Virgin Atlantic, l’idea di volare fuori dal normale [VIDEO]

Per quanto stilisticamente simile, accattivante e “hollywoodiano” non si tratta di un trailer dell’ultimo film Marvel, ma ci siamo davvero vicino. Virgin Atlantic torna a far parlare di sé e all’inizio del nuovo anno esordisce con uno spot TV, è il caso di dirlo, fuori dal normale.

La storia ricalca le sceneggiature del filone “X-men” o della famosa serie Tv “Heroes”: vengono raccontate le origini di 5 bambini dotati di “special gifts” che, dapprima scoprono i propri poteri per poi metterli a fattor comune al fine di regalare qualcosa di straordinario alla comunità ovvero un’esperienza unica di volo con Virgin Atlantic.

La vita e tutto il business di Richard Branson è sempre stato fuori dagli schemi e ancora una volta l’investor inglese ha le carte in regola per stupire. Per la sua compagnia aerea si è circondato delle persone giuste per condurla secondo la mission unconventional che contraddistingue Virgin: si tratta del direttore Marketing Simon Lloyd che ha affidato la nuova campagna a Mark Roalfe e alla sua RKCR/Y&R.

L’agenzia inglese realizza uno spot che raccoglie i valori di Virgin per comunicare una nuova e forte brand proposition: l’idea è quella di dare nuovo smalto all’idea di volare, provare a differenziare un’esperienza che sta diventando quasi routinaria.
Non a caso viene data importanza all’equipaggio che rende l’esperienza fuori dal comune: i cinque membri dell’equipaggio, i supereroi, sono vestiti di un’immagine molto glamour, vicina alle icone dei piloti anni 60 tipo “Catch me if you can” o alle attraenti hostess in stile “Pan Am”.

Ovviamente il messaggio è velato da una sottile ironia che è tipica dei toni con cui si esprime la comunicazione di Virgin e si evince anche nella tagline “Flying in the face of ordinary”Volare fuori dall’ordinario -. Il richiamo ai supereroi è forte, la promessa ancora di più, ma sia in Virgin sia i suoi fedeli consumatori conoscono la vena ironica che sottende il claim.

Coca Cola assieme a Ridley Scott per iniziare il 2013 [VIDEO]

Hanno fatto la loro prima apparizione nel 1993, all’interno delloo spot “Always Coca Cola“: stiamo parlando dei bianchi orsi polari che, da allora, sono rimasti indiscussi ed amati testimonial del brand di bevande più famoso, secondi forse solo a Santa Claus.

Dopo vent’anni l’azienda di Atlanta ha deciso di celebrarne il successo, realizzando questo corto animato interamente dedicato agli animali artici e senza la presenza di una sola bottiglia di Coca Cola.

“Gli orsi polari animati incarnano quell’allegra atmosfera, che scalda i cuori, che Coca-Cola spera di portare a molte famiglie in questo inverno ” Zoe Howorth, Direttore Marketing di Coca-Cola Gran Bretagna

Realizzato dall’agenzia creativa CCA Marketing, il mini film è stato prodotto nientemeno che da Ridley Scott e ha visto la partecipazione di John Stevenson, regista di Kung Fu Panda, il cui protagonista, timido e impacciato, ricorda il qui presente orsetto Jack, in cerca di una identità e in ‘conflitto’ con il padre.

Verso nuovi modelli di crowdfunding?

Che il crowdfunding stia vivendo un momento di grande fermento è cosa evidente. Dopo diversi anni durante i quali la pratica del “finanziamento della folla” è stata relegata a cosa per pochi intimi, oggi stiamo assistendo ad una letterale esplosione del fenomeno. Da un punto di vista culturale, il moltiplicarsi delle conferenze e degli eventi dedicati al tema supporta la diffusione di questa forma di finanziamento al grande pubblico.

Le istituzioni allo stesso tempo pare abbiano compreso, seppur con qualche anno di ritardo, l’importante opportunità che il crowdfunding può offrire in termini di stimolo allo sviluppo economico (due su tutte: il Jobs Act negli Stati Uniti e il decreto sviluppo in Italia).

Parimenti le piattaforme si moltiplicano e si specializzano per settore, Kickstarter sbarca in UK, in Italia nascono, oltre a quelle già presenti, Starteed (finanziamenti seed e early stage) e Musicraiser (gruppi musicali).

Nel mare magnum degli attuali operatori, CrowdValley mi ha colpito per il tipo di esperienza complessiva che offre. Non più una verticalizzazione delle piattaforme per singoli temi ma un insieme di servizi funzionali alla creazione di operazioni di crowdfunding. CrowdValley, difatti, fornisce tutti gli strumenti necessari alla creazione del proprio portale di micro finanziamento.

Di questo e dei potenziali scenari che si sono aperti negli ultimi mesi ne parliamo con Alessandro Ravanetti CMO e co-founder di CrowdValley.

Target e successo di una campagna di crowdfunding

Quali sono i fattori da valutare per capire se il crowdfunding può o non può essere la via giusta per finanziare la propria startup?

In linea di massima l’equity crowdfunding è l’ideale per startup early stage in cerca di un primo finanziamento, per validare l’idea e iniziare a crescere in termini di utenti e visibilità.

Quali sono i requisiti affinché una campagna di crowdfunding possa avere successo?

E’ importante avere una community forte che creda nel progetto, l’idea deve essere innovativa, presentata in maniera semplice e credibile e allo stesso tempo avere una storia che emozioni. Un pitch ben fatto e un video per presentarsi sono fondamentali. E’ inoltre necessario cercare di essere restare realisti con le aspettative. Anche a parità di importo raccolto è molto meglio fissare un obiettivo relativamente basso e superarlo, piuttosto che metterne uno molto alto e per poi nemmeno avvicinarcisi.

Rischi e nuove normative

Il primo tentativo di regolamentazione del settore è stato introdotto negli Stati Uniti con il Jumpstart Our Business Startup Act.
In che modo le disposizioni del Jobs Act modificheranno il settore degli operatori di crowdfunding?

Con l’implementazione del Jobs Act che avverrà nei prossimi mesi vedremo l’inizio di un mercato tutto nuovo che al momento non ha ancora strutture adeguate per sostenere e supportare se stesso. Dal nostro punto di vista quello di cui si ha bisogno è un’infrastruttura per proteggere imprenditori e investitori, che è ciò a cui stiamo lavorando.

Quali sono i rischi nei quali chi chiede i finanziamenti in crowdfunding può incappare? E dal lato di chi finanzia?

Investendo in una startup che si trova ad uno stato iniziale, si corrono indubbiamente dei rischi, così come si corrono dei rischi a investire in una società quotata in borsa. Come in ogni investimento è sempre bene fare le dovute ricerche prima di prendere una decisione. Con il Jobs Act in America l’investimento massimo consentito per un individuo, che non sia un investitore “sofisticato”, sarà rapportato al suo reddito: non più di 2000$ o il 5% se il reddito è inferiore a 100.000$ annui e il 10% nel caso il reddito sia superiore a questa soglia. Si parla quindi sempre di tante piccole somme versate da parte di una moltitudine di individui che si divideranno poi il rischio. Con il Jobs Act sarà inoltre richiesto alle società di fornire informazioni adeguate a riguardo del progetto per il quale vogliono raccogliere fondi, al fine di dare a tutti gli stakeholder informazioni il più possibile dettagliate in modo da poter prendere decisioni informate.

Per chi raccoglie i fondi il rischio è quello di non aver chiaro cosa fare del denaro raccolto, quindi trovarsi con un malloppo di denaro e non riuscire a gestirlo in maniera adeguata.

Un altro potenziale problema, per chi offre un rewards in cambio dei fondi raccolti, può essere quello di non saper gestire la pressione generata dalle aspettative di chi ha finanziato. Un caso è ad esempio quello di Pibble, per cui è stata completata una campagna di crowdfunding tramite Kickstarter la scorsa primavera.

I fondatori sono riusciti a raccogliere più di 10 milioni di dollari da parte di 68.000 persone, con più di 2 milioni in prevendite e un prodotto che doveva ancora essere ultimato. In questo caso diventa ovviamente poi difficile rimanere tranquilli quando ci sono decine di migliaia di persone che sono impazienti di ricevere il proprio prodotto.

Scenari futuri

In che modo la possibilità di creare piattaforme di crowdfunding completamente autonome può cambiare il settore degli operatori che oggi si trovano sul mercato?

Crediamo che il crowdfunding e in generale i modelli di funding online avrà una portata locale costruita sulla fiducia intrinseca che attraversa le comunità locali. Quindi quello che si potrà vedere saranno piattaforme di crowdfunding dedicate a particolari nicchie, aree di competenze, regioni, ecc. Crediamo ci saranno tanti portali dedicati a mercati specializzati, in cui la conoscenza locale e la competenza sarà di fondamentale importanza.

Andrea Stroppa: investire in Twitter advertising? Inutile, a causa dei fake [INTERVISTA]

Non è mai stato semplice parlare di Twitter: se da un lato esso è sicuramente uno dei social network più interessanti in circolazione, d’altra parte le sue caratteristiche lo rendono più difficile da utilizzare e comprendere alla maggior parte delle persone, per non parlare della difficile questione degli utenti fake.

Nello specifico, proprio quest’ultimo topic ci sembra un buon modo per iniziare l’anno in sezione: avevamo già fatto qualche prima riflessione dopo l’uscita dello studio di Marco Camisani Calzolari, ma la pubblicazione del bellissimo report di Andrea Stroppa per l’Huffington Post che spiega tanto sulla questione, non poteva lasciarci indifferenti.

Ecco allora che abbiamo deciso proprio di intervistare Andrea, per chiedergli alcune cose in aggiunta ed esplorare maggiormente questo mondo meno bello, ma per alcuni davvero profittevole.

Ciao Andrea, e grazie per l’intervista. Iniziamo con una domanda semplice ma importante: perché si acquistano follower fake?

Buongiorno e ciao a tutti! In generale l’acquisto avviene per ‘sembrare più grandi’ agli occhi degli altri e, per quanto riguarda le agenzie, per mostrare alle aziende e ai brand che la presenza su Twitter è strategica.

In un punto del tuo articolo dici che l’adv su Twitter – visti i numeri ‘gonfiati’ dei follower – è inutile: ragionando per eccesso che senso ha allora aprire lo stesso account?

L’apertura di un account da parte di aziende e marche è ormai diventata una necessità, una cosa che fanno tutti anche solo per il semplice fatto di mostrarsi più vicini agli utenti. E’ bello mostrare di comunicare apertamente con gli utenti, non metterei in discussione il ruolo degli account.

Quello che invece criticherei sono sia gli obiettivi per cui si apre una presenza corporate su Twitter sia le metriche utilizzate per misurare la sua efficacia. Visto l’elevato numero di fake sul social network non penso sia più di valore parlare di RT, citazioni, risposte, e a livello di obiettivi uno strumento come Twitter dovrebbe servire esclusivamente per entrare in contatto e portare l’utente verso altri spazi, magari offline.

Sempre nel tuo articolo sostieni che Twitter non ha motivo per ‘dare la caccia’ ai finti follower, perché contribuiscono alla creazione di massa critica.

Esatto, e l’idea va letta anche in ottica di una futura quotazione di Twitter in Borsa. Non penso che la dirigenza del social network abbia alcun interesse di cancellare i propri account fake, che è comunque una pratica diffusissima e alla luce del sole. Nelle mie ricerche ho parlato con molti strategist e giornalisti anche statunitensi, che mi hanno fatto esempi incredibili a riguardo. Anche molti magazine online tra i più diffusi hanno una base follower acquistata e che compie azioni automatiche ogni volta che un contenuto viene pubblicato.

D’altra parte, se anche volesse farlo Twitter avrebbe grandi difficoltà a individuare esattamente quali utenti sono finti e quali veri ma inattivi. Se i software per generare e gestire fake vengono impostati bene, non si riesce a distinguere. Unica cosa che Twitter potrebbe fare è vedere da che IP si connettono, ma nel report mostro anche come questa operazione sia aggirabile e aggirata dai provider di tali servizi.

Parliamo invece dell’altra grande piattaforma, Facebook. Hai qualche dato a riguardo?

Anche su Facebook c’è un bel mercato, con la differenza che mentre su Twitter la vendita del servizio è palese e rivolta a chiunque – attraverso questi tweet di account che ti propongono direttamente le offerte – su Facebook il discorso è più orientato verso i brand e le fanpage. Inoltre, su Facebook c’è un problema di privacy: basta settare le proprie informazioni come private e diventa pressoché impossibile capire se si tratta di un utente vero o un bot.

Su Twitter invece, come dicevo, c’è un grande misto: stavo proprio studiando i follower dei profili di alcuni politici, e notavo come sia quasi impossibile alcune volte dire con sicurezza se si tratta di un soggetto reale o meno. Un problema in questo caso diventa allora la strumentalizzazione del tema.

Lasciamoci con una guida rapida per allargare la propria base follower in poche, semplici mosse…

Per prima cosa serve il software: ho oscurato i nomi per varie ragioni, ma si trovano abbastanza facilmente. Per superare il captcha esiste un tool apposito, e il passo successivo è l’acquisto delle mail. A quel punto occorre creare delle cartelle per fare i follower: per esempio distinti tra maschi e femmine. Per esempio dunque ne creiamo due, e dentro quella dedicata alle femmine si inseriscono foto femminili – anche scaricate dal web. Il passo successivo consiste nella creazione di diversi file txt per le biografie e gli altri dati. Poi carichiamo il materiale nel software. Andiamo nella parte dedicata al tweet management e creiamo alcuni tweet, oppure li prendiamo ‘pre-costruiti’ da altri account. Una volta fatto partire il programma, farà tutto da solo. Gli utenti creati si andranno a infilare in un database ad hoc, composto solo da bot.

Strumenti potentissimi, dunque.

Pensiamo a cosa possono fare a livello di alterazione di trending topic, top tweet, etc. C’è un mondo ancora da scoprire, e non solo dedicato a Twitter. I professionisti che li sviluppano ci sanno fare, sono molto skillati e sanno benissimo quali sono le reali necessità di chi opera con e sui social media.

Eolico marino: l'energia pulita vale il paesaggio?

Come reagireste nel vedere un enorme palo metallico ancorato nelle acque basse proprio di fronte la vostra spiaggia? E cambiereste idea sapendo che quel palo, con la sua turbina, produce energia pulita e perenne, abbastanza da far abbandonare i progetti di trivellazione laggiù, dietro la collina con i mandorli in fiore?

Questo è essenzialmente il dubbio dell’eolico marino (conosciuto come “offshore”) italiano, la più controversa forse tra le fonti di energia rinnovabile: accettare una tecnologia pulita che porta forse all’estremo gli impatti paesaggistici dei parchi eolici terrestri.
Ma come procede lo sviluppo dell’eolico marino? Bene, se si guarda a livello internazionale, ed europeo in particolare. In Italia, invece, è ancora fermo… al palo.

Le potenzialità dell’eolico marino

L’eolico marino si basa su tecnologie similari a quelle dei parchi eolici convenzionali: grossi rotori ad asse orizzontale, mediamente più grandi dei loro dirimpettai di collina, e collegati alla rete elettrica. I costi di installazione sono sensibilmente più alti a mare, per i maggiori costi di ancoraggio al fondo marino, e per i cavi elettrici sottomarini.

La profondità del fondale e la distanza dalla costa sono elementi fondamentali per l’economicità e la profittabilità di un progetto di eolico marino: il basso fondale rende più facile ed economico l’ancoraggio, la distanza dalla costa aumenta il costo di installazione iniziale, ma garantisce solitamente venti più forti e regolari, oltre a “nascondere” le grosse pale dagli sguardi della popolazione, in genere molto sensibile all’impatto paesaggistico.

Risultano pertanto ideali i bassi fondali a medie/grandi distanze dalla costa, combinazione molto comune ad esempio nel Nord Europa.

Nel 2011, il mercato mondiale dell’eolico marino è stato di 2,05 miliardi di euro (vs. 1,46 del 2010), per una potenza totale installata di 850 MW. E in Italia?

L’impasse italiana

In Italia la situazione è ferma o quasi, nonostante che sia stato approvato e presentato all’Unione Europea un piano che prevede l’installazione di circa 700 MW elettrici con l’eolico marino (offshore) al 2020. I progetti certamente non mancano, sopratutto quelli in acque basse (10-20 metri) ad una distanza a 3-4 miglia dalla costa, diversi dei quali a buon punto con il processo autorizzativo.

Le potenzialità sono davvero notevoli sopratutto per gli impianti in acque profonde situati a 10-20 miglia dalla costa, basati su piattaforme galleggianti, al punto di raddoppiare la produzione eolica totale, arrivando a pareggiare la produzione da idroelettrico. Notevole sarebbe anche l’impatto occupazionale innescabile dai nuovi impianti: secondo l’European Wind Energy Association il settore creerà 300 mila nuovi posti di lavoro nel settore entro il 2030.

Paesaggio, burocrati ed uccelli migratori

I progetti si scontrano però spesso con la diffidenza e la resistenza delle popolazioni locali, scettiche e timorose per l’impatto paesaggistico. Uno spiraglio in tal senso potrebbe arrivare dai nuovi progetti di parchi eolici “galleggianti” e non più direttamente agganciati al suolo, un pò come già avviene per le piattaforme petrolifere.

Le associazioni ambientaliste hanno spesso posizioni contrastanti sul tema. Emblematico è il caso del parco eolico che dovrebbe sorgere al largo di Tricase. Da Legambiente rilevano che contestare a priori qualunque progetto rischia di minare la credibilità quando si trattera’ di opporsi ai progetti veramente impattanti. Non permettera’ inoltre all’Italia di raggiungere l’autosufficienza energetica e liberarsi dalle vere fonti energetiche inquinanti, petrolio, carbone e nucleare”.

Un altro fattore ostativo è certamente la burocrazia complessa che rende le fasi autorizzative lunghe non invogliando nuovi investitori. La lunghezza dell’iter autorizzativo è mediamente del 40-50% maggiore della media europea. La tedesca Wpd ha già speso 350mila euro per lo studio di impatto ambientale, incluse trivellazioni di 50 metri sui fondali per studiare la stratificazione del terreno ed i risultati di un anno di monitoraggio sul campo dei flussi degli uccelli migratori.

Potenzialità e dubbi convivono in ogni progetto di eolico largo costa. I prossimi mesi ci diranno forse quale sarà il sentimento e l’orientamento che l’Italia vorrà prendere. Non servirà aggiornarsi sui giornali o riviste specializzate: basterà scrutare l’orizzonte del mare con un buon binocolo.

 

Polaroid sbarca nel retail con i negozi Fotobar

L’azienda statunitense, fondata nel lontano 1937 in USA, e che vide il grande successo tra gli anni ’70 e ’90 con le fotocamere istantanee, torna sul mercato puntando a far rivivere la brand experience che da sempre la contraddistingue.

Al prossimo CES 2013 (Consumer Electronics Show) Polaroid presenterà ufficialmente il piano d’apertura di una serie di negozi ad alto contenuto esperienziale in cui i consumatori potranno finalmente liberare le proprie immagini preferite, finora relegate ai propri device digitali (smartphone, tablet, ecc.), e trasformarle in piccole gallerie d’arte.

“Attualmente sono circa 1,5 miliardi le foto scattate ogni giorno, e questo numero continua a crescere con lo sviluppo degli smartphone – ha dichiarato Warren Struhl, founder and CEO of Fotobar LLC. Sfortunatamente, soltanto una piccola parte di queste riescono ad uscire dai dispositivi per essere esposte nella propria casa e in ufficio. Perché? La ragione è che trasformare questi scatti in qualcosa di tangibile, creativo e permanente non è né semplice né divertente per gli utenti. I negozi Polaroid Fotobar cambieranno tutto questo.”

L’azienda conta di aprire nel 2013 negli USA almeno 10 Fotobar, il primo dei quali a Delray Beach (Florida) il prossimo febbraio. Gli interni degli store sono il risultato di una progettazione durata oltre 12 mesi e sono totalmente disegnati attorno l’esperienza del consumatore, per aiutarlo a trasformare i proprio scatti in arte.

Una nuova tecnologia permetterà agli utenti di trasmettere dai propri smartphone in modalità wireless i propri scatti ad una delle “workstation” del bar (anche direttamente da Facebook, Instagram e Picasa). A quel punto gli utenti potranno utilizzare le postazioni per ottimizzare le proprie fotografie in maniera semplice e veloce attraverso effetti e filtri.

Una volta caricate le immagini i clienti potranno scegliere tra una vasta gamma di materiali (tra cui metallo, legno e bamboo) e supporti per realizzare le proprie “opere d’arte”. Il tutto verrà rigorosamente realizzato a mano e pronto per essere spedito in 72 ore in tutto il globo.

La possibilità di toccare con mano e sentire l’unicità dei materiali disponibili per le stampe sarà un aspetto critico dell’esperienza del consumatore in store. Inoltre ogni Fotobar sarà arredato come una galleria d’arte con pezzi di qualità su tutte le pareti.

All’interno dei negozi ci saranno poi i “Phototenders”, uno staff di esperti di fotografia che guiderà il cliente dall’inizio del processo alla fine. “The Studio” sarà poi un’area dedicata completamente  a corsi di fotografia, feste e ritratti.

Insomma i Polaroid Fotobar aspirano a divenire dei veri e propri centri d’intrattenimento e svago, un po’ sulla scia di Starbucks. Ma riusciranno a bissare anche solo minimamente il suo successo?

 

L’esperienza Fotobar è già disponibile online sul sito polaroidfotobar.com

Share or Die, solo per manager che credono alla condivisione [RECENSIONE]

Parleremo di Societ-ing più che di Market-ing per discutere, con una prospettiva più ampia, dei cambiamenti in atto nella nostra società, di conseguenza dell’intero sistema economico.

La metamorfosi della nostra epoca suggerisce un clima nuovo, in cui sempre di più la gente si aspetta che le imprese permettano loro di migliorare la propria vita e quella delle proprie comunità.

Un atteggiamento premiante, dove le aziende si orientano a scelte più sostenibili, impegnandosi a migliorare la qualità delle vite dei suoi pubblici di riferimento, beneficiando della diffusione spontanea del proprio verbo tra i suoi pubblici.

Ruolo fondamentale quello dei nuovi mezzi della comunicazione, che rendono plausibili modelli di marketing non basati esclusivamente su scambi economicistici (focus sul momento delle vendita, della transazione economica) ma che possano mettere a sistema oltre al denaro anche altre monete come la reputazione, la fiducia ed il valore di legame tra gli utenti qualora la marca (o l’azienda, o l’imprenditore stesso) riesca a concepirsi come una piattaforma di socializzazione.

E’ in questa ottica che il Market-ing diventa Societ-ing.

Il Marketing concentra (o forse concentrava) la propria prospettiva sulla figura del marketing manager, invece un più ampio approccio richiede attenzione non solo per il punto di vista delle imprese, ma anche per le istanze dei consumatori e di tutti quei soggetti che a vario titolo stabiliscono delle relazioni con le imprese.

Per tale ragione il termine Societing (societ-ing) contiene la radice di società, non sono più i soli attori tradizionali di mercato – le imprese – ad agire, e soprattutto ognuno di noi può agire sulla società, con azioni che hanno ricadute anche sul mercato. Le imprese come le comunità e le tribù di consumatori.

 

Per quanto il contenuto di queste righe possa apparire lontano dai quotidiani discorsi sull’economia Nazionale e Globale, c’è un fervore positivo nel nostro paese, sensibile a temi di studio oggi poco discussi, per questo complessi, ma interessanti e fondamentali. Ed è presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione di Milano (IULM) che è partito quest’ anno il primo indirizzo in Digital Marketing Management dell’ormai storico corso di laurea Magistrale in Marketing, Consumi e Comunicazione coordinato dal Professor Guido Di Fraia.

Da qualche anno Alex Giordano ha il piacere di condividere con Guido Di Fraia e lo IULM percorsi di ricerca sui temi di frontiera del nuovo marketing e della comunicazione contemporanea, tuttavia da quest’anno il corso in Società delle Reti e Societing ha trovato fortissimi riscontri con gli argomenti trattati in “Share or Die”.

Per questo lo scopo di questa prima esperienza di classe con il corso di Società delle Reti e Societing è anche fortemente orientata ad individuare, organizzare e misurare l’impatto sociale delle imprese, compresa, anzi preferita, la possibilità di misurare il senso e l’impatto sociale delle StartUp proprio per evitare – come ci mette in guardia l’amico/collega/fratello Salvatore Iaconesi – che “gli startuppari diventino un prodotto, bello impacchettato e non degli imprenditori”.

Il rischio c’è ed è palese.

Ed è proprio per dare gli strumenti critici ai giovani neo-imprenditori sociali del futuro, per non finire ad essere merce nuova in un mercato vecchio, che è importante riflettere sulle possibilità offerte da una cultura della condivisione, su una economia delle relazioni che, almeno virtualmente, rende possibile trasformare in denaro qualsiasi cosa: conoscenze o abilità specializzate, beni usati e reti sociali, passioni o tempo libero.

Per questo abbiamo deciso di farci un regalo importante e di farlo a tutti i giovani italiani traducendo l’ebook “SHARE OR DIE – voci di una generazione smarrita in tempo di crisi” curato da Malcol Harris e Neal Gorenflo del magazine Shareable con una prefazione di Cory Doctorow. (scaricabile qui la versione italiana dell’ebook “Share or Die”)

Libro cult che raccoglie una serie di testimonianze positive di giovani che sono riusciti a rispondere al fallimento del presente mettendo in gioco le loro passioni, i loro talenti, la loro creatività. Giovani che stanno facendo prove generali di futuro sostituendo, ad esempio, la parola “proprietà” con la parola “accesso”, la parola “acquisti” con la parola “scambio”.

Ciò è da intendersi sia in termini di vite condotte all’ insegna del consumismo sia in relazione agli habitat a cui hanno dato origine.

Tradurre e distribuire gratis nella rete questo libro è stato un modo per confrontarsi con storie che affrontano in maniera diversa i problemi del presente, consapevoli che c’è molta rabbia e disillusione in questo libro, con del cieco ottimismo piuttosto che ingenuità.

Quello che , però, più di qualunque altra cosa ci è piaciuto e che ci fa piacere condividere è che questo è un libro di realistica speranza, un libro che mette in mostra la creatività di persone riflessive che stanno imparando che ci sono percorsi alternativi per la felicità, che la ricchezza è più dei soldi e che la connessione è al centro della comunità, non importa se passa attraverso un mondo virtuale, una rete sociale o ad una interazione faccia a faccia.

La condivisione non è solo una strategia intelligente, è necessaria per la nostra sopravvivenza come specie.

Questo è sempre stato così, ma la nostra condizione, oggi, è particolarmente grave- usiamo il 50% in più delle risorse naturali all’anno di quelle che la terra può rimpiazzare. Sia la popolazione globale sia il consumo pro-capite stanno crescendo ed è palese che ormai ci sia la necessità di condividere su scala globale velocemente, o si muore.

Ma la minaccia non è solo una morte biologica.

Noi non possiamo né sopravvivere né vivere bene a meno che non condividiamo.

E la nostra irriverente speranza è che le giovani voci di questo libro facciano risvegliare anche nei giovani italiani l’idea che la condivisione può salvare loro stessi ed il mondo.

Consumatore; un termine in disuso

NetCitizen, i cittadini interconnessi, con un ruolo diverso e che sarà presto dominante: in tutte le parti del Mondo i netcitizen stanno esplorando come usare beni e servizi in un’ottica assolutamente collaborativa, combinando le proprie esigenze personali a quelle della società, ricercando e creando nuovi modi per godersi la vita ed allo stesso tempo vivere in maniera sostenibile.

Per questo lo scopo di questa prima esperienza di classe con il corso di Società delle Reti e Societing è anche fortemente orientata ad individuare, organizzare e misurare il valore nel denaro sociale ed alternativo.

Virtualmente una cultura di sharing rende possibile rendere denaro qualsiasi cosa: conoscenze o abilità specializzate, beni usati e reti sociali, passioni o tempo libero. Non è un caso che molti dei nuovi modelli di business emergenti in rete siano fondati sul baratto (non scambi monetari) e sullo scambio di tempo e responsabilità.

Consapevoli che molti degli esempi qui tradotti e curati dai ragazzi del del corso di “società delle reti e societing” 2012-2013 al primo anno dell’indirizzo in Digital Marketing Management del corso di laurea Magistrale in Marketing, Consumi e Comunicazione dello IULM, sono ben distanti dalla realtà italiana, ci ha fatto piacere approfondire e condividere con tutti gli studenti italiani di oggi una ventata di aria positiva.

Un almanacco di possibilità diverse per affrontare in maniera diversa un momento di crisi, consapevoli che saranno loro a decidere ed a costruire nuovi modi possibili di vivere e con-vivere in un mondo che richiederà a tutti di essere contemporaneamente buoni manager di se stessi e della propria comunità e non solo buoni manager in materia di marketing, di consumi e di comunicazione.

Ricola Winter Tour riscalda il tuo inverno! [EVENTO]

Dieci località sciistiche italiane per ventuno giorni di attività e di sorprese: stiamo parlando del Ricola Winter Tour 2012/2013! Ricola Winter Tour riscalda il tuo inverno! [EVENTO]

Ricola Winter Tour 2012/2013

La Quinta edizione del Ricola Winter Tour è entrata nel vivo dopo la prima tappa a Passo del Tonale e la tappa di Folgaria. Tante altre tappe vi aspettano tra magnifici scenari di montagna da vivere in relax e divertimento grazie alle famose caramelle e tisane alle 13 erbe balsamiche.

Quest’anno Ricola invade l’intera penisola, da Nord fino a Sud, con le sue specialità svizzere… e non solo!

Passo del Tonale, Folgaria, Bardonecchia, Paganella, Terminillo, Etna, Cortina d’Ampezzo, Madesimo, Cervinia e S. Caterina Valfurva: queste le dieci tappe coinvolte che vedono protagonisti gli “igloo giallo Ricola“.

Ricola vi aspetta in ciascuna località montana con due villaggi, uno in quota e uno a valle, con tutta la sua gamma di caramelle e tisane calde, per scaldare anche gli sciatori più freddolosi.

Il tutto in compagnia dell’inconfondibile mascotte Mr. Ricola! Il maxi astuccio di caramelle che, quest’anno, in versione “total black”, vi presenta il nuovo gusto, Ricola Liquirizia.

Ricola Winter Tour riscalda il tuo inverno! [EVENTO]

Le attività

Cosa c’è di meglio che immaginarsi sulle piste a godersi la neve, a guardare il paesaggio mozzafiato, mentre si sorseggia una tisana calda in compagnia della propria metà o dei propri amici?

Ebbene, per quanto sembri impossibile, c’è altro… anzi, tanto altro!

Durante il tour non solo i visitatori potranno rilassarsi davanti ad una calda tisana ma, grazie alla collaborazione con il Gruppo Cisalfa Sport, leader della distribuzione sportiva in Italia e punto di riferimento per chi vuole acquistare prodotti per lo sport e il tempo libero, ci sarà anche la possibilità di fare ski test gratuiti con le migliori marche e di provare le maschere Salice.

Ma in montagna non basta ripararsi dal freddo con le tisane o con l’abbigliamento adeguato, quindi saranno molto graditi i fazzoletti offerti da Worldcart, azienda specializzata nella trasformazione di carta monouso, e i prodotti offerti da Blistex Lip Care Solutions, partners del tour.

Ci saranno tante sorprese anche per i più piccoli che, nel pomeriggio saranno accolti con merendine Balconi, tanti giocattoli Mattel, libri e activity book. Insomma, Ricola Winter Tour vi coccolerà in tutto e per tutto!

Ricola Winter Tour riscalda il tuo inverno! [EVENTO]

Divertimento e relax, ma anche solidarietà!

Il 7 aprile si svolgerà a Sunny Valley l’undicesima edizione di “Scia con i Campioni” la gara che coinvolge campionissimi attuali e del passato, organizzata dall’Associazione “Sciare per la Vita”, l’Onlus fondata da Deborah Compagnoni al fine di sensibilizzare alla ricerca contro le gravi malattie, quali la leucemia.

Come ormai da tradizione, il Ricola Winter Tour si conclude a Santa Caterina Valfurva in occasione di questo evento sportivo eccezionale a supporto dell’ONLUS.

Da anni il Ricola Winter Tour insieme al suo main sponsor sostiene “Sciare per la Vita” organizzando durante tutte le sue tappe una raccolta fondi; quest’anno il ricavato della vendita di scalda collo e braccialetti Macrameo sarà interamente devoluto all’Associazione. Insomma, un tour davvero imperdibile! Allora, prossimo appuntamento a Bardonecchia (TO) il 12 e 13 gennaio!

E per chi, per forza di cose o per il troppo freddo, non riesca ad essere presente c’è la pagina Facebook dedicata con gli aggiornamenti in tempo reale !

Best of Ninja Marketing 2012

Cari Ninja, il nuovo anno è alle porte. Addentriamoci nei nuovi ritmi lavorativi guardando ai Ninja-articoli fondamentali del 2012, selezionati per voi dai nostri editor!

Marketing

 

Bruno Bertelli: dalle vittorie a Cannes ai trend futuri dell’adv [INTERVISTA]

Obama VS Romney: due brand “made in USA” a confronto

Cinquanta sfumature di marketing, le ragioni dietro il successo della trilogia erotica

Social Media

7 validi motivi per convincervi a uscire definitivamente da Facebook con l’anno nuovo

Followers robot su Twitter? Alcune riflessioni sulla ricerca di Camisani Calzolari

I 5 social network del 2012

Design

Dirty Tricks dalla A alla Z: soluzioni pratiche ai momenti di disperazione creativa

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