Come la Sharing Economy può salvarci dalla crisi economica

Il caso di Airbnb e Uber, nuclei centrali della nuova Sharing Economy

Federico Gambina

Web Editor & Social Media Specialist

Possiamo salvarci dalla crisi economica utilizzando servizi di sharing?

Secondo uno studio presentato recentemente alla National Bureau of Economic Research dal professor Arun Sundararajan e dal ricercatore Samuel Fraiberger della New York University, startup come Uber e Airbnb, che costituiscono il nucleo centrale della nuova “sharing economy”, possono avere un effetto particolarmente positivo sulle persone con redditi più bassi.

Salvarci dalla crisi economica attraverso piattaforme come Airbnb e Uber

Sappiamo bene che la sharing economy offre la possibilità di accedere a beni e servizi che un tempo erano economicamente dispendiosi, presentando una varietà di scelte a portata di mano. Casi come quello degli USA dimostrano quanto potere abbia sul PIL di una nazione, secondo uno report della MBO Partners fatto sui lavoratori autonomi, si evince che quasi 1,2 trilioni di dollari di reddito totale è stato generato da quest’ultimi.

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Salvarci dalla crisi economica non è cosa semplice: le dinamiche necessarie per rimettere in moto i complicati meccanismi di crescita del reddito personale risultano difficilmente individuabili e, spesso, non sostenibili.

Questo modello di sharing indica una direzione del tutto diversa: invece di far leva sulla crescita delle condizioni salariali o di bonus esclusivamente economici, mira a rivalutare il potere di acquisto della persona in relazione a determinati servizi. Il risparmio può essere un indicatore di benessere personale come e forse più del mero consumo.

Impossibile però sottrarsi alle critiche. I più convinti detrattori sostengono che a farne le spese siano quei lavoratori rimasti fuori dal gioco e che si vedono scartati a favore ad esempio di Airbnb, nel caso di un alloggio, o di Uber per quanto riguarda il servizio taxi.

Rimanere però ancorati a dinamiche lavorative, se non desuete, almeno non attuali, non credo risolva il fulcro della questione: il mercato cambia e le forme di assistenzialismo, garantite e sacrosante, elargite per decenni in maniera mirata per tutelare posti di lavoro in aziende decisamente poco competitive, hanno ritardato inevitabili crisi aziendali basate su carenze strutturali e sono inevitabilmente ricadute sui lavoratori, anni dopo, in una situazione economica peggiore e con il mercato del lavoro talmente contratto da rendere quasi impossibile il reintegro, l’impiego alternativo e, ormai per ragioni di opportunità, la formazione.

 

 

Vi è anche la preoccupazione che i benefici della sharing economy possano produrre un qualche tipo di rafforzamento delle barriere sociali, offrendo vantaggi solo a coloro che hanno la capacità di condividere le cose di loro proprietà. Lo studio della New York University non tocca la questione del lavoro, ma conferma che questa possibilità spinga le persone a possedere un bene per generare entrate economiche, che sia un’auto o un appartamento.

The Dark Side of Sharing economy

Un aspetto decisamente negativo per le persone che lavorano su queste piattaforme riguarda la difficoltà, almeno iniziale, di pareggio economico. Considerato che la maggior parte delle aziende peer-to-peer prendono una percentuale del reddito lordo del fornitore, i lavoratori finiscono per guadagnare meno soldi rispetto al prezzo pubblicizzato e pagato dai consumatori. I fornitori finiscono, quindi, per dover lavorare più ore per arrivare a percepire un salario congruo e all’altezza delle aspettative. Come spiega Baker: “C’è sicuramente il rischio che i lavoratori sfrutteranno stessi”.

Infatti, mentre le aziende della sharing evolvono in maniera esponenziale, i fornitori sono costretti ad affrontare una grande sfida economica.

Un’idea per risolvere questo problema è quella di formare società di lavoratori per i fornitori, in grado di agevolare la contrattazione collettiva con le piattaforme per cui lavorano.

Anche se le imprese della Sharing Economy come Airbnb e Uber sono nate con la sana idea di creare nuovi imprenditori, questo ha portato alla rottura dei vecchi modelli di business, generando un gran caos non solo all’interno di grandi industrie ma anche nella vita di tutti i giorni delle persone che si guadagnano da vivere condividendo quel poco che posseggono.

Riuscire a superare questa considerazione valutando correttamente che questi nuovi modelli economici non sono causa delle difficoltà economiche ma anzi, proprio da queste traggono linfa vitale e vantaggio economico, può condurci ad una sana espressione di un mercato in continua evoluzione, evitando di trovarci spiazzati, persone e imprenditori, nel nuovo mondo del business.