Caso "Google / Vivi Down": e se ad andare in galera fosse la Libertà della Rete?

In carcere non ci andranno i manager di Google, ma la Libertà della Rete Carissimi Guerrieri, pur occupandoci di marketing, vogliamo portare alla vostra attenzione una questione che abbiamo particolarmente a cuore.

Si tratta di un caso giudiziario importante, che potrebbe scrivere una pagina della storia della democrazia digitale in Italia (e non solo) e che si sta svolgendo, crediamo, senza un sufficiente livello di attenzione e consapevolezza da parte del “Popolo della Rete”.

Di certo non ci aspettiamo che i media tradizionali – ben più interessati a narcotizzarci con escort e trans e a preparare le masse televisive a nuove e disastrose leggi “ad personam” – siano intenzionati a mettere in evidenza che il processo che vede in questi giorni imputata Google Italia sia determinante per le sorti del diritto alla libertà di espressione nell’era di Internet.

Si tratta infatti di un processo che potrebbe andare a ridefinire i confini di questa libertà e in definitiva della Rete in generale, nata come spazio libero e neutrale.

Crediamo che il popolo di cui noi ci sentiamo parte, quello della Rete – e che spesso ci troviamo a rappresentare nei nostri interventi pubblici sia come ricercatori che come imprenditori – debba alzare le antenne e prepararsi a dire la sua, ed eventualmente a lottare con tutte le forze per difendere il diritto fondamentale ad una Rete libera e Neutrale. Questo a prescindere dal caso di cronaca giudiziaria che vede implicata Google.

Mi viene infatti in mente quello che mi raccontò Steve Chen, uno dei tre fondatori di YouTube quando venne a trovarci in Costiera: la sua azienda avrebbe chiuso sotto le pressioni delle innumerevoli cause intentate delle case discografiche e cinematografiche se non si fosse messa sotto le più forti ali di Google. I giudici avrebbero infatti dovuto chiudere anche loro e con loro mezza Silicon Valley.

Durante le chicchierate serali con Steve, avendo visto da poco lo splendido Amistad, mi resi conto che le battaglie legali fra i protagonisti del “nuovo mondo” (le aziende Internet) e i vecchi poteri rappresentati dall’industria culturale, possono essere paragonati allo scontro rappresentato nel film di Spielberg: uno scontro di natura commerciale (i neri a quei tempi erano merce da vendere) che determina prima una sentenza favorevole agli schiavi e negli anni successivi  l’abolizione definitiva della schiavitù in America.

«La libertà non è un dono. È un nostro diritto dalla nascita. Ma ci sono momenti nella storia in cui bisogna appropriarsene.» recita il trailer del film di Spielberg.

E anche questa volta una causa penale in un piccolo paese ai confini dell’Impero come l’Italia, sembrerebbe celare una battaglia senza quartiere che ridefinirà i confini dei diritti fondamentali dell’uomo contemporaneo.

Per la cronaca Google si trova sul banco degli imputati per il caso “Vivi Down”, una associazione che tutela le persone disabili che ha denunciato la filiale italiana di Google per non aver rimosso tempestivamente un video di bullismo da YouTube. Il video, messo in rete l’8 settembre del 2006, ritraeva un portatore di handicap vessato dai compagni di scuola in un’istituto di Torino.

I vertici di Google sono accusati dalla procura di Milano per “illecito trattamento dei dati e diffamazione” e il pubblico ministero ha ieri chiesto per loro quattro condanne tra sei mesi e un anno.

La tutela dei diritti fondamentali non può essere calpestata sulla base soltanto del diritto d’impresa” hanno detto i pm nel corso della loro requisitoria. Non si tratta, hanno spiegato “di un problema di libertà, ma di responsabilità”. Secondo i pm, Google avrebbe avuto il dovere di “lanciare un sevizio responsabile, che non può calpestare i diritti fondamentali”. Google, secondo i pm, ha infatti tutto il diritto di fare impresa e di guadagnare, ma “deve farlo in modo responsabile.”

E su questo noi Ninja non possiamo che essere d’accordo. Anche secondo noi la responsabilità sociale dell’impresa è un valore fondamentale. Tuttavia, questo punto di vista legittimo nasconde una questione ancora più importante e universale.

Il caso Google solleva inequivocabilmente una questione chiave:

  • a chi deve essere affidata la responsabilità dei contenuti pubblicati in Rete dagli utenti?
  • deve essere affidata a chi fornisce piattaforme di sharing la responsabilità di censurare i contenuti preventivamente?
  • vogliamo davvero che si crei una specie di corpo di controllori dei contenuti caricati dagli utenti? Qualcuno che decida preventivamente cosa è bene e cosa è male come accade con le milizie del fuoco in Fahrenheit 451?
  • E rispetto a quali principi? Stabiliti da chi?

E se deve essere responsabile Google, lo devono essere anche Facebook, Libero Video, Dailymotion, che dovrebbero trovare il modo (credo sia impossibile se non a costi non sostenibili) di controllare e censurare preventivamente tutti i contenuti, foto, video, documenti, gruppi, che gli utenti pubblicano e creano.

Marco Pancini, responsabile dei Rapporti istituzionali per la sede italiana di Google, ha spiegato che ogni minuto nel mondo vengono caricate sul sito di video sharing qualcosa come 13 ore di video, che non potrebbero tecnicamente essere soggette a una “visione informata” da parte del provider.

Ma la ragione principale per cui il controllo preventivo non è possibile è quella filosofica e culturale e su questo chiediamo anche il vostro parere.

Su questa ragione punta Google Italia per difendersi nel processo: “Noi forniamo gli strumenti agli utenti, la responsabilità di quello che mettono online è loro”, specifica Marco Pancini. “Non potremmo mai arrogarci il diritto di scegliere cosa può andare bene e cosa no sulla Rete. Con questo non vogliamo sfuggire alle nostre responsabilità, ma è importante capire che ci troviamo di fronte a una rivoluzione culturale e noi, come Google, siamo i pionieri di questa innovazione”.

La questione centrale è proprio quella delle conseguenze sul mondo Internet di questo e altri casi diversi che vertono sulla libertà dei contenuti che girano sul Web. Si tratta dunque della libertà della Rete in generale e quindi, dal momento che la Rete è oggi il fulcro delle nostre relazioni e comunicazioni, della libertà in senso lato.

Ci chiediamo quindi cosa stia succedendo in Italia e se il caso di aprire gli occhi e di vigilare tutti insieme sulla libertà che ci ha permesso di comunicare, di fare impresa, di creare un mondo nuovo, di evolverci verso il futuro.

Come c’è scritto nella lettera aperta inviata alla Federal Communications Commission (Fcc), l’agenzia federale che si occupa delle telecomunicazioni negli Stati Uniti e firmata da Mark Zuckerberg di Facebook, da John Lilly, a capo di Mozilla, dal grande vecchio Eric Schmidt di Google, fino al cofondatore di Twitter, Evan Williams, passando per Linkedin, Skype, Flickr, YouTube e molti altri:

Imprenditori, tecnologi, e venture capitalist sono stati precedentemente in grado di sviluppare nuovi prodotti e servizi on-line con la garanzia di neutralità, di accesso non discriminatorio da parte degli utenti, che ha alimentato un’era senza precedenti di crescita economica e di creatività. Imprese reali sono state in grado di sfruttare la potenza di Internet per sviluppare linee di prodotti innovativi, raggiungere nuovi consumatori, e creare nuovi modi di fare business.

Un Internet “aperto” è il combustibile per un mercato competitivo ed efficiente, dove i consumatori sono liberi di fare le proprie scelte finali sui prodotti che hanno successo e quelli che falliscono. Questo consente alle aziende di ogni dimensione, dalla più piccola alla start-up alle imprese di maggiori dimensioni, di competere, portando la massima crescita economica e di opportunità“.

Una Rete “aperta, libera e neutrale” come precondizione per lo sviluppo economico ma anche baluardo della Libertà di Espressione, della Libertà di Identità, della Libertà di Creazione, della Libertà di Evoluzione. Questi sono secondo noi diritti fondamentali del cyber-cittadino. Su questi diritti vale la pena aprire un serio dibattito.

Chi ha interesse a dare una svolta autoritaria alla Rete, a restringerne i campi di libertà? Perchè il Comune di Milano si è costituito in questo processo parte civile chiedendo all’azienda centinaia di migliaia di euro?

Oltre alla reclusione dei dirigenti, Google potrebbe essere costretta a pagare una penale di 300mila euro a copertura di danni morali e materiali. L’associazione Vivi Down, la Onlus che nel 2006 aveva presentato la denuncia, risulta ormai l’unica figura, insieme al comune di Milano costituitosi parte civile, a volere la testa di Google, che potrebbe essere costretta a chiudere la sede italiana mandando a casa decine di lavoratori.

I genitori della vittima a febbraio avevano infatti ritirato la denuncia.

Suonano quantomeno inquietanti le dichiarazioni dell’avvocato di Vivi Down. Secondo lui il processo contro Google sarebbe importante anche in caso di sconfitta in aula, proprio perchè solleverebbe il tema del buco normativo italiano che riguarda i contenuti online. Camera, l’avvocato di Vivi Down ha dichiarato: «Potremmo anche arrivare, nel corso del dibattito, a un intervento del Parlamento per modificare o comunque migliorare le leggi italiane».

Pur nella necessità di una maggiore consapevolezza e autoregolamentazione della Rete, di un utilizzo più civico e responsabile della stessa, cosa possiamo fare noi cyber-cittadini che abbiamo a cuore i nostri diritti fondamentali perchè questo non accada, almeno non in una direzione dannosa per le dinamiche virtuose e per l’evoluzione sociale della Rete?

Il 16 dicembre tocca alla difesa di Google, e subito dopo ci sarà la sentenza. Noi Ninja continueremo a seguire il caso, pronti ad alimentare e sostenere un grande movimento per la libertà e neutralità della Rete. Fateci sapere chi è intenzionato a darci una mano.

Intanto in rete in dibattito è iniziato. Qui una serie di post per chi volesse approfondire il tema e partecipare al dibattito.

Vittorio Zambardino su Repubblica

Anna Masera sulla Stampa

Internazionale

Corriere della Sera