TEDxMatera: l’Ancient Future per Alex Giordano [INTERVISTA]

Dalla fine di un amore passionale con i social media per un'idea di opportunismo nella social innovation, la rinascita di Alex all'interno di un nuovo progetto come RuralHub che presenterà a Matera

Dopo aver conosciuto meglio Federico Ferrandina tra gli speaker che interverranno al TEDxMatera il prossimo 20 maggio, non poteva mancare il confronto con il co-fondatore di Ninja Marketing, Alex Giordano, che ci introduce all’Ancient Future con queste importanti riflessioni.

Chi è Alex Giordano


Personaggio eclettico, è stato tra i pionieri italiani di internet. Insieme a Mirko Pallera fondanel 2004 il collettivo Ninja Marketing, che diventa il primo osservatorio sul marketing non-convenzionale ed i social media, diventa un riferimento italiano nella cultura del social networking e dell’innovazione.

Addvisory Board del progetto di ricerca “Responsible Business in the Blogsphere” presso il Center for Corporate Values della Copenhagen Business School; docente di web communication e marketing mediterraneo presso l’istituto Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri e direttore scientifico del Forum Internazionale sul Marketing e Management Mediterraneo, progetto di ricerca italo-francese (Euromed-Bocconi) che lavora su un modello di Marketing sostenibile. Si occupa di ricerca in campo di Etnografia Digitale e Netnografia dirigendo il Centro Studi Etnografia Digitale da lui co-diretto con Adam Ardvisson.

Direttore Scientifico delle scuole di perfezionamento sulla Netnografia “Digital Ethnography Week” organizzate dall’Università di Milano, dalla Fondazione Ahref e dal Centro Studi Etnografia Digitale. Direttore scientifico del Festival di Internet di Pisa (2013) e membro del board della Maker Fair di Roma (2013), è considerato tra i massimi esperti di Social Innovation.

Con la pubblicazione di Societing Reloaded eravamo rimasti alle tue affermazioni sul ruolo dei social media per il societing e per la social innovation: cosa ti sembra sia già cambiato in tali contesti rispetto ad un anno fa?

“Mi spiace cominciare con una nota apparentemente pessimista, ma devo dire che rapidamente il terreno sta diventando sempre più scivoloso.
Così com’era successo in passato con tante forme di organizzazione, com’è stato per la communication guerriglia, per il social networking, così anche la Social Innovation ci ha messo poco a diventare un’ideologia pericolosa.

Un Hype funzionale ad un certo modo di fare giornalismo, una parola vuota che vuol dire tante cose e spesso nulla. Tutta questa enfasi data alla social innovation, unita anche al fatto che rappresenti una nuova ghiotta opportunità in termini di finanziamenti europei, ne ha fatto un ennesimo strumento al servizio del personal branding a scapito di una autentica e necessaria attitudine “social”.
E questo forse si spiega col fatto che in questo continuo e repentino senso di spaesamento, dato dalla radicale mutevolezza della società fluida, l’abitudine a non avere abitudini non solo diventa necessario ma viene elevato a requisito professionale.
Le tecnologie avanzate non provocano spaesamento ma riducono a profilo professionale la stessa esperienza di spaesamento e in questo quadro, per citare il filosofo P. Virno, opportunismo e cinismo diventano le tonalità emotive del nostro tempo”.

Cosa intendi con opportunismo?

Fuori da ogni moralismo potremmo definire l’opportunista come colui che trovandosi a che fare con un flusso di possibilità sempre più intercambiabili si tiene disponibile per il maggior numero di esse. E questa, che a primo acchito sembra essere una caratteristica positiva del social innovator, e forse lo è, sfocia nel suo eccesso osceno quando acquisisce una rilevanza tecnica.
L’opportunista è diventato ormai una figura professionale di chi va in giro, tra convegni e conferenze, a trattare il sociale con taglio tecnocratico o, peggio, riducendo il tutto a griglie, schemi e liturgie del post-it. Tutti strumenti utili e necessari ma ammesso che rimangano strumenti. Siamo in epoca nuova e diversa che ha in sè i semi per aiutarci a scegliere di coltivare un futuro diverso ma un futuro nuovo ha bisogno di azioni coraggiose: dobbiamo imparare a morire come ego per rinascere in una moltitudine. Ma mi rendo conto che è più rassicurante, anche se distruttivo, incasellare nelle vecchie categorie mentali tutto il nuovo che si presenta a nome della “social innovation” .
Che Dio ce la mandi buona…”

Sei appena rientrato in Italia dopo una pausa dai social network abbastanza importante: cosa è successo in questo periodo?

La verità è che mi ero innamorato troppo. Ero finito vittima di un amore passionale che poteva essere distruttivo per entrambi i partner. E come capita in questi casi ho capito che forse la passione poteva essere pericolosa e poteva farci bruciare entrambi: me ed il circo umano dei social media. Potevamo essere pericolosi l’uno per l’altro. Anzi eravamo pericolossissimi per il fatto stesso di essere la stessa cosa, l’uno realmente parte dell’altro e viceversa. E questo non riguarda solo me come studio di Etnografia Digitale ma un ormai un po’ tutti noi che scandiamo la nostra vita al ritmo della timeline. Allora ho preferito lasciare la città “per vedere quanto alte si erigevano le sue torri sopra le case”.

Ma attenzione, non ho inteso fare seppoku, lasciare i social media facendo morire la parte di me legata ai miei profili social, ma piuttosto ricercavo una forma di suicidio anteriore (cit. Antonin Artaud), non sentivo l’appetito di sparire ma quello di non essere mai caduto in questo circo umano. Ma ho capito che è impossibile ed ho avuto la conferma che vale sempre poco criticare è che è meglio utilizzare le energie verso un esercizio di comprensione. Siamo in flusso e dobbiamo esserci. Il problema è che non abbiamo avuto il tempo di adattarci a queste rapide mutazioni. Abbiamo mutuato estensioni del nostro essere troppo grandi a dispetto di capacità ancora molto ridotte di vivere con autenticità il nostro essere fluidi.
Non esiste l’infosfera come fatto a sè, come tecnologia, come infrastruttura, come ecosistema altro. Noi siamo parte dell’infosfera e questo da un lato estende (pericolosamente) le nostre possibilità dall’altro impone un senso di responsabilità enorme, guidato da strumenti critici che non abbiamo e che non sappiamo dove prendere.

Tra tanta enfasi della socialità in realtà quello che ci piace celebrare sono solo “ipotesi di relazione”. Stiamo preferendo la pornografia al sensualità, in un’orgia evolutiva al ribasso: abbiamo tecnologiche e strumenti che utilizziamo per scimmiottare quello che già esiste, per far peggio quello che altri strumenti anche primitivi facevano già piuttosto che metterci tutti a studiare come questi strumenti possano migliorare la nostra condizione umana”.

Superati i casi come il Brixton Village a Londra oppure Co/Auletta in Italia, in che modo credi si possano utilizzare i social media in questo momento per campagne di riqualificazione di centri urbani o rurali in Italia?

“Se è vera l’ipotesi dell’infosfera, di questo guscio fatto di informazioni elettroniche che avvolgono il reale, oggi si tratta di ridiscutere tutta l’ontologia: ogni cosa del reale sarà sempre di più essa stessa più tutti i livelli di informazione “aumentati” con le tracce scritte, volontariamente o involontariamente, dalle esperienze dei cittadini.
In quest’ottica si abbattono molti confini spazio/temporali e non esisteranno più centri urbani moderni e periferie rurali arretrate. Tutti si svolge in una dimensione fluida dello spazio e del tempo, dove la ruralità non è lontana ma diventa elemento dialettico per re-introdurre in maniera autentica anche nei contesti urbani e moderni alcune istanze fondamentali per la nostra sopravvivenza. Non mi riferisco solo agli orti urbani ma proprio alla coscienza ecologica, a stili di vita più umani ed a tutte quelle cose che per alcuni sembrano solo sogni lontani ma che per altri sono invece una vivida realtà presente.

In questo senso anche nei progetti di ricerca a cui stiamo lavorando (cfr www.ruralhub.it ), che indagano il rapporto tra ruralità ed innovazione, facciamo riferimento non ad una ruralità olografica e naif ma, per dirla con le parole di Ian Chambers (tra i fautori del Center of Cultural Studies di Birminghan), ad un concetto di ruralità critica.
Detto questo non credo sia la giusta posizione quella di pensare di poter fare i salvatori di centri rurali arretrati cercando di colonizzare una certa visione d’innovazione e sviluppo, credo che invece possa essere utile innescare dei rapporti dialettici dal cui confronto possiamo migliorare tutti”.

Allora non è importante il tema della banda larga?

Si lo è. Ma a patto che lo sia almeno quanto lo è acquisire gli strumenti critici per capire come possiamo utilizzare questo potenziale per migliorare le nostre comunità.
Il più arretrato paese delle aree interne potrà invidiare a Milano il suo cablaggio, ma ti assicuro che Milano ha tanto da imparare dal paesino su quel che significa comunità ed etica delle relazioni.
O davvero pensiamo che le comunità siano quelle cose mi legano a qualcosa perché anche io ho cliccato like su Facebook quando un culo ha attirato la mia attenzione?

Sulla scorta del tema del TEDxMatera, “Ancient Future”, in che modo ritieni che nella Smart City la tecnologia prenderà il posto dell’Agorà?


“Possiamo dire che le trasformazioni sociali in atto nel nostro tempo hanno come sfondo la crisi della classica ripartizione dell’esperienza umana in lavoro, azione politica e intelletto (o vita della mente).

In passato il lavoro è sempre stato sostanzialmente legato alla produzione, un processo ripetitivo e prevedibile. L’intelletto invece riguardato la vita della mente è di per se inappariscente (quello che pensiamo sfugge allo sguardo degli altri). L’Azione Politica la possiamo definire quasi per opposizione agli altri due ambiti: ha a che veder con il possibile e l’imprevisto perchè Interviene sulle relazioni sociali; non ingombrava i contesti di lavoro e intelletto ma li poteva modificare. E possiamo certamente dire che diversamente dall’intelletto, l’Azione Politica è pubblica, consegnata alla contingenza, al buzz creato dal passaporala dei molti, comporta “L’esposizione agli occhi degli altri” (Hannah Arendt).

Ora, senza scomodare le importantisisme riflessioni fatte da grandi filosofi da Aristotele a Paolo Virno, possiamo certamente affermare che per quanto siano state numerose le intersezioni anche nel passato questi ambiti rimaneva distinti per motivi strutturali. Oggi invece tutto il nostro agire è sottoposto allo sguardo di tutti ed alla sua relativa discussione. E pertanto diventa politico.
La possibilità delle tecnologie emergenti di mappare il “sentiment” rispetto ad un istanza o, addirittura, calcolare sulla base delle conversazioni dei cittadino lo stato d’animo di un posto, rendono pubblica e quindi politica finanche la dimensione dei sentimenti, la vita della nostra mente. Si sono dissolti i confini tra pura attività intellettuale, azione politica e lavoro.
In questo senso possiamo dire che quello che sta succedendo è l’esatto contrario: l’Agorà sta prendendo il posto delle Smart City Tecnologiche. Nel senso che, malgrado il tentativo di molte amministrazioni comunali o imprese che hanno interessi opportunistici verso gli investimenti dedicati a capitloi definiti “green” o “smart city” di marcare il territorio parlando di tecnologie che salveranno il mondo, quello che farà Smart una città è proprio il riaffermarsi della dimensione “politica”.
Le tecnologie saranno “smart” nelle città che sapranno utilizzarle per valorizzare le relazioni sociali tra i cittadini”.

Nel suo famoso studio etnografico, Edward Banfield descrisse la Basilicata attraverso il familismo amorale, alla base morale di una società arretrata. Come immagineresti una ricerca netnografica in Basilicata che possa superare questa teoria?

Paolini a Matera interpreta un simbolo di modernità

“Sarebbe interessante divulgare un po’ meglio quelle ricerche da chi furono divulgate e da con quali obiettivi 😉
Ma cercherò di rispondere circostanzalmentea alla tua domanda: quello che può fare l’Etnografia Digitale è di aiutarci a Capire che forse la parola “Basilicata” “se descrive in se una realtà ben definita sulle cartine politiche dell’Italia non è un termine che descrive bene tutte le “Geografie possibili” in termini di comunità locali, comunità di interessi, comunità di pratiche che sono aggregate sul territorio, che sono aggregate dal territorio, che sono aggregate per il territorio.

Le ricerche netnografiche sulle community online orientate alla sostenibilità hanno permesso di delineare il possibile ruolo dei social media in relazione a iniziative di consumo sostenibile e hanno portato gli autori a distinguere tra principali tipologie di Online Social Change Community ovvero di gruppi online che usano i social media al fine di provocare intenzionalmente un cambiamento sociale; ne hanno definito tre tipologie specifiche:
OSCC locally based: comunità online relativa ad una particolare comunità locale;
OSCC OSCC support-based: comunità che usa i social media per soddisfare specifici bisogni emozionali e informazionali;
OSCC issue-based: comunità focalizzate su particolari questioni sociali.
In quest’ottica ben venga il Familismo se comincia a riguardare la fiducia con le nostre comunità estese e se concepisce come estese queste comunità a prescindere dai rapporti di sangue o geografici.

In realtà è quello che sta succedendo nel Mondo di oggi e non solo in Basilicata. Tutte le relazioni e le forme sociali di vita emergenti si basano su i valori di Trust e Reputation. E la cosa se assume la portata globale non mi sembra un male in sé.

Quante comunità coesistono che partono dalla Basilicata o che comprendono gruppi di interesse in Basilicata esistono? Centinaia? Migliaia? Forse milioni. Ed ognuna di queste ha un “sindaco” sempre diverso scelto da una etica condivisa (ovvero da quello che abbiamo deciso insieme che siano i nostri valori) ed ognuno di noi può entrare ed uscire da questi comunità in base ai diversi momenti di vita.
Quindi ancora una volta la Basilicata e tutte le periferie del Mondo possono diventare elemento critico e dialogare con elementi presi dalle trasformazioni tecnologiche per aiutarci a superare le vecchie categorie del pensiero e le nuove ideologie tecnocratiche per lavorare tutti ad un nuovo Familismo Etico Esteso. Sarebbe fantastico! Anzi lo è, sta avvenendo già a prescindere da qualsiasi osservatore esterno”. 😉

Ci lasci qualche anticipazione sul tuo intervento al TEDxMatera?


Racconterò una storia, la storia dei ragazzi di RuralHub e di questo progetto di ricerca fantastico con il quale mi onoro di collaborare.
Di come si fonde con i percorsi legati all’etnografia digitale ed all’innovazione e che cosa può comportare per le politiche di sviluppo in Italia cominciare a considerare le aree interne e la dimensione rurale in ottica di social innovation.

In realtà l’apparente ossimoro di un “futuro arcaico” non è aldilà da venire. Anzi allo stesso tempo si dissolve e si amplifica in una dimensione dove la concezione del tempo lineare sta svanendo e si afferma sempre di più una visione del tempo puntiforme.
E parlerò che ancora una volta il recupero della dimensione culturale mediterranea ci accorre in aiuto per dipanare la complessità del tempo.
Era qui infatti, nel Mediterraneo, che il tempo aveva due nomi: Kronos e Kairos.

Recuperare questa dialettica è l’unico modo per tornare a comprendere che il tempo non è solo qualcosa di inesorabile che scorre a prescindere da noi, ma che è anche e sopratutto una “scelta”.
Spero che in questa ottica si possa uscire dalla dimensione dell’attesa per tornare a capire che è il momento di scegliere di scegliere.
Forse ci vorranno decenni per vedere ed apprezzare i risultati di questa rinascita, ma è oggi che abbiamo l’urgenza di fare questa scelta”.