Google introduce il Feed: uno stream personalizzato di news per iOS e Android

Google non smette mai di stupirci e soprattutto di evolversi. Poche ore fa il famosissimo motore di ricerca ha lanciato una grande novità che inevitabilmente comporterà interessanti conseguenze, stiamo parlando dell’introduzione del Feed.

Si tratta di un vero e proprio flusso di contenuti personalizzati influenzati dalle ultime ricerche effettuate. Un insieme di notizie ed articoli proposti in differenti formati, che saranno offerti nell’omonima app del motore di ricerca.

La novità che in queste ore è in “rolling-out”, sarà introdotta per 2 sistemi mobile più diffusi, iOS ed Android e come già preannunciato il flusso di notizie sarà principalmente influenzato dalla cronologia dell’utente. Dunque sembra proprio che Google stia cambiando per l’ennesima volta le carte in tavola. Ma cosa cambierà?

L’applicazione Google, che sin ora era utilizzata per realizzare le ricerche sul web, acquista una nuova valenza. Non si tratterà più di un applicativo dalla quale partire per compiere delle ricerche, ma sarà al contempo la destinazione delle stesse. Il motore di ricerca più famoso al mondo punta a trasformare la propria app in un contenitore di notizie, proprio come già accade con Facebook o Twitter. Una vera e propria bacheca che l’utente potrà consultare in ogni istante della giornata e dove potrà trovare lì in unica newsfeed, tutte le notizie ed informazioni che cerca e che preferirà leggere.

L’introduzione del feed ridimensionerà notevolmente un altro grande pilastro della comunicazione mobile, Google Now. Difatti il flusso d’informazione che presto avremo il piacere di scoprire e studiare, ridimensionerà un altro strumento firmato Google cioè Google Now, che sparirà anche dalla barra di ricerca all’interno dell’Applicazione.

Quali sono le novità nell’user experience?

L’applicazione Google cambierà anche l’user experience dell’utente che sceglierà di utilizzarla. Infatti ad ogni ricerca effettuata l’App proporrà delle categorie d’informazioni offrendo la possibilità di seguire quello specifico “gruppo di notizie”. Attualmente si parla unicamente di gruppi di notizie in quanto non è possibile seguire un singolo editore, ma gli sviluppatori di Google hanno affermato che tale funzionalità sarà presto integrata.

Una curiosità del feed di Google è la quasi mancanza dei video. Il motore di ricerca baserà i risultati di ricerca sui contenuti testuali, scartando o limitando i video. Una misura che risulta in controtendenza data la direzione intrapresa delle principali piattaforme concorrenti, dove i video acquisiscono un’importanza in costante crescita.

E per quanto riguarda gli annunci a pagamento? È molto probabile che non siano stati previsti nel feed appena lanciato. Lo spazio per gli annunci sembra essere esaurito, almeno per il mobile e soprattutto almeno per ora!

Perché queste importanti novità

Nessuno sa con esattezza il perchè del rilascio di queste novità. Ciò che sembra essere certo è che il feed di notizie è stato pensato anche per contrastare un deplorevole fenomeno del web: le fake news. Quelli di Google hanno a lungo imparato come una notizia falsa possa non solo alterare le delicate dinamiche del web, ma anche influenzare l’opinione pubblica con tutte le conseguenze del caso.

Una grande novità che in queste ore sta turbando gli specialisti del settore indecisi sul da farsi e dubbiosi sugli inevitabili mutamenti che saranno introdotti nell’algoritmo del motore di ricerca più famoso al mondo.

Conflitto creativo e imprese italiane

Le imprese italiane, il conflitto creativo e il raggiungimento degli obiettivi

Cosa si intende per conflitto creativo? In che modo questo può essere utile e produttivo per la vita aziendale? In che modo un’azienda può stimolarlo? E infine, come si posizionano le aziende italiane rispetto a questo utile strumento di lavoro?

Per rispondere a questa serie di domande, abbiamo analizzato i dati del Randstad HR Trends and Salary Report e ne abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni, che potranno aiutare le aziende a potenziare e stimolare il conflitto creativo per un rinnovamento reale dei processi organizzativi aziendali.

risorse umane conflitto creativo

Credits: Depositphotos #35085275

Cosa significa conflitto creativo?

In azienda, in molti casi la creatività è quello che serve per sbloccare una situazione, trovare soluzioni alternative, proporre punti di vista non ancora vagliati. Diventa quindi fondamentale che il leader stimoli e supporti la creatività del team, nonostante gli atteggiamenti dei manager, molto spesso inconsapevoli, minino questa creatività, soffocando il conflitto.

Secondo il Randstad HR Trends and Salary Report, il 43% delle direzioni HR pensa che la stupidità funzionale, l’atteggiamento di adesione acritica alle direttive dei vertici aziendali, porti al fallimento degli obiettivi dell’impresa, contro il 36% che invece ne dà un giudizio positivo.

Allo stesso tempo, se il 64% dei dirigenti HR considera il conflitto creativo un utile strumento di lavoro, meno di uno su tre si adopera concretamente per sostenere un sano confronto critico in azienda.

Le imprese italiane, insomma, si dividono tra una necessità di maggiore creatività, per rispondere in maniera innovativa alle sfide dei mercati attuali, e una cultura aziendale che potremmo definire tradizionale, che punta invece a soffocare questa creatività, favorendo la stupidità funzionale dei dipendenti, chiamati ad attenersi a pratiche consolidate e a direttive precise dei vertici aziendali anche quando queste sono ritenute migliorabili e addirittura errate.

Se ben il 64%  dei dirigenti HR considera il conflitto creativo uno strumento di lavoro efficace e proficuo sotto ogni punto di vista, tuttavia, soltanto il 31% contrasta la stupidità funzionale delle prassi aziendali.

La cosiddetta stupidità funzionale, cioè l’atteggiamento in ufficio per il quale viene richiesto alle risorse umane di attenersi solo a pratiche consolidate e alle direttive dei vertici aziendali, resta, insomma, uno dei grandi limiti delle aziende italiane, frenando la creatività e la possibilità di migliorarsi in favore di una più rassicurante prassi consolidata, la cui effettiva produttività non viene ancora messa in dubbio.

Conflitto creativo e imprese italiane

Credits: Depositphotos #144732231

Le opinioni dei dirigenti delle Risorse Umane italiani e i risultati della ricerca Randstad

Secondo i risultati del report realizzato da Randstad Professionals, in collaborazione con ASAG (Alta Scuola di psicologia Agostino Gemelli) dell’Università Cattolica di Milano, sulla base di interviste eseguite tra febbraio e marzo 2017 a 355 dirigenti senior di aziende italiane di diversi settori,

“L’indagine rivela una netta polarizzazione all’interno delle direzioni HR fra chi ritiene che la stupidità funzionale porti al successo o al fallimento degli obiettivi aziendali. Il sostegno al conflitto creativo è più marcato, ma nella realtà delle prassi aziendali meno di un dirigente HR su tre si adopera concretamente per sostenere un sano confronto critico fra dipendenti, dirigenti e gruppi di lavoro, mentre la quota restante tende ad assumere un atteggiamento difensivo, preoccupata dagli ostacoli organizzativi e culturali che occorre superare per attuare il cambiamento. Un atteggiamento conservativo che rischia di limitare molto l’innovazione, lo sviluppo del business e la capacità di attrarre i nuovi talenti, che sempre di più cercano un ambiente di lavoro piacevole e stimolante e una cultura aziendale nella quale ci si possa identificare”.

Marco Ceresa, Amministratore delegato di Randstad Italia

Marco Ceresa_AD Randstad Italia

Marco Ceresa, AD Randstad Italia

Le aziende italiane vivono ancora tra una tendenza alla ricerca della stabilità, assicurata da una omogeneità delle persone e degli approcci al lavoro, e il confronto con la differenza e il conflitto degli attori coinvolti. Si tende, quindi, a fissare pratiche già note, condivise, rassicuranti, ma meno aperte all’innovazione, alla creatività, al pensiero divergente, con il rischio di restare incastrati in una posizione non più competitiva perché non innovativa nel medio termine, come osservato da Caterina Gozzoli, Direttrice dell’ASAG.

Allo stesso modo, anche la ricerca del talento in azienda, dovrebbe essere messa in dialogo con le culture organizzative specifiche delle singole aziende. Non bisognerebbe, insomma, considerare il talento come astratto e assoluto ma legato al contesto. Al contempo, anche i talenti per essere trattenuti hanno bisogno “non solo di un riconoscimento salariale o di benefit, ma anche di un buon clima di lavoro, di un senso di appartenenza, di una identificazione con l’azienda e di una progettualità condivisa in cui crescere”.

Per il 70% dei dirigenti HR, il conflitto creativo può essere una buona leva per attirare nuovi talenti in azienda, mentre solo l’11% ritiene che contribuisca a rendere l’impresa meno attrattiva.

Conflitto creativo e imprese italiane

Credits: Depositphotos #30264581

Come si comportano le direzioni HR?

La ricerca ha infine suddiviso il campione intervistato in tre categorie: i “conservatori”, gli “esploratori” e i “costruttori”.

I conservatori (45%) sono i più “tradizionalisti” all’interno dei dirigenti HR, con un atteggiamento difensivo che porta a evitare il conflitto creativo, perché genera disordine e inefficienza, e a sostenere la stupidità funzionale, perché velocizza i processi, migliora l’efficienza e garantisce che le decisioni prese vengano attuate.

Gli esploratori (31%) rappresentano il segmento che più concretamente si adopera per rinnovare i processi aziendali, pensano che la stupidità funzionale riduca la vitalità e la competitività delle aziende, accumuli problemi interni e inerzia sul mercato, mentre considerano il conflitto creativo inevitabile e necessario per l’innovazione organizzativa, portatore di nuove idee e importante per tutte le divisioni di un’azienda.

Infine, i costruttori (24%), pur ammettendo che la stupidità funzionale è spesso una richiesta implicita dei team leader che induce i più intelligenti ad adattarsi pur di lavorare, vedono molti ostacoli di natura organizzativa e culturale da superare per attuare il cambiamento necessario.

Una cultura aziendale che consenta il conflitto creativo e Manager in grado di gestirlo restano essenziali per rendere produttivo questo approccio al lavoro e per rendere le imprese italiane più competitive e pronte al rapido cambiamento che i mercati oggi impongono. Cominciare a valutare i dati e ipotizzare un cambio di prospettiva è solo il primo passo per modificare la cultura aziendale in questa direzione.

Dal Regno Unito arrivano i primi divieti per la pubblicità con stereotipi di genere

L’ASA, organismo regolatore della pubblicità in UK, ha annunciato nuove regole e più severe per le campagne che perpetuano stereotipi di genere.

Ne avevamo parlato qualche giorno fa con Stefania Siani, in occasione della presentazione del nuovo Premio Speciale Equal in Italia.

Dagli UK arrivano posizioni nette sull’argomento: le nuove regolamentazioni imposte dall’ASA riguardano quelle campagne pubblicitarie che illustrano attività specificatamente legate solo ad un determinato genere e quelle che mettono in discussione alcuni soggetti che non si conformano a stereotipi di genere.

asda__ninja

Come riporta il Report diffuso: “i nuovi standard non bloccheranno tutte le forme di stereotipi di genere“, sarebbe poco realistico e inappropiato “impedire annunci che raffigurano una donna che fa le pulizie. Ma lo standard si applica agli annunci che presentano stereotipi “problematici” e che “potrebbero causare danni”.

In particolare gli “stereotipi problematici” includerebbero:

  • Annunci in cui i membri di una famiglia mettono un appartamento sottosopra e la donna è l’unica responsabile di ripulire tutto
  • Annunci che suggeriscono che “un’attività specifica è inappropriata per i ragazzi perché stereotipicamente associata alle ragazze o viceversa”
  • Annunci raffiguranti uomini che “provano e non riescono” a svolgere “semplici compiti genitoriali o familiari”.

https://www.youtube.com/watch?v=PGPbKS8XUMY

Guy Parker, Chief Executive of the ASA, ha affermato:

“Ritratti che rafforzano visioni obsolete e stereotipate sui ruoli di genere nella società possono portare a risultati parziali per le persone”. “L’advertising è uno dei tanti fattori che contribuiscono a cio […] Avere standard più severi può svolgere un ruolo importante nell’affrontare le disuguaglianze e migliorare i risultati per gli individui, l’economia e la società nel suo complesso”

agenzie SEO

5 motivi per cui i clienti lasciano le agenzie SEO e come evitarlo

Un rapporto positivo e proficuo con i propri clienti è un tassello fondamentale nella riuscita del progetto lavorativo.

Soprattutto nell’ambito della SEO, dove i risultati si vedono a distanza di mesi, questo rapporto lavorativo potrebbe andare incontro ad alti e bassi.

Può accadere che i risultati forniti non siano in linea con quelli richiesti dal cliente, che di conseguenza comincia a cercare alternative. Un contratto stipulato a lungo termine, infatti, non è necessariamente per sempre.

Per evitare rotture definitive, ecco un elenco dei comportamenti che minano nel profondo la relazione lavorativa tra professionista e cliente.

Perché i clienti lasciano le agenzie SEO?

1. “Non possiamo implementare i tuoi consigli”

Uno dei motivi per i quali spesso il rapporto lavorativo termina, è il mancato accesso da parte dell’agenzia al sito web aziendale per implementare le ottimizzazioni.

Non tutte le aziende permettono ad esterni di accedere al sito. Di conseguenza, spesso le agenzie forniscono consigli in lunghi e dettagliati report semi-tecnici, che potrebbero finire nel cestino del cliente. Perché?

Il cliente in contatto con l’agenzia molto probabilmente non si occupa della manutenzione del sito e non è neanche un Web Developer. Forse non capirà i task e l’importanza della SEO.

Alcuni clienti leggendo report contenenti “meta description” li inoltreranno agli sviluppatori del sito, che a loro volta li inseriranno nella luuuuunga lista di cose da fare. Se non ci sono abbastanza risorse nel team, questi consigli SEO rischieranno di rimanere solo parole al vento.

aeroplano di carta

Come affrontare questo problema:

  • Presenta dei business case nei quali sono stati implementati i tuoi consigli SEO e non usare troppi termini tecnici quando parli dell’ottimizzazione web per i motori di ricerca. Usa esempi facili e intuitivi.
  • Quali sono gli ostacoli che il cliente incontra durante l’implementazione della SEO? Parlatene e cercate di trovare soluzioni adatte ad ogni problema.
  • Stabilisci degli obiettivi per il team, cerca di conoscere anche chi si occupa del sito all’interno dell’azienda e il responsabile di questo progetto. Spiegagli l’importanza della SEO e della costanza necessaria per raggiungere i suddetti obiettivi.
  • Se gli ultimi tre consigli non sono serviti, inserisci una clausola nel vostro contratto. Nel caso in cui i tuoi suggerimenti non vengano implementati entro i termini stabiliti, anche le aspettative del cliente per quanto riguarda la performance dovranno essere riviste.

to do list, cose da fare, motivi clienti lasciano agenzie SEO

2. “La SEO non rende come gli altri canali”

Non è facile trasmettere al cliente l’importanza della promessa “a lungo termine”, quando con Google AdWords oppure con campagne social può vedere fin da subito un aumento esponenziale dei click.

Come affrontare questo problema:

  • Cerca di identificare in anticipo possibili problemi e domande, prima che lo faccia il tuo cliente. In questo modo sarai trasparente e non penserà che tu stia nascondendo qualcosa. Oltretutto potrete elaborare insieme possibili soluzioni.
  • Offri dei workshop di SEO al tuo cliente e al suo team. I collaboratori interessati a metodi e teorie del digital marketing non esiteranno a partecipare.
  • Cambiare il punto di vista sulla SEO in termini di risultati/tempo richiede molta pazienza e fiducia da entrambe le parti. Manda regolarmente al tuo cliente degli update sullo stato attuale del progetto.

agenda 2018, progetti a lungo termine

 

3. “Non siamo sicuri di ciò che riceviamo pagando il servizio SEO”

Alza il mouse se almeno una volta nella tua carriera hai dovuto spiegare al cliente che la SEO non migliora automaticamente solo perché le agenzie digitali hanno contatti con Google.

Ti avranno detto: “Vorrei che il sito fosse in cima alla SERP entro la fine della prossima settimana“.

Ti avranno detto: È da un mese che ottimizziamo il sito ed ancora non lo trovo in prima pagina!”

Se ora provi un po’ di auto-compassione, posso dirti che è altrettanto interessante cercare di combattere questi luoghi comuni.

Molte aziende hanno avuto esperienze negative con agenzie in precedenza, mantenendo un po’ di diffidenza anche nei confronti della nuova.

Il cliente non vede gran parte del lavoro svolto nel background. Questo può indurlo a pensare che il servizio offertogli sia scadente.

Come affrontare questo problema:

  • Spiega al tuo cliente i processi di lavoro per ottimizzare la SEO, invitandolo a seguire passo passo ogni task.
  • Segui il piano del tuo progetto consegnato al cliente. Se ci saranno delle modifiche al piano, discutile con il tuo cliente e mettile per iscritto.
  • Usa un tool per il project management da condividere con il tuo team ed il cliente. Così facendo potrà seguire i processi di lavoro.
  • Anche se inizialmente può mancare la motivazione sentendo queste frasi poco appaganti, continua a mantenere la calma. La tua agitazione può indurlo a pensare che tu sia insicuro di quello che fai. Ma non è così!
Don Draper, agenzie, clienti lasciano agenzie SEO

Via Giphy

4. “Non avete mantenuto le promesse in termini di performance”

Questo può succedere quando il tuo dipartimento Sales o gli account della tua agenzia hanno venduto il servizio SEO promettendo incrementi esponenziali e cifre improponibili pur di convincere il cliente a scegliervi.

Un altro accorgimento importante: andare ad un pitch con un team di professionisti parlando del loro successo per poi, una volta firmato il contratto, presentarsi con un team completamente diverso può indurre il cliente a sentirsi raggirato.

Come affrontare il problema:

  • La coerenza: elaborate insieme ai vostri sales ed account una presentazione contenente promesse reali. Se decidete di fare delle prognosi e di parlare di cifre, tenete presente che il cliente prenderà queste cifre come una promessa e scegliendo la vostra agenzia, ha scelto anche il traffico sul sito che gli avete promesso.
  • Chi partecipa al pitch per un nuovo progetto dovrebbe essere la stessa persona che in futuro si occuperà del cliente in questione.
  • Metti in chiaro che nel corso del tempo ci possono anche essere dei periodi di stagnazione e che farete del vostro meglio per mantenere gli obbiettivi! La tua sincerità e la tua professionalità lo rassicureranno.

LEGGI ANCHE: Chi dovrebbe ottimizzare i contenuti in ottica SEO?

meeting con cliente, clienti lasciano agenzie SEO

5. “D’ora in poi possiamo fare noi la SEO”

Uno dei motivi per cui i clienti lasciano agenzie SEO è perché pensano che dopo qualche mese di ottimizzazione tramite agenzia, possano continuare a farlo in-house, sporadicamente.

Esiste una percezione sbagliata della SEO, vista come un progetto che si conclude entro pochi mesi. Ma l’ottimizzazione del sito per motori di ricerca non è paragonabile alla creazione di una campagna pubblicitaria.  “Abbiamo finito la SEO” è un po’ come dire “abbiamo finito di crescere.”

Come affrontare questo problema:

  • Presenta dei case study di progetti SEO che hai seguito a lungo termine, spiegando al cliente l’importanza della manutenzione SEO per la durata di almeno 6 mesi al fine di poter valutare la differenza rispetto all’inizializzazione del progetto.
  • Se l’azienda del tuo cliente ha assunto uno specialista SEO interno, oppure ti propone di formare il team già esistente, ha capito l’importanza della SEO e della costanza necessaria in questa attività, conoscenze che tu per primo gli hai trasmesso. Non volere che questo accada significa tenere all’oscuro il cliente e dargli una sensazione di dipendenza che potrebbe mutare in diffidenza. Rendi la transazione semplice ed efficace e non ostacolarla. Spiega alla nuova figura quello che hai fatto e i punti da considerare in futuro.
  • Un cliente che se ne va soddisfatto, è un cliente che non hai perso. Pur non facendo i salti di gioia guardando il lato finanziario, pensa che sei riuscito a mettere in atto un piccolo cambiamento nel mondo digitale e che molto probabilmente il cliente farà il tuo nome quando si tratta di consigliare un’agenzia.

Oltre a questi cinque motivi dietro la rottura tra cliente e agenzia ne esistono molti altri, come ad esempio tagli di budget.

E tu? Quali esperienze hai avuto? Raccontacelo sulla nostra pagina Facebook!

brand loyalty

Come usare i social media per la brand loyalty

Ti sei mai soffermato a pensare a quanto i social media siano importanti per la crescita del tuo business e per la costruzione di una buona reputazione del tuo brand?

Una ricerca condotta da Sprout Social ha rivelato che il 75,3% delle persone acquista un prodotto perché lo ha visto attraverso qualche canale social.

Bene, questo dimostra che una buona presenza sui social può portare a quella che viene definita “brand loyalty”, ossia la fedeltà degli utenti – potenziali o effettivi clienti – al tuo marchio.

credits: depositphotos #38050727

credits: depositphotos #38050727

Sorprendente? Non proprio. Basti pensare, infatti, che più di 2 miliardi di persone nel mondo beneficiano dei social media ed utilizzano queste piattaforme, appunto, anche per informarsi sui brand che amano di più e per parlarne con i propri amici.

Addirittura, il 43,5% dei Millennial utilizza i social per condividere contenuti su prodotti e servizi di cui usufruisce. Ma, esattamente, cosa intendiamo quando parliamo di fedeltà al marchio e come il tuo brand può beneficiarne?

Che cos’è la brand loyalty?

Per definizione, si tratta dell’abitudine di alcuni consumatori di continuare, nel tempo, ad acquistare prodotti di una determinata marca.

Uno studio condotto da Facebook lo scorso novembre ha rivelato che il 77% delle persone può essere definita, effettivamente, “fedele al marchio”. Ma come si comporta un utente “fedele” sui social media? Facile: è colui che, più probabilmente, apprezzerà, commenterà e condividerà i contenuti di una pagina specifica.

brand loyalty 1

Ma questi comportamenti non sempre si traducono in una spesa effettiva e, dunque, in possibilità di guadagno per te. Il loro monitoraggio è importante per comprendere come un potenziale cliente percepisce il tuo brand. Questo può aiutarti a capire cosa puoi migliorare, su quale prodotto concentrarti maggiormente o come generare prestazioni di più alta qualità.

Brand loyalty e social media

La maggior parte dei clienti interpreta ed utilizza i social media come degli ottimi canali per comunicare e restare in collegamento con i propri brand preferiti. Gli utenti vogliono risposte e le esigono in maniera tempestiva, richiedono interattività e coinvolgimento.

brand loyalty 4

Ma, in realtà, ben 7 messaggi su 8 vengono ignorati dalle aziende e quando questo accade 1 cliente su 3 si rivolge alla concorrenza.

Oggi i social media svolgono un ruolo di fondamentale importanza nell’influenzare il cliente durante la fase dell’acquisto – e ancor prima, nella fase in cui la sua attenzione viene attirata da un prodotto o da un altro – per cui è necessario massimizzare i tuoi risultati e non lasciare nulla al caso: concentrati sul tuo target di destinazione e utilizza al meglio la pubblicità multimediale per promuovere i tuoi prodotti più rilevanti.

Come incrementare la brand loyalty attraverso i social media

Trova la tua voce

brand loyalty voice

È fondamentale scegliere ed affermare la tua voce e la tua personalità attraverso tutti i canali social. Un ottimo esempio di ciò che s’intende è la campagna di Apple “Get a Mac” che ha funzionato, in modo brillante, dal 2006 al 2009. Se non definisci chi sei dai la possibilità ai tuoi concorrenti di farlo al posto tuo!

Sii un avido ascoltatore

I clienti si aspettano che le aziende rispondano alle loro domande e risolvano i loro problemi. Perciò: presta attenzione a quello che la gente dice e non aver paura di condividere e ringraziare i tuoi clienti pubblicamente.

A parte questo tipo di ascolto reattivo ed interattivo, cerca di capire dalle opinioni e dalle richieste degli utenti cosa è necessario migliorare, cosa funziona e cosa, invece, ha bisogno del tuo massimo impegno.

Racconta una storia

brand loyalty story

I tuoi clienti non hanno la certezza che tu sia bravo nel tuo lavoro, non sono tenuti a fidarsi incondizionatamente di te: è importante far capire loro che sei una persona affidabile e, soprattutto, che sai davvero quello che fai.

Ciò che vale la pena raccontare per acquistare fiducia agli occhi dei tuoi clienti sono le loro stesse storie, le loro esperienze, in modo da creare un contatto diretto tra il brand e la realtà in cui essi sono immersi.

Una volta che avrai messo in moto il processo di fidelizzazione potrai spingere l’acceleratore sui contenuti che ti piacerebbe di più sponsorizzare e far conoscere alle persone.

Sii “attivamente” affidabile

L’81% delle persone reputa più affidabile un brand molto attivo sui social media. Questo, oltre a comunicare i valori aziendali o del brand,  accresce la fiducia agli occhi dei clienti.

Costruisci una community

community

Interagire con i tuoi seguaci crea un senso di comunità, di appartenenza. Agire tra i componenti di un gruppo ti dà l’opportunità di creare offerte speciali e sconti su misura, facendo sentire importante ogni tuo singolo cliente.

Usa gli annunci sui social media per migliorare la brand loyalty

Quando pubblicizzi un prodotto sui social media, è necessario che tu tenga bene a mente quello che hai fatto, fino a quel momento, sui tuoi account social.

A quali titoli e a quali foto i tuoi clienti hanno risposto di più?

Domandati questo ed inserisci i contenuti che hanno avuto più successo nei tuoi annunci.

Insomma, cosa stai aspettando a mettere in pratica questi semplici ma essenziali consigli? Il processo non è complicato ma richiede tempo, impegno e pazienza. Quindi non aspettare e soprattutto non far aspettare i tuoi clienti e corri a “fidelizzarli”.

Come creare una video copertina per la tua pagina Facebook

La prima pagina ad utilizzare una video copertina è stata quella di Netflix, che l’ha dedicata alla serie Tv Narcos, quando questa funzione era disponibile solo per alcuni brand. Ora le video copertine, ovvero la possibilità di utilizzare come copertina un video invece che la solita immagine, sono disponibili per tutte le pagine fan.

Le caratteristiche della video copertina Facebook

Le copertine statiche (dovremo chiamarle così per distinguerle, d’ora in poi?) avevano della caratteristica ben precise.

Abbiamo preparato un utile promemoria delle dimensioni ideali di una copertina per una pagina Facebook. Queste misure sono cambiate spesso nel tempo, quelle riportate rispecchiano l’ultimo aggiornamento fatto da Facebook.

copertine statiche facebook

Da tenere presente che se volete che le immagini usate siano mostrate al massimo del loro splendore sui display retina, allora dovrete raddoppiare le dimensioni del file.

Una volta caricato il file della vostra immagine, Facebook farà un ridimensionamento automatico, ma non occorrerà riposizionare la copertina.
I file fino ad un massimo di 100K e in formato JPG sRGB sono quelli che si caricheranno più rapidamente.

Le copertine video per le pagine Facebook

Anche in questo caso ci sono dei parametri ben precisi da rispettare.

La durata del video deve essere compresa tra i 20 e i 90 secondi.
Andrà automaticamente in loop, iniziando da capo ogni volta. Questo aspetto potrebbe essere usato in maniera creativa per rendere ancora più simpatico e coinvolgente il video.

Le dimensioni minime da rispettare sono 820Px di larghezza per 312Px di altezza, ma è raccomandabile una altezza di 462Px.

Il formato minimo richiesto non è  del tutto allineato con le proporzioni standard che è possibile impostare nei più diffusi programmi di editing video.
I video a 720p, 1080p sono infatti tutti nella proporzione 16:9.

Schermata 2017-07-19 alle 09.58.39

Ci sono due approcci possibili: produrre il video in un formato standard, superiore al minimo richiesto e lasciar fare a Facebook l’adattamento oppure usare un software di videoediting che vi permetta di ritagliare il video alle dimensioni esatte richieste da Facebook.

Il primo approccio ha il vantaggio di essere più immediato perché potete usare gli strumenti video a cui siete abituati. Lo svantaggio è che Facebook, pur permettendovi di riposizionare il video (come accade per le copertine) inevitabilmente farà un ritaglio automatico che lascerà fuori dal quadro visibile alcuni parti. In quelle zone si dovrà avere l’accortezza di non mettere testo o altri elementi importanti.

Dalle prove effettuate da noi Ninja, la zona sicura ha una altezza di 462px in un video nel formato 720P, che di norma è, appunto, di 720Px di altezza.

I video possono avere una colonna sonora, che però di default è col volume azzerato.

Come attivare la copertina

Il rollout di questa nuova feature di Facebook dovrebbe essere oramai completato. Se nella vostra pagina non vedete ancora la possibilità di usare una copertina video, dovrete solo pazientare. Non c’è infatti alcuna possibilità di richiedere l’attivazione a Facebook.

Per verificare se avete questa possibilità sarà sufficiente passare col mouse sulla copertina e cliccare sul pulsante “cambia copertina” che comparirà in altro a destra. Questa impostazione è disponibile solo da desktop e non la vedrete tra la opzioni possibile se usate le app di Facebook per dispositivi mobile.

video copertine facebook

Tra le possibili scelte ci sarà quella di caricare un video.

Scelto il video e completato il caricamento, come accade per le copertine fotografiche, avrete la possibilità di riposizionare il video verticalmente.

Quando sarete soddisfatti, basterà confermare cliccando sul pulsante “avanti” e poi “pubblica” per fare vedere al mondo la vostra nuova copertina video.

Il sistema sembra essere ancora in rodaggio per cui alcuni utenti riferiscono di malfunzionamenti sporadici. Ma Facebook sta continuamente intervenendo per migliorare questa feature.

Quando un utente visiterà la pagina il video usato per la copertina partirà in automatico se il visitatore sta usando un browser da desktop, mentre dovrà essere fatto partire manualmente se utilizza un dispositivo mobile e la app dedicata a Facebook.

Se invece si visita la pagina con un dispositivo mobile ma utilizzando un browser, il risultato cambia a seconda del dispositivo e del browser.

Questo non omogeneità di comportamento è, forse, l’unica pecca da risolvere ancora per Facebook.

Se intendete sperimentare anche voi con una video copertina per la vostra pagina Facebook, fatecelo sapere sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

La Trasformazione Digitale riguarda anche te

Lo ammetto, ho sbagliato. Quando mi trovo a scrivere qualcosa, raccomando sempre a me stesso di non dire “tutto subito”, ma di lasciare piuttosto la curiosità al lettore almeno fino a metà pezzo. Invece, questa volta, ho anticipato il finale già dal titolo.

Il dato di fatto è semplice: viviamo nel pieno dell’era digitale. Un’era mediata (gli studi del sociologo italiano Giovanni Boccia Artieri sono illuminati e illuminanti in tal senso), filtrata (“The Filter Bubble” è un’opera di qualche anno fa ma sempre interessante, la conosci?), fluida (Zygmunt Bauman docet). Proprio la parola “digitale” fa spesso rima con termini come “innovazione” e porta conseguentemente con sé una percezione, comune alla maggior parte delle persone – indipendentemente dal livello di alfabetizzazione digitale (e, da una prospettiva complementare, di digital divide) – e trasversale ai settori industriali: ovvero, che l’innovazione (quindi, la trasformazione) digitale sia prima di tutto un fattore tecnologico.

Paradigmi come la Virtual Reality, l’Augmented Reality, l’Internet delle Cose, la Blockchain, soluzioni come Oculus e i Bitcoin, modelli di business nativi digitali e fondati sull’ottimizzazione dei big data come Uber, AirBnB e TripAdvisor portano spesso a pensare che la trasformazione digitale di organizzazioni, territori, aziende, amministrazioni pubbliche sia primariamente una questione di innovazione tech.

Basta un poco di zucchero e la pillola, va giù.

Ricordi la celebre cantilena di Mary Poppins? Oggi, potrebbe essere riletta con efficacia per delineare tale prospettiva. La tecnologia sarebbe la reale variabile determinante di un presente e – soprattutto – di un futuro sempre più digitale.

La potenza è nulla, senza il controllo

Il rischio di tale approccio è multi-layer – ovvero, composto da diversi pericoli posizionati e collegati a puzzle. Ti elenco due esempi di layer a cui fare attenzione.

  • Il primo è ben riassunto nel termine mediumism, indice della tendenza pericolosa ad essere continuamente alla cerca frenetica dell’adozione dell’ennesima piattaforma digitale senza prima essersi chiesti e avere attentamente valutato se è davvero ciò che l’audience vuole, e/o di cui ha bisogno.
  • Un secondo pericolo sta nella mancata correlazione stretta e diretta tra tecnologia, cultura e competenze: ovvero, il fatto di avere anche la migliore innovazione tecnologica non garantisce proprio nulla. Gli utenti destinati a utilizzarla e a “calarla a terra” potrebbero infatti non avere le giuste competenze, né tantomeno e soprattutto la cultura – un fattore più sottile e strategico ma che permette di indirizzare al meglio le azioni – per farlo.

Accelerare con le persone

Un secondo approccio alla trasformazione digitale è invece people-centric: ovvero, vede nelle persone i principali elementi abilitatori del cambiamento. E per “cambiamento” intendo qualcosa di profondo, ampio, di ampio respiro, non relegato solo a temi di dialettica politica o politiche aziendali. Personalmente aderisco in toto a questa seconda visione neutrale al fattore tecnologico, e porto anche qui due temi a supporto.

  • Il primo è quello del Digital Darwinism, concetto suggerito dalle ricerche di Brian Solis a partire dal 2010 circa. Il futurologo e analista americano intende con tale termine la capacità e rapidità evolutiva delle persone, di gran lunga maggiore della stessa capacità di cambiamento e innovazione di aziende, organizzazioni e sistemi. In effetti, questi ultimi sono organismi complessi, strutturati, dove le decisioni vengono prese attraverso percorsi non banali né rapidi. Al contrario le persone, in quanto esseri sociali e atomi singoli, sono sempre più interessate e disposte a mettersi in gioco (rischiare!) per il gusto di testare le innovazioni tecnologiche. Volendo rileggere la tradizionale curva di Rogers utilizzata in economia per spiegare il modo in cui le innovazioni di prodotto si diffondono nel tempo, potremmo sostenere che il digitale amplia la percentuale di innovatori e ed early adopters, limitando allo stesso tempo la “pancia” maggioritaria e la “coda” ritardataria.

  • Il secondo tema sta nel concetto di mobile mind shift, introdotto da alcune analisi della società di consulenza internazionale Forrester Research. Con questo termine si intende il cambiamento psicologico – o meglio il circolo vizioso – abilitato dal digitale. Siamo sempre meno disposti ad aspettare, a dovere fermare lo svolgimento di ciò che stiamo facendo per potere fruire di una informazione, ad “accontentarci” di ricevere comunicazioni irrilevanti per il nostro vissuto. Al contrario, attraverso i media digitali mobile:

La mobile mind shift è la consapevolezza di potere essere connessi in qualunque momento e la conseguente aspettativa di ottenere quanto necessario subito e in modo contestualizzato, senza necessità di ulteriori spostamenti fisici o “mentali”.

Social technology: una lente per leggere il futuro che ci attende

A mio avviso, dunque, la trasformazione digitale non è una semplice questione tecnologica, ma è un “affare” people-first. Come sarà il futuro? Difficile, impossibile saperlo.

Più semplice diventa estrarre una lente, un modus operandi per leggere ciò che ci aspetta. Ovvero, partire dalle persone in quanto esseri sociali. Non è un caso che piattaforme tecnologiche come YouTube, Facebook e altri social network abbiano avuto il successo che tutti conosciamo: si tratta di innovazioni che sono state capaci nel tempo di rispondere in pieno alle esigenze sociali degli individui di parlare, connettersi, interagire. In esse, la tecnologia ha avuto un semplice ruolo di adattatore e abilitatore delle necessità sociali delle persone.

Tale approccio, che definisco di social technology, è fondamentale non solo per comprendere ciò che accadrà, ma anche per anticipare il successo (o l’insuccesso) delle nuove trasformazioni digitali.

Siamo pronti a prevedere il futuro?

Calcio e social media: Inter

I social media sono un grande strumento per parlare alla propria community e questo è vero soprattutto per il calcio, dove la comunità di tifosi e appassionati è abituata da sempre a creare e mantenere una rete di relazioni.

Continua la nostra inchiesta di approfondimento sul calcio e la comunicazione digitale con un’altra squadra che fa battere il cuore agli italiani e genera un alto tasso di engagement online: l’Inter.

LEGGI ANCHE: Calcio e social media: AS Roma

Secondo la testata Calcio e Finanza, l’Inter nell’ultimo anno ha visto l’incremento della sua fan base di più di 1 milione di utenti. Com’è stato possibile? Quali sono i punti forti della strategia digitale dell’Inter che l’ha portata a sedere al 23° posto della classifica mondiale delle squadre di calcio con maggiore tasso di crescita, superando addirittura la Juventus?

Quale social scelgo? Tutti!

L’elemento più importante della strategia digitale dell’Inter è la presenza omnichannel. In altre parole l’Inter è presente su un numero molto ampio di canali social: oltre i diffusi (tra le squadre di calcio) Facebook, Twitter, Instagram e YouTube, l’Inter lavora anche su Snapchat, LinkedIn, WeChat, Dugout e il cinese – data la proprietà del gruppo Suning – Weibo.

La strategia pluricanale dell’Inter è stata pensata al fine di raggiungere un pubblico non solo italiano, ma anche europeo e mondiale. Questo è importante per due fattori: il primo è quello di aspirare a raggiungere i best in class internazionali in termini di engagement online e il secondo è quello di coinvolgere e curare una vasta fandom oltreoceano. Per quest’ultima ragione, infatti, l‘Inter non solo cura molti canali su diverse piattaforme, ma anche sulle stesse piattaforme possiede più account in diverse lingue straniere.

Solo su Twitter sono disponibili i profili nelle seguenti lingue: italiano, inglese, giapponese, turco, arabo e portoghese, che delineano in modo chiaro quali sono i paesi in cui l’Inter ha un bacino maggiore di fan.

I canali sono tutti molto curati e vantano, ognuno di questi, una community molto ampia. Per la precisione, come community aggregata (la somma di tutti i fan per ogni social), l’Inter risulta la squadra italiana seconda in classifica come ampiezza e al primo posto per diversificazione di canali.

Alla diversificazione di canali, corrisponde però anche una diversificazione di contenuti. Questo è senz’altro l’elemento della loro strategia online più interessante. La maggior parte delle squadre, infatti, utilizza i diversi canali per declinare gli stessi contenuti solo in diverso formato (immagini, video, testo). L’Inter invece sfrutta ogni canale per uno scopo specifico, sfruttando al meglio la peculiarità di ogni piattaforma.

 

Twitter per ingaggiare fan e stakeholder

Twitter è utilizzato dal team marketing nerazzurro per il livetwitting delle partite, conferenze, celebrare i compleanni dei tesserati e delle glorie nerazzurre, inseririsi in discussioni più popolari online e ricordare momenti speciali per la squadra con l’hashtag #throwbackthursday.

L’elemento più interessante della strategia digitale dell’Inter per Twitter è come viene generato un dibattito attraverso una forte interdiscorsività digitale. Vi facciamo un esempio pratico: il rilascio della nuova stagione di Games of Throne. Strategia comune a molti brand e istituzioni è quello di inserirsi all’interno di un dibattito con contenuti generalisti utilizzando l’hashtag popolare, in questo caso #WinterIsComing. L’Inter al contrario ha realizzato un hashtag che ammiccasse a quello prima citato ma legato alla squadra, per farsi portatore di contenuti molto specifici: #InterIsComing.

Ne è derivato un dibattito ampio con impressions per 3.794.226 utenti e una reach effettiva di 2.324.197, rimanendo costante nel periodo di tempo e riuscendo a coinvolgere non solo tanti fan, ma anche stakeholder del mondo del calcio come giocatori e giornalisti che hanno generato contenuti in maniera spontanea e divertenti.

Facebook

L’account Facebook dell’Inter vanta oltre 6 milioni di fan ed è utilizzato principalmente per contenuti visuali (foto e video) e dirette streaming. Soprattutto quest’ultimo elemento appare di grande interesse: l’Inter utilizza lo strumento delle dirette streaming in maniera cosciente, finalizzando il medium per coinvolgere direttamente i fan.

Un esempio è stata la diretta streaming per presentare il nuovo giocatore nerazzurro Gabriel Barbosa, detto Gabigol, in cui sono stati gli utenti a rivolgere le domande, sfruttando i commenti alla pagina e sul sito proprietario. Si è trattato della prima diretta streaming in Italia per presentare un giocatore e si è tradotta in 470mila di interazioni totali con oltre 14mila commenti e 2.800 condivisioni. La diretta streaming ha alzato il tasso interazione dell’intera pagina che ha raggiunto 1.6 milioni di fan: un tasso simile alla pagina Facebook del Chelsea che ha una follower base di 46milioni di utenti.

Snapchat e Instagram

Infine, Snapchat e Instagram sono utilizzati soprattutto per le stories, uno strumento prezioso per diffondere contenuti esclusivi di backstage. I ritiri, gli allenamenti, momenti di complicità o semplicemente goliardici tra i giocatori sono un punto di vista privilegiato al backstage della squadra neroazzurra.

Oltre alla creazione di filtri personalizzati per i fan interisti, Instagram e Snapchat sono forti di una solida presenza sui social network degli account ufficiali dei calciatori che contribuiscono – in perfetta linea con gli account della loro squadra – a un racconto appassionante non solo del calcio, ma anche delle loro vicende personali.

Un esempio è Mauro Icardi, il capitano della squadra nerazzurra, al centro di una social love story con Wanda Nara  – ex moglie del connazionale Maxi Lopez. La vicenda ha avuto un grande eco online dal momento che Maxi, giocatore del Torino, ha rifiutato la rituale stretta di mano pre-partita in favore di un gesto volgare. L’evento è stato divisivo nella fandom che ne ha seguito l’evoluzione con passione – fino pubblicare una foto del figlio di Lopez e Nara, adottato da Icardi, con la maglia dell’Inter –  generando un sempre crescente engagement sui social di Icardi. Si tratta di un esempio importante perchè ha dimostrato la solidità di una community che è attenta non solo alle vicende calcistiche, ma anche alle storie personali. Anche il calcio, e la sua narrazione dunque, si vanno evolvendo sempre di più verso una (ulteriore) forma di intrattenimento.

10+ nuovi corsi on demand da seguire per sentirti meno in colpa durante le vacanze

Stai preparando le valigie per la tua prossima destinazione? Non dimenticare che il tempo libero è il momento perfetto per il miglioramento personale e professionale!

Come un vero ninja, dovrai riuscire a conciliare vacanze, relax e divertimento con gli obiettivi che hai deciso di raggiungere. E poi chi ha detto che l’apprendimento nell’era digital non possa essere piacevole e divertente?

Ninja Academy ha ideato per te i Ninja Break: corsi brevi on demand da 1 a 4 ore da gustare a bordo piscina o in riva al mare durante l’estate. Sono pensati per essere seguiti in maniera veloce nei tuoi spostamenti, su tutti i tuoi device – anche in spiaggia o al bar.

Header-Dem-600x300 (1)

Si tratta di una selezione On Demand completamente nuova all’interno del nostro Catalogo Formativo! Scopriamoli insieme:

  1. Digital Reputation e Social Media Monitoring con Emanuela Zaccone (1 ora)Piattaforme, metodologie e concetti di base
  2. Introduzione a Google AdWords & Google Analytics con Maria Elena Ferrario e Nelson Fiallos (4 ore) Padroneggia gli strumenti di lavoro nel Web Marketing
  3. Social CRM con Emanuela Zaccone (1 ora)Strutturare e misurare attività di fidelizzazione sui social network
  4. Digital Media Planning con Marco Magnaghi (3 ore)Impara a pianificare campagne di comunicazione Video, Display, Social e Paid Search
  5. Social Media Analytics con Emanuela Zaccone (1 ora e 20′) – Scopri quali sono le metriche fondamentali da tracciare su Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn
  6. Digital Analytics con Alessio Semoli (2 ore e 30′)Le metriche fondamentali per lavorare nel Web Marketing
  7. Creare un piano di marketing digitale con Miriam Bertoli (2 ore)Definire la strategia di marketing digitale: dagli obiettivi all’azione
  8. Mobile App Marketing con Mariachiara Marsella (1 ora) – Dall’idea alla promozione online e offline
  9. Digital Detox con Alessio Carciofi (2 ore)Come aumentare creatività e produttività nell’era delle distrazioni digitali
  10. Data Driven Content Management con Emanuela Zaccone (1 ora) –  Creare piani editoriali e dominare il Real Time Marketing con gli Analytics
  11. Digital Crisis Management con Emanuela Zaccone (1 ora) –  Procedure, metodi e strumenti per gestire crisi online in maniera efficace
  12. User Experience Design con Jacopo Pasquini (1 ora) –  La checklist per progettare siti che convertono
  13. Digital CRM con Marco Magnaghi (2 ore) –  La checklist per progettare siti che convertono
  14. Google Performance Marketing & Machine Learning con Nelson Fiallos (2 ore) –  Ottenere nuove conversioni nel Search Engine Marketing

>>> Scopri di più sui nuovi corsi Ninja Summer Break!

PREZZO LANCIO – A partire da 79€

Snap Publisher: ecco il tool per creare ads su Snapchat

Snapchat, con Snap Publisher, sta cercando di affrontare e superare uno dei più grossi limiti delle sponsorizzate all’interno del social network, ovvero i video verticali, che obbligano le schiere di inserzionisti e SMM a creare le campagne da zero, piuttosto che riutilizzare gli annunci già online su altre piattaforme.

A tal proposito, lunedì l’azienda formata dagli ex studenti della Stanford University Evan Spiegel, Bobby Murphy e Reggie Brown, ha lanciato ufficialmente Snap Publisher, uno strumento per la creazione di video pubblicitari in verticale, a prescindere dal fatto che si disponga o meno di tale format.

snap_pubblisher_il_nuovo_strumento_di_snapchat_che_converte_video_orizzontali_e_siti_web_in_spot_verticali

In soldoni, Snap Publisher consente agli inserzionisti di trasformare automaticamente qualsiasi foto o video, inclusi i file in formato orizzontale, in una sponsorizzata video verticale. E per rendere il tutto più semplice è presente un’opzione per i brand che permette di estrarre foto e video direttamente dai loro siti web.

LEGGI ANCHE: Da oggi puoi pianificare campagne mobile su Snapchat con Hic Mobile

Come funziona Snap Publisher?

La funzione più importante di Snap Publisher sembra essere il suo strumento di ritaglio automatico. Proprio in questo modo Snapchat sembra aver aggirato il suo più grande ostacolo, che invece ha reso celebri e funzionali altri famosi social network: le sponsorizzate per i piccoli e grandi marchi.

snap_pubblisher_il_nuovo_strumento_di_snapchat_che_converte_video_orizzontali_e_siti_web_in_spot_verticali

LEGGI ANCHE: Snapchat vs. Facebook: la qualità dei contenuti può battere i numeri?

Sarà possibile affidarsi alla tecnologia di visualizzazione di Snapchat sul PC per capire quale sia il modo migliore per convertire un video orizzontale in verticale.

Si potrà quindi isolare scene brevi da un video lungo per rimanere nella fascia dei 3 e i 10 secondi, tipica dell’applicazione, o individuare i punti focali delle scene con i pan e zoom, conservando quei contenuti scelti all’interno dello spazio di visualizzazione.

Questo eviterà che lo spettatore senta la sensazione che al di là dello schermo si stia perdendo qualcosa.

https://www.youtube.com/watch?v=eVvEjzTKT3U

La seconda funzionalità di Snap Publisher fa sì che sia possibile impostare i tempi per l’inserimento dell’annuncio da un punto del fotogramma all’altro.

Per aggiungere un fotogramma chiave, basterà selezionare un punto nel video e aggiustarlo a seconda del contenuto rilevante ai nostri fini nel fotogramma, semplicemente spostando il mirino di Snap Publisher.

Inoltre si potrà:

  • aggiungere un effetto Ken Burns ai propri video, spostandosi uniformemente dal primo fotogramma selezionato al secondo, regolare come vengono visualizzati gli oggetti,  (sbiaditi o sfuocati) o gestire i tempi di un effetto animato rallentandolo, mantenendolo lineare o aumentandone la velocità;
  • utilizzare foto per gli spot video senza che le immagini sembrino statiche utilizzando un effetto di scorrimento, o ancora inserire degli scatti in uno dei modelli fotografici di Snap Publisher;
  • disporre di 13 modelli diversi forniti da Snapchat con segnaposto per foto, video, loghi e testi per personalizzare il più possibile i propri contenuti, grazie anche alla possibilità di poter modificare dimensioni, posizioni, font e colori.

Questi modelli vengono ordinati da Snapchat per potenziali obiettivi, come ad esempio aumentare la conoscenza degli utenti di un brand o farli scorrere sull’annuncio per visitare il sito del marchio.

Insomma, un piccolo grande strumento che farà felici i tanti professionisti del settore che fino ad oggi forse lo idealizzavano, lo sognavano e lo acclamavano a gran voce.