Papa Benedetto XVI si dimette: le reazioni sui social network


La notizia è arrivata con un’Ansa intorno alle 11.30 di stamane: papa Benedetto XVI lascerà il soglio pontificio il 28 febbraio prossimo, per ragioni legate alla sua età.

Se eravate su Twitter e su Facebook in quel momento avrete sicuramente notato l’istantaneo balzo fra i trending topic di #dimissionipapa, #Vaticano, #NanniMoretti e #Chiesa, così come su Facebook sono cominciati a circolare meme d’ogni genere per commentare la notizia: di seguito, ecco qualche screenshot per offrirvi una cronaca sommaria, nel caso non aveste sbirciato sui wall generali dei vostri social network preferiti.

Queste immagini, ad esempio, le abbiamo prese da Facebook:


C’è anche chi si “candida”, scherzandoci un po’ su (questo è un montaggio preso da Facebook, ad esempio):

Mentre questi screenshot arrivano da Twitter, dove il Papa è presente con una piattaforma multilingua costituita da diversi account (@Pontifex, con tutte le sue variabili: @Pontifex_it, @Pontifex_en e così via):


Anche i politici hanno voluto dire la loro usando i social network, questo ad esempio è il messaggio postato da Nichi Vendola sulla sua pagina fan di Facebook:

Al netto della notizia in sè, che può interessare o meno in senso oggettivo, è opportuno riflettere sui meccanismi di content creation che si sviluppano a partire da un input esterno ai social media. Una miriade di contenuti inediti, figli di un sentiment stratificato in più forme di senso, del quale è difficile isolare una sola opinione, semmai una miriade di interpretazioni diverse.

L’impressione che si ricava è infatti la nascita di un vero e proprio registro di comunicazione, in cui non importa l’oggetto profondo dell’input, quanto il fatto che a priori bisogna dire qualcosa: quasi uno stato di necessità, quello di applicare incrociando anche aree semantiche diverse (il meme con Tuttosport o con Berlusconi ne sono un chiaro esempio) allo scopo di attivare un meccanismo di affiliazione con gli utenti cui si è connessi, in una dinamica che replica le strategie di comunicazione esterna dei grandi brand: “l’importante è che se ne parli”, a dispetto di quanto si dice, per posizionarsi nella propria cerchia sociale a un grado d’affiliazione superiore.

Non è la prima volta che assistiamo a questo tipo di dinamiche: le dimissioni di Papa Benedetto XVI aprono però le porte a una riflessione decisamente più articolata sul piano della reaction degli utenti dei social network, per l’area tematica di riferimento, per la varietà di contenuti creati, e anche per come sia sempre più evidente una difficoltà nella misurazione del sentiment.

Che ne pensate, amici lettori?

5+ nuovi trend per una strategia mobile di successo

Strategia mobile, ecco i nuovi trend per il successo

5+ nuovi trend per una strategia mobile di successo

Anno nuovo, strategia mobile nuova.
Se il 2012 è stato l’anno che ha consacrato nel mondo l’esplosione mobile, come cavalcheremo l’onda in questo 2013 appena cominciato? Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati.

L’anno scorso abbiamo messo a fuoco le fondamenta di una strategia mobile di successo ovvero la capacità di analizzare il comportamento dei consumatori tramite i Big Data e la progettazione di user experience tarate sui profili così identificati.
E nella splendida cornice de La Battaglia delle Idee abbiamo presentato una guida per creare, posizionare e promuovere un’app di successo alla domanda: “Perché un brand dovrebbe avere una propria app?”.

Adesso è il momento di smettere di chiedersi se “diventare mobile” e passare all’azione.

Quanto sia “mobile” la popolazione mondiale lo sappiamo già, ma pur essendo in piena era post-pc non tutti sul mercato (ancora la metà?) sono attrezzati per raggiungere le persone sui loro dispositivi (date un’occhiata a questa infografica). Nel mondo retail pochi hanno una vera e propria strategia mentre la maggior parte delle organizzazioni ancora non si preoccupa di sviluppare contenuti web usabili su smartphone e tablet.

5+ nuovi trend per una strategia mobile di successo

Come si concepisce una strategia mobile?

Prima di tutto con un budget: è necessario stanziarne una quota sostanziale.
Rifiutarsi di riconoscere l’importanza economica di una strategia mobile è un grave errore, perchè la tecnologia è dappertutto e non è più possibile utilizzare strumenti abbozzati.

Negli USA l’85% dei marketers aumenterà il budget destinato alle strategie mobile (fonte: Association of National Advertisers and MediaVest) e questo è il primo vero passo per non pedere il treno che conta. Un treno tremendamente veloce, in grado di proiettare nel futuro anche e soprattutto PMI e micro imprese.

Detto questo, serve una strategia: navigare a vista significa aumentare i tempi e sforare i budget, sprecare le risorse e ridursi a fare spam, nè più nè meno. La linea che separa una mail mobile friendly dall’ennesimo messaggio cestinato è molto sottile.

Per non finire dalla parte sbagliata, segnatevi con cura questi punti e partite con il piede giusto.

1) HTML5: è stato introdotto nel 2012, i sistemi operativi mobile stanno aumentando le performance e sarà il 2013 l’anno della sua consacrazione. Consente di ottimizzare i costi di sviluppo e lanciare app ibride in grado di posizionarsi rapidamente.

2) MOBILE EXPERIENCE: lo sappiamo, non è una vera novità, ma dimenticarsene sarebbe più grave.
E’ indispensabile creare interazioni sui dispositivi mobili, c’è un potenziale immenso: il consumatore medio utilizza almeno 100 app e si addormenta con l’iPhone. Le applicazioni sono e saranno al centro delle strategie mobile, concepirle in ottica di utilizzo ed esperienza è la chiave di volta per ottenere ROI importanti.

3) MOBILE COUPONING: un’altra new entry dello scorso anno pronta a esplodere qui e ora. Basati su geotargeting e tecnologia NFC, i “mobile deal” saranno lo strumento più efficace per ingaggiare, fidelizzare e massimizzare il proprio audience. Oro a 24 carati per il settore retail.

4) #SOLOMO: social, local e mobile. Che significa? Che cambia il modo in cui i marketers individuano e raggiungono i target (e che dovete leggerci più spesso). Coinvolgendo le persone e intrecciando identità virtuali e momenti di vita per esserci quando conta. Esserci, comunicare, vendere, soddisfare.

5) NOTIFICHE PUSH: un tempo (neanche troppo lontano) BlackBerry rese le email comode quanto un SMS. Ora il mondo è cambiato, Apple e Android hanno impiantato nelle abitudini il trillo e il badge delle notifiche e senza nemmeno accorgercene abbiamo tra le mani uno dei metodi più rapidi ed efficaci per creare engagement. Da non sottovalutare, avete mai confrontato la redemption delle call to action di una mail e di una notifica? E’ tutto ROI!

5+ nuovi trend per una strategia mobile di successo

Metriche, analisi e ROI

Preso nota? C’è ancora un aspetto da considerare.
Tra nuove tecnologie e numeri da capogiro, c’è qualcosa che è davvero mancata alle strategie mobile fino ad ora: un sistema di metriche funzionante, per analizzare e sfruttare la grande mole di dati seminata dai dispositivi mobili.

Abbiamo parlato di Big Data perchè sono alla base di engagement, fidelizzazione e monetizzazione.
Ma leggere tra i codici quelle informazioni granulari capaci di descrivere abitudini e comportamenti di acquisto (aka mobile retargeting) non è scontato. Ci vuole consapevolezza e attenzione al fenomeno. Da mettere a budget 😉

Perché investire in analisi porterà ad una conoscenza essenziale e veritiera del proprio audience e questa conoscenza diventerà inevitabilmente una marcia in più. I consumatori sono volubili? Niente di più vero! Ma oggi hanno il vizio di raccontarlo, spesso e bene.

Il 2013 è considerato da molti come l’anno del “tipping point” ovvero il punto di non ritorno per la monetizzazione degli investimenti mobile.

E intanto i tablet continuano a fagocitare quote dal mercato PC (Apple davanti a tutti), si parla di 800 milioni di smartphone Android e 300 milioni di iPhone in circolazione entro dicembre 2013.

Se state pensando seriamente di sviluppare la vostra strategia mobile, continuate a seguirci e raccontateci la vostra esperienza!

'Ritorno al Futuro' in 60 secondi [VIDEO]

Certi film e l’immaginario che creano, o portano con sè, sono destinati a non morire mai. Uno di questi è ‘Ritorno al futuro‘, film cult di Robert Zemeckis distribuito nel 1985 ma sempre e inesorabilmente amato. Non a caso Nike nel 2011 si ispirò alla pellicola per creare le “Nike Mag”, e Mattel ha disegnato la Hoverboard del protagonista, Marty McFly. E oggi ha ispirato il video “Speedrun: Back to the Future in 60 seconds” di 1A4 STUDIO.

Grafica alla stickman, semplice ma funzionale, movimenti avanti veloce, effetti sonori da cartoon compongono questo video che in un solo esatto minuto condensa l’intero film. Facendoci viaggiare nel tempo “MUCH faster than 88 miles per hour” (“molto più veloce di 88 miglia orarie”, la velocità che la Delorean del film deve raggiungere per oltrepassare la soglia del tempo).

Google Tel-Aviv: il design da sogno degli headquarters

Tutti noi quando entriamo in ufficio al mattino siamo pronti alla quotidiana dose di scrivanie polverose, declinate in tutte le tonalità del pallore, della mestizia e anche un po’ del pentimento di essere diventate arredi da ufficio.

Ci aspettano intere mattinate di monitor in scala di grigi, mense nelle nuance del bianco ospedaliero e arredamento che si ispira agli anni 70: vintage soprattutto nella qualità degli infissi e degli spifferi.

A Google la pensano diversamente.
Va bene, direte voi, loro la pensano sempre diversamente. Stavolta lo hanno dimostrato con la creazione dei nuovi uffici di Tel-Aviv, che appunto, più che uffici, sono a metà tra il giardino dell’Eden e il paese delle meraviglie.

Il quartier generale di Google Tel-Aviv si estende una superficie di 7800 mq dislocata su 8 piani: un’opera (perché è giusto chiamarla tale) con un design progettato da Camenzind Evolution in collaborazione con Setter Architects e lo Studio Yaron Tal.

Ambienti metamorfici in cui il concetto di meeting professionale si evolve in un concetto di comunanza e condivisione di idee in spazi di totale relax a tutto colore, pieni di stimoli creativi e innovativi.

Minisale che si affacciano sulla città, scrivanie ricavate all’interno di frutteti, poltrone coloratissime, corridoi che sembrano sentieri lastricati di città antiche o vicoli di campagna, fiori ai davanzali, pergolati, tavole da surfisti, salottini vintage e sedie sui soffitti.

Inutile a dirsi, non mancano i comfort: tre ristoranti, palestra e zone relax.

Dall’arredamento al design, sono tutti spazi concepiti per coniugare concentrazione e scambio di idee, ispirazione e sviluppo concreto di concept innovativi.

La tecnologia lascia spazio al colore, alla creatività, al team building e fa diventare il lavoro una vera passione.

Multitasking? Una falsa verità sulla produttività a lavoro

Secondo un nuovo studio, i dipendenti che si vantano di essere superiori alla media per le capacità multitasking sono in realtà proprio i peggiori a svolgere le loro mansioni con efficienza. Questo accadrebbe, banalmente, per un deficit di attenzione impiegata nell’attività principale di cui ci si sta occupando e per la distrazione costituita dalle altre attività “satellite”.

I risultati della ricerca

Lo studio è stato eseguito su un campione di 310 studenti di Psicologia dell’Università dello Utah, attraverso dei questionari stilati per misurare l’abilità reale a svolgere funzioni multiple, la percezione della propria abilità multitasking, l’uso del telefono cellulare durante la guida, l’uso di molti strumenti elettronici contemporaneamente e la rilevazione dei tratti della personalità.

I risultati principali sono stati:

(a) Le persone più capaci nell’elaborazione del multitask non sono le persone che si impegnano simultaneamente nelle mansioni multiple perché, pur consapevoli delle proprie abilità, sanno che concentrandosi meglio su un compito alla volta ottengono l’efficacia di risultati.

(b) La percezione del multitask della gente che parla o usa il telefono mentre guida è gonfiata rispetto alla capacità reale di svolgere funzioni multiple nello stesso istante; infatti ben il 70% dei partecipanti ha pensato di essere sopra la media all’elaborazione multitask, che è statisticamente impossibile.

(c) I soggetti con alti livelli del impulsività e alla ricerca di emozioni risultano essere quelli più sicuri di sé e propensi al multitask, sebbene le loro performance siano negative.
Ma c’è un’eccezione che va sottolineata: le persone che usano il cellulare mentre guidano tendono a non essere impulsive ma sono consapevoli di sbagliare, infatti l’uso del telefono, anche quando non si dovrebbe, è una scelta intenzionale.

Perchè rivedere le teorie manageriali sul multitasking

C’è da chiedersi a questo punto se la ricerca di persone molto propense o abili nel multitask non sia un mito da sfatare: siamo sicuri che questa sia un’ abilità essenziale per gli imprenditori o si tratta solo di un fenomeno affascinante ma capace di distruggere la produttività?

I dati della ricerca che vi abbiamo citato dimostrano infatti che le persone multitasking hanno in realtà difficoltà a concentrarsi su un compito alla volta, vengono così coinvolte in compiti secondari principalmente perchè si annoiano e dedicandosi a più cose contemporaneamente cercano nuovi stimoli.

Se lavorate in una grande organizzazione avete senz’altro notato in che modo i vostri colleghi si pongono gli obiettivi, si organizzano per raggiungerli e quali i risultati ottengono realmente alla fine.
Anche per coloro i quali cercano lavoro e nei propri Cv si descrivono abili nel multitask dovrebbero fare attenzione: trovare il candidato perfetto non significa cercare una persona che pensa di essere capace di fare più cose contemporaneamente, né la sua propensione reale a farlo dovrebbe essere presa come una prova di professionalità.

Per dirla con Russel, la difficoltà principale con cui il mondo si scontra è che gli stupidi sono sicuri di sé, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. Cerchiamo una via di mezzo tra questi due estremi negativi?

Iniziamo allora a contestualizzare le cose, (ri)pensarle criticamente e dare alle nostre valutazioni delle basi un pò più solide prima che diventino, anche erroneamente, definitive.

Lo spoof dei fashion video 'alla moda' di Viva Vena [VIDEO]


Quando sono sola, mi piace fingere di essere dentro ad un film, quel genere di film che non capisco…Ascolto vecchi dischi degli anni ’60, che sono di gran lunga migliori della roba di oggi, più autentici…“.

Sono solo alcuni passi di questo sottile monologo di Lizzie Caplan, protagonista dell’originale fashion video di Viva Vena, brand di abbigliamento americano. Immersa in un tripudio di inqudrature e scenografie neo vintage, l’attrice veste i panni di una ragazza che racconta sé stessa in un video dall’impronta hipster e romantica, riciclando frasi che leggiamo ovunque, in rete, sui blog di tante adolescenti o aspiranti fashion blogger un pochino omologate.

Vena Cava è un giovane brand dell’industria della moda che si distingue non solo per le sue linee creative ma anche per un’attento e innovativo approccio al marketing, al consumatore e al suo stile di vita: il blog istituzionale è un vero e proprio punto di incontro per la community di fans dal brand, dove viene promosso un preciso gusto estetico e forme di consumo artistiche, ospitando anche contributi di artisti amici e provenienti da settori altri rispetto alla moda.

Vena Cava è nato nel 2003, prima del boom della moda vintage, di Instagram: per smarcarsi da questa tendenza oramai mainstream, ecco allora nascere questo video che ironizza sui tanti prodotti del genere, su un gusto recentamente tornato sulla cresta dell’onda e preso spesso appunto per quello che è: una moda da seguire.

Star Trek Into Darkness: arriva l’applicazione ufficiale

Tra la miriade di spot andati onda durante il Super Bowl, i fan della saga di Star Trek non hanno potuto fare a meno di notare l’attesissimo trailer di “Star Trek Into Darkness, secondo episodio della saga diretto da J.J. Abrams.

E proprio in occasione del trailer del Super Bowl, la Paramount ha rilasciato la Star Trek App per stupire Trekkies vecchi e nuovi. L’applicazione è, innanzitutto, una grande finestra sul mondo di Star Trek, con news, possibilità di pre-ordinare i biglietti, contenuti audio e video.

Ma soprattutto, attraverso la Star Trek App si richiede ai fan di agire in prima linea e conseguire delle missioni per guadagnare punti e superare i vari livelli che sbloccano l’accesso a contenuti speciali.

La prima missione è guardare il trailer del film, trasmesso in anteprima proprio durante il Super Bowl (ma fruibile anche online): puntando il cellulare verso lo schermo e premendo il pulsante ‘listen’, l’app scansiona le onde sonore, le riconosce e premia il giocatore sbloccando dei contenuti.

Presentata al CES 2013, l’applicazione creata da Qualcomm Labs Inc si basa su tecnologia context-aware, che permette di trasmettere agli utenti informazioni specifiche in momenti specifici, perché di grado di rilevare l’ambiente fisico e adattarsi di conseguenza.

Utilizzando questa nuova tecnologia, gli utenti sono in grado di sbloccare contenuti del film partecipando a cacce al tesoro non solo online, ma anche dal vivo. Gli utenti, infatti, dovranno impegnarsi anche in missioni ‘fisiche’: coloro che vivono negli States possono guadagnare punti visitando i luoghi simbolo dell’universo Star Trek.

Altre caratteristiche interessanti dell’applicazione sono: la scansione di immagini che consente agli utenti di interagire con le immagini stampate o visibili nel mondo reale grazie alla realtà aumentata, opportunità esclusive ed offerte speciali disponibili solo per gli utenti dell’app, location-based services per incentivare gli spettatori ad andare al cinema.

Man mano che la data di uscita del film, prevista per maggio 2013, si avvicina, saranno aggiunte nuove missioni. Quelle già presenti sull’app sono abbastanza semplici, tanto da farmi raggiungere il livello ‘Petty Officer’ in poche ore, ma sono molto addictive!

Questo è un ottimo esempio di applicazione non solo promozionale, ma come mezzo per intensificare l’esperienza dei fan, sempre più attratti da strumenti digital e social. Così come Abrams aveva già coinvolto i fan di Lost nella “Lost Experience“, anche nel suo prossimo progetto cinematografico ha trovato il modo di appassionare gli spettatori, stavolta attraverso una strategia completamente mobile.

Un rappresentante della Paramount ha dichiarato a Mashable:

‘L’esperienza non si deve fermare a Star Trek Into Darkness. Questa è l’applicazione ufficiale di Star Trek. Ora ci stiamo concentrando sull’universo di Star Trek di JJ Abrams, ma non dobbiamo limitare l’applicazione e il suo contenuto a questo film.’

Se questa campagna avrà successo, vedremo la Paramount integrare questo tipo di funzioni digital e social per promuovere la pellicole future.

Web Analytics: il lato oscuro del Web

Web Analytics: il lato oscuro del Web

Web Analytics: il lato oscuro del Web

Ammettiamo che voi siate proprietari di un negozio di abbigliamento, siete alla cassa, rivolti verso un muro e non riuscite a vedere cosa succede in negozio. Il vostro unico punto di vista sono i ricavi che vengono visualizzati sul display del registratore e intanto i vostri clienti rovistano gli scaffali e vanno via perché non trovano il loro prodotto, altre invece semplicemente non comprano ed escono velocemente senza nemmeno vedere cosa vendete.

Secondo la vostra esperienza personale, la gestione di un negozio in questo modo è ottimale? E’ possibile avviare, gestire e far crescere un business solo guardando le vostre entrate e non guardando cosa succede?

web_analytics_2

Molte persone che lavorano nel web sottovalutano o non hanno idea di cosa sia la web analytics, uno strumento potentissimo per quantificare, valutare e segmentare i vostri utenti.

Prima di parlare di software, metriche e report credo sia meglio capire quanto sia importante avere sempre una visione d’insieme di cosa accade nel nostro sito per poi passare a livelli di informazioni sempre più accurati che possano permettere di dire: “ora capisco cosa sta succedendo sul mio sito!” oppure “abbiamo bisogno di fare questa modifica per poter aumentare le vendite dalle schede dei prodotti”.

Analizzare il comportamento degli utenti per massimizzare le conversioni

Lo studio della web analytics permette di capire cosa fanno i nostri utenti, valutare le loro azioni e riuscire ad  effettuare quelle modifiche tali da poter offrire dei contenuti migliori oppure vendere di più, a seconda del nostro obiettivo.

Ma posso valutare solamente tutto ciò che succede internamente al sito? Assolutamente no! Anzi uno dei pilastri della web analytics è capire da dove arrivano gli utenti, cosa fanno e come interagiscono con il vostro sito. Ma così rischio di anticipare troppe tematiche e rischio di farvi perdere l’obiettivo di questo articolo: capire le potenzialità della web analytics.

Una cosa che mi è capitata spesso è vedere molte aziende spendere migliaia di euro per portare utenti sul proprio sito attraverso campagne adwords, comprare banner enormi su altri siti e non avere la più pallida idea di cosa facessero gli utenti una volta arrivati sul proprio sito.

Non si tratta assolutamente del giusto approccio.

Si ok, ora vi state chiedendo “quando ci fa vedere il programma che usa?” Ebbene un web analyst non parte  mai dal software ma parte sempre da una domanda semplice e crudele allo stesso tempo “perché succede questo sul mio sito? Il primo step per riuscire a fare della web analytics un pilastro delle strategie di web marketing è farsi la giusta domanda e trovare una risposta sicura nel minor tempo possibile.

Per farsi le giuste domande bisogna estrapolare le informazioni che soddisfino le nostre principali esigenze da web analyst: quante visite fa il mio sito? Quanto tempo restano gli utenti mediamente? Quanti di loro ritornano? Queste sono domande che ci permettono di avere una visione globale dell’esperienza dei nostri utenti e riuscire a capire quali sono le metriche di base per quantificare, valutare e segmentare (ricordate sempre queste tre cose!).

Questo è il primo di una serie di articoli in cui cercherò di farvi capire quanto sia importante la web analytics e farvi capire l’utilizzo e le possibili applicazioni. Nel prossimo articolo parleremo di metriche fondamentali e cominceremo a vedere i primi utilizzi di un servizio come Google Analytics, indubbiamente il tool gratuito per la web analytics più utilizzato al mondo. Cosa serve? Un account Gmail, qualcosa da sgranocchiare e tanta voglia di scoprire questo potente strumento per l’analisi web.

Il segreto di LinkedIn è la forza vendita offline

LinkedIn ha pubblicato nei giorni scorsi i risultati del quarto trimestre del 2012. I numeri sono più che positivi. Il social network per professionisti ha superato la soglia dei 200 milioni di iscritti e durante il 2012 ha raggiunto un fatturato di 972,3 milioni di dollari con un aumento dell’86% rispetto al 2011. Risultati floridi sotto tutti i punti di vista.

L’importanza delle Marketing Solution

Ma come fa soldi LinkedIn? Vi sono essenzialmente tre vie. Profili premium (Premium Subscription), servizi di recruitment (Talent Solution) e, last but not least, pubblicità (Marketing Solution).

Di queste tre vie è interessante notare come proprio le Marketing Solution abbiano visto aumentato del 2% il loro peso specifico sul reddito dell’ultimo trimestre. I numeri legati alle  Talent Solution e alle Premium Subscription sembrano essersi assestati dopo la forte espansione dei mesi scorsi.

La crescita dell’armata dei venditori offline

Durante la conferenza stampa per discutere tali risultati, il CFO Steve Sordello ha ribadito che il 31% degli utili totali sono legati al giro d’affari collegato alle vendite e al marketing. Non a caso, nel corso dell’anno l’azienda ha aggiunto 1300 collaboratori in organico, contando un numero complessivo di 3500 collaboratori.


Questi numeri implicano che almeno un migliaio di questi siano impiegati nel marketing e nelle vendite. Infatti, la rete sociale dell’utenza business ha un incredibile armata di venditori che genera il 59% dei suoi profitti totali. Avete capito bene. Un business che nasce online, ma che dipende in gran parte dai ricavi che raggiunge la sua forza offline.

Quello che i business 2.0 non dicono

Fare affidamento ad una grande armata di venditori è il segreto nascosto di tutti business 2.0 come LinkedIn, Groupon, Facebook e Twitter. Per ragioni di branding, questi attori puntano a costruire una mappa mentale per gli utenti in modo da essere visti come puri tech innovator.

Più o meno tutti tendono a pensare agli impiegati di queste imprese come a gioiosi NERD con una marcia in più che giocano a freccette mentre cambiano il mondo grazie alla loro creatività. La realtà sembra essere meno affascinante. Il punto è che fanno soldi alla vecchia maniera.E li fanno tramite migliaia di venditori armati di telefono che si occupano del “lavoro sporco”.

Twitter acquista Bluefin Labs: verso la social tv?

Come confermato Martedì sul suo blog ufficiale, Twitter ha acquisito Bluefin Labs, una delle principali società di misurazione degli ascolti televisivi e dell’interazione con i social network. Fondata nel 2008, fornisce analisi di dati per inserzionisti, agenzie e reti televisive. Ovviamente, dopo l’acquisizione rispetterà i contratti già stipulati in passato ma inizierà un’attività esclusiva di analisi per Twitter.

Non è stato reso noto il  prezzo d’acquisto ufficiale, ma fonti attendibili affermano che questa è l’acquisizione più dispendiosa dalla nascita di Twitter dopo l’acquisto di TweetDeck per 40 milioni di dollari del maggio 2011. La cifra oscillerebbe tra i 50 e i 100 milioni di dollari. Uno sforzo decisamente grande da parte del social network di San Francisco, e che riflette l’enorme interesse che c’è sul tema dell’interazione con l’entertainment del piccolo schermo.

Risale appena allo scorso dicembre, infatti, l’annuncio di una partnership esclusiva con Nielsen volta a creare il Nielsen Twitter TV Rating, un nuovo standard di misurazione del successo social di un programma televisivo che si basa interamente sui dati di Twitter. Insomma, un tentativo di rispondere ai nuovi stimoli del mercato, determinati dal modo sempre più interattivo con cui gli spettatori vivono l’esperienza televisiva. I freddi dati dello share non bastano più. Oltre a capire in quanti guardano un determinato programma, l’obiettivo è quello di capire il livello di interazione che quel programma genera negli spettatori.

Il forte feeling tra Twitter e la televisione è ormai consolidato. Basti pensare al record di cinguettii dell’ultimo Superbowl che, anche grazie al lungo blackout, è diventato uno degli eventi più social di sempre, con oltre 30.600.000 cinguettii (proprio secondo Bluefin Labs). Appare quindi logico che a San Francisco si cavalchi l’onda cercando di creare una nuova nicchia, dove Twitter è lo strumento privilegiato per giudicare la risposta (positiva o negativa) del pubblico ad un particolare film o programma.

Tale volontà è ancora più chiara se si guarda al report preparato per gli investitori dal team di TwitterUK e diffuso da Business Insider. In particolare, la principale motivazione che ha spinto Twitter ad acquistare la Bluefin Labs è il rapporto fortemente simbiotico fra Twitter e la televisione. Gli utenti amano parlare di ciò che stanno guardando in TV ed amano altrettanto leggere le opinioni degli altri spettatori del programma.

Secondo il team che ha studiato le opportunità dell’acquisizione, Twitter accorcia le distanze tra gli spettatori e ciò che amano. Permette loro di scoprire facilmente cosa in quel determinato momento potrebbe interessarli maggiormente. Un interesse che si esprime in volume di conversazione: oltre 400.000.000 di tweet vengono inviati ogni giorno su ciò che accade nella vita reale e che viene commentato su Twitter. Questo accade anche per i programmi televisivi: quando c’è un programma particolarmente atteso o un momento clou di uno specifico show, arrivano puntuali i picchi di conversazione.

Twitter e la televisione possono quindi dar vita ad un circolo virtuoso con cui un hashtag in onda può aumentare l’interazione degli spettatori sui social network e, di contro, la conversazione sulla timeline di un utente può spingerlo a guardare quel programma. In Italia, il primo esempio di questo tipo di attività è stata l’ultima edizione di X Factor, aiutata dall’esperienza già maturata negli USA: un grande successo sia televisivo che sociale.

E questo vale anche, e soprattutto, per la pubblicità: tanto più è profonda l’interazione, tanto maggiore è la curiosità del consumatore verso quel prodotto o quel brand. E Twitter è come un tesoro per gli inserzionisti che sempre più lo preferiscono agli altri social network per veicolare la loro presenza on line (basti pensare ai dati record sull’integrazione Twitter-Spot Tv dell’ultimo Superbowl).

In quest’ottica la Bluefin Labs è l’investimento perfetto. Offrendo report dettagliati su quali sono i brand e i programmi tv più discussi sui social media, è in grado di fornire i dati da cui partire per attirare gli inserzionisti, mostrandogli che l’investimento vale contatti, conversazione e – di conseguenza – vendite. Perché se è vero che l’obiettivo potrebbe essere far crescere il pubblico di un programma, d’altro canto quel pubblico è un perfetto target di utenti verso cui veicolare un particolare messaggio pubblicitario.

Insomma, l’intento finale legato a questo acquisto è ancora poco chiaro, ma certamente si avvicina a grandi passi il momento di una nuova social tv in cui lo spettatore non è più “passivo”, ma protagonista “attivo” della programmazione e dello spot ad essa collegato.