Life

Perché la soddisfazione non è tutto e dovremmo cambiare le nostre abitudini

L'esperienza di chi ha vissuto senza elettricità per un anno in una grande metropoli come New York, chi ha raggiunto la vetta professionale per poi decidere di abbandonarla per diventare minimalista

Quando è stata l’ultima volta che hai acquistato un oggetto: ti sei chiesto se fosse proprio necessario? Saresti curioso di scoprire cosa accadrebbe se interrogativi simili ce li ponessimo quotidianamente?

consumismo

C’è una tradizione giapponese chiamata Kintsugi o Kintsuroi (letteralmente “riparare con l’oro”) : quando si rompe un oggetto di ceramica lo si ripara incollandone i frammenti con una lacca giallo rossastra naturale e spolverando le crepe con polvere d’oro. Non si tratta di una pratica economica anche se la filosofia dietro è affascinante: l’oggetto messo in ordine, per l’imprevedibilità delle crepe, diventa unico al mondo e porta con sé la sua storia. (In realtà c’è un mondo sommerso sotto questa tradizione ma adesso mettiamolo da parte.)

La lavatrice della nonna

Ricordi la lavatrice di tua nonna? Io sì, ed è sempre stata la stessa.

È vero, gli oggetti “duravano di più”, duravano anche 20 anni, erano sicuramente diversi da quelli che acquistiamo oggi dove ogni cosa ha una scadenza – seppur non espressamente dichiarata. Quanto è folle produrre oggetti di scarsa durata con le insufficienti risorse del nostro pianeta? Guardati intorno: quante cose inutili ci sono intorno a te? Di quante di queste potresti farne a meno?

Viviamo dalla parte fortunata del pianeta: anche questo aiuta il protrarsi di questi fenomeni.

Sì, neanche io c’ero 70 anni fa, non posso dire di averlo costruito: ma quando uso prodotti usa e getta, quando compro qualcosa che ho già perché magari sono in viaggio e ne ho bisogno, quando con la scusa dei saldi porto a casa qualcosa che non è necessario, allora anche io sto alimentando questo sistema.

Nel film Into the wild, in cui il protagonista si rende conto di volersi allontanare dalla società, alla ricerca disperata di una realtà che lo faccia sentire protagonista e non attore che subisce gli ingranaggi di un mondo che non gli piace, abbiamo visto il gesto estremo di un malessere incontenibile. È possibile praticare azioni nella vita quotidiana che tengano conto e si prendano cura anche dell’altra parte del mondo?

No, nessun sms solidale.

No, nessun bonifico.

No, non ti sto chiedendo di andare alla stazione a portare cibo ai senzatetto.

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Credits: National Geographic

Da dove partire

Iniziamo a vedere alcuni esempi e fermiamoci a pensare. Ti propongo due documentari:

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  • NO IMPACT MAN: l’esperimento di una famiglia ecologicamente corretta nel cuore di New York. Per un anno Colin Beavan e la sua famiglia hanno provato e sono riusciti a: produrre meno rifiuti; non utilizzare il frigorifero e non utilizzare elettricità; non mangiare carne; non utilizzare carta igienica e pannolini usa e getta; non utilizzare l’automobile; comprare solo cibo a chilometro zero (sua moglie non aveva mai cucinato e mangiava solo al ristorante prima dell’esperimento) ed eliminare il superfluo. Missione impossibile? Quali nuove abitudini avranno voluto dopo quest’esperienza?

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È vero, il titolo è pretenzioso, ma forse ci rivedrai un po’ di te. Torna il correre-lavorare-produrre-guadagnare-far girare l’economia-generare rifiuti-non fermarsi a pensare.

Studiare, essere ambiziosi, voler scalare la vetta, raggiungerla e rendersi conto che la vita non è poi così bella come si pensava, c’è una terribile insoddisfazione che l’obiettivo di vita tanto bramato non riesce a quietare, fa emergere la necessità di porsi domande e cambiare direzione.

Il documentario, tra gli altri, vede protagonisti Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, due minimalisti convinti che girano il mondo per diffondere la loro filosofia.

In rete ci sono altri documentari interessanti, Google ti aiuterà.

Consumismo vs materialismo

Il consumismo può essere definito “l’amore per l’acquisto, l’amore per l’affare, l’amore per la ricerca dell’unicità di un oggetto, la dimostrazione di uno status sociale” ma soprattutto un senso transitorio di soddisfazione.

Il consumismo è un piacere legato al momento dell’acquisto e non all’uso del prodotto, mentre il materialismo è l’amore delle cose, in entrambi siamo alla ricerca di un vantaggio psicologico e sociale.

Venditori e psicologi sono consapevoli di questo fenomeno: esiste uno stato d’animo chiamato “il rimorso del compratore” in cui  la gioia dell’acquisto è così veloce (e di conseguenza il declino dell’emozione), che si sente il bisogno di restituire l’oggetto per comprarne uno nuovo, così da rialzare nuovamente l’apice delle emozioni.

Spesso amiamo le nostre cose per l’atto simbolico di possederle, mostrarle e sentirci parte di una categoria, appartenere ad un gruppo di ricchi-fighi-alla moda.

Una nuova cultura

Se riusciamo a comprendere che ogni nostra azione ha un effetto sull’ambiente e sul futuro, se vogliamo arginare cambiamenti climatici pericolosi dobbiamo iniziare subito a cambiare le nostre abitudini.

Se ci sarà un cambiamento sarà dato solo da una nuova cultura.

Colin Beaven afferma: “The fact of the matter is that if only I change, it’s not going to make a difference, but the hope is that if each of us as individual change, it’s going to inspire everybody to change. So I believe the most radical political act there is, is to be an optimist. The most radical political act there is, is to believe that if I change, other people will follow suit”.