Ufficialmente, i test dei veicoli a guida autonoma di Waymo, divisione di Alphabet (Google), si stanno svolgendo in cinque città: Mountain View (California), Austin, (Texas), Kirkland (Washington), Phoenix (Arizona) e più recentemente Detroit (Michigan). Pare tuttavia che la compagnia abbia trascurato di menzionare una sesta città cruciale: San Francisco.
È stata TechCrunch ad ottenere le foto di una Chrysler Pacifica marcata Waymo sulle strade imbiancate di nebbia di San Francisco, costringendo la compagnia ad ammettere di essere tornata nella sua città di origine, dove iniziò a testare nel 2009.
Si tratta di un evento significativo per almeno un paio di ragioni. Aver aggiunto San Francisco al novero delle città-test indica che Waymo vuole portare le sue self-driving car su strade urbane ad alta densità di traffico. L’iniziativa potrebbe inoltre lanciare un segnale alla concorrente GM, che sta testando i suoi veicoli autonomi Cruise a San Francisco e prevede di lanciare un servizio di ride-hailing in città.
I veicoli Waymo sfidano le strade di San Francisco
Waymo ha testato le sue monovolume autonome in 24 città degli Stati Uniti, nel tentativo mettere alla prova i propri veicoli con un’ampia varietà di ambienti, condizioni meteorologiche e fondi stradali.
“San Francisco – commentano i costruttori – è stata una delle prime città in cui abbiamo testato le nostre auto a guida autonoma, risalenti al 2009, quando ci siamo spostati da Lombard Street al Golden Gate Bridge. Ora che abbiamo la prima flotta al mondo di auto a guida autonoma che circolano in Arizona, le strade collinose e nebbiose di San Francisco daranno alle nostre macchine ancora più esperienza in diversi terreni e contesti stradali”.
Ai fattori citati dal portavoce di Waymo possiamo aggiungere senza remora migliaia di agguerriti automobilisti, ciclisti e pedoni che circolano per la capitale.
L’anno scorso, la società ha iniziato a testare le Chrysler Pacifica sulle strade pubbliche dell’Arizona senza piloti umani al volante come misura di sicurezza aggiuntiva. Nelle settimane a venire, Waymo aprirà questi veicoli ai membri del suo programma Early Rider per una serie di viaggi.
Tra simulazioni virtuali e prove su strada, i veicoli a guida autonoma sono sempre più vicini al passaggio da sperimentazione a commercializzazione.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/waymo-san-francisco.jpg8001600DoubleharkenDoubleharken2018-01-18 16:00:402018-01-18 17:12:45Avvistata a San Francisco la macchina di Google, guidava da sola per strada
Per chi non lavora tutti giorni nel Digital l’espressione Growth Hacking potrebbe sembrare un concetto totalmente nuovo. Cosa si intende con questa parola? Perché è diventato così importante?
Il Growth Hacking, originariamente di appannaggio di piccole imprese e startup, è una metodologia di lavoro volta a raggiungere il più alto livello di crescita di un business con ogni mezzo e nel più breve tempo possibile. Nasce nei contesti in cui non ci sono grandi budget pubblicitari ed è necessario ottenere il massimo risultato da qualsiasi sforzo di marketing.
Ad oggi grandi aziende come Coca-Cola stanno sostituendo e/o affiancando al tradizionale ruolo del Chief Marketing Officer quello del Chief Growth Officer. I risultati che si possono raggiungere con un approccio di business basato sul Growth Hacking sono incredibili.
Facebook utilizzò il growth hacking quando inizialmente fece in modo che tutti gli utenti che venivano taggati ricevessero una mail di notifica: tale semplice azione generò un livello di partecipazione mai sperimentata prima di quel momento.
Celebre rimane anche l’esempio di Airbnb che per aumentare gli iscritti alla propria piattaforma adottò un sistema apparentemente semplice: nel form che ogni suo nuovo utente doveva compilare per inserire la propria casa sul portale, diede l’opzione di poter automaticamente inserire l’annuncio anche su Craiglist (all’epoca il sito di annunci più famoso in USA). Tale integrazione che dava autorevolezza al nuovo sito (Airbnb) non fu semplice: il team di di AirBNB lavorò seguendo un processo di reverse engineering. Un’operazione davvero innovativa, tipica del mindset del Growth Hacking.
Queste e molte altre azioni di Growth Hacking hanno contribuito al successo incredibile di alcune tra le migliori aziende presenti sul mercato oggi.
Il corso Ninja Academy con Raffele Gaito e Luca Barboni
Dopo il successo della prima edizione Ninja Academy lancia un Corso Online e un Laboratorio in Aula sul Growth Hacking destinato a chi desidera portare le tecniche di crescita più avanzate ed innovative nel proprio business.
Seguendo questo percorso, grazie all’esperienza dei docenti – Raffaele Gaito e Luca Barboni – potrai imparare a trovare soluzioni laterali ed innovative che possano apportare una crescita significativa del fatturato; progettare prodotti che rispondano realmente e continuamente ai bisogno dei clienti; identificare e tracciare solo le metriche vitali per la crescita; apprendere il giusto mindset per impostare un processo basato su esperimenti.
A 25 ore di didattica 100% online puoi abbinare 16 ore di aula pratica a Milano: impara a casa le nozioni di base ed i framework strategici della disciplina e metti alla prova le tue competenze in aula, cimentandoti insieme a noi su brief pratici.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/growth_hacking_ninja.jpg715999Massimo SommellaMassimo Sommella2018-01-18 12:26:232018-01-18 17:39:31Il Marketing per il 2018: Grow or Die!
Alibaba, gruppo leader del mercato eCommerce cinese, tramite il suo store dedicato Tmall Auto sta per inaugurare il 2018 con due distributori automatici, a Shanghai e Nanjing, dedicati alla vendita multimarca di automobili.
Questo è uno dei più interessanti tentativi di coniugare il mondo eCommerce con l’acquisto offline per eccellenza: la vendita delle auto.
Il progetto è davvero ambizioso, dato che Alibaba punta ad aprire decine di distributori in Cina nel 2018 e molti altri il prossimo anno, anche in altri paesi. Numerosi brand, tra cui Ford, Mercedes-Benz, Volvo, Alfa Romeo e Porsche hanno espresso il loro desiderio di prendere parte al programma.
Per renderti conto della dimensione di un garage/distributore, la compagnia ha annunciato che il self-service occuperà mediamente 200 metri quadrati, con il simbolo del gatto Tmall bene in vista 🙂
A tale proposito, Yu Wei, general manager della divisione automotive di Tmall Auto, ha dichiarato che “questo nuovo servizio è pronto per la nuova era della vendita delle auto online […] ed effettuare l’acquisto sarà più facile che comprare una lattina di Coca Cola”.
Ma come funziona il distributore nel dettaglio? Prima di tutto i clienti Alibaba, almeno inizialmente, dovranno essere iscritti al programma Alibaba Super 88 Members e godere di un rating elevato nel sistema Sesame Credit impiegato per classificare l’affidabilità degli utenti (trovi un approfondimento, con le differenze con Amazon Prime, in questo articolo).
Poi il processo vero e proprio può iniziare, con la foto di una qualsiasi auto effettuata direttamente dal proprio smartphone.
Una volta fotografata, si potranno configurare diverse opzioni aggiuntive (come il colore della carrozzeria e gli allestimenti interni): l’app chiederà poi di scattare un selfie e di addebitare un deposito cauzionale.
Una volta disponibile, l’auto sarà in stock presso il distributore automatico Tmall Auto, che userà il riconoscimento facciale (esattamente come l’iPhone X) per trovare ed erogare il veicolo dedicato.
Tutto qua! A questo punto è possibile provare il veicolo liberamente per tre giorni.
Si potrà testare l’auto in libertà, dopodiché verrà chiesto di riconsegnarla alla vending machine oppure di finalizzarne l’acquisto, il tutto direttamente online.
Per prevenire possibili abusi, ogni utente potrà testare un modello una sola volta, con un limite di cinque prove in due mesi.
Questo annuncio arriva poche settimane dopo l’annuncio di una partnership tra Alibaba e Ford per la vendita di veicoli elettrici e ibridi in Cina, con 15 nuovi modelli pronti per il mercato Cinese entro il 2025, da vendere tramite la piattaforma di eCommerce.
Il mercato automobilistico in Cina
Del resto il mercato cinese, con il suo giro d’affari annuale di 28 milioni di veicoli su circa 100 milioni in tutto il mondo (per un paragone, in Italia se ne vendono 1 milione l’anno) è uno dei mercati più importanti su cui puntare per la crescita delle vendite automotive, specie per il mercato ibrido ed elettrico, che risponde in pieno alle criticità sull’inquinamento di cui la Cina è (purtroppo) spesso protagonista.
Inoltre, il mercato cinese sembra rispondere davvero bene all’eCommerce applicato al mondo dell’auto (basti pensare alle 350Alfa Romeo Giulia vendute in 33 secondi lo scorso anno).
Questa caratteristica, unita alla bassa criticità di costo e gestione di un magazzino automatico, sta convincendo Alibaba a puntare sempre di più su questo modello di business.
E nel resto del mondo? Qualche timido tentativo in questo senso è stato fatto, ma non è stato ancora raggiunto un risultato soddisfacente.
Il mercato è però profondamente cambiato, specie nel mondo delle concessionarie: il ruolo del venditore sta rapidamente mutando in consulente, con il cliente che si reca sempre più consapevolmente in salone. Il focus si sposta quindi sulla preparazione dei concessionari, per essere di supporto all’esperienza d’acquisto (oltre a spuntare il prezzo giusto, ovviamente).
Molto interessante sul tema è l’analisi di Accenture, che evidenzia che i concessionari, per i digital natives, sono più importanti che mai: più di 2su 3 visitano infatti il salone più di due volte, prima di acquistare la propria automobile.
Il paradosso digitale
Solo una personasu 2 dei cosiddetti digital laggards fa invece la stessa cosa. Ecco quindi un paradosso digitale applicato all’automotive.
Insomma, i tempi per il mutamento del mercato e del modello di business del mondo dell’auto sono più maturi che mai e il 2018 si prospetta un anno ricchissimo di novità.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/Concept-photo.jpg13111792AndrejkoAndrejko2018-01-18 11:30:282018-03-08 13:05:31Come funzionano i distributori automatici di automobili che sta costruendo Alibaba
L’edizione 2018 dell’International Consumer Electronics Show di Las Vegas, CES per gli amici, il più grande evento mondiale dell’elettronica di consumo, si è da poco concluso. Il CES è uno sguardo sul futuro, dove si può vedere in anticipo di qualche anno tutto quello che farà parte prima o poi della nostra vita quotidiana. Tanto per fare qualche esempio, nel 1970 venne presentato il Videoregistratore, nel 1981 i lettori CD e nel 1998 le TV HD, tutti oggetti divenuti imprescindibili in ogni casa.
Uno dei temi principali di ogni fiera del settore tecnologico è quello dell’Automotive e anche al CES non potevano mancare grandi novità per le quattro ruote. A farla da padrone in questo settore sono lo sviluppo dei motori elettrici e il Self-Driving, una maggiora automazione nel controllo della vettura.
Nel 2040, secondo gli analisti della IHS Markit le auto dotate di pilota automatico di livello 4 e 5 – che cioè non richiedono al guidatore di intervenire sui comandi – saranno oltre 33 milioni.
Una delle più grosse novità presenti al CES è stata sicuramente è Byton, una startup cinese che ha presentato a Las Vegas un Suv elettrico. La novità, ovviamente, non è nel motore di questa macchina, anche se l’autonomia promette di essere veramente interessante: sono stati “promessi” 520 km di autonomia, anche se al momento per i primi modelli saranno solo 400.
La novità sarà allora la carica? Certamente: Byton si ricaricherà dell’80% in soli 30 minuti, ma ancora non basta per essere un’auto rivoluzionaria!
La novità di Byton, creata da ex ingegneri di Apple e Bmw, sta nel cruscotto: un touchscreen di 49 pollici che permette un’esperienza di guida in full self-driving mode. Sono previsti due livelli di automazione per la guida: si partià con un livello 3, che per la SAE International Automotive, corrisponde all’automazione condizionata, con l’auto che gestisce accelerazione, frenate e direzione e l’essere umano pronto a intervenire in caso di potenziale pericolo o laddove non sia ammessa la guida autonoma, per passare poi al livello 4, alta automazione, con il pilota che è spettatore ma pronto su richiesta a prendere il controllo dell’auto.
Quanto costerà
Byton, ha creato un vero ecosistema all’interno di un’auto con possibilità di guardare video, ascoltare musica e integrato con un sistema di controllo delle principali funzioni vitali del conducente e dei passeggeri (battito, pressione cardiaca, etc.) totalmente controllabile con touch screen, gesture control e comandi vocali. L’obiettivo degli sviluppatori è di portare dentro la macchina la vita del conducente.
L’auto andrà in produzione nel 2019 e avrà un prezzo sul mercato di 45 mila dollari, ma restano due problemi: la sicurezza e la possibilità di ricaricare.
Il problema sulla sicurezza e la possibilità di distrazione durante la guida è stato risolto dagli ingegneri grazie a una customizzazione: durante il driving mode alcune features, come la possibilità di guardare video vengono disattivate automaticamente.
Il problema dei punti di ricarica, attualmente 0 in confronto agli 8500 di Tesla (diretto concorrente di Byton), potrà essere risolto solamente creando una rete di SuperCharger per condividere le infrastrutture già esistenti tra i vari produttori di auto. Tesla non ha negato questa possibilità, per cui ci potrà essere futuro anche per Byton, staremo a vedere.
Anche Mercedes Benz, senza stravolgere il mercato dell’automotive, ha portato delle importanti novità, che verranno ufficialmente mostrate al Salone di Ginevra. La nuova Classe A, infatti, disporrà di MBUX, Mercedes Benz Users Experience, un sistema di infotainment basato su un altissimo livello di intelligenza artificiale in grado di interagire in maniera quasi perfetta (il quasi è d’obbligo ancora quando si parla di macchine) con conducente e passeggeri.
MBUX è in grado di rispondere a tutte le domande (strada, meteo, punti di interesse, etc.) in maniera dettagliata e con il solo utilizzo di comandi vocali, ed è in grado di riconoscere 30 lingue, accenti e dialetti diversi. Anche Mercedes, come Byton, ha optato per due megadisplay sul cruscotto, e un sistema semplice, intuitivo e già pronto per il mercato, visto che sarà disponibile sul modello Classe A, pensato per un target di prezzo abbastanza accessibile.
“Le nuove tecnologie – spiega Ola Kallenius, membro del Board di Daimler AG – devono essere incentrate sulle persone che le utilizzano e per rendere le loro vite più semplici”.
Una visione “umanocentrica” e un sistema spettacolare e unico in grado anche di dare all’utilizzatore suggestioni individuali basate sulle sue abitudini (anche per quanto riguarda la musica, gli indirizzi e i contatti) attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e sistemi di machine learning.
B2V Brain-to-Veichle: dal Telepass… alla telepatia!
Se il settore del self-driving avrà la sua vera esplosione in un futuro più remoto (si parla a partire dal 2021) molto più immediati sono invece i guadagni attesi dai sistemi avanzati di assistenza al conducente e l’elettronica applicata alla guida: in base alle stime si aggireranno intorno ai 183 miliardi di dollari entro il 2022. Una delle novità di questo settore più curiose e interessanti presentate al CES è B2V, Brain-to-Veichle di Nissan: una “cuffia” che monitorando le onde celebrali, è in grado di abbinare un determinato impulso ad un gesto, come ad esempio il frenare, l’accelerare o lo sterzare. Nissan ha implementato un sistema unico di strumenti e algoritmi in grado di comprendere e “mappare” i segnali inviati dal cervello che vengono analizzati in tempo praticamente reale e permettono di sincronizzare i movimenti del conducente, aiutandolo nel guidare nel migliore dei modi.
Importante: il sistema è in grado di apprendere da solo archiviando le abitudini di guida del conducente, in modo da rendere molto più efficace e preciso il sistema di assistenza, aiutando anche correggere eventuali errori nella guida.
L’obiettivo di Nissan, con B2V, è prepararsi a un futuro prossimo dove le parole chiave saranno autonomy, electrification e connectivity.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/Byton-interni.jpg528940Federico OggioniFederico Oggioni2018-01-18 10:45:172018-03-08 13:05:40Il Suv elettrico di una startup cinese e altre innovazioni Automotive da tenere d'occhio
Il tuo blog, dopo mesi e mesi di ripensamenti, ha appena visto la luce, oppure credi sia arrivato il momento di una bella rispolverata. Che sia la tua più preziosa creatura o lo strumento di marketing su cui l’azienda per cui lavori concentra l’intera digital reputation poco importa, quello che conta è come sfruttare e potenziare il tuo blog e i tuoi preziosissimi contenuti.
Se quello che cerchi è più visibilità per il tuo blog e ti stai chiedendo cosa fare ancora dopo la semplice condivisione del post sui canali social sei nel post(o) giusto. Oggi vogliamo parlarti propri di questo, di come trasformare i lunghi post del blog in short form adatti per i social media. Questo vuol dire dare nuova vita al tuo contenuto, potenziarne l’efficacia e avere più materiale da poter condividere e promuovere. Ma andiamo con ordine e vediamo insieme alcuni semplici passaggi per smontare e ricostruire il tuo post blog.
Trasforma i passi chiave in citazioni
Potrà sembrare banale e scontato, ma il tuo il tuo post contiene più spunti interessanti e indipendenti di quanto pensi. Rileggi bene il post e elenca i passaggi più significativi trasformandoli in brevi paragrafi o ancora meglio frasi di senso compiuto. Il tuo post contiene dati, statistiche, risposte di un’intervista o consigli su un determinato argomento? Bene, trasformali in singoli contenuti e il gioco è fatto!
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Il processo di restyling è avviato, è ora di indossare l’abito della festa. Di cosa parliamo? Della scelta del formato da assegnare ai nostri nuovi contenuti brevi e accattivanti. Se le 1200 battute del vostro contenuto originario miravano all’approfondimento e ad una lettura più attenta e prolungata ora i post brevi richiedono una presentazione completamente diversa e adatta ad un pubblico social. Che siano immagini, gif, brevi video poco importa, quello che conta è catturare l’attenzione dei follower . Via libera alla creatività.
#Dovete #proprio #smetterla #di #usare #gli #hashtag #così ⚔️Segui le avventure del Ninja Social Media Manager nate dalla collaborazione con @pera_comics, ogni martedì in anteprima su Instagram!
Il più è fatto. Individuati i blocchi di testo principali da trasformare in post social e scelto il formato più adatto è ora di passare alla scrittura, ovvero alla parte copy. Sia che si tratti di una semplice condivisione del post blog o di un contenuto nuovo o rielaborato, non perdiamo di vista l’obiettivo: catturare l’attenzione, incuriosire e invogliare all’approfondimento e quindi rimandare l’utente al post blog originario. Per prima cosa evitiamo di riportare lo stesso titolo e la stessa descrizione del post originario. Dobbiamo incuriosire non ribadire.
Concentriamoci sul perché quel contenuto può essere d’interesse per il nostro pubblico e esordiamo, per esempio, con una domanda che troverà poi risposta nel post blog. Se nel post riportiamo dei risultati di un’importante indagine di mercato, per esempio, non riveliamo tali dati nell’incipit del nostro nuovo post ma limitiamoci a una domanda in cui si chiede al nostro pubblico di ipotizzare la risposta giusta. È un ottimo modo per coinvolgere gli utenti e spingerli alla lettura.
Aggiungi parole chiave, hashtag, tag ed emoji
In poche parole metti in risalto tutto ciò che ritieni importante. Ma questo non significa trasformare il nostro post in un albero di Natale che oltre ad essere fuori stagione sarebbe anche di cattivo gusto penalizzando la ricezione del messaggio. Come prima cosa potresti assegnare ai post una parola chiave o uno slogan che ne identifichi il tema: intervista, se si tratta di un’intervista, Tech se si tratta di un contenuto inerente la tecnologia e così via.
Le keywords del tuo post blog si trasformano poi magicamente in hashtag e il bon ton dei social prevede di non esagerare mai con la quantità e limitarsi a quelli che rendono il post efficace: non più di uno o due per Facebook e Twitter e non più di undici per Instagram. Non dimenticare i tag e le menzioni. Se nel nostro post menzioniamo qualcuno ricordiamoci sempre di inserire un tag sui social.
Favorisci la lettura e non far scappare gli utenti
Il tuo post è pronto. Bene, ora allontana il tuo sguardo dallo schermo e osserva il tuo nuovo post nel complesso. È di facile comprensione? Tutti gli elementi sono al loro posto o ti trovi davanti ad un blocchetto di testo senza respiro? Ricorda che ogni piattaforma mostrerà il tuo post in maniera completamente diversa quindi usa i dovuti accorgimenti come già fatto per il post blog originario.
Lascia dello spazio bianco tra un paragrafo e l’altro che non devono essere più di due, soprattutto tra il testo e gli hashtag. Su Twitter gli hashtag solo alla fine e l’abbreviazione del link condiviso è d’obbligo.
Ecco che il tuo post blog ha assunto forme e dimensioni completamente diverse. Ma ricorda che quello che conta è mantenere sempre l’intenzione e il valore per il pubblico intatti. Trasformare contenuti non è mai facile ma con gli accorgimenti giusti i risultati non si faranno attendere. Ora non ti resta che provare.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/different.jpg787900MakiMaki2018-01-18 09:30:082018-01-18 17:41:24Come trasformare un post del tuo blog in contenuti (efficaci) per i social
Che siano il trend del momento è un dato di fatto, che generino una reach di gran lunga superiore a quella dei post, pure. Tuttavia, alcune aziende ancora si chiedono se vale la pena investire in un formato così effimero e volatile come le Instagram Stories. La risposta è: assolutamente sì.
Il lato umano del brand
Le Stories nascono come contenuti esclusivi, effimeri, immediati e in diretta. Nonostante nel corso dei vari aggiornamenti sia stata data la possibilità di aggiungere alla propria Storia anche contenuti scattati in precedenza, gli utenti che le guardano lo fanno al fine di scoprire cosa sta succedendo in quell’esatto momento ai loro account di riferimento.
Le Stories sono definitivamente quel buco della serratura che di tanto in tanto sgombriamo concedendo a chi ci segue la possibilità di dare una sbirciatina.
Questo formato, oltre ad essere percepito come più autentico e genuino rispetto al mondo patinato di Instagram, riduce ulteriormente la distanza tra brand e utente finale. Inoltre, stimola maggiormente l’interazione da parte dell’utente che si sente coinvolto in prima persona, in una comunicazione 1 a 1 dove le proprie risposte ai sondaggi e il proprio commento al contenuto esperito non viene visualizzato dagli altri utenti. In una realtà come quella di Instagram, nella quale ogni scatto è il risultato di pose, trucchi, correzioni, luci e post produzione, le Stories sembrano la via di fuga dalla finzione, quel punto di incontro tra utenti, utente /influencer e utente /brand, nel quale entrambi si misurano nel contesto della quotidianità – cosa c’è di più reale?
E mentre voi siete in pausa caffè vi ritrovate a fare zapping nella vita delle persone – che conoscete o che ormai vi sembra di conoscere – e sorridete davanti al video dell’ecografia di Baby Raviolo, sbirciate nella quotidianità di un fashion blogger al Pitti e fate screenshot alle originali Gift Ideas di Sephora.
Quindi, se da una parte è utile preservare quell’aspetto umano per il quale i brand diventano love brand, dall’altra non smettiamo di alimentare con sapienza, gusto estetico e coerenza la grid Instagram che nel 2018 diventa a tutti gli effetti la propria homepage. Già a partire da quest’anno la gallery Instagram delle aziende sostituirò sempre di più la home del loro sito ufficiale: sempre più utenti cercano le aziende direttamente su Instagram, senza più passare dal Google.
Raccontare storie ad effetto
Uno dei più grandi “limiti” di un social network come Instagram, che lo ha reso fino ad oggi uno mondo limitato agli amanti delle belle foto, era l’esigenza di produrre solo contenuti interessanti e inspiring (che si traducono in uno stile di vita inaccessibile o quasi, fatto di viaggi, cene stellate e abiti costosi), con una qualità molto alta della fotografia: questo, da una parte, ha segnato la nascita dell’Influencer Marketing, dall’altra ha sempre implicato un posting più contenuto da parte dell’utente medio che era ridotto a voyeur. Con le Storie questo vincolo è stato profanato: se il singolo post Instagram è un inno all’egocentrismo unidirezionale, le Stories sono pur sempre figlie di un bisogno di ostentazione, ma anche di un’esigenza di dialogo – un dialogo che va al di là del like o del “Great pic!” di qualche sconosciuto.
Le Stories sono “il grande outlet dello storytelling”.
Talvolta, facciamo un uso delle Storie similare a quanto facevamo con i post su Facebook fino a qualche tempo fa: cerchiamo l’interazione, mostriamo e dimostriamo, sveliamo eventi, emozioni e occasioni in presa diretta.
Ed ecco che appena Instagram diventa più pop-democratico, si inizia a verificare un fenomeno di migrazione di massa da parte di tutte le generazioni sulla piattaforma. Anche su Instagram, tuttavia, ogni generazione ha i suoi codici linguistici: la generazione Z posta foto in cui si ritrae con una mano che nasconde la faccia o con un viso senza occhi – mostrato dal naso in giù, crea svariati account che poi inspiegabilmente chiude e usa Instagram come specchietto per le allodole per invitare i propri follower a lasciare il proprio commento su thiscrush; i Millennials, pionieri e padroni di casa, prediligono la pubblicazione di quegli scatti che più si avvicinano allo stile degli Influencer e ne subiscono, di contro, l’influenza più degli altri; i più adulti, invece si stanno timidamente rendendo conto che qualcosa sta cambiando e stanno studiando silenziosamente Instagram, abbozzando qualche storia, postando e stesse foto che condividono su Facebook – senza hashtag o con hashtag lunghissimi e sgrammaticati.
Futuro
Insomma, se le Stories hanno contribuito ulteriormente a squarciare quel velo di Maya che tiene separata la nostra realtà da quella che viviamo ogni giorno attraverso i social, puntando sempre più a quel mondo iper-connesso in cui le distanze hanno perso ogni accezione, in futuro aspettiamoci esperienze sempre più immersive – che i prossimi Influencer saranno semplicemente coloro che, tramite VR, faranno vivere in modo illusorio e iper-realistico la propria realtà ai propri follower? Forse.
Del resto il futuro sta già bussando alla nostra porta e Instagram non è altro che il pioniere di quel mondo nuovo, dove locali, ristoranti e ogni tipo di esercizio commerciale si impegnerà a diventare il più “instagrammabile” possibile: un qualcosa di simile all’evento dedicato a Black Mirror, organizzato e sponsorizzato da Netflix, che sui social è stato descritto così:
Immaginate il locale del futuro dove si ordina #instafood e il menù è tutto un #foodporn, l’atmosfera è #fashion e i clienti sono veri #IGers. Un locale dove ogni momento è un #bestoftheday. Non sarebbe #instagood?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/stories.jpg12552526Alexia AltieriAlexia Altieri2018-01-17 15:45:122018-01-17 17:49:29Perché dovresti usare le Instagram Stories per parlare di te (o del tuo brand)
Dopo un’imponente opera di restauro, (finalmente) Casa Vicens, gioiello dell’architettura modernista, riapre al pubblico.
Questo edificio, situato nel quartiere Gràcia di Barcellona, è la prima opera residenziale dell’architetto Antoni Gaudì, che l’ha costruita tra il 1883 e il 1885.
Casa Vicens è stata concepita come residenza estiva per Manuel Vicens i Montaner, che ha commissionato il lavoro ad un giovanissimo Gaudì nel 1878. Si tratta di un edificio unico nel suo genere, che mixa elementi gotici e richiami arabeggianti, servendosi di colori brillanti e motivi a scacchiera.
Ma qual è stata l’evoluzione di Casa Vicens nel corso degli anni? Scopriamo subito la storia e le curiosità sulla riapertura di una delle strutture più spettacolari di Barcellona.
La storia
Casa Vicens è stato il primo vero progetto residenziale di Gaudì: una vera villa unifamiliare, in cui il giovane architetto ha potuto mettersi all’opera sfruttando tutto il suo bagaglio di conoscenze e portando avanti la sua idea di architettura.
Molti degli elementi di Casa Vicens si ripetono nei progetti di Gaudì, seppur in diverse forme, talvolta emblema di una maturità artistica consolidata.
L’aspetto attuale dell’edificio non corrisponde a quello originario, ma è frutto di numerose ammende, portate avanti dai proprietari che si sono succeduti negli ultimi decenni.
Ad oggi si possono osservare tre spazi chiaramente differenziati: la costruzione originale del 1883-1885 progettata da Antoni Gaudí l’espansione dal 1925 progettata da Joan Baptista Serra de Martínez e il giardino che circonda l’edificio.
Credits: @Casa Vicens (www.casavicens.org)
Credits: @Casa Vicens (www.casavicens.org)
Casa Vicens, infatti, ha subito un passaggio di proprietà nel 1925 e, nel corso dei lavori guidati dall’amico di Gaudì Joan Baptista Serra de Martínez, sono stati sacrificati diversi elementi presenti nella prima costruzione, tra cui la scala originale.
Il restauro
Casa Vicens è stata acquistata da MoraBanc nel 2014, proprio con l’intenzione di riaprire al pubblico l’edificio. Con l’aiuto dello studio di progettazione locale DAW, gli acquirenti hanno trasformato Casa Vicens in un museo, che è stato aperto al pubblico lo scorso novembre per la prima volta.
Durante il restauro, gli esperti hanno cercato di ripristinare il design originale di Gaudì, basandosi sulla documentazione dell’epoca.
Nella sala fumatori, i restauratori hanno rimosso strati di vernice per rivelare lo schema cromatico blu-verde originale di Gaudí.
I rilievi tridimensionali in cartapesta sui soffitti e sulle pareti sono stati riparati e restaurati all’originale, mentre le tegole sono state posate sul tetto, rimanendo fedeli alla vecchia tecnica dei “trencadís”.
Per la sua nuova funzione di museo, è stata installata una scala moderna, al fine di consentire la visita degli ospiti.
Al piano terra è presente un’area per accogliere i visitatori e il primo e il secondo piano hanno degli spazi espositivi dedicati alla collezione permanente incentrata sull’edificio, più le mostre temporanee e le attività museali.
Casa Vicens è un capolavoro senza tempo, che sprigiona tutta l’essenza del Mediterraneo. Dal 2015, l’edificio è incluso tra i patrimoni dell’umanità UNESCO.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/casa-vicens.jpg752760Jessica SimonettiJessica Simonetti2018-01-17 14:45:242018-01-17 17:35:51Riapre Casa Vicens, il capolavoro architettonico di Antoni Gaudì
C’era una volta in un mondo UX molto lontano, abitato da Wireframe, Experience Map e A/B testing, una mamma UX designer in “pausa digitale” per la maternità e il suo bambino che a piccoli passi apprendeva il mondo. È il principio di una storia, o meglio di una human experience con protagonista una “Mamma UX”. Su Hyun Kim, documentando in un calendario lo sviluppo fisico-mentale del figlio dalla nascita e il suo approccio alle tecnologie, ha raccontato attraverso nuove intuizioni l’UX design.
Prima di addentrarci nello studio di Su Hyun Kim partiamo però da una citazione lungimirante di Konrad Lorenz: «L’uomo è per natura un animale culturale».
Rispetto agli altri animali l’uomo è cioè dotato geneticamente di meno istinti “innati”, ma d’altra parte di una veloce capacità di apprendimento e trasmissione del sapere ai suoi simili. Nel momento quindi in cui un neonato lascia la “comfort zone” dell’utero materno, equipaggiato di pochi istinti di sopravvivenza, come la suzione dal seno, è totalmente “un’opera da plasmare” attraverso il sapere, o come lo definirebbe Su Hyun Kim è una sorta di intelligenza artificiale predisposta per il machine learning pronto ad apprendere il mondo in modo esperienziale e senza manuale alla mano. Pensate infatti che in pochi giorni il neonato riconosce il modello di un volto umano e da questo momento confronta in continuazione “interfacce”.
Lo stato di total learners non è l’unico aspetto affascinante sullo studio dei bambini preso in considerazione da Su Hyun Kim, ma è fondamentale anche il loro essere totalmente spontanei e privi di sovrastrutture nell’interazione e apprendimento di una nuova interfaccia. L’analisi di un’interfaccia fatta su un adulto restituisce in genere risultati “condizionati” ad esempio dal contesto, dall’interlocutore o dalle condizioni sociali che rischiano di sviare il processo di design. Un bambino invece si approccia all’interfaccia in modo altamente intuitivo e privo di precondizionamenti, restituendo di conseguenza risultati trasparenti.
Storie di GUI
Un elemento fondamentale dell’UX design è prorio la naturalezza di interazione uomo-macchina per fornire un’esperienza utente fruibile e intuitiva. Una svolta in tal senso è stata data a partire dagli anni ’60 dallo sviluppo di Interfacce Grafiche (GUI).
Vi ricordate prima delle GUI come l’uomo comunicava con il computer? Probabilmente no, perché il computer non era un prodotto di consumo e gli studiosi comunicavano con la macchina attraverso interfacce testuali a riga di comando.
A rendere il computer un veicolo di espressione creativa umana, oltre che calcolatore, ci ha pensato Alan Kay, informatico ricercatore nonché padre delle interfacce grafiche (GUI). Kay partendo dalla teoria del costruttivismo, ossia di una conoscenza costruita sull’esperienza personale piuttosto che il rispecchiamento di una realtà indipendente (imparare attraverso azioni), ha studiato nello sviluppo delle GUI l’apprendimento dei bambini, concludendo che «le azioni attraverso immagini generano simboli» (icone).
Pensate ad esempio quanto è intuitiva l’interfaccia di un tablet, oltre ad essere popolata da icone è anche touch screen, infatti i bambini a partire da sei mesi riescono ad interagirvi e conservare nella memoria muscolare le azioni ripetitive effettuate sul device (es. shift dal basso verso l’alto per uscire dall’applicazione). Le GUI hanno quindi consentito agli utenti di formulare idee in tempo reale, manipolando icone (immagini elevate a simboli) sullo schermo del computer per generare azioni.
Su Hyun Kim allo stesso modo di Kay abbraccia la teoria costruttivista nell’osservazione di suo figlio, sostenendo un approccio sperimentale dell’UX design relativo soprattutto a realtà virtuale e intelligenza artificiale.
UX design nella realtà aumentata
Guardate questo video:
Si tratta di un gioco sicuramente divertente e coinvolgente che proietta il giocatore in un mondo alternativo, dove riesce a raggiungere l’obiettivo saltando tra le rocce. Cosa sarebbe successo però se il giocatore fosse caduto nella lava? Quante volte ci avrebbe riprovato? Quante volte voi ci avreste riprovato?
Su Hyun Kim parlando con il pediatra di suo figlio, gli ha chiesto perché inciampa così spesso, la sua risposta è stata «perché nella sua mente è bravo e veloce a camminare mentre per il suo corpo no». Nonostante ciò il bambino non si arrende e continua a provare finché non riesce a camminare correttamente. Per gli adulti è diverso, ci si aspetta sempre di riuscire subito o in breve nell’obiettivo, nel momento in cui si incontrano ripetute difficoltà si tende ad aggirarle. Pensate all’importanza dell’usabilità nei siti web: un sito web poco fruibile e usabile sarà abbandonato a favore di un altro dopo pochi secondi di navigazione.
Tornando alla realtà virtuale, quando un utente indossa un visore VR, la sua percezione delle leggi fisiche viene spesso alterata. La natura coinvolgente, caratteristica della realtà virtuale, è però anche il suo limite, infatti l’utente rischia di perdere senso di orientamento e equilibrio con effetto conseguente di smarrimento. Come evitarlo?
Su Hyun Kim consiglia in ambito UX design di mantenere elementi familiari nel nuovo ambiente di realtà aumentata, così da far sentire l’utente emotivamente a suo agio, introducendo in modo lento e controllato nuovi elementi spaziali, che seguono leggi di movimento differenti. Su Hyun Kim consiglia inoltre di coinvolgere gli utenti come protagonisti, anziché spettatori passivi, nel momento in cui indossano un visore VR. Osservando i bambini infatti l’apprendimento è più veloce con un coinvolgimento diretto.
UX design e Intelligenza Artificiale
L’apprendimento motorio non è stato l’unico preso in considerazione dalla Mamma UX. Sapete quante lingue può imparare un bambino contemporaneamente?
Non c’è un numero esatto, dipende dall’esposizione del bambino alla lingua, ma già con quattro non ci sono problemi. Su Hyun Kim ha sperimentato sul figlio come i bambini siano in grado di differenziare una lingua dall’altra, prima che gli venga spiegata. La loro innata flessibilità linguistica dipende infatti dalla capacità di discriminare le unità fonetiche utilizzate nelle lingue.
Su Hyun Kim partendo da questo presupposto ha riflettuto sull’Intelligenza Artificiale. Un motivo di frustrazione per gli utenti è la mancanza di comprensione dell’accento da parte degli assistenti vocali. Ad esempio voi parlate un buon inglese ma mantenete un forte accento italiano, nel momento in cui vi rivolgete ad un assistente vocale rischiate quindi di non vedere accontentata la vostra richiesta per mancanza di comprensione. La causa di ciò è che l’algoritmo dell’Intelligenza artificiale è programmato su un modello di linguaggio comune predeterminato e basato su decisioni economico-culturali “mainstream”, piuttosto che di casi ridotti.
Potrebbe risolvere il problema la flessibilità linguistica di apprendimento nei bambini?
Il tono di voce del “baby talk” è simile in tutto il mondo. Studi confermano che il baby talk facilita la capacità dei bambini di imparare il linguaggio. La riflessione a cui giunge Su Hyun Kim è la possibilità di approcciare all’intelligenza artificiale partendo dalle abilità base di comunicazione e aggiungendo mano mano abilità uniche degli umani. Progettare gli algoritmi di intelligenza artificiale con flessibilità nel riconoscimento degli accenti, così come succede nei bambini, aumenterebbe la relazione tra uomo e macchina in modo organico, evitando frustrazioni da parte di quest’ultimo. Inoltre la flessibilità sarebbe una caratteristica necessaria non solo per il riconoscimento fonetico, ma anche per il mantenimento del discorso in modo più naturale possibile, dire «Spiacente, non capisco» e tagliare la conversazione, è ancora molto macchinoso e lontano da una conversazione “simil-umana”.
Su Hyun Kim, nell’osservazione di suo figlio ha teorizzato un futuro di macchine sviluppate come neonati: fin dal principio ha definito infatti il bambino come una macchina predisposta al machine learning, con grande flessibilità, elementi familiari per l’apprendimento e ha perfino proposto l’introduzione di un Quoziente Emotivo nell’intelligenza artificiale.
Un consiglio agli UX designer: quello di passare del tempo fuori dal mondo digitale e calarsi tra le persone per apprendere la loro visione del mondo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/12/giraffe-1959110_1280.jpg7201280Silvia Di GennaroSilvia Di Gennaro2018-01-17 14:30:182018-01-18 11:33:01Perché saper ascoltare i bambini può svoltare la carriera degli UX designer
È inutile negarlo, negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi fenomeni importanti in termini di digital marketing: dalla crescita smisurata dei social media all’utilizzo sempre più frequente del mobile – nello specifico con un + 25% year on year per gli smartphone – in tutti i contesti a livello globale.
Ma, quali saranno i trend da monitorare ancora nel 2018? Guardiamo i più importanti insieme.
1. Attività di marketing nel ciclo di vita del cliente
La mappatura del percorso del cliente assume un ruolo sempre più importante, per questo sarà indispensabile definire i punti di contatto nel percorso. Da tempo si parla di customer journey: è arrivato il momento di capire seriamente di cosa si tratta e strutturarlo in modo corretto per la propria azienda, per mandare il messaggio giusto alla persona giusta, nel momento giusto.
2. Personalizzazione nel percorso dell’utente/ esperienza del cliente
Sarà un passo necessario per aumentare la pertinenza e la risposta delle comunicazioni e questo trend si svilupperà proprio grazie all’intelligenza artificiale. Senza dimenticare i nuovi punti di contatto forniti da tutti gli strumenti per la ricerca vocale, che ci forniranno dati ancora più precisi su dove e come i nostri potenziali clienti si trovano ed esprimono i propri bisogni.
3. Integrazione dell’apprendimento automatico nella marketing automation
Anche, questa tendenza si svilupperà grazie all’intelligenza artificiale. Ad oggi, è scioccante, ma pare che soprattutto nei flussi di marketing automation non si utilizzi alcuna tecnica per segmentare e definire il target. Questo dato suggerisce che molte aziende non sono pronte al cambiamento, ma come possiamo performare bene, se non conosciamo il nostro target?
4. App di social messaging nelle comunicazioni
Gli studi dell’ultima ricerca di Ofcom Communications market dimostrano che il pubblico totale mobile ha utilizzato Facebook Messenger (61%) e WhatsApp (50%), mentre Snapchat (28%) ha raggiunto 10,1 milione di visitatori unici. Come non tenere conto di questi dati?
Non solo Content is King! Il vero motore del coinvolgimento è il buon contenuto, che avrà sempre la meglio rispetto a qualsiasi comunicazione approssimativa.o
6. Video Marketing per coinvolgere il cliente
L’elemento visivo ci ricorda l’opportinità di utilizzare il marketing video nel ciclo di vita del cliente attraverso, ad esempio, annunci pre-roll su Youtube. Bisogna ammetterlo, i video sono senz’altro i contenuti che generano un maggior coinvolgimento e questa tendenza continuerà a crescere anche grazie allo spazio dato ai video sulle varie piattaforme, Facebook Watch in primis.
7. SEO per scalare le SERP
Sembra essere davvero un trend rilevante nell’ambito delle attività di marketing, seppur sia vero che in questo ambito c’è relativamente poca innovazione. Oltre al continuo cambiamento degli algoritmi, i marketers non dovrebbero trascurare l’aspetto mutevole della SERP (anche queste sempre più legate all’esperienza utente) e le possibilità aperte dall’uso crescente della ricerca vocale.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/13_digital_-_580_-_da.jpg5761024UmekaUmeka2018-01-17 11:10:492018-01-17 17:36:577 trend di digital marketing che continueranno ad essere vitali anche nel 2018
Twitter spia gli utenti nei direct messages. Questa l’accusa mossa da un gruppo di attivisti, noti come Project Veritas, nei confronti dei dipendenti del social di Jack Dorsey. Sul banco degli imputati ci è finito Clay Haynes, che ricopre in Twitter il ruolo di Network Security Engineer.
Invitato a cena con l’inganno e ripreso con una telecamera a sua insaputa da un membro di Project Veritas, ha ammesso che gli impiegati del social controllano tutto quello che viene postato sui loro server, incluso i messaggi a sfondo sessuale e foto private.
Inoltre, spiega che un ingegnere di Twitter potrebbe trasferire i dati di Donald Trump, inclusi i tweet cancellati e i messaggi diretti, al Dipartimento di Giustizia americana.
Oltre a Haynes Project Veritas ha raccolto le dichiarazioni di altri dipendenti del social che hanno tutti evidenziato come sia facile accedere ai dati sensibili degli utenti.
La difesa di Twitter
Il social ha respinto tutte le accuse e spiegato che “solo un numero limitato di impiegati ha accesso a quelle informazioni, per ragioni legittime, e sono tenuti a rispettare protocolli rigidissimi”, si legge su TechCrucnch.
Twitter si è poi difesa spiegando che le persone che appaiono nel video “non rappresentano o parlano per l’azienda” e accusa gli attivisti di avere usato tattiche e modificato il video con l’inganno per fini narrativi”.
Project Veritas è un’organizzazione che viene finanziata proprio da Trump, con 20mila dollari nel 2015 e si occupa di fare le pulci ai media di sinistra che hanno condotto battaglie contro l’attuale presidente americano.
Twitter attaccato da destra e sinistra
La faccenda sta scatenando una bagarre politica. Si sa che Twitter è il social più amato da Donald Trump e Haynes nell’intervista spiega le sue idee liberali e si dice ben “contento di poter utilizzare informazioni utili al Dipartimento della Giustizia (su Donald Trump, ndr)”. Nel video usa anche termini a proposito di Trump, non proprio lusinghieri.
La situazione è resa ancora più calda dalle accuse di molti democratici americani che hanno criticato Jack Dorsey per non avere bannato Trump dal social, nonostante alcune sue dichiarazioni non in linea con la policy dell’azienda.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/01/twitter-schermata.jpg430800RedazioneRedazione2018-01-17 09:55:062018-01-17 17:35:13Scandalo Twitter: "gli impiegati spiano i messaggi privati"
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