progetti SEO.
Link Building, Link Building, Link Earning. Il concetto si è evoluto nel tempo, ma il succo continua a essere lo stesso: per fare avere buoni risultati dalla SEO e ottenere il traffico organico desiderato, si deve (spesso, non sempre) lavorare pesantemente sui collegamenti da altri siti verso il nostro.
Nel web di oggi i metodi di acquisizione sono cambiati radicalmente e le campagne di SEO assomigliano sempre di più a campagne di marketing, ma uno dei mezzi principali della SEO resta il link.
Oggi il SEO si differenzia dal marketer classico essenzialmente per due motivi:
• un approccio totalmente orientato al testing, quasi ingegneristico, permeato da delle buone basi di conoscenza tecnica (la parte tecnica della SEO non è assolutamente morta, e un buon professionista del settore deve fare i conti con struttura di navigazione, redirect, codici e via dicendo);
• la strada seguita per il raggiungimento degli obbiettivi: se per il marketer il posizionamento è un effetto di un aumento di popolarità, per il SEO la popolarità è un effetto del posizionamento e delle azioni portate a termine per ottenere quel risultato.
Paolo Dello Vicario
Link Building in Team?
In un contesto del genere il lavoro in team, la creatività di gruppo e il coordinamento di più persone – sia in fase progettuale che in fase di realizzazione – diventano fondamentali e possono essere la discriminante fra campagne resilienti e non. Ma qui casca l’asino..
Quando circa un anno fa sono entrato per la prima volta nella mia attuale società, l’impatto da questo punto di vista è stato duro; da un’esperienza da libero professionista (affiancato al più da alcuni amici molto simili a me nel modo di ragionare e lavorare e con cui ero particolarmente affiatato) passare a lavorare con persone dalla formazione totalmente diversa dalla propria è difficile, ma esageratamente stimolante.
Riuscire a strutturare campagne di Link Building in un’azienda con un team dalle competenze diverse è qualcosa di inaspettatamente difficile. Trovare i protocolli perché tutto giri con efficienza, in modo tale che anche l’inserimento di un nuovo membro nel team non sia un problema, è ancora più difficile, soprattutto per chi come me non era (e forse ancora non è) totalmente abituato a lavorare in team.
Le difficoltà aumentano esponenzialmente se poi questo team deve occuparsi di più progetti contemporaneamente, in settori totalmente diversi: dal travel al noprofit, dal coaching ai mercati dei beni.
La soluzione sta probabilmente nell’identificare un processo, abbastanza flessibile e riadattabile, ma allo stesso tempo preciso e testato, che permetta la gestione e il monitoraggio delle campagne di Link Building in modo efficiente.
Il processo che sto andando a proporre si è dimostrato all’altezza della situazione in diversi contesti (progetti aziendali, universitari e personali); è sicuramente perfettibile e probabilmente si avvicina a qualche modello di Project Management già esistente, ma:
• può essere una buona base di partenza per riflessioni future;
• ha la particolarità di esser stato studiato direttamente in campo SEO, rispetto ad altri processi derivati da altri campi applicativi.
A seguito di piccole modifiche può essere adattato con successo anche per raggiungere obbiettivi diversi dall’acquisizione di links.
Prerequisiti
Alcuni punti fondamentali perché il processo possa essere applicato:
• La maggior parte dei membri del team deve avere chiara una serie di azioni e metodi per l’acquisizione dei links “standard”; esistono in rete centinaia di liste di questo tipo (questa di PointBlankSEO è un esempio) spunti, case histories e slides;
• Il team deve essere variegato e composto da persone propositive, pronte al dialogo e capaci di confrontarsi seriamente sulle idee;
• La maggior parte del team deve avere fatto un minimo di “compiti a casa” per conoscere il cliente e il mercato d’interesse;
• FONDAMENTALE: una lavagna, un cartellone o un qualsiasi supporto grafico su cui scrivere… scoutismo docet.
Ancora meglio poi se all’interno del team ci sia qualcuno che non conosca così bene il mercato d’interesse e il cliente, utile soprattutto nella fase di brainstorming, nella quale si rischia di essere troppo allineati se tutti hanno studiato le stesse fonti.
ARAPPA: Il Processo
Analisi, Riunione, Analisi, Pianificazione, Piano, Attuazione: le fasi del flusso di lavoro sono queste.
1 – Analisi del Cliente
Ad opera del responsabile del progetto o dell’account che tratta con il cliente; in questa fase si cerca di avere tutte le informazioni possibile sul cliente.
Importantissimo capire a fondo le reali aspettative del cliente, le sue richieste e venire a conoscenza di eventuali campagne e/o eventi passati che possono essere utili come case history o base.
Importante anche una discussione sul mercato visto dagli occhi del cliente stesso, che può trasformarsi in una vera e propria occasione di crescita nel momento in cui questo abbia un ufficio di marketing o comunque una conoscenza approfondita del mercato in cui opera (strano ma vero, non sempre è così).
In tal caso è possibile valutare di inserire il cliente stesso all’interno di alcune delle successive riunioni.
2 – Prima Riunione di Analisi
Il team di Link Building ed eventuali stakeholders si riuniscono per la prima volta.
In questa fase il responsabile del progetto, o il referente:
• presenta il cliente e le sue aspettative;
• fornisce una panoramica sul mercato, la situazione SEO del sito (campagne passate, profilo di links attuale, etc);
Si parte quindi con una prima tempesta di idee per identificare tutte le possibilità di acquisizione di links; è bene che il brainstorming preliminare si tenga in questa fase, per evitare che venga influenzato eccessivamente da una conoscenza più approfondita delle strategie dei competitors.
3 – Analisi del Contesto
Il team di Link Building si divide ora i compiti per analizzare più a fondo il contesto in cui opera.
Si affrontano questi punti:
• Identificazione dei Competitors, a partire da ciò che ha dichiarato il cliente e da un’analisi più approfondita partendo dalle parole chiave. Ricordiamoci che il competitor su Google non è necessariamente il competitor sul mercato; il nostro maggiore competitor, se non esiste su Google, potrebbe non dover essere preso in considerazione in questo caso;
• Identificazione delle Strategie dei Competitors: tramite strumenti come Ahrefs, OpenSiteExplorer e MajesticSEO, oltre ad alcuni strumenti per il link prospecting, si identificano le strategie utilizzate dai concorrenti per acquisire links. Si trovano quindi links acquistati, links guadagnati tramite campagne virali, diffusioni di widget, etc e si provvede a documentare tutto in alcuni report. Consiglio di usare Google Drive Spreadsheet e di formattare i fogli in modo adeguato.
Un modo potrebbe essere quello di creare un documento riassuntivo e un foglio per competitor, con un tab per tipologia di link (ogni tipo di link ha esigenze di formattazione diverse; documentare una campagna di acquisto di links richiede di avere una lista di links ordinata, mentre documentare una campagna virale richiede probabilmente molto più testo esplicativo);
• Identificazione degli Influencers del Settore: tramite la ricerca di blogs su Google e di persone autorevoli sui social (utilizzando strumenti come Followerwonk) si va a creare una lista di entità influenti nel proprio settore, che potranno essere i destinatari di azioni di comunicazione mirate o con cui si potranno instaurare partnership future;
• Bozza di Analisi SWOT: il responsabile del progetto sviluppa una bozza di un’analisi Strenghts, Weaknesses, Opportunities e Threats, con i dati precedenti alla mano. Un’esempio di SWOT è in fondo a questo articolo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Ninja Guesthttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngNinja Guest2014-04-29 11:00:532014-04-29 11:00:53Link Building in azienda e in team per grandi progetti [PARTE 1]
Di Paolo Dello Vicario, esperto in web marketing e progetti SEO.
4 – Riunione di Pianificazione
Il team di link building si riunisce nuovamente, ora con dei dati precisi alla mano e con una buona conoscenza del settore e inizia la pianificazione vera e propria.
Prima di tutto si scelgono gli obbiettivi da raggiungere, che devono rispondere ai requisiti S.M.A.R.T, ossia devono essere:
• Specifici, ovvero espressi con chiarezza, ben definiti;
• Misurabili, deve essere possibile dire se sono stati raggiunti o meno, ed eventualmente dare una gradazione di raggiungimento;
• In Accordo fra gli Stakeholders, devono essere stati accettati nello specifico dal responsabile di progetto, dal team di link building e dal cliente, onde evitare conflitti e permettere un lavoro concertato;
• Realisitici, raggiungibili in tempi congrui e con il budget allocato al progetto. Acquistare un link fisso sulla home page di Repubblica.it, per un B&B di Canale Monterano, può essere un obbiettivo poco realistico;
• Temporalmente Definiti, ogni obbiettivo deve avere una scadenza per il suo completamento. Può essere utile creare a questo scopo un diagramma di GANTT degli obbiettivi.
Per la scelta dei canali e dei mezzi da utilizzare si fa uso di questi strumenti:
1. Una lista di metodi “standard” (vedi la sezione di prerequisiti);
2. I risultati del brainstorming della prima riunione di analisi;
3. Una lista di strategie dei competitors, risultato dello step precedente;
A ciò si aggiungono tutte le possibili idee dei membri del team.
Viene formulata infine la versione definitiva dell’analisi SWOT, sempre orientata al nostro scopo.
5 – Stesura del Piano
Il responsabile del progetto, o chi per lui, stende il piano nel dettaglio, a partire da ciò che si è detto nella riunione di pianificazione.
Il piano, tenendo conto di ciò che si è detto e delle risorse a disposizione, dovrà contenere:
• Analisi di base del cliente (con SWOT)
• Analisi di base delle strategie dei competitors
• Road map della strategia di link building
o Strategie utilizzate
o Definizione delle deadlines, magari con diagramma di GANTT
o Assegnazione dei Ruoli
o Allocazione del Budget
• Obbiettivi
• Possibili Sviluppi
Il piano sarà un documento utile alla comunicazione con il cliente, ma soprattutto al coordinamento interno; tramite un piano ben fatto sarà possibile comunicare velocemente l’intera strategia a un nuovo membro del team di link building, oppure realizzare reportistica completa a fine mese.
6 – Attuazione della Strategia di Link Building
A partire dal piano si mette in moto l’intero team; la fase di avvio è probabilmente una delle più delicate.
È necessario monitorare il buon andamento della campagna e fare le rifiniture necessarie in corso d’opera.
L’intero piano non va visto come qualcosa di fisso e immutabile, ma con una mappa riadattabile e fluida, uno scheletro che permetta di muoversi con sicurezza su ogni singola campagna.
Non deve essere un gesso che blocca la creatività, ma uno strumento utile a potersi giostrare su più campagne e guadagnare in scalabilità e produttività; probabilmente l’equilibrio fra creatività e organizzazione è la vera difficoltà della gestione di una campagna di questo tipo.
Strumenti e Metodi Utili
Google Drive
Google offre gratuitamente una suite di gestione dei documenti e dei files sulla cloud che spesso e volentieri fa al caso della maggior parte delle esigenze SEO.
Organizzare sistematicamente tutto tramite Google Drive permette di avere una gestione standard dei files, continuamente condivisi in tutto il team di lavoro, accessibili da qualsiasi piattaforma.
Software di Project Management
Essere organizzati, monitorare l’andamento di una campagna in ogni secondo, condividere files e controllare se ci sono intoppi nel processo: per fare questo un software di Project Management ben fatto può essere il miglior alleato.
Podio è fra i leader del settore: un software di Project Management totalmente modulare e facilmente adattabile alle proprie esigenze; è possibile averlo gratuitamente fino al raggiungimento di 5 utenti “amministratori”, ma è possibile assegnare task (compiti) a quante persone si vuole.
Per aziende che invece vogliono una soluzione personalizzata, magari adatta proprio per la gestione di campagne di Link Building o SEO, è possibile rivolgersi a Web Development Agency che sviluppano software personalizzabili. Un esempio è Workflow, il software di Project Management sviluppato e utilizzato nella nostra società.
Registrazione delle Riunioni
Come avrete notato, i passaggi più importanti del processo, sono le riunioni. Una buona gestione delle stesse permette una resa migliore dell’intera campagna di Link Building.
Con il tempo il team si roda e funziona sempre meglio, ma un modo per accelerare questo processo di miglioramento è quello di registrare le riunioni e riguardarle, cercando di capire quali sono i punti deboli e i punti di forza delle varie parti della riunione di pianificazione.
SWOT Analysis
Strumento del Marketing classico, l’analisi SWOT è uno strumento semplice e potente allo stesso tempo.
È una matrice a due righe e due colonne: sulla prima riga si trovano le analisi “interne”, sulla seconda quelle “esterne”; sulla prima colonna le analisi “positive”, sulla seconda colonna quelle “negative”.
Si hanno quindi punti di forza (Strenghts), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats).
Tramite un’analisi SWOT ben formulata è possibile avere una panoramica di base della propria situazione attuale, progettare una campagna che punti quindi sui punti di forza, cerchi di migliorare i punti di debolezza, sfrutti le opportunità e abbia pronti dei metodi di gestione delle minacce (Risk Analysis).
Conclusioni
La gestione dei processi creativi in azienda, soprattutto in ambiti a cavallo fra la tecnica e l’arte come la SEO, può essere complessa e intrigante.
Lo sviluppo di metodi per la gestione pratica di tali processi diventa particolarmente importante, soprattutto oggi che la SEO, il Social Media Marketing e il Web Marketing vecchio stile si stanno evolvendo tutte in un’ottica di unitarietà e di comunione degli intenti (anche se i metodi resteranno sostanzialmente diversi).
Voi come vi state organizzando? Quali sono i vostri metodi in questi settori?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Ninja Guesthttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngNinja Guest2014-04-29 11:00:102014-04-29 11:00:10Link Building in azienda e in team per grandi progetti [PARTE 2]
L’espressione Corporate Barter viene utilizzata per qualificare scambi di merci o servizi tra aziende, sottoforma di baratto. Nessuno però utilizza la parola baratto, si parla invece di business, network, commerce, exchange, passando per qualche termine italiano per identificare il cambio, cioè moneta virtuale piuttosto che complementare. Non si tratta percià di una novità.
I circuiti di corporate barter italiani
Il primo circuito attivo, dal 2010, in Italia è Sardex, dedicato alle attività commerciali sarde, a cui si sono poi aggiunte molte altre attività. Per elencarne solo alcune abbiamo Visiotrade e iBarter nata a Torino, Bexb a Brescia, Cambio Merci nata a Napoli, fino alla neonata Bartex nata a Monza Brianza.
Oltre ad avere una sede centrale in diverse città, sono svariate le caratterizzazioni di ogni realtà. Ad esempio nel caso di BEXB ogni azienda iscritta ha un solo fornitore e un solo cliente, tutta la fatturazione viene centralizzata, portando a dei volumi ovviamente superiori rispetto ai concorrenti che fatturano solo la percentuale di provvigione. Visiotrade è meno corporate, ci sono infatti molte attività commerciali al dettaglio, dal parrucchiere al negozio di abbigliamento. iBarter ha un’interfaccia utente ad una presentazione dei servizi molto chiara, rivolgendosi parallelamente a privati e partite iva. Cambio Merci, presente alla Fiera delle start up nel 2013, non è iscritta al registro delle start up, ma è la più attiva nell’ecosistema dell’innovazione e sui social network, rendendo visibili gli ultimi annunci inseriti anche ai non iscritti al portale. Ultimi arrivati, ma con una notevole esperienza nel bartering system e nel mondo ICT, i fondatori di Bartex hanno da subito siglato partnership strategiche con associazioni tra cui Italia Startup.
La differenza rispetto al passato riguarda le modalità con cui le pmi italiane stanno implementando strategie dedicate dedicate al Corporate Barter, iscrivendosi a più di un network, non limitandosi quindi al classico esempio delle giacenze di magazzino, operando bensì in compensazione (termine utilizzato per indicare questo tipo di transazioni) per crescenti quote di fatturato. Ma come funziona tecnicamente per un’impresa che si vuole iscrivere ad un circuito? Dopo una serie di verifiche e analisi, che rispetto a quelle bancarie non mirano a verificare la liquidità dell’azienda, bensì la solidità in termini di giro d’affari e credibilità sul mercato, si passa al pagamento della tassa di iscrizione e all’assegnazione di un fido. Sia il pagamento della tassa, che l’assegnazione di fido sono in funzione delle classi di fatturato. Una volta attivata la posizione nel circuito, l’azienda può iniziare a comprare qualsiasi prodotto dalle altre aziende del circuito. Ad ogni acquisto verrà scalato il fido, non dovrà pagare in euro, se ma venendo i propri prodotti o le proprie competenze, senza essere ovviamente pagata in euro ma con un incremento del proprio monte fido.
Il business model dei circuiti corporate barter
Il circuito guadagna una percentuale sugli scambi effettuati, proprio come fosse un agente di intermediazione commerciale. Gli unici costi sono quindi l’intermediazione ad il pagamento della tassa d’iscrizione, non vengono infatti applicati interessi sull’esposizione con moneta complementare. Quello che sorprende è come le piccole medie imprese abbiano sviluppato strategie ad hoc per questa nuova modalità di business. Occorre infatti dedicare del tempo agli iscritti sia dal lato fornitore che dal lato cliente, nonostante ci siano dei trader a disposizione per ogni azienda. Alcuni servizi particolarmente utili per le PMI sono ad esempio il recupero crediti e i profili personali. Con il recupero crediti, si intende l’iscrizione al circuito di un debitore, che rinuncia a parte del proprio fido che viene contestualmente accreditato all’iscritto che vanta il credito. Mentre l’ultima tendenza riguarda il passaggio ad una forma quasi al dettaglio nelle transazioni, potendo cedere parte del proprio fido ai dipendenti, come se fossero dei singoli affiliati.
I profili personali
Nonostante possa sembrare che le esigenze di un privato siano differenti rispetto a quelle di un’azienda, sono proprio i circuiti che regolano entrambe le tipologie di transazioni ad avere maggior successo. La potenzialità del coinvolgimento dei dipendenti come utenti privati, oltre ad incrementare notevolmente il giro d’affari per i trader, porta alla convergenza di interessi e di conseguenza ad uno sviluppo più consapevole delle opportunità commerciali. L’apertura di credito verso un dipendente può riguardare per esempio un premio aziendale che in altre circostanze sarebbe stato difficile concedere.
Può avvenire attraverso la creazione di un profilo dedicato o addirittura come previsto da alcuni circuiti, con la consegna di un’apposita carta di credito utilizzabile direttamente presso le attività commerciali aderenti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Diana Piemari Ceredahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDiana Piemari Cereda2014-04-29 09:00:282014-04-29 09:00:28Corporate barter al servizio delle PMI
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