Cosa significa Street Culture e come fa un brand a parlare con le nuove generazioni

Con il suo impegno in AW LAB dà spazio e voce alla Generation Z, nella speranza di creare un mondo migliore per tutti coloro che hanno più futuro che passato.

Domenico Romano è Head of Marketing di uno dei brand più innovativi degli ultimi anni, è devoto alla creazione di storie, al consumatore e al ritorno sull’investimento, in passato è stato Direttore Marketing in Europa e Stati uniti per importanti brand Retail e Largo Consumo. Ci ha dato in una intervista un assaggio del suo punto di vista sul marketing in relazione alle nuove generazioni, di cui parlerà durante N-Conference, dove AW LAB sarà Culture Vertical Partner, regalandoci anche utili insight sui trend da tenere d’occhio nel 2020 e nel prossimo futuro.

Cos’è la Street Culture e chi è la Generazione Z

Innanzitutto raccontaci cosa significa Street Culture e come un brand può declinare questa cultura?

«Per AW LAB il concetto di Street Culture parte proprio dalla base semantica della parola cultura. Oggi intendiamo per cultura la formazione dell’individuo che possa insegnargli a stare nella società nel miglior modo possibile. E il punto è proprio questo: cercare di dare un’interpretazione della società attuale.

La Street Culture è il modo in cui le nuove generazioni si stanno formando. Sembra strano raccontare questa cosa, perché in genere siamo abituati a pensare alle nuove generazioni come ai ragazzini, nascosti dietro i mezzi di comunicazione, che hanno poi difficoltà nel relazionarsi agli altri. In realtà secondo noi c’è un problema di fondo di comprensione di questa generazione e crediamo fortemente che sia, invece, una generazione che sta costruendo una cultura di strada molto forte».

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Le nuove generazioni sono mondi ancora da scoprire, anche nel confronto con una tecnologia in frenetico progresso. Come si fa a parlare a questa generazione e qual è il segreto per non fermarsi mai?

«La tecnologia ha cambiato sia il loro modo di accedere alle informazioni, sia il loro modo di raccontare queste informazioni. Lo strumento chiave di tutto questo è il mobile. Già confrontando la generazione dei millennial o la generazione X, rispetto alla generazione Z, il grosso cambiamento è nel passaggio dal desktop al mobile.

Se prima consideravi il reperire informazioni un’attività che era possibile svolgere in un sistema di stato in luogo (vado in un posto, mi informo e poi vado fuori per raccontarle agli altri), oggi puoi stare fuori per prendere informazioni, poiché hai degli strumenti che ti garantiscono l’accesso alle informazioni 24 ore su 24. Ma soprattutto l’accesso allo story-doing, che è il vero grosso passaggio di questa generazione, rispetto allo storytelling più millennial.

Ovviamente tutto questo crea un sistema di fruizione e di lettura del mondo completamente nuovo. Questo nuovo sistema di valori si può definire come Street Culture e si appoggia poi su pillar fondamentali come l’arte, la musica, i viaggi, il design, ma anche una diversa interpretazione degli spazi».

Da Brand a Media, come si passa dal racconto all’ascolto

AW Lab è una delle prime realtà che ha saputo trasformarsi da brand in media. Cosa significa questo e come lo avete realizzato?

«Tutto è cambiato all’improvviso. Immagina il lavoro del marketing un po’ di anni fa. Noi prima creavamo una storia, avevamo dei mezzi di comunicazione che erano molto impattanti (perché arrivavano a molte persone) e sui quali conveniva investire tanto. Bisognava quindi creare una storia molto forte e si aveva un ritorno dell’investimento dovuto al fatto che questo film si poteva proiettare per un tempo medio-lungo attraverso dei mezzi di comunicazione di massa (Out-of-home, televisione, radio ecc.).

All’improvviso questo approccio al marketing è saltato completamente, perché cambiando i mezzi di fruizione del mondo e quindi i mezzi di comunicazione, e avendoli iper-frammentati (basta pensare a tutti i diversi social network che usiamo sul nostro smartphone), ma mantenendo lo stesso budget, lo split di questo investimento cresce esponenzialmente.

Oggi cioè non conviene più creare una storia che duri sei mesi o pretendere che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare una storia per sei mesi. Questo ha rivoluzionato completamente il nostro modo di fare marketing, che si è spostato un pochino di più dal racconto all’ascolto.

Si è passati da una forma in cui si disegnava una storia per raccontarla, attraverso gli strumenti che c’erano a disposizione, a una situazione in cui tu crei le forme di dialogo (i format), dai le opportunità di espressione, e aspetti che ti arrivi il contenuto adattato a quel format di dialogo. Il nostro lavoro quindi è passato dalla creazione all’ingaggio.

Il nostro business è molto semplice da comprendere: tu hai una scatola nella quale inserisci dei prodotti, AW LAB vende anche prodotti di terzi. Ma prova a sostituire alla parola prodotto la parola storia: questo è l’universo di valori di cui stiamo parlando e che creiamo noi perché il nostro lavoro è quello di trasformare le caratteristiche tecnico-funzionali dei prodotti in storie da raccontare.

Oggi, se all’interno di questo box di cui parlavamo inserisci dei prodotti e ti aspetti che qualcuno venga ad acquistare questi prodotti, ti stai in automatico limitando perché non hai più la possibilità di raccontare quello che invece questi prodotti rappresentano. Se invece trasformi il prodotto in storia e il marchio non più nel negozietto di 100 mq in cui mettere il prodotto, ma nell’universo di mezzi di comunicazione e di format di cui stavamo parlando prima, che sono fruibili dalla nuova generazione, hai delineato la nuova strategia.

Il concetto è che non ho bisogno oggi di creare una storia, ma ho bisogno di creare una linea editoriale e in questa creare format nei quali poter raccontare ciò che vuoi. In automatico ti trasformi da consegnatore di prodotto a consegnatore di storie, cioè da retailer a media».

Nelle vostre strategie c’è molta gamification e tanto storytelling. Da dove partono le vostre pianificazioni? Quali metriche analizzate e come nascono le vostre campagne?

«Partiamo prima di tutto dall’obiettivo, perché le metriche rispettano un obiettivo. Ma vorrei aprire una piccola parentesi sulle metriche: oggi c’è una estrema attenzione su cosa possiamo misurare e non su come creare qualcosa per poter ottenere numeri migliori. Quindi già partendo da questo presupposto l’approccio cambia.

Il rischio delle misurazioni è quello di finire in una spirale del silenzio in cui si fanno sempre le stesse cose e si ottimizzano sempre le stesse cose, senza riuscire a creare innovazione. Tutto deve partire innanzitutto dalla storia, da cosa vuoi ottenere, da cosa vuoi migliorare e da come lo migliori.

La prima cosa è darti un ruolo nel mondo. Come azienda ti chiedi: “Perché dovrebbero venire da me a comprare scarpe che possono trovare anche dai competitor?”. Perché io ho un ruolo nel mondo e rappresento qualcosa di diverso.

Noi abbiamo due grossi valori: il primo è il concetto di empowerment di AW LAB Generation, quindi tutto quello che facciamo e che racconta il nostro brand è teso a dare una chance o a dare visibilità a questa generazione (i nostri talent show, la possibilità di entrare a far parte della nostra community, le nostre campagne pubblicitarie ecc.).

Il secondo è quello di business. La nostra industry è molto particolare perché è l’unica all’interno di tutto il fashion world che ha il settore donna che pesa soltanto il 20%. I pesi, cioè, sono completamente invertiti. Noi siamo quelli che vogliono portare avanti questa rivoluzione femminile per differenziarci rispetto agli altri. Incentiviamo quindi tutta la comunicazione e il mix di prodotto verso il settore donna.

Come facciamo a capitalizzare questi investimenti e questi elementi di differenziazione? Innanzitutto se ti trasformi in media hai anche aperto una nuova voce di revenue, quindi stai evolvendo il tuo business model: dal fare semplice trade-in e trade-out di prodotto ora riesci a vendere spazi pubblicitari all’interno del tuo network. Anche una voce minima di revenue, consente di soddisfare i criteri di differenziazione e anche con una piccolissima voce di revenue permette di portare avanti un update del business model.

Come sapere se questi investimenti stanno funzionando? In modo semplice: noi abbiamo dei KPI all’interno dei nostri spazi che sono quelli classici (numero di conversioni, scontrino medio, traffico dei clienti all’interno del negozio). Dal punto di vista Retail, più clienti scelgono il tuo spazio e quindi il tuo marchio, più significa che il brand è attrattivo.

Tutte le persone che ti seguono possono essere trasformate in shopper, quindi KPI numero uno è il traffico in-store.

Nell’epoca dell’omnicanalità il traffico in-store ha però un compagno che è il traffico online. Oggi il problema di tutti i retailer è che tendono a separare la vendita online dalla vendita fisica, cioè non partono dalla consumer journey, dal consumatore, ma partono dal canale di distribuzione. Invece il senso del network è quello di avere degli spazi, di poter considerare quante persone entrano in questi spazi, quante persone seguono il brand (che possono essere trasformate in potenziali clienti) e quanti sono gli utenti unici, cioè quante nuove persone porti nei canali online. Questi tre numeri crescono se la tua strategia di brand è premiante.

Una volta tenuta in considerazione la diffusione del marchio (brand diffusion), va capito come le persone ti stanno seguendo, cioè se ti apprezzano all’interno di questo processo. Il giudizio positivo o negativo va analizzato, va preso in considerazione, ma in ogni caso va sintetizzato non in un giudizio morale o semantico, ma nella parte di engagement rate. Quindi tanto per l’online quanto per l’offline, quante persone interagiscono con il tuo brand (entrano nei negozi, inviano un commento, partecipano ai tuoi contest) ti dà la seconda base di solidità del brand.

Infine ovviamente abbiamo tutto quello che riguarda i dati di enti esterni che certificano il lavoro fatto sul marchio, che con i loro index danno un valore della crescita del business».

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Le parole chiave del futuro nel Marketing

Ci indichi alcuni trend di Marketing che dovremmo tenere d’occhio nel futuro?

«Uno su tutti è il concetto di sostenibilità, ma non inteso come approccio al green. Io parlo di sostenibilità culturale. Questa generazione è in lotta perché vive in classi multietniche, ma poi si trova davanti a politici che parlano di chiusura dei porti. È una generazione cresciuta con l’accesso alle informazioni globali, senza barriere, e oggi si parla di chiusura, di limiti, di dazi doganali e di impossibilità di spostamento di persone. Una generazione che non conosce differenze di sessi, anche nel come si esplicita la sessualità, non conosce differenze di gender e si ritrova ancora in un mondo dove c’è una disparità forte tra uomini e donne.

Quindi il primo grosso trend è questo: l’ascolto della nuova generazione in ottica di sostenibilità, perché se ascoltassimo un po’ di più questa generazione saremmo in un mondo migliore, in cui i porti sono aperti, in cui non ci sarebbe più etichettatura tra uomini e donne. I brand in questo senso devono mettersi all’ascolto e devono farsi rappresentanti e amplificatori di questa generazione, che è il lavoro che cerchiamo di fare anche noi con AW LAB.

Dal punto di vista invece di distribuzione e di prodotto, l’overload di informazione che hanno questi ragazzi porterà alla ricerca di un prodotto con un connotato di status sempre più alto. Un prodotto deve cioè rappresentare qualcosa.

Se tu puoi trovare quello cerchi dove vuoi, quando vuoi e come vuoi, il valore del prodotto in sè diminuisce, perché non hai più il costo opportunità dell’andare in negozio, trovare il tuo numero e avere una chance limitata di acquistare. I marchi hanno reagito a questo scenario con una iper-segmentazione, cioè immettendo pochi prodotti sempre più diversificati sul mercato (l’edizione limitata, per intenderci). Questo porta dei pregi e dei difetti: i brand devono lavorare sempre di più in termini di innovazione, ma i margini tenderanno a ridursi. In questo senso sarà un trend che continuerà a crescere, con collaborazioni e capsule collection.

Un altro trend dal punto di vista di fruizione sarà invece la possibilità di permettere di accedere all’acquisto in qualsiasi modo e dovunque vuoi, quindi si continuerà a investire sul mobile o su qualsiasi strumento che permetta la connettività in qualsiasi momento.

Dal punto di vista strettamente di marketing diminuiranno gli investimenti in storytelling come lo abbiamo conosciuto finora (con grosse campagne) e aumenteranno gli investimenti in life changing activity, cioè tutto quello che promette che grazie al tuo impegno tu possa cambiare la tua vita o cambiare il mondo.

Il 2020 sarà l’anno delle grandi promesse, in cui i marchi cominceranno a fare proposte per avere un impatto forte sulla società, che non significa solo piantare un albero».

ll consumo sostenibile è in crescita. Ecco come cambiano le nostre abitudini (e anche le aziende)

  • Aumenta il consumo sostenibile. Secondo una ricerca il 67% degli italiani si sente coinvolto sul tema della sostenibilità, soprattutto le donne tra i 35 e 54 anni   
  • L’impatto negativo del fast-fashion può avere delle alternative sostenibili a prezzo contenuto, come usato, fashion renting e riparazioni 
  • Le aziende prendono parte al cambiamento verso la sostenibilità, dalle certificazioni b-corp alla comunicazione positiva e ispirazionale

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Il 2020 è, ancora più del 2019, l’anno della sostenibilità e richiede un impegno maggiore e concreto da parte delle nazioni, delle aziende, dei consumatori verso il consumo responsabile.

Ci siamo lasciati alle spalle un 2019, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’emergenza climatica, con Greta Thunberg, personaggio dell’anno secondo il Time, e Ursula Von der Leyen, Presidente della commissione europea, che con il piano European Green Deal intende transitare il vecchio continente verso la neutralità climatica entro il 2050.

In questo contesto di grande impegno e nuove sfide a cui tutti possiamo e dobbiamo prendere parte, come sta cambiando il nostro stile di vita? Come si stanno impegnando o possono concretamente farlo piccole e grandi aziende?

Acquisti e consumo sostenibile

Posate di plastica, cotton fioc, cannucce: oggetti della nostra quotidianità che oggi stanno piano piano scomparendo dalle nostre case e dai posti che frequentiamo a favore del consumo sostenibile. Ci dimostrano, come non solo nei progetti europei e mondiali, ma anche nel nostro comportamento di tutti i giorni qualcosa sta davvero cambiando.

Il report 5° Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile di Life Gate, su un campione di 800 italiani ci mostra che il 67% è coinvolto nei confronti della sostenibilità, per la maggior parte le donne dai 35 ai 54 anni professionalmente attive, diplomate o laureate.

Tra le abitudini sostenibili degli italiani abbiamo la raccolta differenziata (il 92%), l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo (77%), utilizzo limitato di bottiglie in plastica (40%), il consumo di cibo biologico (34%), l’utilizzo – quando necessario – di piatti e posate biodegradabili il (34%), infine il 17% utilizza capi di abbigliamento sostenibile e il 16% prodotti di cosmesi naturale.

consumo sostenibile. posate plastica

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Sul fronte acquisto gli italiani sono disposti a spendere di più per: lampadine led (79%); elettrodomestici a basso consumo (74%); prodotti bio (52%); energia rinnovabile (47%); abbigliamento naturale e sostenibile (24%).

Le motivazioni principali che ci spingono a fare acquisti sostenibili sono la responsabilità verso le generazioni future (91%), l’amore per l’ambiente (88%), ma anche cercare di stare bene con se stessi in modo sano e naturale (87%).

Riprendendo una frase di Greta Thunberg, del resto:

Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza.

Ciò che negli ultimi tempi stanno incentivando soprattutto istituzioni e associazioni è una partecipazione attiva e comunitaria della popolazione, attraverso la condivisione di comportamenti e consumi sostenibili. L’obiettivo, oltre a ridurre il nostro impatto sull’ambiente, è di portare le nazioni e le aziende a prendere parte al cambiamento, mosse dalle scelte di portafoglio dei consumatori.

Esempi interessanti, che incoraggiano la partecipazione attiva sono l’iniziativa Saturday for Future di Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e la campagna promossa dall’Onu Act Now.

La sostenibilità costa, il fast-fashion no

Un’obiezione comune riguardo l’acquisto sostenibile è il costo alto, che non tutti sono disposti a sostenere.

Prendiamo come esempio la moda e il fenomeno del fast-fashion, cioè il settore nell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi. Il fast-fashion produce tonnellate di rifiuti (molti capi invenduti vengono bruciati), consuma una quantità spropositata di acqua, utilizza coloranti nocivi, molti dei lavoratori sono sottopagati. Il Regno Unito è la nazione con maggior consumo di nuovi indumenti (26,7 Kg a persona), in Italia 14 Kg.

fast-fashion

Un esempio di azienda che lavora nel fast-fashion e non si impegna per la sostenibilità è Missguided. Lo scorso giugno ha messo in vendita un bikini a 1£. Il materiale è 85% poliestere non biodegradabile e la scarsa qualità del prodotto lo farà diventare un rifiuto da smaltire in pochi lavaggi.

Nonostante le reazioni negative e la condanna dell’opinione pubblica, il settore del fast-fashion non è per niente in crisi, anzi è cresciuto. Acquistare un capo nuovo per pochi euro è del resto attraente, soprattutto per la fascia degli adolescenti.

Ci sono tuttavia alternative economiche che stanno crescendo e ci permettono di cambiare velocemente l’armadio, unendo maggiore qualità e consumo sostenibile.

Il boom dell’usato, delle riparazioni e del fashion renting

Negli ultimi anni avrete notato nelle vostre città fiorire negozi e sul web e-commerce, gruppi Facebook e app che propongono l’acquisto di abbigliamento usato a partire da pochi euro. Pezzi unici, stile personalizzato e costi contenuti. Solo in USA il mercato della seconda mano nel 2018 valeva 24 miliardi di dollari contro 35 miliardi del fast-fashion. Nel 2028 la situazione è destinata a capovolgersi con un valore di 64 miliardi del primo, contro 44 miliardi del fast-fashion.

vestiti usati

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Un esempio tutto italiano di compravendita dell’usato è la piattaforma Depop, che somiglia un po’ Instagram e un po’ a eBay. Gli utenti hanno delle pagine di profilo che funzionano come vetrine digitali, dove postano foto, descrizione e prezzo delle cose che vogliono vendere. Si possono seguire i venditori preferiti, vedere i loro prodotti in un feed e usare gli hashtag per fare le ricerche.

Un’altra alternativa è il noleggio di abiti (fashion renting), un mercato da oltre 1 miliardo di dollari nel 2018, che si aspetta salire a quasi 3 miliardi entro il 2027. Le startup italiane Dress You Can e DrexCode offrono questo servizio a prezzi contenuti, soprattutto rispetto alle spese che si affrontano solitamente per le cerimonie.

Oppure per capi di qualità che si sono rovinati, ci sono brand come Rifò che ripara o ricicla capi in cachemire e Freitag, brand famoso per le borse da postino realizzate con teli di autocarro, che offre il servizio di riparazione.

Borracce, caraffe filtranti, acqua in cartone: così riduciamo la plastica

Un altro sintomo del consumo sostenibile è apparso negli ultimi mesi, colorando molte scrivanie, dove avrete notato comparire borracce termiche e bottiglie in alluminio di ogni tipo e colore. La riduzione di bottigliette di plastica è stato uno dei piccoli cambiamenti che la lotta ambientale ha portato nella nostra vita. Tra le aziende italiane che sono state pronte a questo cambiamento e lo hanno trasformato in successo 24Bottles, brand che realizza bottiglie in alluminio unendo la sostenibilità al design.

acqua in cartone

Anche le caraffe filtranti stanno vivendo il loro periodo d’oro, sono brocche che filtrano l’acqua corrente e evitano quelle pesanti casse d’acqua, che generano una montagna di rifiuti e pesano sul portafoglio. Tra i brand più famosi Brita e Laica.

Un’altra novità ancora poco diffusa in Italia sono le confezioni di acqua in cartone riciclabile. Fonte Margherita, brand delle Dolomiti, ha annunciato recentemente la nuova linea di packaging sostenibile.

Come cambiano le aziende

Davanti a consumatori più consapevoli, si stanno muovendo piano piano anche piccole e grandi aziende in direzione della sostenibilità. Facciamo una premessa, per un’azienda scegliere la strada della sostenibilità a seconda del tipo di business e dalla grandezza, può non essere semplice e presupporre inizialmente un grande investimento e impatto, che va poi a ripagarsi nel tempo. Il piano europeo sul clima di Ursula Von der Lyen prevede per questo azioni, fondi e incentivi proprio per aiutare le aziende nella direzione della sostenibilità. Tuttavia ciò non significa stare fermi e aspettare, ma ci sono delle direzioni, approcci e contributi, che le aziende stanno già prendendo o possono iniziare a percorrere.

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B-corp e società di benefit

Negli ultimi anni sono aumentate progressivamente le certificazioni B-Corporation, rilasciate alle aziende dall’ente no-profit B-Lab. Ad oggi sono circa 2800 in 64 nazioni. Le B-corporation sono un gruppo di aziende che hanno scelto un modello di business differente, che non solo porti profitto e beneficio agli azionisti, ma distribuisca valore anche a tutti gli altri portatori di interesse (shareholders): dipendenti, fornitori, comunità locale, ambiente.

sostenibilità

Il primo passo per ottenere la certificazione B-Corp, prevede un impact assessment gratuito in cui le aziende misurano il valore che stanno creando per la società. Con un risultato di almeno 80 su 200 punti, si può validare il punteggio con l’ente B-Lab. Successivamente si firma la dichiarazione di interdipendenza delle B-Corp e si entra a far parte della comunità.

Mentre le B-Corp sono riconosciute da un ente, ma non costituiscono forma giuridica, dal 2016 in Italia, secondo paese al mondo dopo gli USA, è possibile costituire una Società di Benefit. L’azienda fissa nel proprio statuto l’impegno a condurre un’attività economica agendo in modo da portare benessere ad ambiente e persone. Non si tratta di imprese sociali o di un’evoluzione del no profit, ma di una trasformazione di impresa a scopo di lucro.

In Italia le B-Corp sono oltre 60 in diversi settori, possono essere consultate in un directory comune.

Partnership sostenibile

Alcuni brand stanno unendo le forze con altri business che si allineano al loro pensiero sostenibile.

The Iconic per esempio è un eCommerce di moda australiano. Nel 2019 ha creato una collezione Considered nella quale sono presenti capi e brand che stanno contribuendo positivamente all’ambiente e alla società, come Patagonia, utilizzando materiali eco-friendly, rispettando gli animali, le condizioni di lavoro, migliorando i processi produttivi in ottica sostenibile o condividendo valore con la comunità. The Iconic con la collezione Considered, consente al consumatore di acquistare il capo di abbigliamento secondo il valore etico e sociale del brand.

consumo sostenibile: moda

Il brand prende parte, ispira, educa

Quando l’impegno dell’azienda verso la sostenibilità è reale e non solo un’azione di marketing, è importante che il brand comunichi in modo autentico e trasparente con il proprio “pubblico”, come sta contribuendo attivamente alla causa e lo guidi verso il consumo sostenibile.

Se la scelta sostenibile si traduce anche in un aumento del costo di prodotto, la comunicazione sarà utile per far comprendere al consumatore il guadagno a lungo termine di un acquisto etico, come per esempio una maggiore qualità e durata. Il brand diventa quindi anche un educatore sui temi sociali.

Un brand che attraverso la comunicazione educa, ispira e racconta la sostenibili è Davines, azienda cosmetica di Parma. Davines è B-corp e società di benefit. Nella comunicazione è molto ispirazionale e coinvolgente, invita il consumatore a essere parte attiva del cambiamento e a fare un percorso insieme al brand. Un esempio è lo spot dello scorso dicembre, che presenta il prodotto mettendo però in primo piano l’impegno per l’ambiente.

AW LAB presenta la nuova campagna Selected by Music Edition

AW LAB presenta le attesissime novità street e urban della stagione e, come sempre, lo fa con la collaborazione degli artisti hot del momento che hanno selezionato le sneaker e l’apparel più cool della spring summer 2020.

La nuova campagna Selected by Music Edition ha come protagonisti tre artisti tra i più ascoltati e seguiti della scena musicale italiana: Dani Faiv, Low Kidd e Madame, la rivelazione dell’anno. Insieme a loro Ana Mena, cantante super streammata in Spagna ma conosciuta ed apprezzata anche nel nostro Paese.

Gli artisti hanno selezionato i modelli di sneaker e l’apparel più hype della nuova stagione e sono stati protagonisti di uno shooting fotografico le cui immagini sono al centro della nuova comunicazione digital ed in-store su tutto il network internazionale del brand.

AW LAB e le nuove generazioni

Prosegue così la collaborazione tra AW LAB e la scena artistica contemporanea, iniziata già con il contest AW LAB IS ME, con la presentazione delle collezioni in trend attraverso la scelta di chi contribuisce alla loro definizione.

Il range è stato selezionato dagli artisti tra i best seller dei big brand di sneaker internazionali. Dalle Nike Air Force One e Diadora MI Basket per l’Uomo alle adidas Supercourt e Puma RS-X per la Donna, con un total look composto dai nuovi capi must have di Nike, Fila, Champions e Diadora.

Una selezione resa unica da una capsule collection apparel di VRL, lo street brand venduto in esclusiva da AW LAB e che mixa riferimenti sport ai look più stylish.

Play with style attitude, con un omaggio alle contaminazioni tra music culture e fashion. Selected by Music Edition è solo l’inizio delle attività di comunicazione Made in AW LAB la cui matrice è la relazione e il dialogo con i propri consumatori finali, sempre suoi ispiratori e protagonisti esclusivi.

Le iniziative di AW LAB sono l’amplificazione spontanea, senza intermediazione, del pensiero e dell’energia delle nuove generazioni di cui il brand è diventato portavoce autentico.

mark zuckerberg - cripto economia

Facebook a quota 2,5 miliardi di utenti, ma i profitti non crescono

Nel quarto trimestre Facebook ha battuto le stime di Wall Street, ma il rallentamento della crescita degli utili ha superato il prezzo delle azioni. Facebook ha raggiunto i 2,5 miliardi di utenti mensili, in aumento del 2%, da 2,45 miliardi nel terzo trimestre del 2019 quando era cresciuto dell’1,65%, e ora ha 1,66 miliardi di utenti attivi al giorno, in crescita del 2,4% rispetto a 1,62 miliardi dell’ultimo trimestre quando era cresciuto del 2%. Facebook ha generato entrate per 21,08 miliardi di dollari, in crescita del 25% su base annua, con guadagni per azione di 2,56 dollari.

Ma l’utile netto è stato di soli 7,3 miliardi di dollari, in aumento solo del 7% su base annua rispetto alla crescita del 61% rispetto al 2018.

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I motivi della crescita lenta

Sono in particolari le spese ad essere aumentate per Facebook, in crescita del 34% rispetto al quarto trimestre del 2018. Dove sono andati a finire questi soldi? Soprattutto sul personale, cresciuto del 26% anno su anno, con oltre 1000 ingegneri che lavorano solo sulla privacy.

Mentre la base di utenti di Facebook continua a crescere, il social non riesce più a incamerare denaro con la stessa semplicità del passato. Mark Zuckerberg aveva già avvertito gli investitori che affrontare i problemi di odio, le interferenze elettorali e altri problemi di moderazione e sicurezza dei contenuti sarebbe stato costoso. Tuttavia, le spese sono cresciute e gli utili si sono ridotti più velocemente di quanto Wall Street sembrava aspettarsi. Facebook dovrà sperare che la sua promessa di utilizzare un’intelligenza artificiale scalabile per gestire queste operazioni trovi presto una concreta applicazione.

C’è chi parla di un inevitabile crollo di Facebook, dovuto a una trascurata gestione dei problemi sulla sicurezza nel passato in favore della crescita. E pare che ora la società debba pagare 550 milioni di dollari in un accordo per la violazione dell’Illinois Biometric Information Privacy Act. La class action contro Facebook era stata intentata poiché la piattaforma avrebbe raccolto i dati di riconoscimento facciale degli utenti per potenziare la sua funzione di suggerimenti sui tag nelle foto.

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I prodotti del Gruppo Facebook

La società ha fatto notare anche che attualmente ci sono 2,26 miliardi di utenti che aprono Facebook, Messenger, Instagram o WhatsApp ogni giorno, rispetto ai 2,2 miliardi dell’ultimo trimestre. La famiglia di app vede 2,89 miliardi di utenti mensili totali, con un aumento del 9% su base annua.

Zuckerberg ha sottolineato la necessità del social di rimanere concentrato sull’affrontare le questioni sociali e le conseguenze della crescita dell’azienda, ricordando che Facebook continuerà a rendere le sue app più private e sicure.

Per quanto riguarda gli aggiornamenti dei prodotti,Facebook sta sviluppando WhatsApp Pay, e il CEO ha dichiarato: “Mi aspetto che questo inizi a diffondersi in diversi paesi e che faremo molti progressi nei prossimi sei mesi”.

Per quanto riguarda i piani di integrazione delle interfacce di Messenger, Instagram e WhatsApp, Zuckerberg ha affermato che manterranno i loro marchi, ma che l’integrazione sarà sempre maggiore nel backend.  Un tentativo per convincere l’Antitrust dell’impossibilità di slegare i singoli servizi gli uni dagli altri.

Anche la luce può essere uno strumento di marketing: ecco come la usano i ristoranti

  • Anche la luce può essere una tattica di marketing riuscendo ad esaltare al meglio l’esperienza gastronomica dei ristoranti
  • Distinguere la luce calda dalla neutrale e dalla fredda è il primo passo per una progettazione illuminotecnica impeccabile

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Un ristorante è un luogo in cui le persone desiderano trovare ristoro e vivere momenti gratificanti, non solo attraverso il gusto ma anche e soprattutto con la vista. E a tavola, la luce gioca un ruolo davvero importante.

Una corretta illuminazione migliora l’esperienza a tavola

Infatti, secondo una ricerca condotta dagli studiosi americani Brian Wansik e Koert Van Ittersum, rispettivamente della Cornell University e del Georgia Institute of Technology, una giusta illuminazione aumenta il tempo di permanenza dei commensali, favorendo tra l’altro il consumo di cibi e bevande.

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Ad avvalorare questa tesi, arrivò il celebre chef francese Paul Bocuse, che svolse un singolare esperimento.

Pochi anni prima di morire, aveva fondato a Lione un centro multidisciplinare, in cui la scienza era, ed è tutt’ora, applicata al mondo della cucina e, in generale, all’arte dello stare a tavola. Così, all’interno di un ristorante temporaneo, organizzato in moduli, con ambienti ed elementi diversi, installò un sistema di telecamere per analizzare, assieme ad un team di esperti (psicologi, sociologi e lighting designers), le reazioni dei clienti di fronte agli alimenti, al variare dell’intensità luminosa.

Dai risultati, è emerso come la luce riesce ad esaltare, o viceversa a svilire, la qualità dell’esperienza gastronomica, trasformandosi così in un’efficace strumento di comunicazione, che concorre a definire l’identità di un ristorante.

Luce e brand identity

Il Maestro Gualtiero Marchesi diceva che “ogni piatto ha una sua luce” e, in effetti, se correttamente illuminati, i cibi diventano immediatamente più succulenti e appetitosi, esaltati nella freschezza dei loro colori.

La componente visiva serve ad apprezzare maggiormente la bontà del cibo e costituisce, indirettamente, un invito all’acquisto.

La luce quindi, deve rientrare nella strategia marketing di un progetto ristorativo, per permettere la corretta percezione del cibo e la valorizzazione di quelle aree o dettagli che meritano l’attenzione del cliente, avendo come finalità quella di sedurlo, conquistarlo.

Le luci non sono tutte uguali

Al momento dell’acquisto di una lampada, vanno valutati alcuni aspetti, come l’indice di resa cromatica o IRC (quanto i colori degli oggetti illuminati appaiono naturali), la quantità e la distribuzione della luce, ma anche la temperatura del colore della fonte luminosa, misurata in gradi Kelvin.

In questo senso, nella progettazione illuminotecnica degli spazi, si tiene conto della differenza tra luce calda (attorno ai 2700K), bianca neutrale (circa 4000K) e fredda (5000K). L’impatto poi, dipenderà anche dalla tipologia dei clienti e da fattori di tipo culturale. In Giappone ad esempio, si utilizzano in prevalenza luci fredde e scintillanti, anche al ristorante.

Negli USA invece, la luce blu sembra ridurre l’appetito. A dirlo sono i ricercatori dell’Arkansas, che con uno studio pubblicato sulla rivista Appetite, hanno dimostrato come, su 112 soggetti che avevano preso parte all’esperimento, quelli che erano stati radunati nella sala da pranzo illuminata da luci blu, avevano mangiato molto meno rispetto agli altri, manifestando un immediato senso di sazietà.

La scelta delle luci dunque, condiziona il comportamento delle persone, incidendo sul successo del locale. Compito del progettista, sarà quello di riuscire a trasmettere, attraverso un’appropriata illuminazione, il genius loci, restituendo visivamente quello che il ristorante o lo chef vogliono esprimere.

Sopravvivere nell’era digitale diventando “indistraibili”

  • Il modo di lavorare con le nuove tecnologie è cambiato: scopri il segreto per ritrovare l’equilibrio
  • Bombardati da continui stimoli, fatichiamo a focalizzarci su una singola cosa
  • Diventare “indistraibile” è il nuovo super potere da acquisire per non farsi sopraffare dalla tecnologia

 

La continua crescita delle nuove tecnologie ha cambiato non solo l’approccio alla maggior parte dei lavori che svolgiamo, ma ha anche ridefinito il concetto stesso di lavoro. Abbiamo la possibilità di lavorare ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte. Non abbiamo più bisogno di star seduti alla nostra scrivania per essere rintracciati da un collega, basta una mail. In fondo tutto questo sviluppo tecnologico ci consente di avere il massimo controllo sul nostro lavoro, di velocizzare i compiti, di ottimizzare i tempi.

Ma è davvero così o abbiamo definitivamente spezzato quella linea sottile tra vita privata e professionale?

Come ci approcciamo alle nuove tecnologie

Pensateci bene. Il nostro turno lavorativo è finito e a breve comincerà la nostra lezione di pilates. Prendiamo il borsone per andare in palestra e il telefono comincia a squillare. Lo ignoriamo ma non smette di suonare. Chiamate, email, messaggi. Dov’è finito il tempo libero, il diritto di non essere disturbati? Possiamo evitare di rispondere, ma siamo online anche fuori dall’ufficio. Smartphone, tablet, notebook hanno reso accessibile tutto, semplificando impegni e commissioni ma, se non usati correttamente, tolgono una cosa fondamentale: il tempo.

Come possiamo sfuggire a tutto questo, essere al passo coi tempi e non perdere i nostri di tempi? Scaviamo un po’ più a fondo per comprendere i veri problemi del binomio lavoro-tecnologie.

Come ci approcciamo al lavoro

Il vecchio modo di lavorare, quello “analogico”, era molto incentrato sul luogo. Potevamo portare il lavoro a casa, rifinire qualcosa, correggerlo, ma c’era l’ufficio con il telefono, il fax per scambiare le informazioni con i colleghi, i clienti e i fornitori. Le riunioni da fare, faccia a faccia, per stipulare contratti importanti. Adesso abbiamo la possibilità di lavorare da remoto, siamo disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Possiamo organizzare conferenze con chiunque e in qualsiasi momento della giornata attraverso strumenti di web conferencing.

A colpo d’occhio, sembra positivo, massima flessibilità del lavoro per risultati migliori. Cambia tutto e crediamo di avere gli stessi orari. Si comincia alle 8/9 del mattino, c’è la pausa pranzo, si ricomincia e si torna a casa prima di cena. Ma una volta tornati, controlliamo la mail, poi un’occhiata ai documenti, un consulto veloce all’agenda. L’orario lavorativo subisce un’estensione e nemmeno ce ne rendiamo conto, perché è diventata un’abitudine controllare i messaggi mentre siamo sotto le coperte, con un occhio mezzo aperto e l’altro chiuso.

In virtù di questo, molti manager stanno modificando la propria politica aziendale, intensificando la qualità del lavoro, riducendo l’orario, passando dalle classiche 8 ore a 5 ore. Un esempio?

L’imprenditore tedesco Lasse Rheingans ha acquistato una piccola società di consulenza tech, modificando l’orario e lasciando inalterati stipendi e ferie. I dipendenti della società Rheingans Digital Enabler, iniziano a lavorare alle 8 e staccano alle 13. Lavorano 25 ore a settimana senza essere distratti dai cellulari o dai colleghi. Le mail possono essere controllate massimo 2 volte al giorno, e le riunioni durano circa 15 minuti. In questo modo, i dipendenti realizzano gli stessi livelli di produttività di chi lavora 40 ore settimanali, ma il risultato migliora: i lavoratori sono più sereni, e l’orario ridotto genera appeal per i nuovi, giovani talenti.

Altre soluzioni riguardano lo smart working, che permette ai dipendenti di lavorare in modo flessibile e di non essere sempre fisicamente in azienda, proprio grazie all’apparato delle tecnologie che ci permettono di essere raggiungibili ovunque. La soluzione è molto apprezzata soprattutto dai Millennial. Essendo cresciuti con cellulari, tablet e smartphone, sono stati i primi a servirsene per il lavoro senza sentirsi “contaminati” da qualcosa di estraneo, incomprensibile. Non hanno troppi problemi se vita privata e lavorativa si mescolano. Controllano le mail prima che si alzino dal letto la mattina, fanno shopping online mentre sono al lavoro, scambiano messaggi con i loro datori di lavoro dopo le 20, recuperano e riguardano progetti anche dopo gli orari lavorativi, perfino la domenica.

Le nostre abitudini lavorative devono cambiare

Le tecnologie hanno velocizzato molti processi, hanno modificato il modo di lavorare ma siamo ancora legati ai vecchi orari, a procedure standard. Tutto questo perché esiste ancora una certa riluttanza al cambiamento e all’innovazione.

I processi sono più importanti del risultato

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, ha affermato che il processo è diventato il proxy del risultato che si desidera. Dopotutto se si svolge correttamente una procedura, passo dopo passo, sarà impossibile sbagliare. Tuttavia, seguire la procedura così meticolosamente è inefficiente e ci fa perdere il contatto con l’obiettivo originale.

“Groundhog Day”, ossia il giorno della marmotta

In America la tradizione vuole che in questo giorno si debba osservare il rifugio di una marmotta. Se l’animale sbuca fuori dalla tana e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto. Se invece vede la sua ombra, perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa dentro, e l’inverno continuerà per altre sei settimane. Una tradizione che si ripete, un pronostico. Un procedimento che è sempre lo stesso, da secoli.

Andrà bene per la marmotta ma non per noi. Se abbiamo un problema e lo affrontiamo sempre allo stesso modo, ottenendo scarsi risultati, vuol dire che è arrivato il momento di cambiare approccio. I metodi nuovi, diversi da quelli tradizionali, vengono adottati quando questi ultimi falliscono. Si attacca l’efficacia dell’innovazione invece del ritardo impiegato per utilizzarla. 

La soluzione? Più libertà e responsabilità

La flessibilità promessa dalle tecnologie non è mai arrivata, o almeno non abbiamo ancora capito come sfruttare tutto questo potenziale a nostro vantaggio. L’era digitale è qui, la tecnologia fa parte di noi, ma non possiamo farci sopraffare. Dobbiamo creare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata, sfruttando in modo intelligente le tecnologie. La prima cosa da fare è quella di rivedere il nostro concetto di libertà e controllo.

Crediamo che più siamo controllati meno libertà abbiamo. Viceversa, abbiamo più libertà quando siamo soggetti a un minor controllo. C’è un compromesso che ci costringe a sceglierne l’uno o l’altro. Ma le aziende più innovative non la pensano così.

Maggior controllo non significa necessariamente perdere la libertà.

Il nostro modello è quello di aumentare la libertà dei dipendenti mentre cresciamo, piuttosto che limitarli per continuare ad attrarre e nutrire nuove persone, quindi abbiamo una migliore possibilità di successo nel tempo.

Recita la presentazione di Netflix sulla sua cultura aziendale.

Cosa vuol dire al mondo Netflix? Più controllo può significare anche più libertà. 

Più controllo deve portare a più flessibilità, indipendenza e responsabilità. Per adattare il modo di lavorare alle possibilità offerte dalle innovazioni digitali, bisogna far propria la politica di libertà e responsabilità. Questo è l’unica strada per le aziende per innovarsi velocemente e rendere tutti più felici e realizzati. Investire le proprie risorse in tecnologie non basta, bisogna accettarle e usarle senza diventare automi, riavvicinarsi ad un’umanità che stiamo lentamente perdendo.

Come creare, quindi, il giusto equilibrio tra vita lavorativa e vita privata?

1. Capire dove, come e quando si lavora meglio

Spesso non è la mole di lavoro a crearci disagio, ma il luogo, le procedure da seguire o gli orari. Lavoriamo meglio a casa o in ufficio? Se possiamo lavorare in qualsiasi luogo, accedere ad un documento a qualsiasi ora, perché non sfruttare le tecnologie a nostro vantaggio? Magari ci concentriamo di più in un luogo isolato, che sia la nostra casa o un angolo in biblioteca, oppure tra la folla, in un bar mentre sorseggiamo un caffè. La cosa importante è trovare il proprio equilibrio e questo è un modo smart di usare l’innovazione.

2. Pensare in modo critico

La solita prassi nello svolgere i nostri compiti non è più efficace? Benissimo, le tecnologie ci offrono novità e processi differenti. Il pensiero critico ci aiuta a valutare e migliorare i nostri processi lavorativi, adattandoli costantemente alle realtà mutevoli dell’era digitale. Usiamoli in modo consapevole e magari il risultato sarà una piacevole sorpresa.

3. Essere creativi

Come diceva Albert Einstein, la creatività è intelligenza che si diverte. E allora siamo creativi! Per essere innovativi bisogna pensare fuori dagli schemi, andare oltre l’ordinario e smetterla di fare affidamento sui metodi che abbiamo collaudato milioni e milioni di volte. Non siamo macchine, è insoddisfacente, noioso e pericoloso abituarsi alla routine. La creatività aiuta a ridefinire il lavoro e ad innovarlo. Abbiamo tutti bisogno di essere più creativi se vogliamo affrontare la flessibilità, la libertà e la responsabilità creata dalle tecnologie digitali emergenti.

4. Imparare a collaborare “virtualmente”

Lavorare in team resta una costante importante. I nuovi mezzi di comunicazione ci permettono di comunicare in tutto il mondo e restare in contatto con chiunque. La tecnologia, se usata bene, può facilitarci i compiti e farci guadagnare più tempo libero.

5. Lasciarsi motivare dalla curiosità

La curiosità è quella forza inesauribile che ci spinge ad imparare cose nuove. Senza di essa non saremo motivati a trovare soluzioni migliori per noi stessi e gli altri. Possiamo avere tutte le informazioni a disposizione, davanti ai nostri occhi, ma se non siamo curiosi, se non abbiamo la voglia di apprendere o approfondire, queste mole di notizie è del tutto inutile. È la curiosità che ci permette di andare oltre e rendere il nostro lavoro più appagante.

Restare focalizzati nel mondo dell’iperconnessione

L’innovazione può massimizzare le opportunità lavorative, migliorare la nostra vita, ma è fondamentale usarla bene. Siamo ricchi di informazioni, tecnologie diverse, ma stanchi, la nostra attenzione cala, siamo nervosi. Negli ultimi anni stiamo subendo un bombardamento sensoriale che ci rende schiavi delle immagini e delle parole.

Siamo davvero noi a scegliere o stiamo diventando spettatori della nostra vita? In un mondo multitasking impariamo a concentrarci di nuovo su una cosa sola e facciamola bene. 

credits by griffon webstudios

 

Evitare il burnout e lavorare in modo più intelligente

Sentiamo spesso parlare del burnout, ossia lo stress che ci attanaglia a lavoro e che determina un logorio psicofisico ed emotivo . Un fenomeno crescente, che colpisce tutti, ci fa sentire esausti, immotivati a lungo andare, ci rallenta sempre di più. Anche le continue interruzioni che ci colpiscono continuamente ci rendono nervosi, irascibili, e abbiamo la sensazione di perdere il filo ogni volta che squilla il telefono o che qualcuno richieda la nostra attenzione. I problemi associati alla distrazione si sono così aggravati: la nostra capacità di impegnarci in un lavoro ponderato è diminuita, così come il nostro desiderio di farlo effettivamente.

credits by Clockify

Quando sentiamo quell’impellente stimolo di bloccarci per controllare le notifiche sullo smartphone, dobbiamo capire cosa ci sta succedendo e riflettere. Non è una questione di curiosità, ovviamente tranne quando aspettiamo una notizia importante, ma è un disagio interiore. Quando le cose diventano tranquille o un’attività diventa noiosa o frustrante, agganciamo i nostri telefoni. Ogni volta che ci ritroviamo a passare da un’attività all’altra prima del punto di arresto previsto, e pensiamo a cosa ci ha fatto distrarre, annotiamolo. Una volta che diventiamo consapevole di questi segnali, troviamo il modo di superarli.

Ad esempio, chiediamoci cosa potremmo fare per smettere di scorrere per ore la home di Instagram, o in che modo possiamo impedire ad altri di interromperci quando stiamo provando a concentrarci. Quando abbiamo trovato delle soluzioni vincenti, adottiamo questa tattica per restare concentrati e, di conseguenza, sentirci meglio.

Un altro modo per liberarsi dalle distrazione è quella di semplificare i compiti da svolgere. Ad esempio, per iniziare a svolgere compiti importanti e ponderati che potrebbero altrimenti sembrare difficili, suddividiamo e rendiamoli più specifici. Invece di annotare “scrivi articolo” nella lista di cose da fare, appuntiamo “ordina quattro punti elenco per l’articolo”. Invece di “analizzare rapporto”, scriviamo “identifica l’idea principale nella prima sezione del rapporto”. Se sembra facile e veloce, abbiamo maggiori probabilità di farlo.

La distrazione ci fa sentire esausti, come se non stessimo realizzando nulla anche se siamo sempre impegnati. E poiché diventa un’abitudine, quando non siamo distratti da qualcun altro, spesso ci distraiamo. Per evitare il burnout, dobbiamo riconoscere e elaborare un piano per combattere il problema in modo da poter svolgere il nostro lavoro in maniera più intelligente.

Acquisire un nuovo super potere: essere “indistraibili”

Con l’inizio di un nuovo anno e la fine di una decade, il proposito migliore da auspicarci in questo mondo sempre più veloce è uno solo: diventare indistraibili. In che senso?

Nir Eyal ha pubblicato recentemente un libro davvero interessante, “Indistractable: How to Control Your Attention and Choose Your Life”. “Indistraibili” nel 2020 significa non lasciarsi distrarre dagli stimoli, che siano interni ed esterni.

Ci lamentiamo continuamente che la tecnologia stia diventando sempre più pervasiva e persuasiva e ci lamentiamo del fatto che i nostri dispositivi sembrano manipolarci. Non riusciamo a staccarci del tutto dal lavoro, e confidiamo sulla magnanimità del nostro capo sul riconoscerci il nostro tempo libero. Tutte queste pressioni, le distrazioni dovute alle continue notifiche dei nostri smartphone, non sono necessariamente colpa nostra, ma sono nostra responsabilità. Dobbiamo imparare a gestirle, a non farci distrarre.

Cominciamo con una definizione di distrazione. Secondo l’American Psychological Association Dictionary of Psychology, la distrazione è “il processo di interruzione dell’attenzione” e “uno stimolo o un compito che distoglie l’attenzione dal compito di interesse primario”. Le distrazioni ci allontanano da ciò che vogliamo fare, che si tratti di svolgere un compito a casa o al lavoro, godersi il tempo con una persona cara o fare qualcosa per noi stessi. Se la distrazione diventa un’abitudine, potremmo non essere più in grado di mettere abbastanza impegno in ciò che stavamo facendo e questo, a lungo andare, potrebbe compromettere sia la nostra vita personale che professionale. Non è soltanto una questiona meramente lavorativa.

Non riuscire a passare del tempo con i nostri familiari e amici perchè continuamente distratti, ci danneggerà. Come pretendiamo di essere una figura di riferimento nella nostra sfera affettiva se non siamo realmente presente?

Per distrazione digitale intendiamo il continuo e ossessivo controllo dei nostri dispositivi nel momento in cui squillano, vibrano, arriva un messaggio, o una mail, anche se siamo a tavola con il nostro partner o stiamo leggendo una favola ai nostri figli prima di andare a dormire, o semplicemente ci stiamo rilassando nella vasca da bagno. Il contrario di “distrazione” è “trazione”. La trazione è qualsiasi azione che ci spinge verso ciò che vogliamo veramente. Le trazioni sono azioni fatte con intento, interesse. Qualsiasi azione, come lavorare su un grande progetto, dormire a sufficienza o fare esercizio fisico, mangiare cibo sano, prendere tempo per meditare o trascorrere dei momenti con i propri cari, sono tutte forme di trazione se vengono fatte intenzionalmente. La trazione è la conferma di ciò che vogliamo davvero, di ciò che siamo.

Credits by “Indistractable” by Nir Eyal

Cosa ci spinge alla trazione o alla distrazione?

Tutto il comportamento umano è indotto da fattori scatenanti esterni o interni. I trigger esterni sono segnali che provengono dall’esterno. Possono essere i semplici “drin” che ci spingono a controllare la nostra e-mail, a rispondere a un SMS o una telefonata. Può anche essere una mano sulla spalla di un collega, le urla di un bambino, l’arrivo di un pacco che aspettavamo da ore. Anche un oggetto può essere un fattore scatenante esterno: il nostro televisore sembra esortarci ad accenderlo per la sua semplice presenza.

I trigger interni sono segnali che provengono da noi stessi. Quando abbiamo fame, siamo spinti a prendere qualcosa da mangiare, quando sentiamo freddo indossiamo un maglione. Quando siamo stressati o soli, potremmo chiamare un amico per compagnia. I trigger interni sono perlopiù sentimenti negativi.

In cosa consiste il modello Indistractable

Con il continuo aumento e la totale accessibilità della tecnologia che ci distrae, Nir iniziò a cercare tecniche che potessero aiutare lui e altri a contrastare l’ondata travolgente della distrazione digitale. Dopo cinque anni di ricerca, ha sviluppato una struttura in quattro fasi sostenuta dalla ricerca su come diventare indistruttibili in un’epoca in cui la distrazione è sempre a portata di mano.

Troveremo sempre qualcosa che ci porterà fuori rotta. Non è che la tecnologia sia necessariamente malvagia, che ci stia fondendo il cervello o che sia dannosa. È una questione di utilizzo. Se stiamo usando la tecnologia per distrarci, senza pensarci, senza un motivo valido, ma solo per passare il tempo, questo ci impedisce di fare quello che vogliamo fare veramente. La tecnologia non è l’unica fonte di distrazione. Fare una disintossicazione digitale, sbarazzarsi del proprio telefono, non funziona. Ci abbiamo provato. Per essere veramente “indistrattibili”, dobbiamo capire i trigger interni più profondi, quelli che ci spingono alla distrazione.

1. Trigger interni

Per superare le distrazioni, dobbiamo capire cosa guida i nostri comportamenti, per esempio cosa ci spinge a guardare il telefono o aggiornare le mail. La causa principale è il desiderio di sfuggire ad un disagio. Succede che abusiamo dei social media e dei nostri telefoni cellulari non solo per il piacere che offrono, ma perché ci liberano dal disagio psicologico.

La distrazione, quindi, è una sorta di fuga dai pensieri negativi. Quando ci rendiamo conto e riconosciamo che siamo soggetti a sentimenti negativi come la noia, la solitudine, l’insicurezza, la fatica e l’incertezza, allora possiamo decidere come rispondere, come affrontarli, senza eccedere continuamente nelle distrazioni. Non possiamo decidere come sentirci, ma questo non significa che dobbiamo vivere in balia delle nostre emozioni. Possiamo imparare a controllare come reagiamo a come ci sentiamo.

Per iniziare, possiamo cambiare il modo in cui in cattivi sentimenti possono portarci a distrarci. Studi dimostrano che ignorare i trigger interni ci farà solo del male. Resistere a un desiderio o all’impulso può innescare la ruminazione e rendere il desiderio più forte. Quando ci arrendiamo al desiderio, quella sensazione di benessere, di “pace” non fa altro che rinforzare la nostra convinzione che la strada per stare bene è quella, rinforzando così una cattiva abitudine,

Dobbiamo capire cosa c’è dietro il nostro bisogno, quando abbiamo l’esigenza di fermarci, di distarci, di allontanarci da ciò che stiamo già facendo. Trovare il grilletto interno che ci spinge a farlo.Ci sentiamo arrabbiati? Nervosi o ansiosi? Ci sentiamo poco qualificati per quel compito, magari inferiori alle aspettative di noi stessi e degli altri? Scriviamolo! questo è il consiglio del dottor Jonathan Bricker, del Centro di ricerca sul cancro Fred Hutchinson di Seattle, che ha sviluppato una serie di passi che possiamo intraprendere di fronte a una tentazione di distrazione.

Bricker consiglia di annotare quella sensazione, insieme all’ora del giorno e a quello che stavamo facendo quando abbiamo sentito quel trigger interno. Tenere un registro delle distrazioni ci aiuterà a collegare i comportamenti con i loro trigger interni. Migliore diventeremo nell’annotare i pensieri e i sentimenti che precedono determinati comportamenti, migliore diventeremo nel saperli gestire. Bricker consiglia di diventare curiosi delle sensazioni che precedono la distrazione.

La maggior parte delle persone crede che il comportamento sia guidato dal desiderio di piacere e dall’evitamento del dolore. Questo si chiama principio di piacere di Freud. Ma in realtà, tutti i comportamenti sono guidati dal desiderio di fuggire dal disagio. Tutto è collegato al dolore. Ciò significa che se tutti i comportamenti sono guidati dal desiderio di sfuggire al disagio, la gestione del tempo è la gestione del dolore. La chiave per diventare indistrattibili, è quella di padroneggiare questi trigger interni. Se non capiamo il disagio che ci spinge alla distrazione, saremo sempre distratti. 

2. Trova il tempo per la trazione

Al giorno d’oggi, se non pianifichiamo la nostra giornata, lo farà qualcun altro. Senza sapere cosa vogliamo fare con il nostro tempo, tutto è una potenziale distrazione. Per trovare il tempo per le cose che contano davvero, seguiamo questi passaggi.

a. Non scegliamo i nostri obiettivi, ma i nostri valori:

I valori sono gli attributi della persona che vogliamo diventare. Vogliamo essere un buon partner? Un bravo padre e madre? Diventare una talentuosa scrittrice? Essere più coscienzioso? Solo noi possiamo decidere quali valori sono importanti per crescere.  

b. Trasformiamo i nostri valori in tempo:

Sappiamo cosa è importante per noi. La famiglia, la salute, gli amici, ma quando si tratta di investire tempo in queste cose, tendiamo a distrarci. Non siamo all’altezza dei nostri valori perché non troviamo il tempo per loro durante la giornata.

c. Timeboxing significa decidere cosa faremo e quando lo faremo:

L’obiettivo è quello di creare un modello per come trascorrere il tempo ogni giorno. Non importa cosa, ma dobbiamo fare ciò che abbiamo pianificato di fare. Una cosa che capita a tutti è quella di credere di trascorrere pochi minuti sui social media ma intanto è passata un’ora e abbiamo perso solo tempo ed energie, sentendoci frustrati. Dobbiamo fare una scelta, decidere il tempo da dedicare ad ogni area di nostro interesse. Soprattutto trascorrere del tempo con le persone care, che sia guardare una serie tv sul divano, andare al cinema, o fare una passeggiata. Le persone più importanti della nostra vita meritano di meglio che il tempo rimanente della nostra giornata. Quindi, creiamo un modello di calendario settimanale per la nostra settimana perfetta.

3. Hack Trigger esterni posteriori

Le aziende tecnologiche utilizzano trigger esterni per attirare la nostra attenzione. I suoni dei nostri dispositivi spesso ci distraggono allontanandoci da ciò che vogliamo veramente fare. Potremmo provare a ignorare quei trigger, ma la ricerca mostra che ignorare una chiamata o un messaggio ci distrae comunque. Tuttavia, non tutti i trigger esterni sono distrazioni. Se utilizzati per aiutarci a svolgere le attività, possono ricordarci di fare ciò che abbiamo pianificato.

L’approccio giusto è chiederci se il trigger esterno ci sta servendo o se siamo noi a servire lui. Lo smartphone, che si tratti di rimanere in contatto con la famiglia, spostarsi in città o ascoltare audiolibri, è diventato indispensabile. Può anche essere un importante fonte di distrazione, ma possiamo gestirlo diversamente, in modo utile.

Disinstallare le app che non ci servono più, avere quelle ci potrebbero distrarre, come i social media e YouTube, sul pc invece che sullo smartphone, o spostarle dalla schermata principale. Modificare le impostazioni di notifica per ciascuna app per assicurarci che solo quelle utili possano inviarci dei segnali.

4. Prevenire la distrazione con patti

Infine, l’ultimo passo per diventare “indistraibili” è prevenire la distrazione con dei patti. Questa tecnica prevede di stabilire un pre-impegno ed evitare di farci distrarre da ciò che stiamo facendo. Sono decisioni che prendiamo con largo anticipo rispetto alle tentazioni che sappiamo potrebbero arrivare. Esistono tre tipi di patti:

Un patto di sforzo comporta un aumento dello sforzo richiesto per fare qualcosa che non vogliamo fare. L’aggiunta di ulteriori sforzi porterà a chiederci se una distrazione vale davvero la pena.

Un patto di prezzo richiede una ricompensa/perdita di denaro. Se ci atteniamo al comportamento previsto, ci teniamo i soldi. Se veniamo distratti, li perdiamo. Una sorta di scommessa con noi stessi.

Un patto di identità è un altro modo per cambiare la nostra risposta alle distrazioni. L’immagine che abbiamo di noi stessi ha un profondo impatto sul nostro comportamento. Assumendo una nuova identità, ci autorizziamo a prendere decisioni basate su chi crediamo di essere. Chi si considera vegetariano, per esempio, non mangerà carne e non gli peserà, perchè così si definisce. Per diventare “indistraibile”, dobbiamo smettere di dirci che siamo una persona con una “scarsa capacità di attenzione” e invece dirci: “Sono indistraibile”. Se ci diciamo che siamo una persona che è facilmente distratta, diventa istantaneamente vero. Tuttavia, se riteniamo di essere indistrattibile, non dovrebbe poi essere difficile diventarlo, perchè ci autorizziamo a comportarci in quel modo, essendoci definiti così e avendo a cuore l’immagine che stiamo costruendo di noi stessi. Dobbiamo autodeterminarci e rispettarci.

Credits by “Indistractable” by Nir Eyal

spreco-alimentare

Lo spreco alimentare ha un costo economico e ambientale, ma qualcuno prova a creare modelli nuovi

  • Lo spreco del cibo ammonta a circa 15 miliardi di euro l’anno, un problema con ripercussioni non solo economiche ma soprattutto ambientali
  • Le aziende che studiano processi alimentari innovativi  per rispondere a questa urgenza sono molte e tra queste scopriamo più da vicino Treasure8

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Sapete che ogni anno sprechiamo cibo pari ad un valore di 15 miliardi di euro? Buttiamo 36 kg di cibo nel cestino di casa. Un danno non solo economico, ma soprattutto ambientale poiché quel cibo non consumato, corrisponde a ben 24.5 milioni di tonnellate di CO2.

Ci deve far pensare il fatto che la colpa non è solo della grande distribuzione o delle mense aziendali (scuole, ospedali, società) o della filiera agroalimentare. Il vero problema siamo noi. Secondo i dati Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations) del 2018, oltre la metà dello spreco di tutto il cibo (54%)  avviene tra le mura delle nostre abitazioni.

Non produrre di più, ma smettere di sprecare ciò che abbiamo

Spesso sentiamo anche parlare su quanto “extra” dovremo produrre, per raggiungere i 9,6 miliardi di persone stimati entro il 2050. Tuttavia, non abbiamo abbastanza notizie su ciò che viene fatto per risolvere il problema degli sprechi alimentari. Evidentemente, la sfida non è produrre “extra” per far crescere la popolazione, ma smettere di sprecare ciò che abbiamo.

Abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili e scalabili che funzionino per tutti i tipi di rifiuti alimentari, dai rifiuti agricoli ai rifiuti di tutti i gironi. Ecco dove Treasure8 interviene con il suo processo “Re-Harvest“. Come suggerisce il nome, questa azienda di tecnologia alimentare converte i rifiuti alimentari in ingredienti e prodotti di valore, gustosi e nutrienti. Un’azienda che affronta lo spreco alimentare globale non solo cercando di eliminarlo, ma anche trasformandolo in una risorsa utilizzando la disidratazione.

Fondata da Timothy Childs, questa azienda utilizza un approccio basato sulla tecnologia, al fine di convertire i rifiuti alimentari in prodotti alimentari sostenibili con ingredienti che mantengono i componenti nutritivi intrinseci.

Dalla NASA al cioccolato: le ambiziose soluzioni per lo spreco alimentare

In precedenza, Childs insieme a TCHO, azienda produttrice di cioccolato, ha contribuito a far evolvere gran parte della catena di approvvigionamento del cacao e a migliorare la vita di molti soggetti coinvolti nel processo. Quindi ha fatto un ulteriore passo avanti nel suo lavoro e ha utilizzato il suo approccio innovativo per migliorare l’assunzione di sostanze nutrienti per tutti gli astronauti membri dell’equipaggio di Spaceship Earth.

Uno dei problemi più gravi da affrontare in questo momento storico, è quello dell’industria alimentare in termini di innovazione.

Le evidenti inefficienze, insieme a un atteggiamento che si potrebbe definire “attendista” rispetto al problema dello spreco alimentare, stanno contribuendo ad aumentare i grandi problemi legati all’alimentazione, come il diabete, l’insicurezza alimentare e la scarsità di cibo denso di nutrienti.

Con l’aiuto del suo avvocato Rob Townsend, Childs ha ideato un modello aziendale, una holding che offre agli investitori e ai membri del team l’opportunità di trarre vantaggio da questa situazione di spreco alimentare mondiale.

Per come la vediamo noi, lo spreco alimentare globale, in generale, è una sfida estremamente grande, altamente complessa, multidimensionale e costantemente fluida. Noi vediamo il sistema alimentare come se fosse un sistema energetico. In poche parole, il cibo è energia immagazzinata e il nostro compito è quello di prevenire che questa risorsa energetica venga dissipata in modo inefficiente.

Questa prospettiva trasforma lo spreco di cibo da un problema in una soluzione, che Childs chiama “Rivoluzione delle risorse”.

L’azienda impiega diverse tecnologie e processi volti ad avere un impatto sistemico e scalabile sullo spreco alimentare con un considerevole contributo al cambiamento climatico. Una di queste è la sua tecnologia brevettata di “tranciatura a secco a infrarossi“, un metodo economico per sbiancare e disidratare i prodotti, preservando al tempo stesso le sue qualità nutrizionali. Questo sistema previene efficacemente la dannosa produzione di metano degli alimenti in fermentazione che vengono sprecati in post-produzione e crea un ingrediente di base nutriente che può essere utilizzato nei prodotti.

Prodotti interi come mele marcescenti o leggermente danneggiate, per esempio, possono essere trasformati in patatine. Dice Childs:

Abbiamo una tecnologia superiore che ci permette di catturare la nutrizione in modo da conservarla per un uso successivo e darla alle persone che ne hanno bisogno, sia che si trovino nel bel mezzo di un deserto o nel centro della città. Ciò significa che una volta risolto un flusso di rifiuti alimentari in post-produzione o sul campo, possiamo adattare quella particolare soluzione con diversi partner globali in tutto il mondo ad altri mercati con gli stessi flussi di rifiuti, per creare un impatto massiccio, scalabile e autosufficiente.

Attualmente, questo processo viene messo in atto con gli scarti di post-produzione derivanti dalla spremitura di succhi, birra, vino e tofu, e ci si sta avventurando nella cannabis e nella biomassa di canapa, per la quale esistono una serie di tecnologie brevettate.

Dall’essiccazione ad aria calda al congelamento e liofilizzazione, la Treasure8 ha una tecnologia unica nel suo genere che ha il potenziale per rivoluzionare l’industria alimentare nel suo complesso.

L’azienda da sola sta facendo passi da gigante nel settore alimentare riciclato, che oggi si dice sia un settore da 46 miliardi di dollari. Tuttavia, come afferma Childs, il problema degli sprechi alimentari è troppo grande per essere affrontato da un’unica entità. 

Vogliamo che più persone si uniscano a noi in ciò che stiamo facendo: i problemi globali non possono essere risolti da una sola società e purtroppo siamo in un settore dove non c’è tempo da perdere.

La buona notizia è che molte società, enti (anche governativi), istituzioni finanziarie ecc. stanno accettando la sfida e stanno iniziando a riordinare le proprie priorità così da poter includere le questioni relative allo spreco alimentare.

L’economia dello spreco alimentare

La riduzione degli sprechi alimentari è diventata una priorità politica negli ultimi anni poiché molti studi dimostrano che una quantità significativa di cibo viene sprecata in diverse fasi della catena di approvvigionamento alimentare. Tuttavia, gli impatti economici della riduzione degli sprechi alimentari non sono ancora ben studiati poiché la maggior parte degli studi in letteratura ignora i costi e gli effetti di ritorno.

Una recente relazione della Commissione Europea in materia di riduzione degli sprechi alimentari ha voluto appunto fare chiarezza su questo aspetto: analizzare gli impatti economici della riduzione degli sprechi alimentari nell’UE-28 sia in un contesto globale che regionale, per sostenere il processo decisionale dell’UE in materia di riduzione degli sprechi alimentari.

Quindi, è stata simulata la riduzione degli sprechi alimentari nei settori della trasformazione alimentare con due diverse ipotesi di costo. Innanzitutto, supponendo che il costo della riduzione degli sprechi alimentari sia uguale ai risparmi monetari per l’industria di trasformazione alimentare; e in secondo luogo, supponendo che il costo della riduzione degli sprechi alimentari sia doppio rispetto ai risparmi derivanti dagli sprechi alimentari.

Gli scenari ipotizzano una riduzione degli sprechi alimentari pari al 5% solo nei settori della trasformazione alimentare, portando ancora una volta a sottolineare la necessità di un impegno globale e che parta dall’impegno individuale di ciascun cittadino.

Fernando Machado, l’uomo che ha cambiato il marketing di Burger King (sul palco di N-Conference)

UPDATE: N-Conference si terrà il 13 e 14 Maggio 2020 a Milano, sempre in Talent Garden Calabiana.

Ha vinto più di 160 Cannes Lions. E solo questo basterebbe a far spalancare la bocca a chiunque, parlando di pubblicità.

Ma lui ha anche portato la compagnia per cui lavora ad aggiudicarsi il titolo di Advertiser of the Year ai Clio Awards del 2018.

In più, ha condotto alcune delle campagne più emblematiche per il suo brand, arrivando a un pubblico vastissimo a livello globale con pubblicità che sicuramente anche tu conosci; è stato nominato Most Innovative CMO in the World 2019 da Business Insider ed è tra le 100 Most Creative People secondo Fast Company.

Di chi sto parlando? Di Fernando Machado, Global Chief Marketing Officer di Burger King, che sarà Top Speaker dell’imperdibile N-Conference, il 13 e 14 maggio prossimi a Milano, con una speciale Masterclass di 40 minuti on stage.

Solo per 30 C-level, inoltre, Machado terrà uno speciale workshop privato durante la business dinner con lo Chef degli Astronauti Stefano Polato.

Fernando Machado, Top Speaker a #NConf20

Quando il nome di Machado è iniziato a circolare nei corridoi di Ninja come uno dei possibili Speaker de Business Visionary Show, confesso di essermi emozionata sul serio. Perché quando hai la possibilità di trovarti ad ascoltare una personalità come la sua, un vero e proprio genio dell’advertising, ne puoi percepire anche l’energia, la carica, l’entusiasmo.

Machado ha letteralmente sovvertito il volto di Burger King, lo ha portato a competere ad armi pari con il rivale storico nel settore dei fast-food, ha dato all’azienda un tono di voce talmente irriverente e sorprendente da essere inconfondibile. Un compito che non tutti i CMO sono in grado di portare a compimento, ma che in lui trova un vero e proprio caso di studio, riconosciuto a livello mondiale.

Gli inizi di Machado in Burger King

Il Chief Marketing Officer di Burger King (celebrato come il più amato del settore) è cresciuto ritrovandosi la sera con gli amici dopo il lavoro in un salotto, guardando spot pubblicitari in TV. Così, solo per divertimento. Dopo 18 anni nel marketing di Unilever, la sua carriera è culminata a Londra dove ha diretto gli sforzi di marketing di Dove.

È qui, ad esempio, che ha dato prova di essere uno di quei creativi capaci di guadagnarsi l’Olimpo del Marketing, dopo aver dato vita a una campagna come “Real Beauty Sketches”. Un esempio di grande sensibilità, oltre che di potente comunicazione, diventata il branded content più visto nella storia, con oltre 170 milioni di visualizzazioni online totali.

Ma Fernando ha sempre capito anche qual era il momento giusto per cambiare: sapeva che era tempo di andare avanti quando si sentiva ormai felice e a suo agio in un ruolo.

A quel punto, con in testa il ricordo di un grande spot di Burger King, visto in quel salotto con gli amici, ha chiamato il gigante del fast-food chiedendo un lavoro. Burger King aveva appena lanciato una campagna con il cantante degli Aerosmith, Steven Tyler. Un annuncio che non aveva molto a che fare con lo storytelling del brand. E così ha dato il via alla sua rivoluzione, guidando la catena ad una serie di successi e riconoscimenti nel mondo del marketing.

Parlando della campagna di maggior successo di Burger King, Machado ha dichiarato:

“Riteniamo che la creatività possa produrre un risultato commerciale migliore e un marchio migliore. The Whopper Detour è il miglior esempio di creatività come vantaggio competitivo. Perché la creatività ha il potere di piegare la logica“.

Negli ultimi anni, Burger King si è costruito una reputazione come Love Brand, grazie a Fernando Machado, usando la creatività per attirare l’attenzione delle persone e quindi per farsi amare.

Le campagne geniali guidate da Machado

Burning Stores, McWhopper e Proud Whopper sono solo alcune delle campagne seguite da Machado che hanno portato migliaia di impression al brand contribuendo a rinnovarlo e a portare più clienti nei ristoranti.

Sopra ogni cosa Fernando ha il merito di aver saputo rendere cool il marchio, non solo agli occhi del pubblico ma anche a quelli degli addetti ai lavori. Da Burger King tutti si aspettano oggi il colpo di genio, la trovata a cui nessun altro avrebbe saputo pensare, nel momento in cui proprio non te lo aspetteresti.

Se la campagna The Whopper Detour ha segnato una sorta di nuova ulteriore svolta, con l’integrazione perfetta tra marketing, comunicazione e tecnologia, con l’app che permetteva di sbloccare l’offerta per acquistare un Whopper a un centesimo, passando vicino a uno dei ristoranti del concorrente McDonald’s, sono state tante le campagne memorabili che hanno condotto il brand (e Machado) a diventare uno dei più amati al mondo.

Ma già nel 2017 il brand si era distinto per la capacità di approccio alla tecnologia come strumento di comunicazione: con Ok, Google, what is the Whopper burger?, aveva generato un grandissimo ritorno mediatico. L’annuncio di 15 secondi mostrava un dipendente in uniforme Burger King che pronunciava davanti alla telecamera: “OK Google, cos’è l’hamburger Whopper?”. La frase innescava automaticamente tutti i dispositivi Google Home presenti nelle case dei consumatori, e leggeva la relativa voce di Wikipedia. Insomma uno geniale hacking per passare dallo schermo alle case delle persone.

Un altro esempio, nel 2015 Burger King e McDonald’s ebbero un’interazione interessante, generando un enorme flusso di attenzione da parte dei media, descritto come uno dei più brillanti giochi di marketing fino a quel momento.

Burger King progettò infatti una campagna su larga scala proponendo una “offerta di pace” a McDonald’s sotto forma di un hamburger comune chiamato McWhopper. L’idea fu presentata per dimostrare che anche i nomi dei due storici concorrenti potevano essere messi da parte e appianare per un giorno le differenze per sensibilizzare sul tema della pace durante il “Peace One Day” che si sarebbe tenuto in quei giorni.

La campagna partiva da un sito web progettato nei minimi particolari e da una lettera aperta a McDonald’s per descrivere l’occasione.

Ma le sfide lanciate all’avversario non sono state l’unico terreno di gioco della creatività del brand sotto la guida di Machado. Nel suo stile c’è anche tanta attenzione al cliente, e all’autenticità.

È così che è nata un’altra grande campagna di Burger King, #FeelYourWay, che ci ha ricordato che non tutti i giorni sono felici, ma che c’è sempre spazio per un hamburger.

Ma non è detto che il cliente sia sempre quello umano. Nasce da questa considerazione l’idea lanciata nel 2018 di un Dogpper, ossia il mitico panino di Burger King, ma in versione canina.

In un’altra commovente pubblicità che metteva al centro il migliore amico dell’uomo, Burger King è riuscita nell’impresa di creare qualcosa di originale e tenero al tempo stesso. Insomma, altro che gattini!

Nello stesso anno, Burger King ha ripreso il suo spirito provocative e ha approfittato della notte di Halloween per dimostrare che tutti hanno paura dei pagliacci (con un chiaro riferimento alla mascotte del concorrente), e invitando tutti a mangiare da Burger King, vestiti da clown. Un Whopper in regalo a chi avesse accettato la sfida.

Se nel mondo della pubblicità negli Stati Uniti, il Super Bowl è il più grande dei palchi su cui esibire il proprio brand, Burger King non ha mancato neanche questa occasione. Proprio lo scorso anno, un’altra splendida campagna ha rubato la scena allo sport. La catena di ristoranti ha infatti mostrato un inedito filmato di Andy Warhol che mangiava tranquillamente un Whopper. Lo spot così enigmatico di 45 secondi, che ha stupito tutti e ha suscitato tante domande sulla sua veridicità, si concludeva semplicemente con l’hashtag #EatLikeAndy.

La clip era un segmento di un film del 1982 del regista Jørgen Leth, intitolato “66 scene dall’America”, una serie di vignette sulla vita negli Stati Uniti. Cosa ha sorpreso di più di questo annuncio? Il cambio del tono di voce di Burger King: proprio dove tutti i brand sfoderano le armi dell’ironia e danno largo spazio alle celebrità per conquistare i milioni di spettatori del Super Bowl, Burger King ha deciso di presentarsi con “un’opera d’arte quasi silenziosa, ma potente”.

La riscoperta dell’annuncio stampa

Machado è anche un assiduo frequentatore del print advertising e negli ultimi anni ha riscosso un grande successo proprio con questo tipo di espressione, che potremmo definire fuori dal tempo.

“Le persone non fanno caso agli annunci stampati – ha spiegato – quindi devi fare qualcosa di rilevante per attirare la loro attenzione“.

Oggi naturalmente una buona campagna stampa può trasformarsi in un contenuto digitale, ed è quello che è avvenuto, ad esempio, per Car Crash, una campagna diventata virale, nella quale si mostravano veri e spettacolari incidenti stradali verificatisi nei veri negozi Burger King negli Stati Uniti per promuovere che cosa? Il servizio di consegna a domicilio, naturalmente.

O come quella volta che Burger King ha mostrato i suoi ristoranti in fiamme: una conseguenza, secondo gli adv, del fatto che la catena di fast food brucerebbe sempre i suoi hamburger.

La campagna si basava su una ricerca che mostrava che dal 1954 Burger King avesse avuto più ristoranti bruciati rispetto a qualsiasi altra catena di fast-food. Lo slogan della campagna era infatti: “Flame Grilled since 1954”.

Chi è Fernando Machado?

Fernando Machado non è solo un inarrestabile creativo, è una guida con una visione chiara per la sua squadra e un ispiratore per chiunque lo ascolti.

Lo è quando parla di come nasce un’idea creativa, di come passare da quell’idea a un progetto concreto, realizzabile, ma che non si sia mai visto prima; o ancora quando spiega che:

Devi essere disposto a mettere a rischio la tua carriera a volte per far succedere le cose. Se fosse facile, allora tutti lo farebbero. Devi fidarti dell’incertezza e far crescere l’idea”.

Machado è uno di quei ribelli che non ha paura di provarci, insomma, e per questo non vediamo l’ora di vederlo (per la prima volta in Italia!) sul palco di N-Conference, dove potremo finalmente ascoltare dal vivo qual è il suo modo di fare marketing, ma anche qual è il suo approccio al lavoro e alla vita.

>>> Vuoi partecipare e ascoltare Fernando Machado a N-Conference? Prenota subito il tuo biglietto per il 13 e 14 maggio a Milano!

Sei un Innovatore, un CEO o un Creator? Ecco quali talk e keynote seguire durante N-Conference

UPDATE: N-Conference si terrà il 13 e 14 Maggio 2020 a Milano, sempre in Talent Garden Calabiana.

Partecipare a un grande evento per molti di noi può essere come trovarsi a Disneyland: vorresti vedere tutto e salire su tutte le attrazioni! Ovviamente questo è molto difficile, ma c’è un buon metodo attraverso il quale godersi la permanenza appieno, o nel nostro caso l’evento.

A N-Conference gli Speaker di grande rilievo saranno moltissimi, te li abbiamo già presentati qui. E per fare in modo che tu possa goderti tutte le due giornate del nostro Business Visionary Show, abbiamo pensato a una serie di selezioni tra keynote e talk, per poter ascoltare davvero tutto quello che ti interessa.

Tre i vertical, Culture, Technology e Industry, powered by AW-LAB, TIM e GoDaddy. E se vuoi personalizzare la tua due giorni di Visionary TalksArtistic Performance e Tribe Networking, consulta liberamente l’agenda sul sito di N-Conference!

LEGGI ANCHE: N-Conference si avvicina e siamo pronti a svelarvi i nomi di tutti gli Speaker

Sei un Innovatore?

Come ogni innovatore sei sempre alla ricerca di trend, scenari e visioni sul futuro e sulla tecnologia? Allora il 13 maggio non puoi perderti il talk di Cristina Pozzi – Co-founder Impactscool, su “Tecnologie emergenti e scenari futuri: benvenuti nel 2050”.

Ascolta anche il Keynote su Rivoluzione 5G e gigabit society, una dimostrazione del potenziale della tecnologia e delle sue possibili applicazioni.

Non perderti la Storia di Nikola Tesla, il genio della rivoluzione elettrica, raccontata da Massimo TemporelliFisico & co-founder TheFabLab.

Anche Gianluca Mauro – Founder di AI Academy ci spiegherà cos’è e come funziona davvero l’AI? Cosa può e cosa non può fare e quali sono i settori in cui si aprono incredibili opportunità di business.

Imperdibile, poi, la Top Speaker Masterclass del Global Chief Marketing Officer di Burger King, Fernando Machado per trarre ispirazione dalla visione e dal coraggio di uno dei più grandi creativi al mondo dietro le campagne del brand più irriverente degli ultimi anni.

Infine non perderti il Talk Show “Digital Workers: quanto le Tech Company hanno cambiato il mondo (e il nostro modo di vivere)”, moderato da Adele Savarese – General Manager Ninja.

Inaugura la seconda giornata di N-Conference con la Storia di Elon Musk, l’imprenditore che vuole portarci su Marte. Prosegui con il keynote di Pietro Bonomo – Growth Hacker & Founder Viral Octopus su come “Viaggiare il mondo mentre i robot lavorano per te”.

Concludi infine con la premiazione dei Ninja Awards (non hai ancora votato? Cosa aspetti?), che celebrerà i migliori talenti ed aziende della Digital Industry.

Sei un CEO?

Se il tuo ruolo in azienda è quello del capo, N-Conference è l’evento che fa per te: per ritrovare la visione, ma soprattutto per una ricarica di energia, da tutti i racconti e le esperienze dei nostri speaker.

Puoi partire dal keynote di Yasmine Fage – Co-founder & COO di Goggo Network, per scoprire “Come gli Autonomous Mobility Networks renderanno le città smart e pulite”, creando nuovi business e opportunità.

Segui quindi Leonardo Maria De Rossi – Direttore del corso “The Blockchain Journey”, SDA Bocconi, che ci spiegherà come creare valore oltre i luoghi comuni e qual è il vero potenziale della Blockchain, anche in azienda.

L’area talk show per te sarà animata da Mirko Pallera – Founder & CEO Ninja, intorno al tema di “Come la digitalizzazione semplifica la burocrazia e il rapporto tra istituzioni e cittadino”.

Lasciati ispirare dalla storia di “Adriano Olivetti, l’imprenditore italiano che inventò il personal computer” e segui l’imperdibile Top Speaker Masterclass di Fernando Machado, per scoprire che “Essere ribelli paga: Burger King e l’unconventional branding”.

Infine, non perderti il talk di Marco Antonio Attisani – Founder & CEO Watly, l’imprenditore che ha deciso di dedicarsi a portare acqua, elettricità e connettività ai paesi africani inventando il primo computer termodinamico al mondo; e il keynote di Daniele Chieffi – Direttore comunicazione e PR – Dipartimento per Innovazione e digitalizzazione della Presidenza del Consiglio su “Benefit Corporation e la Nuova Era del Capitalismo”.

Il 14 maggio comincia con  “Le Smart Company: l’evoluzione dell’azienda con la 4° rivoluzione industriale”, in compagnia di Luca Eleuteri – Co-Founder & Socio Casaleggio Associati.

Quindi affronta il tema della Cybersecurity con Andrea Gibbs – Senior Director, Platform Integrity di Intel per parlare di come si passa “Dalla consapevolezza del pericolo ai meccanismi per rendere le aziende più sicure”.

Per chiudere, segui Davide Dattoli – CO-Founder & CEO Talent Garden che ci spiegherà come trasformare un’idea in un progetto europeo.

Sei un Marketer?

Se il Marketing è il tuo pane quotidiano, se la prima pagina che consulti la mattina è Ninja Marketing e se non puoi fare a meno di conoscere tutte le ultime notizie dai tuoi Love Brand, abbiamo i talk e i keynote che fanno al caso tuo.

Puoi partire dalla “Rivoluzione 5G e gigabit society” per scoprire come questa tecnologia cambierà il nostro modo di connetterci al mondo.

Non puoi assolutamente perderti uno sguardo sui nuovi scenari insieme ad Alessia Zampano – Consumer Culture Specialist e Trend Researcher, che ci parlerà di “Transformative Twenties”, ossia di quali sfide attendono brand e aziende all’alba del nuovo decennio.

A seguire, l’imperdibile keynote di Domenico Romano – Head of Marketing AW-LAB su “L’algoritmo delle Nuove Generazioni: ascolta, crea, analizza”, per scoprire come i brand possono sostenere i progetti di senso del proprio pubblico diventando e sostenendo la creatività.

Segui il keynote di Marco Marchetti – Responsabile Digital Marketing Despar che ci spiegherà quello che accade quando le aziende occupano spazi vuoti lasciati dalle istituzioni per migliorare il mondo.

E naturalmente non vorrai saltare la Masterclass con il tuo idolo? Il Global Chief Marketing Officer di Burger King ci spiegherà perché “Essere ribelli paga: Burger King e l’unconventional branding”.

Ma potrai anche ascoltare le storie di Artisti Ribelli insieme ad Alfredo Accatino – Chief Creative Officer & Partner Filmmaster Events.

Per poi passare al talk show sulla Generazione Z, ancora con Domenico Romano, per un confronto tra creator, influencer, artisti sul legame tra brand ed energia creativa giovanile.

Nella seconda giornata di N-Conference segui il keynote di Gianluca Stamerra – Regional Director Italy GoDaddy, “Dal contenuto al retargeting: come convertire audience in clienti”.

Insieme a Bruno Bertelli – Global Chief Creative Officer & CEO Publicis, potrai scoprire “Cosa i marketer possono imparare da Greta Thunberg”.

Un altro mito della creatività, Nik Roope – Co-founder dei Lovie Awards, ci porterà alla scoperta di “Trends in Social and Digital Creativity”.

Quindi, per concludere alla grande, celebra insieme a noi i vincitori dei Ninja Awards!

Sei un HR Specialist?

Anche per tutti i professionisti delle Risorse Umane abbiamo pensato a un percorso ideale attraverso l’agenda di N-Conference.

Puoi partire dagli scenari, scoprendo le tecnologie emergenti e cosa ci aspetta da qui al 2050 insieme a Cristina Pozzi – Co-founder Impactscool, Young Global Leader World Economic Forum, per un viaggio negli scenari e nelle tecnologie che sono in grado di plasmare la società, le aziende, le istituzioni e le nostre vite del prossimo futuro

Quindi, segui il keynote di Barbara Carfagna – Giornalista conduttore TG1 RAI e autrice “Codice” che ci racconterà cosa ha imparato intervistando i più grandi esperti di innovazione al mondo.

Ascolta il racconto di Marco Antonio Attisani: ci spiegherà perché “Se vogliamo cambiare il mondo con la tecnologia dobbiamo essere Ribelli davvero”.

Non perderti il talk show moderato da Mirko Pallera – Founder & CEO Ninja, su “Come gli italiani diventano cittadini digitali” e a seguire la Top Speaker Masterclass di Fernando Machado – Global Chief Marketing Officer Burger King.

Puoi anche inserire nel tuo programma personale, il keynote di Daniele Chieffi su come le aziende for profit con una missione sociale vogliono cambiare il mondo.

Quindi, partecipa al talk show moderato da Adele Savarese sui “Digital Workers: quanto le Tech Company hanno cambiato il mondo (e il nostro modo di vivere)”.

Il 14 maggio, non perderti il keynote di Guido Stratta – Direttore sviluppo, training, recruiting & people caring Gruppo Enel, che ci spiegherà “Come attrarre e coltivare il Talento Ribelle in azienda”.

Per chiudere, segui Ivan OrtenziChief Innovation Evangelist BIP, che si spiegherà perché “L’ipercompetizione ha bisogno di aziende sempre più creative”; infine partecipa con noi alle premiazioni dei Ninja Awards, ci sarà una sezione dedicata anche alle HR.

Sei un Creator?

Sei un Creator e sei sempre alla ricerca di nuova ispirazione? N-Conference è l’evento giusto per te: troverai idee, dati, storie da raccontare e trend da seguire.

Per tutti i Creator, ecco il percorso ideale nella due giorni targata Ninja.

Ascolta il racconto di Stefano Polato, lo chef degli astronauti, che spiegherà come giocando con le astronavi si finisce a parlare al telefono con Samantha Cristoforetti che gira attorno alla terra sulla ISS.

Non perderti il keynote con Domenico Romano – Head of Marketing AW-LAB per conoscere come i brand possono sostenere i progetti di senso del proprio pubblico diventando e sostenendo la creatività.

Segui la Masterclass di un grande del marketing come Fernando Machado, Global Chief Marketing Officer Burger King, che ha guidato alcune delle più memorabili campagne del brand degli ultimi anni.

Segui le storie degli Artisti Ribelli raccontate da Alfredo Accatino – Chief Creative Officer & Partner Filmmaster Events, che ci racconterà una storia dell’arte parallela a quella mainstream per far vincere, almeno una volta, quelli che non hanno vinto mai.

Durante il talk show “The Z Generation tra influencer, musica e social”, sarai condotto alla scoperta dei nuovi trend da Domenico Romano, Paola Zukar – founder TRX Radio e da Virginia MontemaggiTikToker.

Segui infine il keynote di Nik Roope, che ci offrirà consigli, best case e insight per conquistare le vette dei social.

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LE 5 ABITUDINI DEL SOCIAL MEDIA MANAGER DI SUCCESSO NEL 2020

Come essere efficiente nell’era delle Stories e di TikTok se sei un Social Media Manager

  • Il lavoro del social media manager può essere stressante, ma anche qui è possibile raggiungere il work-life balance
  • Ecco, in 5 punti, cosa non dimenticare per aumentare la produttività con ritmi sostenibili

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Più volte abbiamo raccontato il lavoro del social media manager, le competenze che deve avere, le abilità che deve sviluppare in modo trasversale su più fronti. Diciamocelo, nel 2020 non è per niente facile stare al passo coi tempi, seguire i clienti e le loro aspettative, portare risultati ed essere sempre sul pezzo.

Tre miliardi di persone – circa il 40% della popolazione mondiale – oggi usano i social media, trascorrendo in media due ore al giorno condividendo, apprezzando, twittando su queste piattaforme. Sapevi, ad esempio, che ci sono circa mezzo milione di tweet e foto di Snapchat condivise ogni minuto.

E non solo i tassi di utilizzo dei social media non mostrano alcun segno di rallentamento, ma ora si stanno evolvendo così rapidamente che anche le tattiche di social media marketing diventano rapidamente obsolete: questo significa che essere costantemente aggiornati è tutto.

Detto questo, vale la pena soffermarsi un attimo e capire come possiamo rimanere maggiormente focalizzati su alcuni aspetti per vivere bene e mantenere un buon equilibrio tra vita personale e lavorativa, senza rimanere soffocati da ritmi di lavoro stressanti e obiettivi da raggiungere.

le 5 buone abitudini del social media manager efficiente

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Pensa a creare una community, non solo al target

La chiave perché la tua presenza sui social media diventi una reale risorsa di business e ti faccia dormire sonni tranquilli, è conoscere il proprio consumatore nel profondo. Non pensate solo a mere caratteristiche di un audience da puntare e da raggiungere. La svolta verso il successo sta nell’entrare in più possibile in simbiosi con una nicchia, una community che rispecchia il tuo potenziale cliente.

Parla con i tuoi utenti, rispondi alle domande e ai commenti, interagisci con loro e dialoga, chiedi loro pareri.

Spesso i social media manager falliscono perché pensano di doversi rivolgere a tutti, a pubblici troppo ampi e quindi non riescono a sviluppare un messaggio mirato per i singoli interessati. Ci si riduce a post promozionali, tradizionali, ad un piano editoriale piatto e privo di leve di interesse e coinvolgimento della community. Niente di più sbagliato: meglio pochi, ma buoni, che una moltitudine passiva. Se questi pochi si sentiranno coinvolti, saranno loro ad attrarre altri simili e a rafforzare l’appartenenza ad una vera e propria comunità attorno al tuo marchio o azienda.

Il 74% delle grandi aziende e il 40% delle piccole imprese hanno ora creato community online: in passato, le aziende si affidavano ai social media manager per creare contenuti e favorire lo sviluppo della community, ma più recentemente questi compiti si sono specializzati. Ad oggi, la maggior parte dei social media manager si concentra sui contenuti, mentre i community manager promuovono il coinvolgimento del pubblico. 

Un social media manager è responsabile della voce del marchio su tutti i profili social dell’azienda. Fornisce notizie su piattaforme diverse, come il rilascio di prodotti, servizi e funzionalità. Inoltre, crea contenuti per promuovere i prodotti del marchio e attirare nuovi clienti.

Le responsabilità di un community manager, invece, includono: aumentare il coinvolgimento tra gli utenti attraverso discussioni, collegamento di nuovi utenti con risorse per aiutarli a essere coinvolti nei gruppi e risposta alle domande degli utenti per aiutarli a risolvere i problemi.

Datti dei tempi

Quanto tempo puoi spendere sui social media? Sei un social media manager a tempo pieno ed è il tuo unico lavoro o hai anche altre attività e quindi non puoi permetterti di investire il 100% del tuo tempo sulle varie piattaforme?

Non importa se hai tutta la giornata per lavorarci o solo poche ore al giorno, l’importante è impostare l’agenda in modo produttivo. Darsi dei tempi per ogni attività è fondamentale per essere disciplinati e in quel tempo essere focalizzati e costruttivi. Costanza e metodo sono due parole chiave per ottenere risultati.

Non ti è mai capitato di sapere di avere tutta la giornata a disposizione e quindi perderti in tante attività e poi non portarne a termine nessuna? Ecco, questo è il peggior errore che puoi fare.

Ordine, disciplina e pratica ti porteranno a darti dei tempi durante la giornata. Ad esempio, datti 30 minuti subito all’inizio della mattinata, poi 30 minuti dopo pranzo e infine la sera per le interazioni con la community e il controllo delle notifiche sulla tua pagina, in modo da non venir costantemente distratto. Una volta scaduto il tempo, passa ad un’altra attività. Questo ti porterà maggior efficienza nel tuo lavoro quotidiano.

LEGGI ANCHE: La regola dei due minuti e altri segreti per migliorare la produttività (senza fare salti mortali)

Prenditi delle pause

Ci sono veri e propri studi sulla salute mentale di chi lavora nel digitale e fa il social media manager. Nel 2020 la sensazione è quella di dover lavorare 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Ti sarà capitato di sentire quella sana necessità di staccarti dal cellulare e allontanarti dalla rete.

Ecco perché è importate tutelarsi. Una volta fuori dall’ufficio, silenzia le notifiche. Prenditi ogni tanto delle pause. Se vai a pranzo, fai in modo che la pausa, sia veramente una pausa e non portate il cellulare. Ad esempio, prendere un caffè dopo il pasto ti mette scientificamente di buon umore e stimola la creatività.

Anche perché per godere della pausa caffè sei costretto ad alzarti dalla sedia e cambiare postazione. Questo è il secondo vantaggio che ti permette di massimizzare sul lavoro, spezzando la monotonia. È quindi molto importante dividere la tua giornata in blocchi in cui puoi alzarti e sgranchire le gambe.

Inoltre, la vera pausa rigenerante è quella in cui ti dai la possibilità di muoverti, fare altro, pensare ad altro. Solo in questo modo puoi ricominciare con più carica. Se decidi di uscire per un’ora di corsa, tieni il cellulare in modalità silenzioso, in modo da non essere distratto da notifiche e dalla voglia di controllare lo smartphone. Piccoli accorgimenti, che possono migliorare la qualità della vita quotidiana e l’equilibrio con il proprio lavoro online.

Fondamentale è massimizzare le pause sul lavoro in modo tale da non farsi prendere dalla stanchezza, fisica e mentale, e ritornare a produrre al meglio delle proprie forze e capacità.

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Dimentica il perfezionismo

Ad un certo punto bisogna farsene una ragione: i tuoi post non saranno mai perfetti e la tua ‘to do list’ non sarà mai sempre completata a fine giornata. Impara a dirti più spesso: va bene così.

Non significa accontentarsi, ma essere pratici e realistici, senza perdersi in inutili ricerche di perfezionismo per un singolo post che andrà su Instagram o per un video che dovrà essere solo 60 secondi. L’estremo perfezionismo può dare origine a indecisioni o a schemi comportamentali troppo rigidi e dal controllo eccessivo, che potrebbero favorire o sfociare in depressione.

La cura e l’attenzione al dettaglio sono una buona norma, ma l’eccesso di perfezionismo può essere un ostacolo all’efficienza del tuo lavoro.

Sii il primo sostenitore di te stesso

Tutti i lavori hanno i loro periodi di maggior stress e impegno, ma sentirsi sempre con il fiato alla gola non fa bene a nessuno. Spesso ad un social media manager viene richiesto di essere un creativo, un copywriter, un analista, un grafico o video maker ed è facile farsi prendere dal panico.

Se svolgi tante attività, riconoscilo, datti la cosiddetta pacca sulla spalla e sii positivo. Se invece lavori in un team, non sentirti intimorito dal comunicare la lista di compiti che svolgi. Anzi tienine traccia e al bisogno fatti sentire. Sei tu a dover essere il primo sostenitore del tuo lavoro per farlo percepire nel modo più corretto agli altri. Non dimenticarlo.