Open Data, innovazione e riapertura ai mercati: intervista ad Ernesto Belisario

L'Open Data inteso non solo come messaggio di fiducia, ma anche come vera e propria possibilità di crescita e di fare impresa

Se ne parla già da tempo, molti ci hanno fatto startup, altri hanno convinto i propri governatori politici ad utilizzarli come vera e propria rivoluzione ed innovazione politica.

Parliamo di Open Data, i dati liberi.
Nell’era digitale i dati stanno assumendo un nuovo valore: hanno il potere di creare nuovi contenuti e nuove aggregazioni su internet. Sono di fatto un elemento fondamentale per la futura crescita economica e culturale della nostra comunità e hanno la possibilità di creare apertura e trasparenza, eliminando molte volte quella barriera tra cittadino ed amministratore.

Ne ho discusso con Ernesto Belisario, attivista del diritto 2.0 e co-autore di numerose associazioni a favore dell’utilizzo dell’ Open Data, cercando di approfondire i vari aspetti di questa risorsa in relazione alla cultura del bene pubblico.

“Ernesto Belisario è un’avvocato che si occupa in maniera particolare di diritto amministrativo e diritto delle nuove tecnologie da circa 10 anni. Studia l’uso delle tecnologie nelle PA e di come queste si evolvono. Nel tempo si è impegnato per costruire qualcosa che aiuti a diffondere i benefici dell’Open Government e dell’Open Data”.

Proviamo a spiegare ai meno addetti cosa è l’ Open Data e chi ha messo il primo piede verso questa ‘rivoluzione’.

“Open Data significa mettere a disposizione di tutti i cittadini i dati pubblici online. Il primo vero passo l’ha fatto Barack Obama, che nel dicembre 2010 ha reso obbligatorio per legge la trasparenza online e la pubblicazione dei dati che sono prima di tutto una risorsa resa disponibile per chiunque.

Quindi, prima Tim Berners-Lee che se n’è occupato dal punto di vista teorico, poi con il presidente degli USA che ha agito dal punto di vista del procedimento amministrativo.
E’ una cultura che gioverebbe a tutti, anche se acquisita in ritardo: si pensi ad esempio che la Francia, nonostante sia arrivata di molti anni in ritardo sull’open, attualmente conta più di 300mila dati disponibili online sul proprio portale istituzionale.

La gente mostra molto interesse nei confronti dei dati relativi all’economia, all’ambiente, alla legalità e ai trasporti”.

Cosa si è fatto in Italia?

“C’è stato il Piemonte, che dopo un breve periodo di silenzio e tanto dialogo è riuscita a far diventare legge regionale l’Open Data.
Lo scorso ottobre Brunetta ha inaugurato il portale italia.gov.it che è stato un ulteriore ed importante passo in avanti per questa cultura nella nostra nazione: ma per la vera ‘rivoluzione’ vanno portati i cittadini ad utilizzare questi dati e i giornalisti ad analizzarli e confrontarli.

Non bisogna assolutamente perdere questo treno, che è soprattutto una misura anti crisi e che va comunque supportata con ulteriori leggi a sua salvaguardia.

La trasparenza migliora anche la capacità decisionale.

Un esempio è quello del Messico nella crisi della British Petroleum: i dati raccolti sono stati messi online e i cittadini sono diventati veri e propri partner dell’azienda petrolifera per aiutare a portare soluzioni per la raccolta del petrolio che stava di poco in poco devastando l’area naturale nella quale si era riversato: in poco tempo si erano raccolte centinaia di idee giunte da ogni parte del mondo.

Sono imprese che creano posti di lavoro: in USA c’è Brightscope, tanto per mostrare un altro esempio, che lavora con i dati e nata proprio con l’open data, e ha stimato un fatturato di circa 10 milioni di dollari nel 2011, contando 60 nuove posizioni lavorative.”

Sono nati numerosi progetti in Italia, ultimo proprio Wikitalia, del quale sei parte attiva nel comitato direttivo.

“Si ci sono numerosi progetti vedi Wikitalia, SpaghettiOpenData, LinkedOpenData: è chiaro che più ce ne sono, meglio è per lo sviluppo di questa cultura.
Ma i movimenti dal basso hanno i loro limiti: in particolare ci sono due problemi per il quale molti amministratori pongono il freno a mano quando si parla di Open Data.
Il primo è senza dubbio la paura della trasparenza ed il secondo è la paura di perdita del consenso.

Le amministrazioni del Sud in particolare sono molto indietro, ma come ci possono mostrare numerosi studi ed infografiche è una parte di territorio che soffre addirittura ancora di digital-divide. Quindi portare a migliorare entrambe le cose sarebbe un investimento più che una spesa: si pensi che il portale governativo dell’Open Data in California con una spesa di 20 mila euro ha prodotto un risparmio alla stessa di 21 milioni di euro.

Quanto è importante, quindi, l’Open Data per lo sviluppo dell’economia?

“La pubblicazione dei dati genera fiducia da parte dei cittadini nei confronti della politica, ma soprattutto da parte dei mercati stranieri: più ci sono dati trasparenti e aperti, più ci sono investitori pronti a creare attività nel nostro paese.
Per esempio, la Georgia ha investito molto da questo punto di vista e in poco tempo è diventata il primo Stato per la lotta alla corruzione, con tanto di articolo sul The Economist e dunque una sponsorizzazione gratuita ed un invito ad andare ad finanziare attività nella nazione caucasica. Quindi l’Open Data è importantissimo perché genera partecipazione dal basso e grandissima credibilità dei mercati.”

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