Alessandro Fusacchia: Il Governo e le startup [INTERVISTA]

Ultimi aggiornamenti e chiarimenti sull'iter del Decreto Crescita e sul Rapporto "Restart Italia!", ma non solo

Alessia Di Raimondo

Sub-Editor Sezione Startup

Non è un politico, bensì un “tecnico”, ma preferirei presentarlo come un giovane professionista preparato e instancabile, che ha preso per mano le startup italiane per dargli dignità e opportunità, guidandone il cammino verso una nuova realtà nazionale.
Stiamo parlando di Alessandro Fusacchia, con cui ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata per un’intervista esclusiva per noi di Ninja Marketing.

Alessandro, classe 1978, è Consigliere per gli affari europei, i giovani, e l’innovazione del Ministro Corrado Passera.
In precedenza ha lavorato a Bruxelles per il Consiglio dell’Unione Europea, e ancora prima a Roma, per il Ministro del Commercio internazionale e presso l’ufficio G8 della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Insegna all’Istituto di Studi Politici di Parigi e alla School of Government della LUISS, e ha conseguito un Ph.D. presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole. È stato il presidente di RENA dal 2007 al 2011. Ha pubblicato due romanzi.

Gli ultimi aggiornamenti sull’iter governativo pro startup

Alessandro, in questi giorni è previsto un vertice bilaterale tra Italia e Israele, considerata una “startup nation”. Parlerete anche di startup con il Governo israeliano?

Qui in Israele, dove siamo in missione per 36 ore, c’è stato ieri un evento di rilievo a cui hanno partecipato startup italiane del settore digitale e media. È stata una vetrina importante. L’ICE ha fatto un bel lavoro e svilupperà in futuro azioni sempre più significative per sostenere le nostre startup nel mondo. Oggi si tiene il vero e proprio vertice intergovernativo. Anche qui, ci sarà una forte “dimensione startup”. Si tratta del primo importante appuntamento internazionale con cui cominciamo a far vivere quel quadro normativo e di policy che abbiamo creato con le norme contenute nel secondo decreto crescita pubblicato in Gazzetta ufficiale sabato scorso.

Contestualmente alla prosecuzione dell’iter legislativo per la conversione del decreto in Parlamento, vogliamo infatti cominciare a promuovere a livello internazionale il fatto che l’Italia fa sul serio quando dice di voler diventare un Paese “amico delle startup”.
Lo scopo – a medio termine – è anche quello di attrarre capitali e talenti dall’estero.

Concentriamoci sul Rapporto Restart Italia! e sul Decreto Crescita

Torniamo per un attimo a quaranta giorni fa. “Sperando che da domani inizi un gran baccano in tutto il Paese”: hai esordito così alla vigilia dell’evento di presentazione del Rapporto “Restart, Italia!”. Cosa ti aspetti che si “muoverà” in Italia concretamente dopo la recente firma del Decreto Crescita da parte del Presidente Napolitano?

Negli ultimi mesi abbiamo lavorato intensamente per fare due cose: arrivare a formulare un pacchetto di misure importanti per creare un ambiente favorevole alla nascita e allo sviluppo di aziende startup innovative, e fare in modo che si sviluppasse in Italia una consapevolezza diffusa, non limitata solo agli addetti ai lavori, sulla rilevanza di questo progetto per la crescita economica, l’occupazione giovanile, la possibilità di rendere il nostro Paese più veloce e dinamico, capace di tornare a scommettere sulle sue energie migliori.

Mi aspetto che questa grande mobilitazione pubblica aiuti a mantenere alta l’attenzione necessaria per dotarci di una legislazione e di strumenti importanti, e che dal giorno successivo alla conversione in legge molti, italiani e stranieri, decidano di approfittare di questo nuovo quadro di opportunità.

Cosa ha realmente determinato la nascita di un’azione mirata per le startup innovative italiane?

Le startup mettono insieme impresa, innovazione, giovani. Vale a dire, tre priorità assolute per il Paese. Era doveroso intervenire. Rendere la vita più facile ai tanti italiani che vogliono scommettere sulla loro creatività e sul loro spirito imprenditoriale. Se vogliamo “trasformare il Paese” – uso l’espressione usata dal Presidente del Consiglio in occasione della presentazione del decreto – non potevamo non affrontare temi come le startup o l’agenda digitale.

Sono ponti sul futuro. Strumenti non solo normativi o tecnologici, ma prima di tutto culturali, che ci possono consentire di recuperare il ritardo accumulato con altri Paesi. Per noi è stato anche un modo per raccontare l’Italia che vorremmo avere nei prossimi anni.

Se dovessi immaginare il nostro Paese tra 10 anni, cosa sarà cambiato in termini di opportunità di crescita, lavoro ed imprenditoria giovanile?

Mi immagino un Paese veloce, dinamico, pieno di opportunità; dove il talento è valorizzato e non esistono barriere; dove gli stranieri non vengono solo per i musei, i paesaggi o perché si mangia bene, ma perché si respira un’aria diversa. Me lo immagino con molta energia diffusa.

Un posto dove è possibile sviluppare e realizzare il proprio potenziale; dove nascono tante cose che oggi nemmeno riusciamo ad immaginare. Un Paese che ha deciso di puntare pesantemente sulla formazione delle nuove generazioni e che attraverso la tecnologia genera servizi che migliorano la qualità della vita, di tutti e, in particolare, delle persone più anziane.

Cosa c’entra tutto questo con il lavoro che abbiamo fatto per dotarci di una normativa sulle startup? C’entra molto, perché è un pezzo del puzzle di quest’Italia che vorrei tutti insieme diventassimo nei prossimi dieci anni. Basta questo per arrivarci? Certo che no. Ma è chiaro che se si può fare per le startup, si può fare per molto altro.

Nel rapporto si parla di “Ecosistema di Startup” in Italia. Pensavate ad una Silicon Valley made in Italy? Riconosci all’Italia tali potenzialità?

Non credo onestamente che lo scopo sia costruire a tavolino una Silicon Valley italiana. Dobbiamo piuttosto fare in modo che i nostri territori maturino pienamente coscienza di quanto sia importante, per il loro sviluppo economico e sociale, diventare ecosistemi locali che favoriscono l’insediamento e la crescita di startup innovative.

Nel rapporto Restart, Italia! abbiamo inserito un capitolo dedicato proprio a questo. Deve essere chiaro che non c’è una formula magica da applicare. Dobbiamo partire dalle nostre specificità. Abbiamo un tessuto produttivo certamente in affanno, ma anche ricchissimo di storia, saperi e capacità. Dobbiamo ripartire da quello, e fare un innesto di innovazione.

Le istituzioni pubbliche, a livello locale e regionale, hanno l’occasione di dimostrare che vogliono e sanno diventare veloci, dinamiche, capaci di facilitare, semplificare, sostenere l’imprenditorialità dei loro cittadini.

Quale aspetto del Rapporto e del relativo decreto ritieni sia più innovativo ed agirà davvero da propulsore pro-startup e quale, invece, ritieni ancora controverso, da perfezionare?

Il lavoro sulle startup è certamente migliorabile. Ritengo però che abbiamo gettato delle basi molto solide, creando un quadro di riferimento articolato e organico a livello nazionale che interviene su tante materie differenti, come la semplificazione amministrativa, il mercato del lavoro, le agevolazioni fiscali, il diritto fallimentare.

Inoltre, fornendo una visione di medio periodo – che è quella delle 170 pagine del rapporto Restart, Italia! – indichiamo la strada per il futuro. Alcuni strumenti che stiamo introducendo sono potenzialmente rivoluzionari. Il crowdfunding, ad esempio, è un modo altamente innovativo di raccogliere capitali diffusi che avrà un effetto “collaterale” di collante sociale, aggregando tanti cittadini diversi a partire dalla volontà comune di portare avanti un’idea imprenditoriale innovativa.

Cosa ci sarà da perfezionare tra un anno o due? Non lo so, ma non è questo il punto. Il punto è che abbiamo messo in piedi un meccanismo di monitoraggio e valutazione molto rigoroso che ci permetterà di vedere gli effetti nel tempo di queste misure e quindi, se servirà, di aggiustare il tiro. Nessuno ha la palla di vetro e può dire oggi cosa servirà aggiustare. Ma accettiamo che ci saranno probabilmente delle modifiche da fare, e creiamo un meccanismo per capire quali dovranno essere.

Voglio credere che nei prossimi anni sarà sempre di più il metodo a decidere la qualità del lavoro che le istituzioni, a partire dal Governo, saranno in grado di fare al servizio dei cittadini.

A proposito di crowdfunding, sono poche ancora le piattaforme dedicate in Italia. Pensi che adesso grazie al suo riconoscimento e alla nuova disciplina si moltiplicheranno e potrà rappresentare una concreta alternativa per il finanziamento dei progetti imprenditoriali?

Sospetto di sì. Col decreto abbiamo creato le condizioni per lo sviluppo di questo strumento, rimandando i dettagli, che saranno fondamentali, alla Consob. C’è il rischio che non funzioni, che resti inutilizzato per mille ragioni. Ma c’è anche il rischio opposto: che diventi davvero uno strumento che aiuta a cambiare radicalmente il Paese, che innovi la maniera in cui si raccolgono capitali presso tanti cittadini, la maniera in cui si sostengono tanti progetti imprenditoriali.

Nel dubbio, noi abbiamo deciso di dotare l’Italia di una legislazione all’avanguardia. Decideranno imprenditori, investitori e cittadini se riusciremo a diventare, sul crowdfunding, un Paese che “fa scuola”.

Nel Decreto Crescita si parla di 200 milioni di fondi stanziati da subito e, poi, 110 milioni che verranno stanziati di anno in anno pro startup. Come le “startup innovative” dovranno e potranno concretamente fare appello a questi fondi?

Attenzione: il pacchetto per le startup vale circa 200 milioni, ma non vuol dire che ci siano soldi a pioggia a disposizione delle startup. Lo scopo del nostro intervento non è mai stato quello di creare una nuova categoria di imprese e poi dare finanziamenti come è stato sempre fatto in passato, con risultati troppo spesso deludenti, e soprattutto generando sprechi, zone d’ombra, arbitrarietà.

La filosofia del lavoro sulle startup è un’altra: potenziamo tutti gli attori dell’ecosistema che possono contribuire a sostenere le startup. Le risorse finanziarie non devono venire direttamente dallo Stato. Ma lo Stato crea le condizioni per cui il sistema economico è incoraggiato a mettere risorse a disposizione di imprenditori con idee e progetti innovativi.

Un esempio? Siamo intervenuti dicendo che le aziende che faranno investimenti in startup, aiutandone quindi la capitalizzazione nei primi anni di vita, potranno beneficare di uno sgravio fiscale. Le aziende mature hanno modo di fare investimenti in innovazione, le startup hanno modo di reperire i capitali necessari per crescere.

Sono incentivi come questi – incentivi, non sussidi a pioggia – che, per la parte startup del decreto legge, valgono circa 120/130 milioni di euro. Poi ci saranno le risorse aggiuntive messe a disposizione da Cassa Depositi e Prestiti per aumentare la massa critica di capitali di rischio. Stiamo parlando di una somma compresa tra 50 a 100 milioni. Ecco come si arriva ad un pacchetto per le startup di un valore di circa 200 milioni.

Calmiamo un po’ gli animi chiarendo che ruolo ha l’Università nel decreto. In che misura il possesso del titolo di dottore di ricerca per i componenti del team è necessario per potersi qualificare come “startup innovativa”?

Su questo punto si è creata un po’ di apprensione, e comprensibilmente, perché alcuni hanno detto che solo i dottori di ricerca potevano avviare una startup. Non è assolutamente cosi. Tra i criteri contenuti nel decreto che servono per essere considerati startup, ce ne sono tre che abbiamo individuato per capire e “riconoscere” quando quella che abbiamo di fronte è una nuova impresa innovativa e tecnologica.

Il primo riguarda le spese di ricerca e sviluppo, quindi le attività della startup. Il secondo prevede che almeno un terzo del team sia dottore di ricerca o dottorando o abbia svolto almeno tre anni di ricerca qualificata. Il terzo ha a che fare con la proprietà intellettuale, e quindi fa riferimento al fatto che la startup sia titolare o licenziataria di un brevetto. Non bisogna possederli tutti e tre. Sono criteri alternativi. Se uno non rientra nel secondo, può quindi far riferimento al primo o al terzo.

Aggiungo anche che per il primo – quello che forse verrà utilizzato nella maggior parte dei casi – abbiamo previsto che il bilancio della startup sia accompagnato da una nota integrativa che evidenzi le spese di ricerca e sviluppo, che per una startup sono in molti casi diverse da quelle più “classiche” delle grandi aziende mature.
Credo pure che il riconoscimento di un valore particolare alla ricerca sia importante per creare in Italia un mercato del lavoro per i tanti nostri dottorati e dottorandi di qualità.

E poi non ci limitiamo solo all’Italia, ma creiamo un incentivo per le startup per andare a caccia dei migliori cervelli anche fuori dai confini nazionali.

Il pensiero di Alessandro: il “tecnico” e l’uomo

Se fossi tu un potenziale startupper, cosa lanceresti sul mercato? In che settore ti “butteresti”?

Credo che ci siano opportunità in ogni settore. L’Italia è all’avanguardia su tanti fronti. Con una battuta, mi verrebbe da dire che la mia startup l’ho già fatta! Fino a febbraio lavoravo a Bruxelles. Sono rientrato per lavorare col Ministro Passera e tra i dossier che sto seguendo le startup sono sicuramente quello che finora mi ha richiesto maggiori energie. Mi ci sono dedicato come se fosse una startup. Partendo da un’idea innovativa. Certamente non di business, ma di policy.

Un messaggio tuo personale per i giovani startupper italiani:

I tempi non sono necessariamente rassicuranti. Ma scommettiamo su un’Italia diversa, e costruiamola insieme. Il Governo sta cercando di fare la sua parte. Voglio però essere chiaro: c’è una startup che nessuno di noi può fare da solo. È quella con cui far ripartire la nostra economia e rendere più giusta la nostra società. È una startup che opera prima di tutto a livello di consapevolezza, cultura e coscienza civica. E che si basa sull’’innovazione più importante e profonda: la capacità di ciascuno di noi di guardare al mondo e a se stesso diversamente, senza quella paura che paralizza.

Tu hai vissuto un’esperienza lavorativa fuori, in Belgio, e sei rientrato in Italia. “Restart Italia!” vuole essere anche un incoraggiamento per i giovani perché resistano alla tentazione di scappare all’estero ed investano, invece, le loro competenze in Italia costruendo qualcosa di proprio, anziché limitarsi a cercare tra ciò che il Paese offre ed al momento è saturo?

Da una parte considero che andare all’estero oggi sia, per chi può, un’opportunità di formazione e crescita personale e professionale. Dall’altra, constato che una generazione intera di giovani italiani è oggi tentata dalla fuga; che tantissimi italiani se ne vanno anche quando vorrebbero restare; che pochi tornano e che pochissimi stranieri vengono da noi, che non sia per trascorrere le ferie. Restart, Italia!, il lavoro del Governo sul fronte startup, vuole contribuire a costruire e raccontare un’Italia diversa. L’Italia delle opportunità.

A 34 anni hai due libri alle spalle, un’esperienza al Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, il G8 ed ora un ruolo chiave al Ministero dello Sviluppo Economico. Che evoluzione c’è stata in te, professionalmente parlando, attraverso tutte queste esperienze? Qual è la tua carta vincente? Insomma, non dirci solo “sono bravo!”, questo lo abbiamo già ben chiaro.

Ho sempre cercato di non farmi troppi sconti e di mettere passione in ciò che facevo. Soprattutto, non ho mai accettato situazioni o persone che non mi convincevano. Ma la carta vincente, ammesso che esista, è stato capire relativamente presto che più di tutto contano le persone con cui fai le cose. Ho capito che i maestri li avevo intorno. Molto spesso erano miei coetanei, compagni di università, di stage, di lavoro, o persone conosciute in RENA che avevano la mia stessa testardaggine. Persone che non avevano paura a dirmi “forza, che questo Paese lo aggiustiamo”. Che me lo hanno detto sorridendo, e contro le quali non ho potuto fare altro che alzare le mani, e arrendermi.

E allora tutto sta nel trovarsi questi compagni di viaggio lucidi, appassionati, vaccinati contro i mali dell’Italia, che hanno voglia di condividere una strada con te. Se vuoi, è la stessa filosofia con cui nascono le startup.

E si conclude così questa intensa chiacchierata con Alessandro. Sì, perché ci piace chiamarlo per nome. Un giovane professionista che sta al timone di una nave che ha preso la giusta rotta per condurre l’Italia imprenditoriale verso un orizzonte nuovo, speriamo tutti.

Ringrazio personalmente Alessandro Fusacchia per le preziose condivisioni e per i chiarimenti che ci ha fornito su ciò che a volte è oggetto di polemiche più perché non si conosce abbastanza, che non per ragioni concrete.
C’è entusiasmo ed ottimismo tra le parole lette, cerchiamo di sposare questi sentimenti positivi e remiamo noi giovani per primi verso la ripresa dell’Italia.