Marketing agroalimentare contro la crisi. Ma l'impresa italiana è ostacolata [INTERVISTA]

Il "giardino biologico del mondo", conosciuto come la "Terra dei Fuochi", rappresenta per le imprese un esempio di sviluppo in contrasto con le teorie marketing agroalimentari. Ne ho parlato con Alex Giordano

Avevo paura che affermare che il marketing agroalimentare è, o può essere, una leva contro la crisi, potesse essere molto impegnativo, se non addirittura problematico. Invece qualcuno (più coraggioso di me) lo ha fatto e, il convegno “Il marketing agroalimentare: una leva contro la crisi” che si è tenuto lo scorso 4 novembre a Salerno ha attirato la mia attenzione anche perché, parlando alle piccole e medie imprese italiane che operano nel comparto agroalimentare, aveva lo scopo di aiutarle ad aprirsi ai mercati internazionali attraverso alcune riflessioni.
Per questo ha accolto, fra le altre voci, anche quella di Alex Giordano, che è intervenuto con l’esempio di “Rural-Hub: una via italiana alla social innovation“.

Il progetto italiano Rural Hub è stato selezionato di recente per partecipare al China Italy Innovation Forum, una tra le poche esperienze dedicate al settore dell’innovazione agrifood, che si terrà a Pechino il 14 dicembre prossimo: la scelta è stata dettata dall’alto valore innovativo di questo progetto legato ad un settore di interesse strategico per la cooperazione tra Italia e Cina in vista soprattutto dell’Expo Milano 2015.

Data l’importanza dell’argomento, ho quindi chiesto direttamente ad Alex Giordano di fare qualche considerazione sulle possibilità sostanziali che abbiamo in questo momento in Italia per dar vita ad una “social innovation”, capace di generare impatto economico ed ambientale grazie ad un ripensamento dell’industria alimentare.

In che senso il marketing agroalimentare è inteso come una leva di sviluppo contro la crisi?

In realtà non è tanto il marketing alimentare in sé, ma un certo modo di rivivere il concetto di agricoltura. In questo il RuralHub cerca di diffondere (e qui si spiega la mia presenza) un modello più vicino al Societing che al Marketing, un modello dove sono favoriti tutti i processi di socializzazione tra azienda, marca, prodotti ed i suoi pubblici. Dove tutto quello che normalmente è marketing inteso come branding o sistuito da uno storytelling autentico che i prodotti hanno in sé. Anzi, usiamo la parola esatta: Storia non Storytelling. C’è un patrimonio immateriale che lega le biodiversità italiane che è fatto di storie e che non è solo mercato ma anche cultura, antropologia o turismo.

Basta davvero riformare, filantropicamente, il sistema alimentare riportandolo sempre più verso la localizzazione del processo di “produzione-trasformazione-distribuzione del cibo”, come se la globalizzazione non avesse favorito l’equilibrio dei prezzi o la competività dei mercati?

Come sempre bisognerebbe chiedersi quali mercati? E poi a scapito di chi? Ovvero dove ricadono eventuali costi sociali di un certo tipo di affrontare l’agricoltura?
I giovani di oggi, quelli che scelgono di tornare all’agricoltura, non lo fanno in maniera naif o solo per una fascinazione romantica. Lo fanno con la consapevolezza che è impossibile considerare in maniera analitica quello che è un processo sistemico e che vede intimamente legate, come ci suggerisce Mario Pianesi, Ambiente > Agricoltura > Alimentazione > Salute > Economia.

Se seguiamo solo un pezzetto di questo sistema troveremo certamente vantaggioso comprare le arance in Sud America pagandole 10 volte in meno, lasciando deserti ettari ed ettari di terreni. Ma quando poi questi terreni abbandonati a se stessi diventano facile vittima di incendi o smottamenti non contiamo questi costi (sociali ed ambientali) nel bilancio?

Se cominciamo a farlo e se cominciamo a mettere nel conto economico anche la qualità della vita di questi giovani che tornano alla terra e se ci aggiungiamo anche la possibilità di attivare attorno ad essi sia le comunità locali per i prodotti e quelle globali per la loro fruizione vediamo che un certo tipo di rivedere l’agricoltura torna ed essere economicamente vantaggioso.

Facciamo i conti con la fattibilità: da nord a sud in Italia interi territori, probabilmente i più importanti per l’agricoltura, non sono coltivabili. A causa di inquinamento pericoloso e radioattivo nei terreni, le imprese del settore sono ostacolate, di fatto, nel loro lavoro.

Che tutto il Sud è inquinato è solo dichiarazione di certa propaganda. Facciamo apature serie e valorizziamo la biodiversità che è tanta. Pensa che nel Cilento sono state trovate almeno 80 varietà di Pere autoctone. Io ne conosco almeno 2 o 3, c’è tanto da fare.

Il più grande mercato europeo di prodotto agroalimentari, denominato “il giardino biologico del mondo”, però corrisponde proprio alla Terra dei Fuochi campana che tu citi. Allora in cosa consiste la rural/ social innovation in Italia?

Consiste nel mettere in gioco il vero fuoco creativo, quello dei cervelli e delle intelligenze di tante persone oneste e motivate. Quindi i decisori (università, politici ed enti a vario titolo) la finissero di essere collusi così come si è visto con le attività malavitose e lavorassero a fare una mappatura seria dei terreni malati. Poi la ruralinnovation, ripeto, non significa tornare in modalità pittoresca a fingersi agricoltore 2.0 ma è tornare alla terra sapendo che non solo di braccia abbiamo oggi bisogno ma anche di cervelli e di capacità manageriali.

Capacità che non consistono solo nel saper usare il web 2.0 per vendere i pomodori biologici a New York ma anche nel capire, ad esempio, che nei territori malati si può coltivare canapa destinata a scopi edilizi (mattoni o materiale fonoassorbente) che è ugualmente redditizio, non fa male perché non va ingerito e pare che (ma non so giurartelo perché non è mia materia) aiuti anche a disintossicare i terreni.

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