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5 trucchetti per creare la campagna di Natale perfetta sui social

Vi sembra troppo presto per parlare di Natale? Siete già stufi di vedere i panettoni sugli scaffali dei supermercati? Le luci dei negozi vi sembrano fin troppo abbaglianti? Provate allora a mettervi nei panni di un Social Media Manager.

Oggi vogliamo fare proprio questo, indossare i suoi vestiti da eroe dei social e capire come affrontare il Natale sui social network senza troppo stress (si spera).

Attenzione, abbiamo detto senza stress, ecco quindi, qualche trucchetto o buona prassi da seguire, per avere successo sui social nel periodo natalizio.

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I brand sui social a Natale

Come forse sapete, il Natale è un periodo molto propizio per l’acquisizione di clienti. In questo lasso di tempo, che vede il suo picco nelle ultime due settimane di dicembre, le stime ufficiali ci dicono che su Facebook l’attività si intensifica: vengono caricati una media di 32 milioni di contenuti al giorno, un +21% sulla media annua. I social sono quindi un luogo perfetto per stimolare decisioni di acquisto motivate, ponderate, e mai banali.

A questo proposito, la prima cosa che vogliamo dirvi è di essere originali facendo però attenzione: il fail può essere dietro l’angolo, quindi cercate di creare un qualcosa che i vostri utenti vorrebbero, ascoltando le loro esigenze proprio sui social network.

Si avete capito bene, il Natale è più social che mai ed è proprio qui che dovete intercettare i vostri potenziali clienti. Il Natale, infatti è quel sacrosanto periodo dell’anno in cui tutti si aspettano molto dai brand: il momento degli auguri, delle proposte per i regali natalizi, delle offerte dedicate, in poche parole è il periodo in cui siamo tutti più… esigenti.

I brand e le aziende devono necessariamente adeguarsi e rivolgersi ai propri utenti/clienti in una veste nuova, come la circostanza richiede. Dovrebbe essere così, ma spesso ci ritroviamo di fronte ad un vero e proprio assalto di post banali, che ci propongono sconti e prodotti, con brand che mirano in modo spudorato solo ed esclusivamente a vendere.

Ma andiamo con ordine e vediamo come distinguersi sui social durante (e prima) delle feste.

LEGGI ANCHE: È di nuovo Natale? Ecco come impennare le vendite con i social media

1. Pensate al Natale social già ad agosto

Esagerati? Forse sì, ma una prima via di fuga per mettervi al sicuro dallo stress natalizio è proprio quello di iniziare a pensarci con largo, larghissimo anticipo.

Impostare una campagna o una creatività natalizia a ridosso del periodo X può significare cadere nel banale, ricalcare quello che si è fatto l’anno precedente (per la fretta) o peggio farsi condizionare troppo da quello che fanno gli altri brand, col rischio di non emergere e rimanere affossati nel mare dei post natalizi su Facebook e Instagram.

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Se ancora non vi abbiamo convinti, con numeri alla mano vi diciamo che il 49% dei consumatori afferma di iniziare lo shopping natalizio nel mese di novembre, dopo però essersi informato sui propri acquisti nei mesi precedenti (agosto, settembre, ottobre). Ottobre, infatti, è il mese migliore per iniziare a comunicare prodotti, servizi e offerte e avviare le prime campagne. Solo il 20% dei consumatori ammette di iniziare ad acquistare a ottobre mentre il 24% a dicembre, a ridosso del picco natalizio.

Con molta calma, dunque, iniziate diversi mesi prima a ragionare sul mood e sul tone of voice che vorreste dare alla vostra campagna social di Natale. Cercate di impostare gli obiettivi, e capire quali saranno, per esempio, i prodotti o i servizi da lanciare in questo periodo.

2. Siate voi stessi

Questo è un altro trucchetto super vincente, soprattutto se siete a corto di idee.

Se il vostro obiettivo è differenziarvi ma non sapete come fare, scegliere una strada personale, molto più semplice e autentica potrebbe rivelarsi la scelta più giusta.

Che ne dite, ad esempio, di far conoscere i volti delle persone che formano un’azienda e pubblicare i loro auguri in un video? Troppo semplice? Sarà sicuramente più coinvolgente e vero. Il risultato è assicurato.

3. Trasformatevi in decison maker

Siate voi a creare il bisogno nei vostri follower, dispensate consigli, suggerimenti, aggiornamenti, idee.

Sapete bene che vi trovate di fronte a una platea di persone che si sta chiedendo cosa regalare ai propri amici e familiari per Natale. Cercate di essere voi la risposta.

Una strategia molto usata dai brand è, ad esempio, proprio quella di dare consigli utili sui regali, individuando i migliori destinatari per pacchetti e prodotti.

L’ideale sarebbe sfruttare le potenzialità del blog aziendale sui social: condividete diversi post blog che suggeriscono all’utente come affrontare le spese natalizie, cosa regalare a chi, oppure condividete su Facebook una infografica o ancora meglio delle Stories di Instagram con swipe al vostro sito o landing page.

4. Sbizzaritevi con la creatività, è Natale!

Il periodo natalizio non è poi così negativo lato social, c’è molto lavoro da fare ma non abbiamo mai detto che non sia piacevole.

Il tema si presta a moltissime declinazioni e anche il Social Media Manager più pigro troverà la sua giusta dimensione.

Moltissimi brand, infatti, inseriscono all’interno della programmazione  natalizia diverse tipologie di contenuti e attività a forte engagement: contest, condivisioni con hashtag a tema, give-away, calendari dell’avvento online in cui gli utenti vincenti ricevono dei piccoli gadget o dei premi.

Su questo ultimo punto vi consigliamo di informarvi bene sul regolamento Facebook per i contest e i concorsi a premi per evitare di incorrere in multe salatissime!

5. Puntate sul potere delle immagini

Foto, grafiche, immagini, a Natale sono sicuramente più belle e caratteristiche, senza contare il fatto che circa l’80% degli italiani dichiara di condividere e postare foto e immagini durante il periodo di Natale e grande protagonista è sicuramente l’atmosfera natalizia.

Cosa viene fotografato e condiviso con più frequenza? Il classico albero di Natale di cui andiamo tanto fieri (49%), seguito poi dalla tavola imbandita (38%) e dai piatti tipici delle feste (36%).

Cosa vogliamo dire? Che se utilizzate sapientemente delle belle immagini a tema natalizio avete molte più possibilità di catturare l’attenzione dei vostri follower.

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In poche ma importanti parole, il Natale sui social da parte dei brand deve essere originale e deve regalare qualcosa agli utenti che sia un premio, un’offerta, una promessa o un’emozione. Preparatevi perché il periodo più social dell’anno sta per iniziare.

“Google personalizza i risultati anche quando navighi in incognito”

Perché, a volta usiamo la navigazione in incognito? Sappiamo bene che Google offre risultati di ricerca personalizzati in base alle ricerche precedenti, alla posizione e ad altri fattori.

Quando scegliamo di navigare “in incognito” siamo certi che quelle informazioni non verranno memorizzate e potremo navigare sul web senza lasciare tracce. In realtà, non sarebbe proprio così: secondo un nuovo studio, i risultati di Google sarebbero personalizzati in modo univoco per il navigatore, anche quando ha impostato la scheda del browser con la modalità in incognito.

Lo studio di DuckDuckGo

Nello studio, i partecipanti hanno cercato una query con la navigazione consueta e poi disconnessi dall’account in modalità anonima e, secondo DuckDuckGo, che ha condotto i test, i risultati dovrebbero essere quasi identici, perché non filtrati in base a informazioni precedentemente acquisite.

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Invece, per utenti diversi, i risultati erano diversi. Non solo: anche quando i risultati coincidevano, le posizioni dei link nella SERP erano differenti e questo vuol dire che alcuni risultati (quelli in testa) vengono più facilmente cliccati dalle persone a cui vengono sottoposti in quell’ordine. E non solo: anche le news avevano una rilevanza diversa nei differenti risultati.

DuckDuckGo ha affermato il il logout o la navigazione anonima in incognito non hanno avuto alcun effetto “pro-privacy” sui risultati di ricerca, anzi: con un falso senso di sicurezza che la modalità (cosiddetta) in incognito presenta ai surfer della rete, è possibile che ci esponga maggiormente a pericoli non previsti.

La risposta di Google

Google ha rigettato queste affermazioni sostenendo che il metodo utilizzato e i risultati che ha manifestato non sono corretti: “La metodologia e le conclusioni di questo studio sono errate perché si basano sul presupposto che qualsiasi differenza nei risultati di ricerca sia basata sulla personalizzazione e questo non è vero. Ci sono una serie di fattori che possono portare a leggere differenze tra i risultati di due utenti che navigano in incognito, come il momento in cui viene fatta la ricerca o la posizione geografica, che questo studio sembra non aver approfondito a sufficienza.

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L’azienda ha specificato una lunga serie di fattori per cui i risultati non sono sempre identici, in una serie di tweet (che puoi seguire qui)

Alla fine della lunga discussione, pare certo almeno che sia impossibile ottenere risultati assolutamente imparziali e identici in navigazione anonima, visto che orario e posizione condizionano comunque le ricerche.

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Ninja Morning, il buongiorno di giovedì 6 dicembre 2018

Facebook

Facebook non è più “il miglior posto dove lavorare” e ha perso il primato, conquistato lo scorso anno, del Best Places to Work di Glassdoor. Facebook passa dal primo al settimo posto ed è preceduta da Bain & Co., Zoom Video Communications, In-N-Out Burger, Procore Technologies, Boston Consulting Group e LinkedIn. Il social network controllato da Microsoft balza dal 21° posto al sesto posto. Google invece passa dalla quinto all’ottava piazza.

Dati. Intanto dalle pagine della commissione parlamentare britannica è emerso che Facebook avrebbe favorito alcune compagnie, tra le quali NetflixAirbnb e Lyft, offrendo loro unaccesso speciale ai dati degli utenti per le loro inserzioni. Secondo i legislatori il colosso di Mark Zuckerberg ha anche pensato di chiedere denaro in cambio di questi accessi.

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Round da 7,8 milioni per Buzzoole, la startup dell’influencer marketing
Nuovo aumento di capitale per la società che connette marchi e influencer per ottimizzare la promozione sui social network

Gli oggetti cult degli anni ’80 rivivono con il progetto Re:Birth
Come sarebbero state le nostre app negli anni ’80? Ce lo mostra il mashup di Tom le French tra oggetti cult di trent’anni fa e tecnologia di oggi

Instagram

3 consigli per usare IGTV anche per i piccoli business

Con IGTV, Instagram si è candidata a diventare una vera e propria TV per le generazioni nate con lo smartphone in mano, ma non solo. Il modo in cui si consumano i contenuti è cambiato e su quest’app i video devono essere caricati in formato verticale e possono arrivare alla durata di un’ora.

LEGGI ANCHE: Abbiamo provato IGTV e vi spieghiamo come funzioa la TV di Instagram

Chi sta realmente usando IGTV e con quali risultati

Partiamo da qualche dato riportato da Buffer, per inquadrare meglio il contesto.

Quando GQ ha postato un video con Kylie Jenner e Travis Scott sul proprio canale YouTube ha ottenuto 30 milioni di visualizzazioni (2,5 milioni erano gli iscritti). Lo stesso video sulla pagina Facebook ( 2,8 milioni di fans) è stato visto 4,7 milioni di volte. Un estratto postato sull’account Instagram (4,3 milioni di follower) ha avuto 2,1 milioni di views.

Quando però lo stesso contenuto è stato postato su IGTV ed è stato tagliato in verticale, ha generato solo 137.000 visualizzazioni.

GQ non è solo, anche altri marchi hanno registrato un’esperienza simile:

  • Airbnb ha 3,5 milioni di follower e i suoi quattro video caricati hanno raggiunto rispettivamente 39.200, 77.600, e 24.700 visualizzazioni (circa il 2% dei follower)
  • HubSpot ha 120.000 follower, e i suoi video generano 1.000 o 2.000 visualizzazioni (circa il 2% dei follower).

Se i grandi brand non stanno ancora avendo i risultati sperati, non significa però che i piccoli business debbano abbandonare l’idea di usare IGTV.

Non scoraggiatevi! Abbiamo tre suggerimenti per iniziare a testare l’app e capire come usarla prima di decidere che non fa assolutamente per voi.

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1. Iniziate ripostando i video orizzontali

Se state già creando dei video per i social media, il modo più facile e immediato per iniziare ad usare IGTV è quello di postare questi video nel loro formato originale.

Sì, lo sappiamo, gli spazi non vengono ottimizzati e l’utente deve girare lo smartphone per vederli dritti. Ma è un modo per testare che risultati potreste avere e vedere se gli utenti fossero interessati, senza compiere un ulteriore investimento.

Bisogna ruotare il video nativo nel formato orizzontale, per poterlo caricare su IGTV nel formato verticale  9:16. Lo potete fare solo attraverso strumenti specifici ma semplici da usare come Windows Movie Maker su Windows o QuickTime Player su Mac.

Ne vedete un esempio qui sotto. Velon, un’emittente di informazione per il ciclismo professionale, posta aggiornamenti sulle gare del settore in formato orizzontale ruotato.

Un altro modo per mantenere il vostro video orizzontale è quello che usa ClioMakeUp, che avendo già prodotto i suoi video in modo tradizionale, li ricarica su IGTV iscrivendoli all’interno del 9:16 verticale, come vedete qui sotto.

Si possono usare app come Inshot o altre per farlo. Non è ottimale perché il video risulta più piccolo, ma è sicuramente un modo semplice da provare.

2. Tagliate i video in formato verticale

Un’altra via è quella di tagliare i propri video in formato verticale partendo dal footage orizzontale che già avete generato. Anche questa non è una via ideale per il formato, ma sicuramente richiede meno risorse che girare materiale dedicato in verticale. Solitamente è il modo più immediato per riutilizzare il proprio girato e caricarlo su IGTV o Stories.

Ci sono ovviamente video che si prestano di più, altri di meno, ad essere adattati in formato 9:16. Non è per tutti.

LEGGI ANCHE: Come utilizzare i giusti colori nei video sui social media

3. Usate lo smartphone

Infine terzo e ultimo consiglio, se ancora non state producendo video e non avete materiale, mastate pensando di partire da zero, allora acquistate un buon smartphone e date sfogo alla vostra creatività.

Non sempre serve una camera professionale per produrre un buon contenuto e con lo smartphone avete il vantaggio di registrare già in verticale.

IGTV è ancora agli albori e gli utenti non sono ancora così focalizzati sull’estetica, avrete quindi margine per esercitarvi e dare spazio al contenuto! Un po’ come fanno Le Feltrin, make up artist che postano i loro tutorial e contenuti prodotti direttamente dal cellulare.

Ci sono molte app disponibili per la post produzione dei video e vi potete aiutare con un treppiedi o un semplice selfie sick per renderli più stabili e professionali.

In poco tempo diventerete dei pro!

Gli oggetti cult degli anni ’80 rivivono con il progetto Re:Birth

Gli anni ’80 sono stati uno dei periodi più discussi, più amati e più rimpianti dalla maggior parte dei trentenni. È stato il decennio della nascita delle TV commerciali,  di nuove trasmissioni, delle pubblicità belle e provocatorie, del successo dei grandi brand e del ricco periodo delle agenzie pubblicitarie. Abbiamo assistito all’evoluzione di oggetti e di tecnologie che per vent’anni ci hanno accompagnato, prima di essere confinate in cantina, quasi ad implorare un riconoscimento o una rivalutazione.

Gli oggetti nella comunicazione dell’era pre-internettiana

Gli oggetti e gli strumenti che facevano parte della nostra quotidianità sono stati, nel giro di pochi bit, abbandonati e quasi disprezzati. Nonostante questo, da qualche parte, in qualche luogo neanche troppo sperduto, li possiamo ancora osservare con curiosità e nostalgia.

Infatti, chi potrebbe mai dimenticare le cabine telefoniche e la attese fuori di quelle porte infernali solo per avere un po’ di privacy, lontano dalle orecchie di casa? I gettoni da 200 lire e le schede telefoniche che avrebbero potuto anche scassinare una serratura, saranno sempre nei nostri ricordi.

La comunicazione nell’era delle spalline mastodontiche e dei capelli con la frangia alta quanto un cavallone d’oltreoceano era tanto semplice quanto diretta. I tempi di risposta erano immediati e nessuno poteva sospettare se dall’altra parte del telefono ci fosse una persona che visualizzava o meno lo squillo dell’apparecchio.

Certo, il famoso Teledrin (il dispositivo cercapersone unidirezionale) era già un’evoluzione dell’avvento della messaggistica, ma i suoi beep hanno avuto una vita breve anche se intensa. Senza dimenticare poi i Walkie Talkie, ricetrasmittenti bidirezionali con cui simulavamo tra più persone la comunicazione in tempo reale durante i giochi di grandi avventure: era possibile chiudere ed aprire la trasmissione ad ogni parola, un po’ come succede oggi su WhatsApp con l’invio facile, ma forse allora questo non indispettiva quasi nessuno.

Il Grillo Parlante

Il primo computer, si sa, non si scorda mai. E quando una vocina penetrante, quasi fosse una coscienza, rimproverava con tono perentorio gli errori ortografici commessi, il trauma era subito dietro l’angolo. Per fortuna si trattava solo di un gioco istruttivo per bambini, che forniva un primo approccio guidato e corretto all’ascolto e alla scrittura. I piccoli copywriter traumatizzati negli anni ’80 quella voce ce l’hanno ancora nelle orecchie.

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Musica e fotografie in scatola

Ancora prima dei CD e delle Spice Girls c’erano le musicassette che ascoltavamo nei Walkman. Questi semplici marchingegni avevano il super potere di sfilare ed aggrovigliare i nastri, che abilmente rimontavamo con i cappucci delle penne (i più adatti erano sicuramente quelli mangiucchiati delle Bic). Il primo lato B della storia, sappiate che era riferito al verso della musicassetta che diabolicamente nascondeva, in un tempo sempre indecifrabile, la nostra canzone preferita.

E che dire poi delle fotografie? Non esistevano i selfie e sicuramente a differenza di oggi lasciavano impresso un ricordo quasi univoco e non replicabile. I ricordi erano più o meno contati ed eravamo parsimoniosi con i click. Le macchine fotografiche non avevano i filtri che oggi usiamo con gli smartphone e dovevamo attendere più di qualche giorno per far sviluppare le stampe. A chi non è mai capitato di vergognarsi davanti al fotografo per qualche scatto imbarazzante regalatoci per scherzo da qualche amico burlone?

Il progetto Re:Birth

La nostalgia per questi e altri oggetti è data dalla consapevolezza che la tecnologia ci allontanerà sempre di più dalle cose che hanno fatto parte della nostra quotidianità. Per fortuna Tom Le Frenchalias dell’art director francese Thomas Ollivier, ha pensato di dar vita ad un progetto volto alla rinascita di alcune invenzioni simbolo degli anni ’80.

In Re:Birth infatti reinventa oggetti vintage attraverso un mashup giocoso con la tecnologia di questi anni, dandogli una nuova vita e una spiritosa collocazione in questa wi-fi era. Ogni oggetto è mostrato come la naturale evoluzione di sé stesso, visto attraverso la lente di quelle tecnologie di cui oggi non potremmo proprio fare a meno.

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WhatsApp negli anni ’80 sarebbe stato un walkie talkie.

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Google trent’anni fa sarebbe stato il sapiente Grillo Parlante.

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E Spotify un walkman.

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Instagram in versione macchina fotografica usa e getta.

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Snapchat nell’era dei videogame portatili.

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Un Adobe Illustrator semplificato in versione lavagnetta magica.

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Netflix e la sua involuzione senza internet.

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Round da 7,8 milioni per Buzzoole, la startup dell’influencer marketing

Nuovo aumento di capitale per Buzzoole, società che connette marchi e influencer per ottimizzare la promozione sui social network. La compagnia ha chiuso un round da 7,8 milioni di euro. Hanno partecipato all’operazione StarTIP (gruppo TIP) , fondo Vertis Venture 2 Scaleup, Impulse VC, fondo di venture capital e incubatore di progetti digitali tecnologici, R301 Capital, Brahma AG e ScaleIT Ventures.

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buzzoole

credits blog.buzzoole.com

Espansione internazionale

L’aumento di capitale ha l’obiettivo di contribuire al potenziamento del programma di espansione internazionale, in particolare in Gran Bretagna e Usa, al consolidamento della leadership nel mercato italiano e agli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico e di prodotto.

Partner strategico per le aziende

“Questo nuovo round per noi rappresenta un ulteriore importante tassello per la crescita a livello internazionale e per consolidarci come leader riconosciuto nel settore dell’influencer marketing – ha dichiarato Fabrizio Perrone, CEO e co-founder di Buzzoole – il 2018 è stato un anno di notevoli traguardi che ci posizionano sempre più come partner strategico per le aziende che cercano una piattaforma tecnologica in grado di controllare le proprie campagne di influencer marketing. È un concreto riconoscimento da parte di importanti investitori che hanno dimostrato di credere nel progetto e ci fornirà un ulteriore spinta per crescere, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, nonché focalizzarci sull’implementazione tecnologia d’avanguardia che rappresenta il punto distintivo di Buzzoole”.

Gaiia

Fondata a Napoli nel 2013, Buzzoole ha sviluppato una tecnologia proprietaria avanzata che applica all’influencer marketing: Gaiia, in grado di unire sistemi di riconoscimento delle immagini, analisi dell’audience e del linguaggio naturale per trovare il massimo grado di affinità tra brand e creatore di contenuti.

In 176 paesi. Buzzoole conta oggi un team di oltre 70 persone tra le sedi di New York, Londra, Milano, Roma e Napoli ed è attiva in 176 Paesi, con oltre 270 mila influencer iscritti alla piattaforma e più di 850 clienti.

Facebook

Facebook è andato giù, disagi un po’ ovunque (e anche io no, non sto molto bene)

Non è la prima volta che succede, ma trovarsi di fronte ad un down di Facebook, come dire, non è mai un’esperienza piacevole: mi avranno rubato la password? Hanno messo le mani sui miei dati? L’Apocalisse è vicina? Oggi è successo di nuovo e, come tutte le volte che Facebook va giù, si butta un occhio sul rivale Twitter. Un po’ per capirci qualcosa, un po’ per condividere l’ansia da log-out. Mal comune mezzo gaudio 2.0? E’ probabile.

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Alla fine Twitter ringrazia, #facebookdown sale nella classifica dei trending topics e diventa virale e magari dopo qualche minuto da Menlo Park comunicano che sì, c’è stato un guasto e che stanno provvedendo a metterci mano. E’ una macchina, può incepparsi. O forse qualche smanettone ha trovato la strada giusta per fare qualche danno.

Tutto risolto? Mica tanto. L’ansia da social network, quello blu intendo, dovrebbe accenderci qualche piccolo alert, ma proprio piccolo. L’effetto vasi comunicanti tra Facebook e Twitter sa molto di topolino da laboratorio. D’accordo, è così da almeno 10 anni, ma non è detto che deve per forza essere così.

Detto questo, che cosa sappiamo di questo down? Su Twitter, appunto, in molti si sono lamentati di essere stati sloggati e non riuscire più a rientrare nel proprio account Facebook, da desk: a qualcuno e anche a me è comparsa la scritta “Login Error”. Tutto qui. A breve gli update su questo momento di ansia collettiva.

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Google investe nell’Intelligenza Artificiale della giapponese Abeja

Google va a caccia di soluzioni di machine learning in Giappone e investe (per una cifra che non è stata rivelata, ma che secondo Tech Crunch potrebbe essere di poco inferiore ai 10 milioni di dollari) in Abeja, una startup di Intelligenza Artificiale. La compagnia (basata a Tokyo, fondata nel 2012 da Yousuke Okada, 53 milioni di finanziamenti raccolti finora, escluso l’ultimo round con Google) ha parlato di “un investimento di Serie C” e che collaborerà con Mountain View in settori come “la vendita al dettaglio e la produzione” (retail and manufacturing). Abeja lavora infatti a soluzioni per negozi al dettaglio per migliorare il percorso o il traffico dei clienti in base all’analisi delle immagini e alle tecnologie di machine learning.

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google

President & Representative Director Abeja – Yousuke Okada

Abeja Platform

Il prodotto principale della startup giapponese è una piattaforma (tecnicamente una Platform as a Service) che utilizza l’apprendimento automatico per aiutare le aziende a sviluppare analisi dai dati dei clienti e delle vendite al dettaglio. Si chiama Abeja Platform ed è una suite di analytics che secondo la società sarebbe utilizzata da più di 150 aziende. Abeja Insight for Retail, un altro dei suoi prodotti, è una soluzione di analisi dei negozi del settore retail è stata adottata da oltre 520 negozi di oltre 100 aziende. “Abeja – ha detto Shinichi Abe, Managing Director di Google Cloud Japan a Tech Crunch – ha capacità tecniche e competenze nel Machine Learning ed è rispettata in tutto il settore per la sua esperienza di collaborazione e l’efficace implementazione delle sue soluzioni tecnologiche. Questo investimento apre la strada alla collaborazione con Abeja in soluzioni innovative nel settore retail e manifatturiero, così come in altri settori verticali”.

Big G e l’Intelligenza Artificiale

Google ha acquisito startup in India e Singapore  che si occupano di Intelligenza Artificiale. In Cina, in particolare a Pechino, un anno fa ha aperto un laboratorio, mentre in Europa nel 2014 ha acquisito la startup DeepMind.

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Tutto quello che non puoi fare sui social network (e che forse non sapevi)

Con Facebook puoi creare un sondaggio, invitare i tuoi amici ad un evento o inserirli in un gruppo, inviare richieste di amicizia, smettere di seguire una fan page. Con Instagram, Twitter e LinkedIn vale più o meno lo stesso discorso.

Con i Social Network oggi possiamo fare un po’ di tutto, ma quello che forse non sai è che a questo tutto c’è un limite e molto spesso viene completamente ignorato perché ritenuto poco importante.

Sarà sicuramente capitato a qualcuno di ritrovarsi l’account Facebook bloccato per una eccessiva attività. Ecco oggi vogliamo parlarti proprio di questo: di tutti quei limiti, banali o importanti, che hanno i social e che forse non conosci, ma di cui ogni marketer che si rispetti dovrebbe avere consapevolezza.

Curioso? Andiamo con ordine.

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Quello che non sai di Twitter

Utilizzato da circa il 23% degli utenti social, anche Twitter può ancora sorprenderci. Uno degli ultimi avvenimenti per cui Twitter viene ricordato è sicuramente l’aggiornamento che ha consentito il passaggio da 140 a 280 caratteri. Oggi è possibile scrivere di più, comunicare di più e fornire più informazioni su quello che pensiamo.

Ma hai mai pensato a tutto quello che con Twitter non possiamo fare?

  • Non possiamo mandare più di 1000 messaggi privati in un giorno. Non ti sembra un problema? Eppure è un limite a cui nessuno ha mai pensato.
  • Non possiamo pubblicare più di 2400 tweet al giorno. Considerando che la vita di un tweet è poco più lunga di 8 minuti pensiamo che stare sotto i 2400 post per te non dovrebbe essere un problema.
  • Non possiamo seguire più di 1000 nuovi account al giorno. Attenzione quindi quando apri un nuovo account, ci vorranno giorni prima di raggiungere un’ampia platea.
  • Possiamo “non seguire più” al massimo 1000 persone al giorno. Mi raccomando, attento all’unfollow.
  • Qual è il numero massimo di account che possiamo seguire su Twitter? Se hai meno di 5000 follower, puoi seguire al massimo fino a 5000 account. Altrimenti, puoi seguire fino al 10% in più del totale dei tuoi follower. Ad esempio, se hai 10.000 follower, puoi seguire fino a 11.000 account.

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Quello che non sai di Instagram

Con più di 16 milioni di utenti nel 2018, Instagram rappresenta la piattaforma più social di tutte. Il 27% dell’intera popolazione nazionale, infatti, condivide quotidianamente foto sul social delle immagini. Per Instagram in realtà non ci sono limiti ufficiali. Alcuni dei numeri che ti stiamo per dare sono il frutto di test e prove.

Se sei un appassionato di Instagram o gestisci account di brand e aziende forse dovresti conoscere questi “limiti”.

  • Non possiamo seguire più di 500 nuovi account al giorno.
  • Non possiamo mettere più di 800 like al giorno sulle foto postate dai nostri amici.
  • Non possiamo pubblicare più di 250 foto al giorno sul nostro account.
  • Non possiamo seguire più di 7500 persone in totale.
  • Non possiamo inserire più di 30 hashtag per post.
  • Non possiamo scrivere un testo per Instagram che super i 2200 caratteri.

Quello che non sai di LinkedIn

I limiti di LinkedIn variano notevolmente a seconda che il tuo account sia performante o meno, o che si tratti di un account Premium o no. In linea di massima ecco i numeri a cui devi fare riferimento:

  • non possiamo mandare più di 400 messaggi ai nostri collegamenti.
  • Il limite massimo giornaliero di richieste di connessione è di 350, preferibilmente distribuiti in gruppi di 10 o 20 e in orari diversi della giornata.
  • Non possiamo avere più di 30.000 connessioni.
  • Non possiamo avere più di 1500 richieste di connessione in sospeso.
  • Non possiamo coinvolgere più di 50 persone in una conversazione su LinkedIn.
  • Non possiamo gestire più di 30 gruppi.
  • Non possiamo far parte di più di 100 gruppi.
  • Non possiamo menzionare più di 20 persone nei nostri post di LinkedIn.

Facebook Advertising

Quello che non sai di Facebook

Facebook è quello che più di tutti gli altri social funziona in mille fantastici modi. Il suo algoritmo è in continua evoluzione e se una cosa è certa oggi sicuramente non lo sarà domani.

Ecco limiti e numeri da tenere bene in mente:

  • non possiamo mettere più di 5000 like a giorno.
  • Non possiamo aggiungere più di 150 persone ad una conversazione su Facebook.
  • Non possiamo inviare richieste di amicizia a più di 499 persone in un giorno.
  • Non possiamo accettare più di 1500 richieste di amicizia in un giorno
  • Non possiamo aggiungere più di 600 persone ad un gruppo in un giorno se lo facciamo dal nostro account personale.
  • Non possiamo mettere più di 25 like a fan page in un giorno.
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Come creare report efficaci per il social media marketing

Una delle attività che probabilmente vi saranno richieste più di frequente nel lavoro di Social Media Manager è quella di creare dei report di analisi che diano conto di diversi indicatori.

Dalla crescita dei propri canali e di quelli dei competitor, fino ad un’analisi dell’engagement generato, sono numerosi i temi che dovrete toccare e probabilmente piuttosto vario il target a cui vi rivolgete.

Quali sono dunque gli elementi di cui tenere conto per creare il report perfetto?

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Credits: Depositphotos #32194467

La forma aiuta la sostanza

Il rischio, quando si tratta di numeri, è quello di annoiare o peggio di risultare incomprensibili. Quando preparate un report non date mai per scontato che chi lo riceva sappia di cosa state parlando.

Scegliete sempre indicatori chiari, visualizzati in maniera efficace ed eventualmente “spiegati” al vostro target: meglio aggiungere due righe di definizione di un KPI in una slide che rischiare di non essere compresi (o peggio, ignorati).

LEGGI ANCHE: Social Media Monitoring: c’è vita oltre i report

Il target influenza la reportistica

È fondamentale che abbiate chiaro a chi il report è diretto. Ecco una checklist operativa:

  • a chi è indirizzato il report?
  • Che funzione ricopre?
  • Che esigenze ha?
  • Che conoscenza ha del settore?

Modulate il report in base a questi fattori per massimizzarne l’efficacia comunicativa e decidete quindi cosa mettere in evidenza in base al target.

Inoltre a seconda di chi sono i vostri destinatari potrebbe variare anche la frequenza con cui l’analisi è richiesta: cercate di chiarire questo aspetto prima possibile per organizzare il vostro lavoro.

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Quale formato scegliere?

I report possono presentarsi in forme differenti, ciascuna delle quali assolve a specifici obiettivi. Ecco le principali:

  • Excel – è adatto allo scambio di dati grezzi, soprattutto internamente al team
  • PPT/PDF – preferibile per report una tantum. Cercate però di essere “snelli”, no a slides piene di testo né a report da 50 pagine! Inoltre approfittate di questo formato per dare risalto agli actionable, accompagnando i dati mostrati con brevi indicazioni strategiche.
  • Online dashboard – particolarmente utili per l’operatività del team (soprattutto quando consentono l’analisi in tempo reale), risultano essere una soluzione elegante anche per la condivisione con il cliente.
  • Email – usatele solo se richiesto e solo per riportare brevi takeaways e spiegare le azioni in corso.

Come rappresentare i dati?

Una volta che avrete i dato grezzi sta a voi scegliere la forma più adatta per rappresentarli.

La regola è solo una: a ciascun indicatore il suo grafico.

Se siete in dubbio provate diverse soluzioni ma non sacrificate mai la leggibilità per l’estetica.

report efficaci

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3 azioni chiave

Quando definite un report tenete a mente la regola che io chiamo ROM: raccogli, organizza, mostra.

  1. Raccogliete tutti dati utili alla stesura del report;
  2. organizzate i dati in maniera efficace e predisponetene la conservazione per poterli recuperare in futuro;
  3. mostrate i risultati della vostra analisi scegliendo la modalità di data visualization più efficace

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