Analisi

Il caso Anna Frank e perché la scuola dovrebbe educare ai social

Riflessioni sugli effetti online dell'immagine di Anna Frank usata per insultare i tifosi giallorossi e su quanto sta crescendo l'odio sul web

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Antefatto: il gruppo ultràs della Lazio Irriducibili, domenica scorsa, per punizione per i loro cori razzisti sono stati “costretti” a seguire la scorsa partita della Lazio dalla curva sud, la “casa” del tifo giallorosso. Per “profanare” in qualche modo il luogo tanto caro alla tifoseria avversaria, hanno scelto di lasciare un segno del loro passaggio. La curva è stata così tappezzata di adesivi raffiguranti Anna Frank con la maglietta della AS Roma e numerosi sticker recanti, rispettivamente, le scritte “froci” ed “ebrei”.

La notizia è arrivata su tutti i giornali il lunedì, e martedì è entrato in tendenza l’hashtag #AnnaFrank, rimasto in prima posizione per tutta la giornata. Il web è giustamente insorto per denunciare un gesto gravissimo di odio razziale, soprattutto in un Paese che riguardo l’antisemitismo ha sempre avuto cattiva memoria e lingua troppo corta.

Urlare online il proprio dissenso

Molti, moltissimi, si sono affrettati a esprimere la propria indignazione: solo su Twitter sono stati in 606 gli utenti unici a twittare nelle prime ore della giornata, per una reach complessiva di quasi 6 milioni di utenti. Numerose i fotomontaggi raffiguranti Anna Frank con tutte le maglie delle squadre, sottolineando il valore positivo della memoria.

Nel turno infrasettimanale di campionato, sia la AS Roma sia la Lazio scenderanno in campo con una maglia commemorativa di Anna Frank, e Lolito assicura che saranno presi provvedimenti. Del resto ricordiamo che La Figc, nel settembre/ottobre 2016, ha aperto un’inchiesta per il comportamento di alcuni tifosi italiani che durante, il match di qualificazione ai Mondiali del 2018 contro Israele, ha fatto il saluto romano. La Fifa ha punito la FIGC con una multa da 30mila franchi.

Questi i fatti riguardanti il caso #AnnaFrank.

Il fenomeno dell’hate speech a sfondo razzista e antisemita in particolare, non è però un fenomeno isolato. Soprattutto online. Forse è il caso, data l’occasione mediatica, di riflettere un attimo lontano dalle luci della ribalta di retweet e like su come l’odio online razzista sia in realtà diffuso e poco contrastato.

Hate speech antisemita online: una piaga diffusa

Secondo una ricerca del World Jewish Congress nel 2016 sono stati pubblicati online oltre 382mila contenuti online antisemiti, in media di un contenuto ogni poco più di un minuto. Circa il 65% del volume antisemita proviene proprio da Twitter, mentre Facebook registra l’11% grazie alle nuove politiche di standard della comunità più stringenti.

In Italia, secondo il report 2016 dell’Osservatorio Antisemita, solamente i siti web antisemiti italiani nel 2016 sono circa 300. Su alcuni siti (e omonime pagine Facebook) sarebbero presenti, secondo l’Osservatorio, addirittura liste antisemite con nomi e cognomi di persone additate come nemici ebrei.

Ma se ci indignano questi fenomeni online tanto palesi, devono allo stesso modo farci sentire oltraggiati quei comportamenti online meno evidenti e che nella consuetudine sfumano i loro tratti di disumanità per divenire accettabili agli occhi di chi legge.
Gli insulti di stampo antisemita classificati scientificamente come tradizionali, sono tristemente diffusi. È di tre mesi fa l’episodio pubblico del deputato Massimo Corsaro che ha apostrofato il collega Emanuele Fiano con parole di scherno antisemita.

Educare ai social

Se da un lato appare evidente l’importanza di continuare a raccontare e anzi intensificare il racconto di cosa è stata la Shoah, dall’altro lato è ancora più importante che questo sia accompagnato da una riflessione su un uso consapevole dei social media.

Non è più rimandabile il ripensare l’offerta formativa scolastica alla luce dei nuovi linguaggi digitali e di un odio online che ha trovato libera espressione e amplificazione. Se da un lato le piattaforme devono continuare a lavorare per garantire ambienti digitali più “sani”, dall’altra è impensabile non rivedere la formazione dei nostri figli.