Fashion blogging: un esempio di paradosso 2.0?

La professione del fashion blogger nel 2012: innovare o... 'perire'?

Negli scorsi giorni, molte testate online hanno parlato – per lo più criticandole – dei/delle fashion blogger e del loro ‘lavoro’, per il quale cominciano a chiedere benefit e compensi economici non indifferenti. L’argomento mi sembra davvero interessante, e mi ha ricordato la volontà di trattarlo da qualche tempo. Approfitto dunque del tam tam per mettermi in coda, premettendo che la mia vuole essere una riflessione che possa riuscire a stimolare un po’ il dibattito, un pensiero che – guardandosi intorno – giova riprendere.

Tutto è cominciato da un articolo di Repubblica – “I nodi dei blogger vengono al pettine” – in cui si riportava la richiesta a 4 zeri da parte di una famosa blogger italiana per partecipare a un evento organizzato da un marchio di moda. L’approccio della testata – con tutto il rispetto – mi è sembrato un po’ retrò: come sottolinea giustamente Silvio de Rossi in un post che vi consiglio, non è possibile sconvolgersi ancora per il fatto che i blogger vengano pagati a volte anche profumatamente. Naturalmente questo non succede a tutti, ma il mestiere del blogger richiede aggiornamento, buona capacità di scrittura e altre conoscenze, e in più richiede tempo. Per collegarmi alla richiesta a 4 zeri, mi sembra un po’ il discorso fatto da chi dice che i calciatori guadagnano troppo e dovrebbero andare a lavorare: in realtà – e qui mi ricollego alla metrica del punto precedente – così come Messi riempie tutte le settimane lo stadio del Barcellona, fa vendere magliette e gadget della sua squadra etc. etc., un/una fashion blogger importante impatta sul fatturato di un’azienda in modo anche significativo (dipende molto dalle dimensioni dell’impresa), generando buzz con l’articolo, spingendo i fan all’acquisto del prodotto e, in definitiva, posizionandosi come un vero e proprio vettore di comunicazione aziendale.

Nel suo bel post “Come diventare una fashion blogger di successo”, Lorenzo Mapelli di Vibe introduce allora due argomenti interessanti, dicendo che il successo delle fashion blogger è dovuto alla poca quantità di professionisti in circolazione e introducendo scherzosamente (ma poi nemmeno così tanto!) alcuni consigli per avere successo in quel magico mondo.

In tutti questi contributi individuo un fil rouge. Tutti ormai conoscerete il modello base del processo comunicativo, elaborato da Shannon negli anni ’40 e che poi ha subito tanti cambiamenti, ma che rimane ancora valido:

mittente – codifica – messaggio – decodifica – ricevente (feedback)

Nulla di straordinario né innovativo per noi oggi, ma molto interessante per ‘leggere’ il ruolo del fashion blogger. Un mio professore universitario di linguaggi della pubblicità era solito dire che il peggiore esempio di comunicazione fosse quella proveniente dalle case di moda: sempre e solo immagini di persone perfette, nessuna volontà di dialogo e di interazione con l’utente. Ecco, a mio avviso, il punto critico: i contenuti generati dai/dalle fashion blogger, le cui logiche sono molto simili alla comunicazione offline.

Una delle grandi sfide dei blogger è quella di trovare sempre nuove forme e modi per coinvolgere i lettori, non limitandosi al semplice ‘compitino’. Questo i/le fashion blogger non lo fanno, limitandosi a qualche foto e pochi commenti, stando bene attenti/e a citare il brand che le paga e ponendosi il più delle volte in una posizione di superiorità rispetto al lettore, attaccandolo quando si ‘permette’ di dire qualcosa non in linea con la ‘linea editoriale’. Blogger che lavorano per uno dei settori più creativi al mondo senza rispettare il Cluetrain Manifesto: non ci vedete un bell’esempio di paradosso 2.0? Beh io sì 😉

Ecco allora la modesta proposta ‘alla Jonathan Swift’: se – come si dice ormai da tutte le parti – il futuro sarà nei contenuti, per continuare ad avere successo (e a farsi pagare così) i/le fashion blogger dovranno ‘sporcarsi le mani’ e migliorarsi, producendo prodotti editoriali di qualità che non si limitino a qualche fotina e a una riga in inglese. Dovranno aprirsi al multimediale, scendere dal piedistallo e fare interviste, parlare con voce più umana sottolineando anche quello che non va, creare dei meeting point reali/virtuali con i propri lettori, avviare progetti imprenditoriali innovativi che esulino dal semplice post per l’azienda XY. Insomma, dovranno tornare nella loro posizione iniziale di broker di comunicazione equidistanti tra aziende e utenti. Altrimenti la loro non sarà nient’altro che una moda passeggera (ma sì, leggiamoci un altro paradosso, questa volta linguistico!), non riusciranno a fare più presa tra gli utenti e impatteranno sempre meno nel bilancio delle aziende. E a quel punto, considerando anche l’aumento della competizione, chi li/le vorrà più? 😉

VUOI APPROFONDIRE L'ARGOMENTO?