Dark social: Il lato oscuro della condivisione in Rete

Avete presente tutte le volte che avete copiato e incollato un link in un messaggio o un’e-mail e inviato a persone specifiche, non servendovi dei pulsanti “share” su social? Ecco, in questo modo avete partecipato alla condivisione via “Dark social”, che avviene di solito quando pensiamo che uno dei contenuti visualizzati online possa interessare delle persone specifiche e non necessariamente tutta la nostra social community.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di marketing RadiumOne, il Dark social è responsabile dell’84% di traffico in uscita condiviso. Ma vediamo più dettagliatamente che cos’è il Dark social e perché, cari marketer, non possiamo ignorarlo.

Fonte: RadiumOne

Fonte: RadiumOne

Che cos’è il Dark social?

Il termine è stato coniato da Alexis Madrigal in un articolo del 2012, e si riferisce al traffico in uscita condiviso dagli utenti tramite vie private come programmi di messaggistica istantanea, messaggi di testo ed eMail.

La condivisione privata è molto più difficile da rintracciare rispetto a quella pubblica che avviene sui canali social come Facebook e Twitter, e capita di essere troppo concentrati su quello che possiamo facilmente rintracciare, le social analytics a disposizione in questo caso, per rendersi conto di quanto traffico venga trasmesso per vie private.

Tra i canali di Dark social più comunemente utilizzati spiccano ovviamente le app di messaggistica istantanea come WhatsApp, WeChat e Facebook Messenger, messaggi di testo, eMail e altri canali social provvisti di messaggi privati come Instagram.

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In altre parole, il Dark social si riferisce a tutto il traffico internet non è attribuibile ad una fonte precisa, come i social network o una ricerca in Google, o traffico che avviene tramite referral (un link, banner o altro che rimanda  alla vostra pagine), che è solitamente identificato con alcuni tag collegati al link condiviso.

Quando condividete un articolo o cliccate su un link condiviso su Twitter, sarete spesso diretti ad un url con il tag &utm_medium=social&utm_source=twitter, il quale segnala che la condivisione è avvenuta direttamente dal post originale tramite uno strumento di condivisione social. Questo è sicuramente il referral tag più comune che avrete incontrato: si chiama codice UTM, e fornisce informazione più dettagliate sul traffico a Google Analytics.

Il Dark social non contiene nessuna informazione del genere. I metodi comuni di condivisione via dark social, quindi copia e incolla, messaggi ed e-mail, non includono nessun  tag a meno che il link non sia copiato con il tag incluso, ad esempio se è un URL da un articolo che avete trovato originariamente su Twitter e postate includendo il codice UTM.

Studiando attentamente le analaytics di una pagina web, ci si trova molte volte davanti ad un punto di domanda: da dove proviene tutto quel “direct traffic” che conta spesso più delle condivisioni social? Beh, anche noi ninja possiamo ben immaginare che la probabilità che migliaia di utenti abbiano digitato nel loro browser https://www.ninjamarketing.it/2017/02/01/google-sorpassa-apple-dopo-5-anni-apple-non-e-piu-il-marchio-di-maggiore-valore-al-mondo/ è molto bassa, se non inesistente. Questo traffico è etichettato come “direct” in Google Analytics, ma è quasi interamente traffico proveniente via dark social.

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Il Dark social è dappertutto e non possiamo fare a meno di ignorarlo

Secondo l’agenzia marketing RadiumOne, la maggior parte delle risposte al Dark social che chiameremo clickback (click che rimandano alla nostra pagine) provengono da dispositivi mobili. I clickback su traffico condiviso via Dark social provenienti da dispositivi mobili sono aumentati dal 53%  al 62% nell’ultimo anno e mezzo. Il restante 38% proviene da desktop.

L’impatto sul traffico

In una ricerca effettuata lo scorso febbraio da RadiumOne è emerso che la percentuale delle condivisione Dark social rispetto alla condivisione pubblica è salita dal 69% all’84% nell’ultimo anno e mezzo.
Inoltre, solo l’11% delle condivisioni da mobile avviene sulla pagina web ed il 21% di clickback provenienti da mobile avvengono tramite Facebook. Dato molto interessante è che, nello stesso intervallo di tempo, l’82% delle condivisioni dalla pagina web ed il 67% di clickback sono avvenute tramite canali dark social. 

Fonte: RadiumOne

Fonte: RadiumOne

Perché il Dark social è ultra importante per i marketer?

Perché ci fornisce una rappresentazione specifica del reale interesse dei consumatori. Familiarizzare con questi dati ci permette di avere un’idea ancora più chiara e targettizata della nostra audience.

Il Dark social raggiunge audience specifiche: il 46% dei consumatori dai 55 anni in su condivide solo così, in opposizione al 19% dalla fascia di età tra i 16 e i 34 anni.

La condivisione tramite Dark social è prevalente in molti settori.

Ad esempio, se il vostro business fa parte del settore della contabilità, alimentazione, turismo, o risorse umane, più del 70% della condivisione social avviene per vie “dark”. 

Cosa può fare il vostro business per tenere sotto controllo i canali Dark social?

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Per chiunque condivida contenuti online è importante sapere da dove proviene la maggior parte della loro audience, se si tratta di Dark social, che sia il 60% o il 16% del proprio traffico.

Accorciare gli URL

Usate link abbreviati. Utilizzate strumenti come Bitly o Ow.ly di Hootsuite per accorciare i link  dei contenuti in uscita ed avere un’analisi più dettagliata dell’engagement rate. Inoltre fate uso dei link abbreviati anche nelle email o nella vostra pagina web per verificare i click ricevuti.

Rendere la condivisione semplice

Pensate attentamente a dove posizionare i pulsanti di condivisione sulla vostra  pagina in modo che sia semplice individuarli. Su alcune pagine gli utenti devono scorrere per trovare il pulsanti, su altre non di distinguono immediatamente i pulsanti “follow” da quelli “share”.

Utilizzare strumenti ad hoc per monitorare il traffico

Ci sono alcuni strumenti che permettono ai marketer di tracciare le origini del dark social ed analizzarne i risultati:

Po.st è uno strumento di RadiumOne, che permette agli utenti di condividere contenuti in modo più semplice aumentando e favorendo il traffico organico e fornisce opportunità e strumenti unici per analizzare il traffico nascosto.

ShareThis è uno strumento che ti da la possibilità di condividere qualsiasi contenuto in Rete tramite i classici strumenti di condivisione pubblica ma anche tramite via email, messaggi o sms. I pulsanti possono essere personalizzati con testo e condivisioni ad hoc.

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GetSocial.io
 invece, è una piattaforma di performance analytics che aiuta marketer ed i media publisher a monitorare, promuovere ed intensificare i vostri migliori contenuti sui social, e soprattuto ad identificare il 100% del traffico condiviso, incluso ovviamente il traffico condiviso privatamente tramite canali Dark social.

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Vuoi approfondire l’argomento?
Why Your Business Can’t Ignore Dark Social

strategia di content marketing

6 errori da non commettere nella progettazione di un logo

“Uno dei primi aspetti a cui il pubblico presta attenzione è, oltre al nome dell’azienda, il logo che la rappresenta”.

Lo dice uno dei grandi guru del branding, David Brier. Siamo d’accordo?

Ogni azienda, piccola o grande che sia, ha bisogno di un logo che identifichi i propri valori, la propria personalità, che funga in sostanza da biglietto da visita e da presentazione.

Molte aziende commettono degli errori riguardanti il design del proprio logo e pregiudicano irrimediabilmente l’immagine veicolata sul mercato.

Scopriamo insieme quali sono i sei errori più frequenti.

#1 Un design troppo complesso o, al contrario, troppo semplice

È vero che i loghi semplici sono più facili da ricordare ma differenziarsi e lasciare il segno è essenziale.

I loghi non devono essere nemmeno troppo complessi o astratti, per non generare confusione nel consumatore. Inoltre, i design con molti orpelli e ricchi di dettagli non si adattano a tutti i supporti di stampa e spesso risultano irriconoscibili nelle dimensioni di icone e favicon sul web.

Secondo questo studio, il logo della Nike è quello più riconosciuto negli Stati Uniti: è semplice, non è legato alla natura del business in cui l’azienda opera, ma funziona dannatamente bene.

logo Nike

#2 Investire troppo poco nel logo

Ci sono siti online che forniscono loghi gratuitamente o a basso costo. Questi loghi a buon mercato finiranno in realtà per essere molto costosi nel lungo periodo.

Alcuni imprenditori risparmiano sul design di un logo, pensando che non sia necessario assumere un professionista che lo progetti.

Il prezzo dell’elaborazione grafica di un logo non è necessariamente garanzia di successo, basti pensare a quello ideato per le Olimpiadi di Londra 2012, costato oltre 500.000 dollari e rivelatosi un enorme fallimento, ma le soluzioni home-made non sono mai la strada giusta.

logo londra olimpiadi 2012 errori da non commettere

#3 Usare immagini di scarsa qualità

Un logo efficace deve rispettare le caratteristiche tecniche basilari per la riproduzione sui supporti di stampa di diverse dimensioni, ma deve anche essere compatibile con la distribuzione in formato digitale.

Per questo, la qualità del prodotto è indispensabile: affidarsi a un designer professionista per la progettazione del logo aziendale ti permetterà di acquisire i materiali in formato vettoriale, realizzati con i software professionali come CorelDraw e Adobe Illustrator.

Poiché l’uniformità visiva è importante, la qualità dell’immagine deve essere curata con attenzione, al fine di trasmettere integrità, coerenza e precisione.

sezione aurea logo apple

#4 Sottovalutare il legame brand-logo

Il brand e il logo non sono altro che due facce della stessa medaglia. Entrambi devono comunicare lo stesso messaggio al consumatore, uno attraverso la parola l’altro attraverso l’immagine.

È necessario ascoltare il cliente e comprendere le sue esigenze prima di arrivare alla progettazione logo. Solo in quel modo si potrà definire un logo corretto: dalla selezione dei colori a quella delle forme, fino a giungere al posizionamento del marchio. I requisiti devono essere chiari ed espressi  per iscritto, in modo tale che il designer sia guidato in maniera chiara e precisa fin dall’inizio.

Un esempio lampante di quanto appena detto è il logo di Adidas: è stato progettato pensando ad una scarpa sportiva, per trasmettere l’idea di dinamicità, sport e in generale di movimento.

Un logo non è solo un’immagine: è una storia, un universo di valori che concorrono a comunicare in modo efficace la value proposition dell’azienda ai propri consumatori.

logo adidas

#5 Usare troppi colori e troppi effetti

Attenzione a non eccedere con il colore!

Ogni volta che si progetta un logo, si parte da una base mono-colore. La motivazione è semplice e ricalca la necessità di universalità del logo su ogni supporto. Progettare il logo aziendale in nero o in bianco, permetterà di posizionarlo su qualsiasi base colore senza perdere lo stacco col fondo.

Una volta impostata la linea grafica, è possibile associare il colore in base ai valori del brand e al messaggio che si intende comunicare: alcuni dei più famosi loghi in circolazione sono in realtà in bianco e nero, come quelli di Nike e Apple, tuttavia gli aspetti cromatici hanno spesso rappresentato le chiavi del successo in altre realtà, come il colore rosso in Mc Donald’s e Coca-Cola.

Ogni settore ha le sue scale cromatiche di riferimento. Se stiamo progettando un logo aziendale nel settore food, per esempio, probabilmente sceglieremo un rosso, un verde o un arancione, colori che sono associati agli stimoli della fame, secondo gli psicologi.

Coca-Cola_logo

#6 Copiare loghi altrui

Si tratta forse di uno dei peggiori fra gli errori elencati. Significa mancanza di personalità, poca creatività e poco coraggio.

La copia palese del logo di un altro brand, magari in un settore commerciale affine, non è solo un reato (Sony Ericsson vs Clearwire Corporation ne è un esempio), ma anche uno dei motivi principali per cui i loghi falliscono. Come pensi di connetterti con il tuo target se sei identificato da un logo già in circolazione?

Clearwire-Sony-Ericsson-logo

Siediti e pensaci bene. Valuta cosa funziona e cosa non funziona, ma non avere fretta di “ispirarti” alle idee altrui.

Dato che sostituire in corsa o modificare troppo frequentemente i loghi senza una reale necessità di aggiornamento è considerata una pratica poco ortodossa, l’idea dovrebbe essere quella di sviluppare un logo evergreen duervole negli anni, da riattualizzare seguendo i trend del design di anno in anno.

il senso di pinterest per il marketing

Il senso di Pinterest per il marketing

Considerata in passato una piattaforma più orientata ad un pubblico femminile ed utile per trovare principalmente contenuti legati a matrimoni e ricette di cucina, nel 2017 Pinterest potrebbe essere uno dei social da tenere sotto osservazione.

Spesso, quando si parla di social media marketing, le aziende si sentono più al sicuro con nomi come Facebook o Instagram, i quali mettono a disposizione strumenti dedicati alla comunicazione e all’advertising. In questo contesto Pinterest sembra più un outsider che però sta registrando numeri interessanti: nel 2016, è cresciuto del 50% superando i 150 milioni di utenti attivi mensilmente. Ora che le cose stanno così non pensate sia il caso di approfondire la questione?

Econsultancy propone una carrellata di interessanti risposte al perché quest’anno i brand  dovrebbero prestare un po’ più di attenzione a Pinterest.

Pinterest favorisce il processo d’acquisto

Pinterest si sta rivelando un social a forte vocazione commerciale, il 55% degli utenti utilizza la piattaforma per cercare o acquistare prodotti. Per fare un confronto, la percentuale di chi compie queste azioni su Facebook è del 12%. Pinterest risulta quindi un interessante strumento per gestire il processo d’acquisto anche grazie all’introduzione di funzionalità come il Buy Button ovvero il bottone che rende acquistabili i prodotti rappresentati nelle pin.

il senso di pinterest per il marketing

L’arrivo dell’intelligenza artificiale

Pinterest ha recentemente annunciato che sta introducendo nella piattaforma una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale la quale, mediante un processo di deep learning, migliorerà la funzione delle “pin correlate”. Attingendo ai dati dell’utente, il sistema sarà in grado di proporre quelle pin più attinenti al contesto e alle attività in corso.

La personalizzazione di contenuti effettivamente rilevanti per l’utente è un tema molto caro al marketing, i primi test stanno già dando esito positivo registrando un aumento dell’engagement sulle pin correlate del 5%.

I video promozionali

L’anno scorso Pinterest ha lanciato la funzione che consente di inserire nelle board video promozionali. I brand ora possono quindi arricchire le loro bacheche con questo formato migliorando ulteriormente l’esperienza di shopping per l’utente.

Combinando gli annunci video con la promozione delle pin, le aziende creano nuove opportunità. Lo strumento video risulta particolarmente efficace nel settore del beauty in cui viene utilizzato come veicolo per tutorial e recensioni dei clienti.

Arrivano anche i maschi

Sebbene categorie tipicamente femminili come moda, bellezza e matrimoni restino tra le più popolari, la presenza maschile è in aumento arrivando a rappresentare oggi il 40% degli utenti attivi mensilmente.

E cosa ci fanno qui? Verrebbe da chiedere. Semplicemente quello che fanno tutti, ovvero curare e scoprire contenuti relativi ai propri hobby e interessi.

I brand sono sempre più consapevoli di questa tendenza. Un esempio interessante è il mini-sito web creato da Pinterest in occasione del Super Bowl con l’obiettivo di offrire agli appassionati dello sport contenuti già targetizzati sulla base dei loro interessi.

Ancora scettici sulle potenzialità di Pinterest? Andate a visitare le bacheche di alcuni brand come Etsy, Lonely Planet o Tesco, tre ottimi esempi di come utilizzare in maniera efficace questo social media tutto da scoprire.

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Crea uno spazio senza connessione per stare finalmente in pace, con Ransomly

La vita iperconnessa ci ha portato indubbiamente moltissimi vantaggi, possiamo accedere a tutte le informazioni che vogliamo in pochi secondi, possiamo scattare e editare le foto con due click, oppure condividere qualcosa d’interessante nel momento stesso in cui ciò avviene ma tutto questo ha un costo: ci sentiamo spesso disconnessi da ciò che ci interessa davvero, se non ci imponiamo di “staccare” la spina rischiamo di perderci emozioni, relazioni, insomma un bel pezzo di vita reale.

BBC News ha dichiarato che i ragazzi da 5 a 16 anni passano circa 6,5 ore al giorno a guardare uno schermo, uno studio delll’Università di Derby sostiene che il 13% sono dipendenti dallo smartphone.

Ecco perché è nato Ransomly, un beacon bluetooth e una app che bloccano l’home screen del tuo telefono ogni volta che sei nel raggio d’azione del dispositivo.

Immagina soltanto gli utilizzi che puoi fare con Ransomly: una cena tranquilla, una camera da letto senza distrazioni, oppure qualsiasi altro luogo in cui hai bisogno di pace e di tenere le persone disconnesse.

Pensa anche all’importanza di insegnare ai tuoi figli che esistono momenti in cui è necessario essere scollegati da internet e di rimanere fisicamente connessi con le persone che in quel momento stanno condividendo lo spazio con loro.

Con Ransomly puoi fare tutto questo in automatico, senza dover ripetere continuamente di metter via il telefono.

In sostanza, Ransomly permette di limitare app selezionate dagli smartphone di amici o familiari, per esempio puoi bloccare l’app di Facebook al telefono del tuo fidanzato fino a che non ha finito di svuotare la borsa del calcetto.

Confesso, avrei dei seri problemi in questo caso.

Oppure puoi bloccare Instagram a tuo figlia finché non ha terminato di fare i compiti. Le possibilità dipendono soltanto dalla tua immaginazione.

Come limitare la connessione

Un “semplice” beacon bluetooth

Una volta che hai installato l’app di Ransomly sul tuo device Android e sei nel raggio d’azione, la schermata di home sarà bloccata.

Chiedi un riscatto per lo sblocco di singole app

Grazie a Ransomly Messenger puoi impedire l’accesso a singole app finché non viene terminata un’attività.

Android e iOS

Ransomly funziona perfettamente su terminali Android: blocca la schermata di home e la connessione alle app degli amici che hai collegato.

Su dispositivi iPhone gli utenti riceveranno una notifica che li avviserà di essere entrati in una zona di “silenzio”. Questo può essere comunque un incentivo veramente potente a spegnere o mettere via i propri device.

Ransomly attualmente è ancora in versione beta, ma è già disponibile al prezzo di 40$.

Specifiche tecniche

  • Tecnologia bluetooth con software brevettato;
  • Alimentato a batterie con in media due anni di vita;
  • Conforme allo standard iBeacon™;
  • Raggio d’azione circa 70 metri.

E tu, quali “riscatti” vuoi chiedere per sbloccare le app dei tuoi amici?

Facebook Video, da oggi nel news feed l’audio partirà automaticamente

Ieri Facebook ha annunciato sul suo blog ufficiale alcune novità riguardo la fruizione dei video sulla piattaforma.

L’audio dei video nel News Feed

Mentre fino ad oggi occorreva attivare l’audio dei video presenti nel news feed (silenziati di default), dopo alcuni test con feedback positivo è stato deciso di attivare automaticamente l’audio a tutti i video.

Se il tuo smartphone è impostato su “silenzioso” i video ovviamente non avranno l’audio attivo. Potrai inoltre disattivare questa feature nelle Impostazioni dell’app.

Video Verticali

I video verticali saranno ottimizzati per i device mobile. Questo nuovo formato più grande è disponibile sia per iOS che Android.

Guarda il video mentre continui a navigare il News Feed

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Questa feature, precedentemente già utilizzata da molte app (come per esempio Netflix), è stata integrata nell’app di Facebook. È ora possibile mantenere una miniatura del video mentre navighi altre storie nel news feed. Deciderai tu dove posizionarla in qualsiasi angolo dello schermo. Se possiedi un device Android potrai anche mantenere il video in esecuzione anche al di fuori dell’app mentre stai facendo altro.

Facebook Video App per la TV

Oggi è stata annunciata anche la Facebook video app per la TV per ora riservata ad Apple TV, Amazon Fire TV e televisori Samsung Smart TV.

In questo modo potremo fruire dei Facebook Video su uno schermo più grande. Dopo aver introdotto lo streaming dall’app verso la TV sarà possibile ora guardare i video condivisi dai tuo amici o dalle Pagine che segui direttamente in Tv con delle raccomandazioni specifiche basate sui tuoi interessi.

Snapchat: Il vero innovatore di UX Design, Content, Adv e UGC

Questo post è stato scritto da Giuliano Ambrosio, Creative Strategist Freelance @AQuest e Docente del Master Online in Social Media Marketing di Ninja Academy.

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Snapchat ad oggi conta oltre 160 Milioni di utenti attivi al giorno, ed è diventato in poco tempo il regno dei teenager grazie soprattutto alla sua caratteristica del contenuto a scomparsa.

Dopo ben 5 anni sul mercato, Snapchat si sta preparando a diventare un vero adulto con la sua quotazione alla Borsa di New York per un valore di 3 Miliardi di dollari.

Se ci fermiamo un attimo e diamo uno sguardo a quello che ha creato Snapchat possiamo osservare come abbia totalmente rotto gli schemi di quasi tutte le piattaforme social, da Facebook a Twitter, in termini di UX Design, Contenuti, formati ADV e UGC.

Snapchat non è per tutte le aziende, qui trovi un mio articolo dove ti spiego come funziona Snapchat.

Possiamo dire che Snapchat oggi è innovatore di diversi tematiche nel panorama delle piattaforme di social Network. Pronti a scoprire qualcosa che forse avevate intuito?

UX Design

Diciamolo, la prima volta che siamo atterrati su Snapchat l’impressione è stata: “WTF?”

Uno dei primi Social Network ad atterrare direttamente in modalità CAM attiva e senza utilizzare nessuna forma di menu fisico per orientare l’utente.

La navigazione di Snapchat infatti non utilizza un classico menu visivo come ci ha abituato Facebook, Twitter o Instagram, per fare qualche esempio. Su Snapchat basta uno swipe in alto, in basso o a destra, sinistra per accedere alle schermate.

Questa tipologia di navigazione e UX Design si definisce “cognitiva”, ovvero la persona si abituerà e ricorderà che con una gesture come un primo swipe da sinistra a destra è possibile acceder alla Chat.

Se ci pensate la navigazione a swipe, con un semplice movimento di un dito, è molto intrinseca nel DNA dei nativi digitali. Fate caso quando un bimbo piccolo si approccia per la prima volta a un tablet, inizia subito a scorrere il dito sullo schermo per navigare o attivare funzionalità. Snapchat ha adottato questo schema.

Content

Snapchat ha centralizzato la produzione dei contenuti nella camera del proprio dispositivo mobile.

Tutti i contenuti generati dagli utenti passano dalla camera fotografica, che mi permette di scattare una foto o produrre un video, successivamente post-produrlo e aggiungere elementi aggiuntivi.

L’utilizzo della camera ha facilitato la generazione di contenuti soprattutto con la sua caratteristica fondamentale del contenuto a tempo.

La prima piattaforma di social media che ha introdotto la formula del contenuto a tempo, infatti su Snapchat, sia la Chat che i propri contenuti pubblici sono governati da una visibilità temporale, dopo la quale lo stesso contenuto scompare. Questa metodologia fa scattare un meccanismo psicologico che incentiva le persone ha essere connessi alla piattaforma per non perdere un contenuto dei propri amici o di brand nell’arco temporale delle 24 ore.

Localizzazione

Ormai siamo abituati, lo facciamo quasi senza pensarci, ad attivare la Localizzazione su un’applicazione non è più un qualcosa di estraneo nella nostra cultura digitale.

Snapchat ha ottimizzato al massimo l’uso della localizzazione, tanto nel costruirci attorno una modalità di business che come incentivo nel produrre contenuti.

Fonte: ADWEEK

Stiamo parlando di Geo Filters e nel mondo ci sono oltre 800 milioni di visualizzazioni al giorno su questa tipologia di comunicazione applicata sopra ai contenuti degli utenti.

Una volta che viene prodotto un contenuto, immagine o video, tramite uno swipe a destra o sinistra è possibile applicare dei Filtri, tra i quali anche quelli in base alla localizzazione. Tra questi filtri localizzati è possibile trovare anche quelli sponsorizzati da Aziende, con lo scopo di agevolare UGC con il nome del brand. Questa tipologia di format è uno dei mezzi di monetizzazione di Snapchat, che presto nel mondo sarà a disposizione di tutti, sia Aziende che persone comuni.

Advertising

Introducendo un formato nativo, Snapchat anche in campo Adv ha saputo innovare i classici formati utilizzati da tutte le altre piattaforme.

Su Snapchat infatti oltre i Geo Filters, sono presenti altre tipologie di formati pubblicitari, le Lenti e le Sponsored Snap.

Le Sponsored Snap sono delle pubblicità, spesso video, tra un contenuto e un altro di un nostro amico che seguiamo o contenuto snap di magazine che stiamo visualizzando nella sezione Discover.

Introdurranno a breve anche link attivi nell’Adv e modalità di lead generation, per generare in facilità contatti email interessanti al prodotto promosso.

Come altra tipologia di business abbiamo le Lenti, che affronterò nel capitolo UGC.

UGC

Snapchat ha riscosso molto successo anche grazie alle LENSES (lenti) e deve ringraziare una startup ucraina, comprata per $150M, che lavorava sul riconoscimento facciale. Funzionalità nata per abbellire agevolare la condivisione di contenuti (UGC) in modalità selfie, ha avuto un grande successo.

lenti

Interessante notare come poco tempo dopo le lenti più usate siano quelle che ridicolizzano il proprio aspetto. Ad oggi le lenti di Snapchat sono tutte gratuite per gli utenti e diverse per paese.

Questi lenti hanno permesso di agevolare la produzione di contenuti generati dagli utenti (UGC), soprattutto quelli in cui l’Azienda viene riconosciuta grazie alle Sponsored Lenses.

Una volta riconosciuto il volto dalla camera in Snapchat, è possibile visualizzare una lista di lenti da applicare sul volto di una persona o oggetto. Tra quelle che troviamo, possiamo anche imbatterci in lenti promosse da Aziende che pagando una cifra consistente a Snapchat, possono promuovere una lente brandizzata per 24 ore di tempo. Riguardo i casi di successo su Snapchat con le lenti vi consiglio di visionare la pagina dedicata sul sito ufficiale.

Conclusione

Snapchat in questi cinque anni è stato capace di innovare metodologie, componenti e funzionalità date ormai per scontante in diversi player social. Vedremo nei prossimi anni come il fantasmino cercherà di emergere ancora di più, soprattutto nel nostro paese. Aspettiamoci grandi novità in arrivo.

sconto bimbi educati

Un’enoteca di Padova propone lo sconto “bimbi educati”

Schiamazzi, corse, passaggi sotto i tavoli. Per chiunque non abbia figli guardare cosa combinano i bambini degli altri clienti in un ristorante può essere uno spettacolo divertente ma anche un po’ fastidioso. Per questo, ormai stanco dei pranzi dei suoi clienti interrotti da bambini chiassosi, un ristoratore di Padova ha deciso di trovare una soluzione a metà strada tra marketing e ingegno: uno sconto per le famiglie con bimbi educati.

L’idea dello sconto “bimbi educati”

sconto bimbi educati

L’idea è nata, in realtà, da un’esperienza positiva del ristoratore, Antonio Ferrari, che ha avuto l’idea quando un gruppo di commensali piuttosto numeroso è arrivato nel suo locale con ben cinque bambini da gestire al tavolo. Tutti molto composti ed educati i bimbi hanno reso più bello il suo lavoro e hanno ispirato l’offerta, estesa poi a tutte le famiglie con bimbi educati.

Nessuna punizione per i clienti maleducati, insomma, ma un incentivo a spiegare ai bambini come comportarsi in un ristorante, senza creare problemi nel servizio per i poveri camerieri costretti a dribblare orde di bambini scatenati.

LEGGI ANCHE: Burger King festeggia San Valentino con un adult meal

Individua il target, osserva i comportamenti dei clienti, proponi la tua offerta dedicata

sconto bimbi educati ristorante

Prendendo in considerazione una classica tradizione italiana, quella del pranzo in famiglia con lunghe tavolate di parenti felici di vedersi e desiderosi di chiacchierare tra loro, Ferrari ha trovato il modo giusto per suggerire una linea di comportamento ai propri clienti,  senza dare giudizi su chi non riesce proprio a tenere a bada la vivacità dei propri figli, ma guadagnandosi una grande pubblicità anche su testate internazionali come The Guardian e dichiarando comunque “Immagino quanto sia difficile essere genitori oggi”.

Una storia simile a quella accaduta a Washington qualche anno fa ad un’altra coppia di genitori modello, premiati con 4 dollari di sconto sul loro menu, che ci permette di capire in che modo un ristorante possa sempre trovare la carta giusta con la quale promuoversi, lo sconto più efficace ed adatto alla sua clientela, una volta che si sia individuato il target, con beneficio di tutti e con un effetto a catena di armonia e reciprocità dei comportamenti.

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

Decine o in alcuni casi centinaia. Sono le comunicazioni commerciali ricevute ogni giorno da ogni singola persona, via email, SMS o sui social. Cosa contribuisce a rendere efficaci tutte queste comunicazioni? La capacità del brand di rendersi riconoscibile e memorabile, naturalmente.

Ma come diventare speciali quindi, ti chiederai? Attraverso un packaging particolare e dei gadget che tutti ameranno, come gli sticker realizzati da Sticker Mule.

Grazie all’esempio di quattro aziende, vogliamo mostrarti come questi brand sono riusciti ad emergere dalla sempre crescente offerta del web, coinvolgendo i clienti con tecniche di marketing non convenzionale.

1. Lauren James, sticker per aumentare le vendite di un eCommerce

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

Lauren James è un eCommerce di abbigliamento, fondato nel 2013 da Lauren e da suo marito Lance Stokes.

Lauren e Lance hanno deciso di lanciare una piccola linea di abbigliamento da donna, indirizzato a ragazze tra i 18 e i 35 anni, che ha avuto subito successo ed è andata subito esaurito. Il segreto del successo era nascosto nel design mozzafiato e artistico delle loro magliette, ma non solo, dato che Lauren ha deciso di inviare uno sticker sagomato con ogni ordine.

Grazie agli adesivi i clienti potevano portare con loro il marchio Lauren James ogni giorno e non solo quando indossavano le t-shirt. Attaccati su quaderni, pc o sull’automobile, gli adesivi consentivano al marchio di rendersi visibile tra le persone.

I risultati di questo word-of-mouth sono stati misurabili tanto quanto una campagna pubblicitaria tradizionale: la ricerca organica per Lauren James si è triplicata e le vendite sono aumentate.

Raggiungendo contemporaneamente un altro obiettivo: la fidelizzazione dei clienti, che insieme al prodotto ricevevano un gradito regalo.

Gli adesivi sono stati utilizzati anche in fase di lancio del blog come richiamo e come reward per stimolare gli utenti nell’iscrizione alla newsletter.

Infine, ricevendo gli sticker, i clienti erano felici di condividere foto sui social, amplificando l’effetto di passaparola.

Il valore aggiunto: sticker inviati gratuitamente all’interno degli ordini di un marchio possono aumentare la brand awareness, aiutare nell’attività di lancio di un blog e contribuire a far aumentare gli iscritti alla mailing list di una newsletter.

2.  Green Dream Clothing Co., dal messaggio al prodotto

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

Green Dream Clothing Co. è un lifestyle brand che promette di piantare un albero per ogni capo di abbigliamento venduto.

L’azienda, che sogna di creare un futuro più green, colmando il divario tra lo stile di vita della città e quello della campagna, ha deciso di offrire un bonus aggiuntivo a chi decide di impegnarsi per una causa importante come quella dell’ambiente.

Green Dream ha utilizzato gli adesivi per la distribuzione, promuovendo il brand all’interno dei campus universitari e regalando agli studenti sticker più inspiring con frasi come “Plant Trees”“Good Vibes Only” o “Dream Louder”.

Ma al di là del semplice marketing e del passaparola, gli adesivi sono diventati un elemento importante del messaggio green del brand: in linea con la mission e per amplificare l’esperienza del cliente, le vecchie scatole vengono riutilizzate dando loro un nuovo look grazie ad adesivi fustellati applicati sulla parte esterna.

Anche la carta velina che racchiude gli abiti di Green Dream è fissata con un adesivo e gli sticker sono spesso riutilizzati dai clienti per portare il loro messaggio ambientalista nel mondo.

Il valore aggiunto: gli sticker sono diventati talmente importanti per il marchio da essere acquistabili anche separatamente dai capi di di abbigliamento, trasformandosi in un prodotto vero e proprio all’interno dell’offerta online.

> Prova anche tu il potere degli adesivi: dal 15 febbraio e per un periodo limitato Sticker Mule ti offre la possibilità di richiedere 100 adesivi omaggio! Aiuta Sticker Mule a testare la produzione nella nuova fabbrica in Italia, partecipa qui! 

3. Radio Roasters, sticker per coinvolgere la community

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

Radio Roasters è una piccola torrefazione di Atlanta, che vende caffè sia online che in-store. Gli adesivi sono stati utilizzati sia nelle spedizioni dei prodotti ordinati online che per la vendita in negozio.

Radio Roasters ha infatti creato una serie di adesivi che raffigurano i diversi metodi di preparazione del caffè, per “educare” i clienti e catturare la loro attenzione, concentrandosi sull’esperienza del “fare il caffè” e non solo sul prodotto finale da degustare.

Gli sticker, che si fondono perfettamente con il design del brand, hanno consentito al marchio di coinvolgere attivamente i clienti e la community degli amanti del caffè. Un semplice adesivo è diventato un efficace strumento per informare ed educare sulle tecniche di preparazione del caffè.

Quello che ne è nato è stata una efficace campagna wom, che ha esaltato il prodotto attraverso il design e la condivisione sia sui social che sugli oggetti di uso quotidiano dei clienti.

Il valore aggiunto: le foto di sticker applicati su laptop, agende e automobili riscuotono grande successo su Instagram, intercettando target e community molto definite grazie all’uso degli hashtag che accompagnano l’immagine.

4. No Treble, un giveaway da urlo

4 aziende che hanno aumentato la loro Brand Awareness grazie a sticker e packaging

Corey Brown, il fondatore di No Treble, ha intravisto la sua occasione di costruire un business dietro una delle sue più grandi passioni: gli strumenti musicali.

Corey ha voluto coniugare la sua esperienza con il web e la sua passione per il basso, creando un progetto parallelo che coinvolgesse la community di appassionati. Non trovando siti web dedicati alle ultime notizie sul mondo dei bassisti ha dato vita a No Treble, un “one-stop shop” per gli appassionati di basso.

Aggiornando quotidianamente i contenuti del suo sito e creando sticker, Corey ha dato vita ad un business di successo.

Per far crescere il suo pubblico, infatti, ha pubblicato un annuncio su No Treble, invitando tutti i lettori a inviare una mail in cambio di un adesivo, come giveaway. Centinaia di email sono arrivate al sito e gli sticker hanno cominciato a diventare virali, grazie alle foto postate dagli utenti. Finché gli adesivi stessi sono diventati il prodotto preferito dai bassisti, ovunque su bassi e amplificatori, per identificare l’appartenenza a una community.

La crescita nella vendita di sticker ha portato con sé anche la vendita di un’altra serie di prodotti, come t-shirt e libri, dedicati ai membri di No Treble.

Il valore aggiunto: uno sticker è un segno distintivo, che qualifica chi lo utilizza come membro di una community. Rende riconoscibili e diventa molto ambito.

5 esempi di Facebook Chatbot per una strategia di engagement vincente

Per mantenere attiva l’attenzione degli utenti connessi via mobile, i brand hanno iniziato a dare vita a campagne digitali attraverso Facebook Messenger. Infatti, sulla piattaforma sono stati introdotti dei chatbot che le aziende stanno utilizzando come strumento di customer care, ma anche per aumentare l’interazione e le relazioni one-to-one con i clienti.

Molte società pensano che questa novità non le riguardi. Certo, se sei un business B2C con un budget illimitato o un brand con un numero impressionante di follower sembra più facile seguire questo trend. Tuttavia, queste cinque aziende sono la prova che i chatbot sui social media sono un’opzione adatta a tutti. Prima inizi, maggiori sono i vantaggi.

Kayak

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L’anno scorso Kayak ha lanciato il suo chatbot per ovviare ai problemi di ricerca e trovare le migliori opzioni di viaggio. Adesso i clienti possono fare richieste come: “Ho bisogno di un volo da Miami a Chicago” e il chatbot inizierà a fare domande circa il quando si vuole partire, verso che ora, qual è la compagnia aerea preferita, e altre ancora.

In questo modo il software restringe il campo di ricerca sui voli possibili e mostra all’utente le migliori opzioni. Inoltre, utilizzando Messenger al posto del sito di Kayak, lo storico della conversazione e l’itinerario sono immediatamente consultabili.

Gli sviluppatori stanno lavorando per estendere l’utilizzo dei chatbot che non devono più essere solo dei servizi di prenotazione. Dopo aver finalizzato l’acquisto, per esempio, il chatbot invierà le informazioni di viaggio al tuo calendario, aggiornandolo, e segnalerà il meteo previsto e dove si trova il tuo gate. Quindi l’interazione con Kayak non si esaurisce con l’acquisto, ma continua anche dopo, instaurando così un processo che consente di aumentare l’engagement e la fiducia.

Bank of America

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Si tratta di una delle prime organizzazioni cha ha espresso interesse per i chatbot sin da quando il tool era stato annunciato da Facebook. Gli istituti finanziari moderni sanno che i loro clienti non vogliono più andare fino alla banca per riempire moduli, quindi molte banche stanno iniziando a offrire attività di customer services attraverso i social media.

I clienti della Bank of America ricevono importanti alert in tempo reale, ma la piattaforma verrà ampliata per permettere anche altri servizi. La banca ha annunciato, inoltre, la volontà di interagire con i clienti utilizzando metodi che loro stessi scelgono.

Considerando che, in media, gli utenti di Facebook controllano il loro account 14 volte al giorno e serve meno di un minuto per trovare la pagina della Bank of America e mandarle un messaggio, i vantaggi sono enormi. Infatti, questo sistema è funzionale a portare la banca dove si trovano già i suoi clienti, evitando di passare per il suo sito web che allunga inutilmente il percorso.

HealthTap

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Se pensavi che le banche americane dovessero sottostare a troppe regole per offrire un customer service via Facebook, sarai impressionato da come sta usando questo strumento il settore medico.

In America siti come HealthTap hanno lanciato chatbot su Messenger per aiutare le persone a valutare i loro bisogni dal punto di vista medico e consultare quindi il dottore adeguato. Attraverso i chatbot i clienti possono imparare a comprendere quello che potrebbe essere il loro problema di salute sulla base dei sintomi riscontrati, ma anche trovare il dottore più vicino a dove vivono per prenotare un appuntamento. Una possibilità che viene offerta ai clienti di HealthTap è anche quella di consultare direttamente un dottore online per risolvere subito il problema attraverso la piattaforma. Quando hai trovato il dottore giusto, puoi anche fornire le generalità della tua assicurazione per aprire la pratica.
Mentre la chatbot di HealthTap aiuta i clienti a determinare la gravità del loro problema e a identificare le potenziali soluzioni, l’app diventa un punto di riferimento per i medici. Partecipando alle consultazioni via chatbot e raccomandando ai pazienti che è sempre meglio sostenere una visita di persona, i dottori valorizzano le loro conoscenze e riescono ad acquisire nuovi pazienti.

Trulia

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In agosto Trulia ha lanciato la sua chatbot via Messenger per aiutare i clienti a trovare case da affittare. Attualmente funziona così: i clienti comunicano al bot dove vogliono vivere e che cifra hanno intenzione di spendere e il sistema trova le dieci migliori opzioni in quell’area. Anche se, per il momento, il tool è attrezzato per aiutare solo chi è in cerca di un affitto, altre società immobiliari stanno iniziando a investire per aumentare le opzioni possibili e offrire altri prodotti.

Le società immobiliari sono un’industria di relazione, dove i clienti e gli agenti formano un legame alla ricerca di una delle transazioni economicamente più rilevanti: quella necessaria per comprare una casa. I chatbot non possono rimpiazzare la relazione che si instaura tra il cliente e l’agente, ma possono avere comunque di grande rilevanza. Tuttavia, anche se il mercato immobiliare è un tipo di business basato sulla relazione umana, molti clienti sono abbastanza aperti all’idea di parlare con un robot. Secondo Business Insider, il 63% delle persone che sono state interpellate dal sondaggio considera parlare online con un robot un’opzione interessante, nonostante il 79% sostenga che, in caso di problemi, una persona dovrebbe subentrare nella conversazione. In definitiva, il bot della società immobiliare potrebbe aiutare i clienti a ridurre le loro opzioni, in modo da rendere più efficiente e produttivo il tempo che il potenziale acquirente passerà con l’agente immobiliare.

Burberry

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I retailer cercano costantemente di migliorare il loro eCommerce per far sì che trovare vestiti nella taglia adeguata sia più facile per i clienti. Oltre a eventuali recensioni negative, il marchio rischia anche di doversi accollare il costo della restituzione della merce se il prodotto non ha la vestibilità sperata.

Queste premesse hanno portato marchi come Burberry a utilizzare chatbot per fornire un servizio di customer care e consigli sui prodotti. Si tratta del “conversational commerce“, un tema di cui si è già tanto discusso nel corso del 2016: in pratica, se Kayak diventa la tua agenzia di viaggi, Burberry si trasforma nel tuo personal stopper.

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I marchi sanno comunicando con i clienti per suggerire prodotti che siano in linea con il loro stile e le loro necessità, di modo da aumentare il tasso di conversione. Al posto di puntare sulle classiche campagne pubblicitarie, la direzione che sta prendendo il mercato è quella dell’iper-personalizzazione. A novembre 2016 si stima ci fossero più di 34.000 chatbot su Facebook appositamente pensate per aiutare gli utilizzatori nei loro acquisti, e il numero è in sicuro divenire.

Stai usando o pensi che utilizzerai i chatbot di Facebook per il tuo customer service? Raccontacelo sulla nostra pagina Facebook e sul nostro gruppo LinkedIn.

Come leggere correttamente le metriche dei video social

Ve lo ripetiamo allo sfinimento: i video sono i re dei contenuti social. Quelli più apprezzati, efficaci e spesso, creativi. È il sogno di ogni ninja realizzare un video che diventi virale, un piccolo cult in grado di divertire e, perché no, informare un gran pubblico.

E sono moltissimi i social network che fanno dei video il loro piatto forte. Al di là della celebre piattaforma YouTube, anche Facebook e Instagram puntano moltissimo su filmati più o meno lunghi: il secondo ha persino “preso in prestito” l’idea delle storie di Snapchat, costruite da tanti piccoli video e immagini uniti da un’unica idea creativa.

Ma ogni buon ninja sa che è importante anche misurare l’efficacia di quanto ha creato. E qui le cose possono farsi un po’ confuse. Ogni piattaforma infatti gestisce i video in modo diverso e analizza le “metriche” in maniera differente. Una visualizzazione su YouTube non ha lo stesso valore di una su Facebook, a prescindere dal fatto che, probabilmente, abbiano la stessa nomenclatura negli analytics. Vediamo insieme allora di evidenziare e scoprire le differenze tra i diversi canali.

Facebook

Re incontrastati della newsfeed di Facebook, specialmente nella versione live, i video sono il contenuto su cui Mr Zuckerberg vuole puntare sempre più. Gli Insight sono in grado di fornirci numerose metriche utili di cui, però, è doveroso fare delle precisazioni. Facebook conta infatti una visualizzazione dopo appena 3 secondi, un po’ pochini visto che molti di questi partono in autoplay mentre si scorre il newsfeed. Sia che consideriate quello visibile al pubblico che quello osservabile nella dashboard privata, il concetto di “view” è il medesimo. Altre utili metriche messe a disposizione dei video sono, tra le altre, gli spettatori unici, la media del tempo di visualizzazione per utente (utile per capire meglio quante sono le visualizzazioni reali!) e i soliti dati di reach ed engagement.

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Instagram

L’altro figlio prediletto di Zuckerberg “conta” le visualizzazioni in maniera del tutto analoga. Anche Instagram infatti aumenta il numero delle “view” appena 3 secondi dopo il play; anzi, dopo l’autoplay, visto che condivide con Facebook anche questa medesima caratteristica. Il dato però è relativo alle sole visite su app mobile, quindi al netto delle visualizzazioni su desktop o via embed. Discorso leggermente diverso per le Instagram Stories e per le Instagram Live, per le quali basta il semplice atto di apertura per far scattare il contatore delle visualizzazioni. Insomma, anche per Instagram il nostro consiglio è quello di non fermarsi al semplice dato delle visualizzazioni, ma scavare un po’ più a fondo per scoprire quali sono quelle che davvero attestano la bontà dei vostri contenuti.

Snapchat

Il social del fantasmino conta le visualizzazioni delle sue storie proprio come fa Instagram: alla semplice apertura. Tale numero però non è visibile al pubblico, ma solo al proprietario del contenuto. Va inoltre considerato che Snapchat non ospita nativamente una dashboard per le analytics ma, per fortuna, esistono dei tool di terze parti come Snaplytics che sono in grado di dare una mano. E se proprio volete fare tutto in casa, basta armarsi di pazienza e sommare, su un foglio di carta o Excel, i dati visibili per ogni singolo video.

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Twitter

Anche la piattaforma dell’uccellino azzurro sembra gradire molto i video. I filmati infatti vengono ritwittati ben sei volte più delle fotografie e tre volte più delle GIF animate. Come per Facebook, su Twitter una visualizzazione è contata dopo appena tre secondi, di cui magari qualcuno scorre da sé a causa dell’autoplay.

Analogamente a Snapchat, solo l’autore originale del tweet può vedere quante volte il suo video è stato visualizzato, magari utilizzando l’apposita dashboard attualmente in beta. Per poter discernere meglio le visualizzazioni casuali da quelle più “complete”, Twitter offre un’utilissima metrica che conteggia il “completion rate”, ovvero il rapporto tra visualizzazioni totali e quelle dei soli utenti che hanno visto tutto il video nella sua interezza. Un’ottima cosa, specialmente se avete previsto una Call To Action al termine del vostro filmato.

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YouTube

Nonostante non sia propriamente un social network, YouTube resta uno dei luoghi principali per diffondere un contenuto video, con oltre 400 ore di filmati caricati sulla piattaforma ogni minuto. YouTube offre probabilmente le metriche più “oneste” per stabilire la quantità di visualizzazioni reali, genuine. Il tutto è legato a un algoritmo che, considerando diverse variabili, identifica quanti sono gli utenti davvero interessati che hanno percepito il tuo messaggio. Banalizzando, una view su YouTube è un’unica visualizzazione iniziata dall’utente di una determinata (ma segreta!) percentuale del tuo filmato.

Dalla sezione analytics dello YouTube Creator Studios puoi accedere a molti dati, anche ben dettagliati. Tra i più interessanti per misurare l’efficacia, quello dedicato alla retention della tua audience, quello dedicato alle piattaforme in cui il tuo video viene condiviso e quello che compara le visualizzazioni nel tempo. Perché, specialmente su YouTube, un buon video è in grado di generare risultati interessanti anche molto dopo la sua pubblicazione.

Insomma, cari ninja, speriamo di avervi dato un’utile infarinatura sulle metriche dei video per le diverse piattaforme social. È importante infatti saper leggere correttamente i dati, per evitare conclusioni errate che, nel peggiore dei casi, potrebbero portare a una pianificazione delle attività e delle creatività sbagliate. Ricordatevi sempre: un ninja ben informato è un ninja più letale!