comunicazione live

Vita in diretta: la tendenza tutta mobile della comunicazione live

Inutile negarlo: con l’aggiunta anche su Facebook e WhatsApp delle Stories, la nuova tendenza della comunicazione live è stata ufficialmente consacrata come il nuovo trend del momento. In fondo, quando Mark Zuckerberg in persona inserisce una nuova feature in ben tre su tre delle sue creature social, è chiaro che qualcosa di grosso si sta muovendo.

Ma da dove sono arrivate tutte queste stories, da dove è saltata fuori questa mania della comunicazione live che sta contagiando, volenti o nolenti, tutte le nostre abitudini sui social media? E soprattutto, cosa significa per le aziende che vogliono restare al passo con i tempi nelle strategie di mobile marketing?

Social

 

Dal News Feed alle Stories

snapchat-female

Da dove sia arrivata è presto detto, in realtà, e pochi probabilmente non ne sono a conoscenza: il trend è stato lanciato da Snapchat, che ha fatto della condivisione in diretta, dell’assenza di filtri e abbellimenti (o meglio, del loro totale stravolgimento) e del concetto di “storie” invece di quello di “news feed” i propri punti di forza, conquistando la fetta di pubblico dei giovanissimi (ma non solo) che agognava un proprio linguaggio sui social media.

Una fetta che è cresciuta a dismisura, allargandosi a macchia d’olio ad altri Paesi e ad altre fasce d’età, mettendo sull’allerta il caro Mark che ha pensato bene di correre ai ripari per tempo: in maniera anche un po’ eccessiva, ci viene da dire, visto che inserendo le Stories anche su WhatsApp sembra proprio si sia fatto prendere un po’ la mano!

Gli utenti con meno di 24 anni che si dilettano con le Stories (originali) su Snapchat, secondo i dati disponibili, sono circa il 60%, ma sono strettamente tallonati dalla fascia 25-34 anni, che pesa per ben il 26% degli utenti.

Alla ricerca di una comunicazione più vera

instagram_stories

Ma la ragione e l’origine più profonda di questa esplosione di comunicazione live, un po’ il “dark side” dei social media, forse va ricercata proprio nella rivolta contro quella modalità di utilizzo che lo stesso Zuckerberg ha contribuito ad impostare: una comunicazione basata sulla ricerca continua del bello, sull’alterazione della realtà costante, sulla presentazione di vite dalla perfezione irreale ed irraggiungibile.

Chi di noi non si è mai chiesto la veridicità di quell’hashtag #nofilter sotto una foto un po’ troppo perfetta su Instagram?Una comunicazione, in fondo, finta quanto lo era quella della pubblicità in televisione, non più proposta dai brand ma da noi stessi.

In un mondo in cui la depressione giovanile è in costante aumento, ed in cui questo fenomeno è stato anche legato all’utilizzo dei social media e agli standard di vita fasulli che sembrano promuovere, è normale che proprio quei giovani abbiano trovato in un canale che si basa sulla comunicazione live e quindi sulla presentazione della vita così com’è, senza filtri (se non quelli esilaranti tipici di Snapchat), il modo perfetto per esprimersi ed incontrarsi online.

Ma cosa possono imparare i brand da questo nuovo trend della comunicazione live, e soprattutto dall'”analisi sociologica” delle sue motivazioni? Forse, se c’è una lezione da cogliere, è che i consumatori (e non solo i giovanissimi) sono stufi. Sono stufi di una comunicazione “patinata”, in cui i prodotti e i servizi vengono sempre presentati in modo perfetto, smagliante, abbagliante. Sono stufi di ritrovare online le stesse dinamiche di marketing che hanno visto offline per decenni.

Responsabilità sociale e brand identity

Corporate Storytelling

Credits: Adobe Stock #73898399

Cosa succede dietro quel marchio che si professa green ed eco-friendly, riempiendo i social di immagini e video “costruiti” per dimostrarlo? La startup che si professa luogo di smartworking e di approccio al lavoro innovativo, come tratta davvero i suoi dipendenti? Come sono fatte le ricette di quell’azienda il cui claim è “come lo faresti tu”?

Ecco, la comunicazione live forse è qui per questo, e questo sarebbe uno degli approcci davvero innovativi che le aziende potrebbero cogliere. Per dimostrare che non c’è niente da nascondere, che parole come Corporate Social Responsibility non sono solo slogan, o banalmente solo per far vedere in tempo reale le “stories” che tutti i giorni ci sarebbero da raccontare. Per arrivare allo step successivo della comunicazione sui social, quella senza filtri.

Uno scenario che potrebbe spaventare molte aziende, con rammarico lo riconosciamo. Ma che potrebbe anche essere il punto di forza di molte altre, il vero tratto distintivo rispetto ai competitor, o il modo per creare quella loyalty di cui ognuno parla e a cui tutti i brand ambiscono.

In fondo la comunicazione live sembra essere qui per restare e, come è stato per tutto il resto, anche i brand dovranno adeguarsi.

Pesce d’Aprile: anche quest’anno i brand si sono presi gioco di noi

C’è solo un modo corretto per seguire la tradizione del pesce d’aprile: fare scherzi il 1° Aprile.

Ma i brand quest’anno non ci stanno. Il 1° aprile infatti cade di sabato dunque come fare per sfruttare tutta l’attenzione dei propri follower sui social se non diffondendo scherzi nei giorni feriali precedenti?

E così da giorni i brand hanno iniziato a far girare scherzi su testate e social come da tradizione. I reparti marketing si preparano a questo giorno da almeno un anno.

>>> Guarda qui tutti gli scherzi dello scorso anno

Raccogliamo in questo post e in tempo reale, tutte le campagne di questo April Fools’ Day 2017. Aiutateci a capire se si tratta di veri pesci d’aprile o di reali azzardi di marketing!

Burger King lancia il dentifricio al Whopper

Tutta la bontà del mitico Whopper è custodita in un pratico tubetto di dentifricio per mantenere in bocca il sapore impareggiabile 24 ore su 24. Un aroma così straordinario da non poterne più fare a meno.

In Burger King, brand recentemente nominato Creative Marketer of the Year ai Cannes Lions, non hanno proprio resistito lanciando un finto dentifricio al gusto autentico della carne cotta alla griglia utilizzabile già di prima mattina comodamente nel bagno di casa. A supporto dello scherzo un video di presentazione tra il serio e il faceto.

Diciamo che per questo è stato abbastanza facile capire che si trattava di un pesce d’aprile! Non ci volevano i ninja!

Groupo(R)n, esperienze e prodotti legati al mondo dell’erotismo

Uno spin-off di Groupon completamente dedicato all’eros. E in soli 5 giorni, oltre 5.500 utenti hanno acquistato un coupon a costo 0 per vederne in anteprima le offerte. Ma in Italia verrà effettivamente lanciato o è solo un pesce d’aprile?

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Ikea

Ikea Singapore ha annunciato su Facebook che trasformerà l’area di gioco Småland in un “press-play-ground” dotato di tablet per tutti. Perché “i bambini preferiscono i tablet all’attività fisica”. Lo scherzo ha ovviamente generato le reazioni infuriate dei genitori.

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Lexus LC: Lane Valet

Chi di voi non ha mai avuto in autostrada un’auto davanti che non voleva proprio spostarsi? Lexus presenta un’innovazione incredibile: la corsia Valet. Grazie a questa corsia e ad un sistema di interconnessioni tra automobili (ovviamente tutte Lexus) è possibile far spostare automaticamente l’auto che ti ingombra la corsia semplicemente cliccando un bottone.

https://www.youtube.com/watch?v=Tzqio8ig6Gk

KFC lancia The Bucket, lo Smart Home Device

La famosa catena ha lanciato in Canada, con tanto di pagina Amazon, il suo dispositivo smart per la Casa: The Bucket. Grazie a questo dispositivo sarà possibile ordinare il proprio pollo KFC senza mani (lasciandole pulite per leccarsi le dita), sentire notizie sullo sport, la politica e le più importanti news sul pollo fritto.

thebucketkfc

La nanodrop di SodaStream

In questo video Paris Hilton ci presenta la Nanodrop, una singola goccia d’acqua che ha il potere di idratare come 1 bicchiere intero riducendo drasticamente il consumo di plastica. L’alternativa reale?Ovviamente i prodotti SodaStream.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=84&v=Xbqa5uqhqWA

Honda il clacson con le Emoji

Direttamente dagli Honda Dream Laboratories, una novità per rendere le tue suonate di clacson emotivamente coinvolgenti.

https://www.youtube.com/watch?v=B1qmmf6cYow

e dall’Italia?

Fattorie Garofalo

marketing personas

3 step per definire le marketing personas della tua azienda

È inutile girarci attorno. Quando mi trovo a scrivere contenuti per un’azienda, siano essi un piano editoriale social, una newsletter o i testi del sito internet, la prima cosa che devo capire è chi sono i miei lettori? O meglio, chi sono i clienti che acquistano i prodotti dell’azienda per cui lavoro?

I contenuti si scrivono perché le persone li leggano. Questo è il mio lavoro, ma dovrebbe essere l’obiettivo di ogni azienda che pubblica su internet.

Nota che ho usato il termine persone, non pubblico, non target. Persone suona più umano, più vicino, più attento a chi legge.

Ecco perché la prima cosa da fare è capire, appunto, chi sono le persone che leggono, o meglio le personas che interessano all’azienda.

Definiamo le personas

marketing personas

Ho trovato molto interessante questa definizione di Ardath Albee del Content Marketing Institute che mi è sembrata abbastanza chiara.

Una marketing personas è uno schizzo rappresentativo di un segmento del tuo pubblico. Per produrre contenuti, ti serve sapere a chi indirizzarli. Ecco quindi che le marketing personas sono profili ideali di clienti che ti aiutino a produrre e veicolare contenuti rilevanti e utili.

Utili e rilevanti, perché è sempre più preponderante la qualità sulla quantità di contenuto prodotto. Un contenuto deve trasmettere informazioni puntuali per suscitare l’interesse in chi legge. Non ha molta importanza gridare ai quattro venti che puoi aiutare le persone, devi mostrare loro come fai a farlo.

Definire una personas ti costringe a pensare a tutti gli stadi del tuo ciclo di vendita e a capire come produrre contenuto utile per ciascuno stadio.

Come si definiscono le marketing personas?

marketing personas

Immagina di rispondere a questa domanda critica: chi è il tuo cliente ideale? È essenziale saperlo, visto che è proprio a lui che ti rivolgi quando scrivi contenuti, pubblichi immagini e promuovi il tuo prodotto.

Adesso proviamo a dare una risposta.

Step 1 – Per prima cosa chiediti: cosa mi serve sapere del mio cliente tipo?

marketing personas

Risposta: tutto.

Per fare questo esercizio serve usare un po’ di immaginazione e cercare di figurarti proprio il cliente ideale nella mente. Ecco un elenco ben costruito da cui puoi partire per creare il profilo delle marketing persona.

  • Nome della persona (dare un nome aiuta a rendere lui o lei più realistico)
  • Tipo di lavoro
    • Dettagli sul ruolo
    • Dettagli sull’azienda in cui lavora.
  • Dati demografici
    • Età
    • Sesso
    • Stipendio
    • Educazione
    • Famiglia
    • Location: città, provincia, campagna
  • Obiettivi, sfide, aspettative, bisogni
    • Obiettivi primari
    • Obiettivi secondari
    • Come può l’azienda aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi
    • Bisogni primari
    • Bisogni secondari
    • A quali bisogni l’azienda può fare fronte
  • Valori-paure
    • Valori che può condividere con l’azienda
    • Timori, paure, ostacoli durante il processo d’acquisto

Qual è il messaggio promozionale che meglio lo rappresenta?

Elevator pitch: il discorso che usa per presentarsi.

marketing personas

Step 2 – Coinvolgi il customer care e l’ufficio commerciale

Sono le persone che hanno più esperienza con i clienti, sono più spesso a contatto con loro e conoscono meglio il loro problemi, esigenze, aspettative.

Ipotizziamo di voler definire tre profili di persona per l’azienda. Proponi un questionario diviso in tre parti: ognuna definisce un cliente tipo e per ognuna vengono approfonditi: caratteristiche demografiche e sociali, e bisogni esigenze aspettative nei confronti dell’azienda.

Step 3- Usa i dati delle azioni promozionali già svolte

marketing personas

Internet ti offre un prezioso aiuto in questo senso, fornendoti molti dati sulle persone che visitano il tuo sito, la tua pagina Facebook e in generale i tuoi canali online. Confronta i dati raccolti con quelli di Analytics e Facebook Insights per controllare e rifinire la tua ricerca.

Il consiglio in più: usa grafici e rappresentazioni visive, è il modo migliore per tenere tutto a mente e visualizzare le persone che hai trovato.

LEGGI ANCHE: Le strategie per far crescere il tuo business su Instagram

Master Digital Marketing

Aumenta il tuo fatturato vendendo su Facebook

Non servono virtuose ricerche scientifiche per affermare che, al giorno d’oggi, numerosissimi utenti Facebook sperano di trarre guadagno dalla piattaforma.

Vendendo il proprio prodotto, il proprio servizio, raccontando la propria virtuosa (si spera!) realtà, ora l’importante è “essere su Facebook” ed esserci in maniera memorabile.

Obiettivo: vendere, crescere in termini economici e aumentare dunque il fatturato.

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Questo lo sappiamo e lo possiamo ribadire a gran voce: Facebook è un grande alleato in tema di eCommerce, anche per chi si immedesima e si muove con cautela nel settore. Pensare di non essere in grado di farlo fa solo sì che il vostro obiettivo sia sempre più lontano: è il momento di agire e di imparare a vender-vi bene.

Il nostro è un invito ad una riflessione su quanto il timore o la diffidenza portino ad una diminuzione del proprio fatturato. Quindi, ora che ne abbiamo capito l’importanza…

…Cosa occorre fare?

Anzitutto, è necessario concettualizzare: esattamente, di cosa stiamo parlando?

Facebook aiuta gli utenti a scegliere con cura il proprio target e a raggiungere maggiore profitto. In particolare, questo è compito di Facebook Business e della cosiddetta custom audience, un nuovo modo per targetizzare in maniera più efficace i propri contatti.

Si abbandonano quindi le “solite” misure di targeting (sesso, età, interessi…) a favore di coloro i quali hanno già interagito con il vostro brand.

Very busy business

Questo argomento è delicato per chi, come dicevamo prima, si approccia alla tematica per la prima volta. Quindi, semplificando: tutto quello che vi richiede Facebook è di attrarre un pubblico personalizzato partendo un elenco dei vostri clienti esistenti, in modo da rivolgere direttamente a loro le inserzioni create.

LEGGI ANCHE Come definire un pubblico personalizzato per le vostre Facebook Ads

Perché partire dai contatti esistenti?

Chi vi conosce già lo sa come lavorate e potete quindi far leva sulla fiducia che i vostri utenti nutrono nei vostri confronti: i clienti/utenti attuali sono maggiormente propensi all’acquisto rispetto a quelli acquisiti da poco tempo.

leader

Come iniziare?

Innanzitutto, occorre prendere dimestichezza con la parte “più business“di Facebook.
Se disponete di un elenco di clienti o delle loro mail potete già partire e cambiare il futuro della vostra azienda e del vostro brand.
Ci sono tre tipologie di custom audience che si possono creare: tramite la mailing list caricata da una piattaforma di email marketing, tramite gli utenti Facebook che hanno interagito con voi grazie all’app o semplicemente tramite un elenco di contatti telefonici (cellulari).

Risultati attesi

  • Trasformare dei semplici contatti mail in clienti
  • Non annoiare con notizie ed informazioni chi non è prettamente interessato (o non lo è più)
  • Consolidare la propria strategia di up-selling
  • Fidelizzare in maniera seria ed idonea il cliente.

Sì, esatto, è proprio lui al centro delle attenzioni di questa strategia.

Come si fa a misurare l'impatto dei Social Media sul Business? [GUEST POST]

Una volta creato il pubblico personalizzato, le informazioni saranno crittografate per proteggere la relazione e tutelare le dinamiche con i clienti. In questo modo, si potranno raggiungere un numero maggiore di persone su Facebook e tutelare i rapporti nel tempo.
Eh sì, Facebook pensa proprio a tutto!

Perché le aziende amano i candidati passivi?

Trattare il tema lavoro è pericoloso. Spesso, molto spesso, ci sono opinioni discordanti riguardo a ciò che va inserito nel curriculum vitae, su ciò che va chiesto al recruiter, su ciò che invece non va mai detto e così via.

Un recente articolo di Liz Ryan su Forbes fa luce, poi, su una faccenda parecchio delicata, quella dei  cosiddetti candidati passivi.

Un candidato passivo è un soggetto già impiegato che non è alla ricerca di un lavoro ma che viene ugualmente contattato dalle aziende in cerca di profili interessanti.

LinkedIn candidati passivi

La domanda reale che dovremmo porci è perché un datore di lavoro preferisce qualcuno che non è interessato alla posizione aperta, ma snobba chi ha investito tempo ed energie per informarsi sull’azienda, inviare CV, lettera motivazionale e portfolio?

LEGGI ANCHE: Sai che con il digitale puoi vendere anche mentre dormi?

La risposta potrebbe essere questa: i responsabili HR hanno paura di sbagliare e per questo motivo giudicano i candidati per la loro attuale condizione lavorativa. Ryan fa riferimento nello specifico ad una serie di argomenti utilizzati dai responsabili HR con i quali si giustificano per queste scelte. Ricostruiamole insieme.

Perché le aziende amano i candidati passivi? Parola ai recruiter

Perché le aziende amano i candidati passivi?

Di seguito un elenco con una serie di giustificazioni fornite dai recruiter:

  1. Se qualcuno è impiegato in un’azienda sarà un profilo valido per il proprio datore di lavoro mentre se non sta lavorando non possiamo sapere se è un candidato valido.
  2. I candidati disoccupati potrebbero aver perso le loro abilità.
  3. Quando privilegiamo i candidati passivi rispetto a quelli in cerca di lavoro lo facciamo perché non dobbiamo preoccuparci di capire i motivi legati al loro licenziamento.

Lascio a te l’arduo compito di commentare queste giustificazioni poco plausibili. Ma quali potrebbero essere le reali ragioni legate a queste scelte? Proviamo a rispondere.

Perché le aziende amano i candidati passivi: le ragioni reali

  1. Alcuni manager non si fidano del proprio istinto riguardo la ricerca dei migliori talenti, per questo motivo contattano i candidati passivi che, banalmente, lavorano per i loro competitor. In questo modo si può portar via qualcuno da un’azienda rivale facendo in modo che il processo diventi più importante della persona che viene assunta.
  2. Scegliere un candidato passivo affrettando il processo di selezione è facile, oltre ad essere da pigri. Questa facilità di scelta non sempre premia. Come dicevamo in precedenza non è scontato che un candidato passivo sia più preparato di uno alla ricerca di lavoro. Questo genere di decisione allevia le responsabilità dei recruiter dal rischio di “aver tentato”.
  3. Alcuni manager sono prevenuti nei confronti dei candidati disoccupati per l’antica credenza secondo la quale solo i cattivi dipendenti vengono licenziati.

Bisogna aver la fortuna di avere a che fare con un manager in grado di capire se ha di fronte un vero talento, ma questo processo non può essere affrettato o peggio automatizzato, resta sempre legato ad una parte fondamentale di ogni processo di assunzione: le persone.

Gli smartphone stanno rimpiazzando il consumo di droga fra gli adolescenti?

Siamo nell’era della legalizzazione della marijuana, dell’ascesa delle droghe sintentiche mortali e dell’epidemia degli oppiacei, ma in un momento così particolare per la società, è emerso finalmente un dato positivo: gli adolescenti americani sembrano essere molto meno propensi a utilizzare regolarmente i farmaci e a far uso di alcool.

Alcuni esperti ipotizzano che dietro questo fenomeno ci sia – finalmente – il successo delle campagne martellanti ed educanti antidroga dei decenni passati. Tuttavia, i ricercatori stanno ponendosi una domanda che catalizza sempre di più la loro attenzione: può essere che gli adolescenti utilizzino meno farmaci e droghe anche perché sono molto più intrattenuti e stimolati dai loro telefoni e dai social?
Sarebbe una situazione paradossale, ma per certi versi anche positiva.

Dati alla mano, entriamo nel dettaglio. L’utilizzo degli smartphone e dei social è aumentato con il diminuire dell’utilizzo delle droghe fra gli adolescenti, ma sarebbe frettoloso stabilire che questa correlazione sia una situazione di causa-effetto. Tuttavia, è sempre un dato ciò che guida gli adolescenti: la ricerca di emozioni e il bisogno di indipendenza. Può dunque essere che la risposta a questa bisogni, oggi, provenga dai social e non più dalle droghe? È una possibilità.
Molto meno romanticamente, potrebbe essere che gli smartphone assorbono talmente tanto tempo ed energie, che ne resta poco per tutte le altre attività. È anche questa una possibilità.

Nora Volkow, direttore del National Institute on Drug Abuse, prevede di iniziare la ricerca sul tema nei prossimi mesi, e convocherà un gruppo di studiosi nel mese di aprile per discuterne. L’indagine “Monitoring the Future”, un rapporto annuale finanziato dal governo, che misura l’uso di droghe da parte degli adolescenti, ci fornisce questi risultati: lo scorso anno l’uso di droghe illecite diverse dalla marijuana era al livello più basso in 40 anni di storia del progetto. Sebbene l’uso di marijuana sia aumentata di parecchio, l’uso di cocaina, allucinogeni e ecstasy sono calati, mentre quello dell’LSD è rimasto stabile. 
Lo studio ha anche evidenziato come l’uso di eroina è diventata un’epidemia tra gli adulti in alcune comunità, ma è calato tra i liceali negli ultimi dieci anni.

Insomma, sembra proprio che qualcosa stia succedendo.

La dr. Volkow ha descritto i media interattivi – smartphone e social dunque – come “un rinforzo alternativo” ai farmaci.

La dr. Silvia Martins, un’esperta di abuso di sostanze alla Columbia University, che ha già esplorato come studiare la relazione tra Internet e l’uso di droghe tra gli adolescenti, ha etichettato la teoria come “molto plausibile”. “La riproduzione di video giochi, utilizzando i social media, soddisfa la necessità di ricerca di sensazioni e il loro bisogno di trovarle svolgendo delle attività”, ha detto la dottoressa Martins, ma ha aggiunto in merito alla teoria che “deve essere ancora dimostrata”.

Infatti, ci sono teorie in competizione e alcuni dati confusi a riguardo. “Mentre l’uso di droga è calato tra i giovani dai 12 ai 17, non è diminuito tra gli studenti universitari” ha detto il dottor Sion Kim Harris, co-direttore del Centro per la Ricerca degli Abusi di Sostanze fra gli Adolescenti dell’ospedale di Boston. Il dottor Harris non ha, però, considerato l’influenza che poteva avere la tecnologia su questi dati, ma è comunque fiducioso che i risultati ottenuti siano strettamente correlati con la riuscita delle campagne di sensibilizzazione degli anni passati.

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Dati scientifici a parte, i ricercatori dicono che i telefoni e social media servono non solo alla necessità primitiva di connessione, ma possono creare anche potenti anelli di retroazione.

Se è vero che il telefono può aiutare le persone a provare quelle stesse sensazioni che si cercano tramite l’utilizzo di alcune droghe, lo stesso telefono può essere un potente mezzo per chi, quelle droghe, non le vuole: ci si può estraniare dal contesto quando si vuole, dando l’idea di star facendo qualcosa, anche se non si sta facendo niente, se non navigare semplicemente sulla rete.

Per concludere, il dato sul quale possiamo soffermarci è il cambiamento che si sta verificando rispetto al rapporto fra il consumo di droga e delle tecnologia.
Se da un lato il consumo di droga diminuisce – fino a 10 punti percentuali (dal 16,5% al 9,6% tra i giovani dai 18 ai 25 anni) – , dall’altro l’utilizzo dei social fra gli adolescenti aumenta: fino alle sei ore e mezza davanti ai videogiochi o sui social network.

Per tutti quelli che non sono degli scienziati, ma semplicemente dei buoni osservatori, non è comunque difficile notare come, anche solo alla fermata della metro, sembriamo tutti alienati e in un mondo ovattato. Nessuno – o quasi – ha assunto delle droghe: sta solo scorrendo la news feed di Facebook. Forse è vero: le dipendenze finiscono nell’esatto momento in cui si diventa dipendenti da qualcos’altro.

riconoscimento facciale

Riconoscimento facciale: perché l’annuncio di Facezam ha scosso Internet

L’annuncio di una nuova app, in uscita su app store il 21 marzo, attira l’attenzione e la preoccupazione di molti. Anche di Facebook che subito annuncia un possibile veto. Stiamo parlando di Facezam, che viola le policy per l’uso spregiudicato dei dati degli utenti: secondo lo sviluppatore, basta puntare il proprio smartphone verso una persona per avviare il riconoscimento facciale e scovare il suo profilo Facebook.

La privacy è finita, Facezam è qui” è la tagline ideata da Jack Kenyon, lo sviluppatore.

riconoscimento facciale facezam

Alla fine tutto si rivelerà una bufala o, se si vuole, una mirabile campagna di lancio di un’agenzia pubblicitaria di Londra, la Zacozo: se volete rendere virale un’idea e attirare l’attenzione, sappiamo come fare, dicono nel loro sito. Anche se non possiamo avere i dati di questa campagna, pare che la loro affermazione abbia fondamento.

Ma perché l’annuncio di Facezam ha avuto una così grande ripercussione?

Facezam, secondo le prime dichiarazioni, sarebbe stata in grado di riconoscere un volto confrontando quello inquadrato con quelli presenti nel database di Facebook in 10 secondi.

In un attimo o poco più sarebbe stato possibile sapere chi è quella bella ragazza che avete incrociato, quel bell’uomo che vi ha sorriso al bar. Niente di male, no?

Non è detto. Perché altri scenari più cupi sono possibili.

Tutti hanno tre vite” disse Gabriel Garcia Marquez al suo biografo, “una vita pubblica, una vita privata e una vita segreta”. Quella privata da condividere con pochi amici, quella segreta da tenere solo per se stessi.

Grazie ai social network (o per colpa loro) i confini tra vita pubblica e vita privata sono quasi scomparsi, e con applicazioni come Facezam potrebbero comparire le prime crepe sul muro che protegge la vita segreta di ciascuno.

La privacy è oggetto di vivaci e importanti discussioni, con visioni e percezioni molto diverse da persona a persona. Per alcuni la privacy è un ossimoro nei social e, se non si ha nulla da nascondere, secondo loro non c’è nulla di cui preoccuparsi. Altri sostengono che vada bene fare qualche concessione rinunciando a un po’ di privacy, ma mantenendo il controllo dei propri dati.
Molti altri si preoccupano della propria privacy se si tratta di proteggerla da una vicina curiosa, un ex-geloso o un corteggiatore troppo insistente.

Anche se non si avesse nulla da nascondere, ci sono situazioni della vita quotidiana e circostanze eccezionali che è legittimo voler vivere anonimamente. 

Può essere una visita medica delicata, un colloquio di lavoro preliminare, partecipare a una conferenza, un meeting, una manifestazione.

Nelle varie discussioni sulla privacy lo spauracchio ricorrente è il grande fratello di George Orwell.

Ma forse ci si dovrebbe preoccupare più dei risvolti Kafkiani: Josef K., protagonista de “Il processo” viene accusato da un misterioso tribunale di essersi macchiato di una colpa non meglio determinata. In maniera simile, l’insieme dei dati e metadati che è possibile raccogliere su ciascun utente, può bastare per far perdere una opportunità di lavoro, l’ammissione ad un club o università o, peggio, essere discriminati o perseguitati per il proprio orientamento religioso o politico.

Paure infondate?

Facezam è risultato una bufala, ma altre app di queste genere sono sorte nel tempo. Alcune sono state dismesse, altre sono disponibili.

Nametag, sviluppata da Google per i suo Google Glass, fu prima bloccata da Facebook e poi eliminata del tutto da Google stesso.

Su VKontakte, famoso social network russo, è disponibile Find Face, con funzioni identiche a quelle dichiarate da Facezam, mentre la britannica Blippar promette lo stesso tipo di ricerca, ma all’interno di un proprio database.

C’è una convergenza di fatti e tecnologie che impone delle domande e a cui è opportuno dare una risposta. O sollecitarla.

  • Aumento del numero di foto personali pubblicate nei social network;
  • continuo miglioramento delle tecnologie di riconoscimento facciale;
  • cloud computing, cioè la memorizzazione dei dati (propri) e applicazioni presso risorse altrui sul web;
  • “Ubiquitous computing”,  onnipresenza di dispositivi collegati a internet e con capacità di elaborazione;
  • identificazione con mezzi statistici e attraverso l’accesso a database pubblici.

Una convergenza che ha come conseguenza un mondo in cui chiunque potrebbe utilizzare il riconoscimento facciale su chiunque altro ovunque, online e offline.

Il nostro viso permette di associare univocamente la nostra (o anche nostre) identità online con quella offline, permettendo di incrociare dati in modi prima impossibili. L’evoluzione delle tecnologia è, in generale, irreversibile e impossibile da fermare. Le soluzioni per evitare usi distorti di questa tecnologia in particolare, sembrano essere poche.

Bisognerà imparare a conviverci, sostenendo nel contempo lo sviluppo di leggi e norme che proteggano meglio la privacy. Sperare che la privacy sia protetta “by design” da produttori e sviluppatori di hardware e software sembra, a questo punto, solo una illusione.

Che si debba usare le maschere che i cinesi usano per il “no face day”?

Riconoscimento facciale

Getty Images

Altre soluzioni possibili sono già disponibili su internet, come la maschera estremamente realistica dell’attivista per la privacy Leo Selvaggio, occhiali e vestiti che incorporano led ad infrarossi o acconciature e modi di truccare il viso studiati opportunamente per ingannare i software di riconoscimento facciale.

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Come stanno le cose davvero

I sistemi di riconoscimento facciale non sono una novità: nati già negli anni ’70, nel 1997 esistevano alcuni capaci di riconoscere un viso con un margine di errore del 54%. Nel 2010 il margine di errore si è ridotto al 0,3%. Praticamente nullo.

Facebook usa un suo sistema di riconoscimento facciale, usato per suggerirvi i nomi degli amici nelle foto che caricate. Microsoft ne ha incorporato uno nella consolle Kinect. Google ha acquisito ben tre aziende con tecnologie simili (Neven vision, Riya, PittPAtt) e le ha incorporate in Picasa e Apple ha acquisito Polar Rose, per utilizzare la tecnologia in Iphoto.

riconoscimento facciale

Dipartimenti di polizia in varie parti del mondo usano sistemi di questo genere: in Australia il sistema “The capability”  dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini, in Malesia un sistema simile si limiterebbe a identificare potenziali aggressori ripresi dalle telecamere a circuito chiuso poste all’esterno dei night club. Nei casinò americani la tecnologia di riconoscimento facciale è già in uso e anche la catena Walmart dichiarò di usarla per identificare potenziali taccheggiatori.

Certamente non c’è nulla di male ad usare questa tecnologia per prevenire il crimine o attacchi terroristici. Come non c’è nulla di male (anzi!) se usata per rendere migliore la mia esperienza come cliente.

Il riconoscimento facciale e il rilevamento delle emozioni che siamo capaci di esprimere attraverso il nostro viso sono già utilizzati in alcune agenzie per valutare l’impatto delle campagne pubblicitarie. La precisione di queste rilevazioni è molto alta: 95%.

Che ne siate consapevoli o no, anche guardare la tv potrebbe diventare una esperienza totalmente personalizzata. La bellissima smart tv che avete appena comprato, potrebbe riconoscervi e mostrarvi degli spot selezionati apposta per voi, che avrà selezionato accedendo al vostro profilo utente.

Queste tecnologie potrebbero avere un impiego anche nel mondo retail, rendendo l’esperienza d’acquisto più simile a quella che già sperimentiamo visitando certi siti di eCommerce.

Ancora difficile, al momento, perché  oltre a dover acquisire il consenso del cliente, per leggere le sue emozioni (e quindi reazioni ad una offerta o situazione) è necessaria, ancora, una inquadratura precisa del viso.

Ma la strada è aperta e, data la velocità con cui si sono evolute queste tecnologie, non sarebbe però sorprendente entrare in un negozio di una qualche catena commerciale, ed essere accolti da personale che sa già tutto di noi: all’ingresso una telecamera ha già permesso il riconoscimento, il sistema ha verificato se abbiamo un profilo sui social e, analizzandolo, avrà potuto suggerire al personale che ci accoglie cosa ci piace, forse addirittura esattamente cosa stiamo cercando e perché, o per chi. Rendendo l’esperienza d’acquisto fluida e piacevole. O no?

Il mercato del riconoscimento facciale, secondo alcuni analisti, raddoppierà nei prossimi anni, passando da 3.35 miliardi di dollari nel 2016 a ben 6.84 miliardi nel 2021.

I fattori che incidono di più in questa crescita vertiginosa? L’aumento del mercato della sorveglianza, gli usi governativi in primo luogo e poi nel marketing e in altri settori.

Come tante altre invenzioni umane, anche questa tecnologia può suscitare sentimenti contrastanti: paura per i possibili usi distopici, eccitazione per i miglioramenti che può portare alle nostre vite. Voi avete paura o non vedete l’ora di poterne usufruire? Ditecelo nella nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn.

Super Mario Bros, il videogame diventa un bar a Washington DC

Super Mario Bros, il videogame diventa un bar a Washington DC

Fan di Super Mario Bros in ascolto, attenzione! Il bar dei vostri sogni esiste realmente e si trova a Washington DC, a due passi dalla Casa Bianca. Stiamo parlando del Cherry Blossom Pub che ha dedicato un’intera area all’idraulico più famoso al mondo.

Prima di tuffarci nel mondo di Super Mario Bros prendiamoci un momento per parlare del progetto Cherry Blossom Pub. Si tratta di un pop-up bar che cambia ogni volta il suo allestimento in base ad eventi o festività particolari.

A capo del progetto troviamo Derek Brown, bartender famoso per i suoi cocktail originali e per aver fondato la Drink Company. Derek ha deciso di dedicare l’allestimento del locale all’Hanami (花見) ovvero la fioritura dei ciliegi festeggiata in Giappone.

Super Mario Bros, il videogame diventa un bar a Washington DC

Il locale si divide in due parti: da un lato abbiamo la parte “classica” del Giappone con la chioma di un albero di ciliegio fiorito che spunta dal soffitto. L’altro lato è dedicato al mondo dei videogame, anzi DEL videogame per eccellenza. Super Mario Bros.

Il paradiso per chi ama i retro game e il mondo di Super Mario. Inutile dire che è il locale più amato e desiderato di Washington DC: per poter entrare preparatevi ad un minimo di due ore di coda.

Per capire il segreto del successo basta vedere le numerose foto pubblicate sui social dai fortunati avventori: tutti gli elementi del videogame sono stati riprodotti fedelmente. Dalle box con il ? alle nuvole (che nel videogame erano identiche ai cespugli ma con colori diversi) passando per le piante carnivore che spuntano dai tubi (sì, si muovono veramente!).

Happy hour in the Mushroom Kingdom . . . . . #cherryblossompub #igdc #happyhour #mario #popupbar

Un post condiviso da Soheyl Soltani-Nia (@ssoltani_14) in data: 25 Mar 2017 alle ore 17:21 PDT

new job steez ??? #supermariobar #nintendo #DC #cherryblossompub #bartenderlife

Un post condiviso da faith alice (@fabulousfaith) in data: 29 Mar 2017 alle ore 09:29 PDT

 

? ?? ?#dc #blooms #cherryblossompub

Un post condiviso da Rhiannon Elms (@rhirhielms) in data: 23 Mar 2017 alle ore 19:07 PDT

A rendere tutto ancora più bello ci pensano i cocktail dai nomi unici: King Koopa Cup, Press Start + A, What Doesn’t Kill You Makes You Smaller, e I Call Yoshi!

Ok, adesso ho voglia di rigiocare a Super Mario ma, prima di schiacciare start, alcune informazioni pratiche sul Cherry Blossom Pub: lo potete trovare a Washington DC all’indirizzo 1841 7th St. NW. Per info su orari di apertura vi consiglio di buttare un occhio al sito.

Ma occhio alla data: il Cherry Blossom Pub resterà aperto solo fino al 15 aprile. Se passate dopo quella data rischiate di trovare l’odioso Toad che vi dirà “Thank you Mario, but our princess is in another castle!

Week in social: le novità da Twitter, LinkedIn e Facebook

Come ogni venerdì torna la rubrica che racchiude tutte le novità della settimana dal mondo social. Sette giorni di fuoco, di lavoro da Social Media Manager sul filo del rasoio, quando, con la strategia già decisa, al Zuckerberg di turno salta in mente di modificare l’algoritmo: addio reach organica, #perdire.

In avvicinamento alla conferenza per sviluppatori di Facebook, F8, la cui apertura è prevista per il 18 aprile, il social più utilizzato al mondo ha rilasciato importanti novità. Partiamo proprio da qui.

Facebook

Nelle bacheche di alcuni utenti è comparsa una nuova icona, l’emoji del razzo: ?. Cliccandoci si viene portati su un nuovo newsfeed che Facebook sta testando, alternativo, con contenuti che potrebbero interessarci: probabilmente più annunci pubblicitari.

Zuckerberg ha anche deciso di aggiornare la funzione dei live video sui social. Da poche ore è infatti possibile lanciare streaming video a 360° dal proprio smartphone, purché in possesso dell’attrezzatura necessaria per poterlo fare.

https://youtu.be/_z1_9M5V8iQ

Una delle più interessanti novità è la possibilità per le pagine di creare gruppi, e diventarne amministratori. Molti Social Media Manager sono portati a suggerire l’apertura di gruppi, spesso chiusi, in cui postare i contenuti condividendoli dalla pagina gestita, così da aumentarne la reach organica. Ora si potrà fare la stessa cosa ma senza usare il proprio profilo privato, ma la pagina di riferimento.

Week in social: molte novità per Twitter e Facebook

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Facebook ha lanciato nuove modalità per il fundraising sul social. Da oggi è possibile supportare in diversi modi le cause che ci stanno a cuore: perdite affettive, disastri naturali, settore medico e veterinario, emergenze ed educazione. Il tasto “dona” sarà inserito anche nei video live delle pagine con facoltà di raccolta fondi.

Week in social: molte novità per Twitter e Facebook

Infine, Facebook Live potrà essere utilizzato anche da desktop: ne abbiamo parlato qui.

Messenger

Alla conferenza F8 verrà presentato un update dei chatbot di Messenger. Si potrà interagire con i chatbot all’interno della chat di gruppo. Dunque il soggetto umano verrà affiancato dal bot per fornire solo alcune informazioni.

Week in social: molte novità per Twitter e Facebook

LinkedIn

Finalmente, anche in Italia (e in italiano) è disponibile LinkedIn Publishing Platform, una sorta di Medium interno al social del lavoro. Veri e propri contenuti editoriali, indicizzati nel motore di ricerca interno al social, e con un ottimo engagement nella home. Insomma, uno strumento potente per il personal branding o per la comunicazione aziendale.

Week in social: molte novità per Twitter e Facebook

Tinder

Il social, nonché dating app, Tinder è ora disponibile via desktop negli Stati Uniti, e tra pochissimo anche in Italia. Questo social, secondo l’ultima ricerca di Blogmeter, resta quello con il più alto tasso di abbandono in Italia.

Twitter

Il social di microblogging ci tira per la giacchetta. Per guadagnare un po’ di spazio nei tweet, non saranno più conteggiate le menzioni. Bene, ma non benissimo: fosse quello il problema. Twitter è un po’ come l’Italia: il problema è sempre ben altro, ma non si sa esattamente quale sia. «Gli aggiornamenti che stiamo introducendo oggi si basano sui vostri feedback – afferma Dorsey – così come sulla nostra continua ricerca e sperimentazione». Ok.

Ora è inoltre possibile nascondere parole e hashtag dalla propria timeline per determinati periodi di tempo. Ecco, questa è una novità decisamente più utile. A breve verrà introdotta anche su Tweetdeck.

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Il Diesel Store di San Babila si affaccia sul futuro della customer experience

Il Diesel Planet di Piazza San Babila si affaccia sul futuro, affiancato da Samsung ed H-FARM, per offrire ai suoi clienti una shopping experience assolutamente innovativa e personalizzata.

Il negozio milanese del brand di Renzo Rosso si è rifatto il look per un progetto pilota che riguarderà i Diesel store di tutto il mondo, con l’obiettivo di rivoluzionare completamente il concetto di customer journey. Tre gli elementi ad alto tasso di tecnologia sui quali si basa l’innovazione apportata al Diesel Planet di Milano: un tavolo digitale, un display interattivo comandato da uno smartphone e un camerino smart. I Venticinque smartphone a disposizione dei commessi e l’app la cui produzione è prevista a breve termine sono gli elementi che completano il quadro.

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Con Samsung ed H-FARM, il customer journey di Diesel diventa digitale

Ad affiancare Diesel in questa innovazione sono Samsung per quel che riguarda i dispositivi e H-FARM per la system integration. Grazie a queste partnership la tecnologia presente nei negozi potrà essere ottimizzata al fine di rendere l’esperienza di acquisto personalizzata ed estremamente coinvolgente: ad esempio, potrà essere possibile scoprire in tempo reale in quale negozio è presente il capo esatto che il cliente sta cercando, ma anche poter visualizzare il capo indossato contestualizzandolo in differenti ambientazioni o ancora poter prendere visione all’interno del camerino dotato di antenne RFID le varie opzioni di abbinamento del capo scelto direttamente sullo specchio. Inoltre la presenza in stock e l’ubicazione del prodotto che il cliente sta cercando vengono verificati in tempo reale dal commesso tramite un sistema smart che effettua un controllo immediato, in modo che l’utente non venga abbandonato nel corso della ricerca.

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Profilazione cliente, per un servizio sempre più personalizzato

Il sistema voluto da Diesel fa sì che il cliente possa essere profilato: in questo modo, sarà possibile per il personale di negozio sapere se è già presente nel CRM e, di conseguenza, conoscerne i comportamenti per poter offrire un servizio sempre più personalizzato ed incentrato sulle abitudini della propria clientela, che una volta presente nel sistema sarà automaticamente riconosciuta all’ingresso nel negozio. I saldi estivi costituiranno il primo vero e proprio esperimento di questo esperimento che ha come obiettivo portare un maggiore foot flow, ovvero traffico, in store.

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L’esperimento di Diesel non è comunque il primo esempio di evoluzione digitale del settore shopping: ti abbiamo già raccontato dei camerini smart di Ralph Lauren.

E tu, sei pronto per lo shopping del futuro?