A qualcuno piace fake: l’evento social che diventa virale

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È divenuto quasi un caso nazionale, catturando l’attenzione di numerosi media e di molti artisti uniti nel pensiero comune che il “Coachellamare s’ha da fare” o per dirla al suon di hashtag #coachellamaresidevefare. In pochissimo tempo, oltre 3000 like sulla Facebook fan page e tanti appelli: insomma, il Califoggia Valley Music Arts Festival non ha eguali. L’evento tutto pugliese trae spunto dal Couchella Music & Arts Festival, festival famosissimo in tutto il mondo. Anche se, quello pugliese vanta di già anche un teaser.

Ma com’è possibile tutto ciò?

Per parlarne in maniera empirica, occorrerebbe una ricerca sociologica sul perché gli eventi fittizi hanno, delle volte, più popolarità di quelli reali. Chi non si è domandato come sarebbe realmente stato il Capodanno Alternativo all’Autogrill di Rovigo  nel vedere l’evento in prossimità del Natale?

Ecco, questo è il caso esemplare di ciò che da fake diviene reale. Con tanto di video e testimonianze.

https://www.facebook.com/events/983007191761168/

O ancora, il Raduno dei Single all’Esselunga che ha riscosso un successo non indifferente considerando la nicchia ristretta a cui era rivolto l’evento.

http://https://www.facebook.com/events/1552291618427170/

Pensare che questo sia un fenomeno legato solo alla realtà italiana è decisamente sbagliato. Se a Toronto sono, infatti, tanti coloro che si uniscono nell’ascolto di canzoni di Drake per poi piangere.

https://www.facebook.com/events/1058167927574935/

Altrove c’è chi lo fa con Adele e così via. Insomma, un evento per ogni festival, attività, stato d’animo:la fantasia al popolo di Facebook non manca mai. Sia per gli eventi simbolici, sia per quelli che (probabilmente) nascono come fake.

La procedura è la solita: primi inviti, primi parteciperò. La notizia appare sulla home di Facebook, si moltiplicano i like, i partecipanti e, ora, gli interessati.

Ancora una volta, Facebook ha cambiato le cose. Dall’accusa di divenire un sinonimo di isolamento e causa di mancata comunicazione tra le persone ad un fattore di aggregazione sociale. Lo ricorda ancora bene Thessa, una sedicenne (al tempo) di Amburgo che, nel lontano 2011, dimenticò di rendere privato l’invito per il suo compleanno su Facebook. Il risultato? 1500 invitati: un vero successo o un vero disastro?

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Foto da Focus.it

Idem a Torino nel 2014: Il tam tam su Facebook generò una festa privata con “solo” 500 partecipanti. File di persone per le scale del palazzo ed “invitati” ovunque.

Nessun social network come Facebook ha eliminato le distanze in questo senso. Gli eventi di aggregazione divengono tali e grazie all’effetto moltiplicatore dei like la diffusione è sempre più immediata. Specialmente per gli eventi fake. Ed è qui che subentra la voglia di leggerezza e di ironia: quel non prendersi sul serio nella pesantezza che talvolta, la quotidianità, da.

Quelle che sono le regole fondamentali per la gestione di un evento vengono così stravolte. La parsimonia e la gentilezza dei post e delle risposte viene nettamente sostituita da frasi spavalde e ad effetto. Da notare anche la mancanza di un coinvolgimento indotto da pubblicazioni studiate ed intelligenti: anche in questo caso, via libera alla pubblicazione selvaggia e allo spam.Un evento fake permette dunque di far sbizzarrire tutti senza ledere la professionalità di nessuno.

Cosa comporta tutto ciò?

Pubblicità per gli organizzatori: certamente non daranno vita ad eventi veri e propri ma riescono ad ogni modo a creare un’onda d’urto.

E un sorriso, per non prendersi poi sempre così sul serio.

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Quindi, se prima gli eventi erano seriosi, oggi diventano sempre più un momento di condivisione reale e ludica. Sono lontani i tempi in cui un evento era solo certo, verificato, comprovato. Gli eventi, ora, lasciano spazio alla libera interpretazione di tutti.

Best 2016 Ever: l’ultima campagna firmata Booking.com

Il nuovo anno è arrivato e con lui sono arrivate anche tante liste di buoni propositi.  Booking.com, il leader mondiale nel collegare i viaggiatori con  luoghi incredibili, ha presentato, in questi giorni, la sua nuova campagna Best 2016 Ever che ha l’obiettivo di aiutare le persone a scoprire la destinazione di viaggio ideale,  tenendo conto del proposito del nuovo anno. Come? Grazie a Resolution Translator, il vero protagonista dell’iniziativa.

Resolution Translator nasce da un’idea di Booking.com, in collaborazione con l’agenzia pubblicitaria, Weiden + Kennedy Amsterdam. La  campagna è un modo divertente per scoprire nuove destinazioni,  aiutando le persone a rispettare i buoni propositi, spesso abbandonati nel corso dei mesi.

https://www.youtube.com/watch?v=ZKv7C2y5kwk

Prendere parte all’iniziativa è semplice! Basta collegarsi al sito www.best2016ever.com e lasciarsi andare al divertimento. Ecco, cosa mi è stato consigliato con due semplici click:

Best 2016 Ever: l'ultima campagna firmata Booking.com

Una volta definito l’obiettivo del nuovo anno (il mio è abbastanza ambizioso, lo so! Ma, preferisco puntare in alto 😀 ) , ecco la mia soluzione: un hotel a Tel Aviv.

Best 2016 Ever: l'ultima campagna firmata Booking.com

LEGGI ANCHE: Le migliori campagne natalizie degli ultimi anni

Ed infine, puoi anche vedere l’avventura che ti aspetta.

Best 2016 Ever: l'ultima campagna firmata Booking.com

Data la vasta offerta di Booking.com, gli utenti possono cercare più volte la soluzione, ottenendo così più destinazioni consigliate. Il risultato può essere personalizzato e condiviso sui social network.

Il nuovo anno è sempre un momento in cui le persone definiscono i propri propositi, molto spesso, intrinsecamente legati ai viaggi . Per tale motivo, abbiamo voluto creare qualcosa per aiutare le persone a scoprire i luoghi più cool da visitare. In Booking.com, vogliamo andare oltre l’ordinario, sfruttando la potenza della tecnologia per aiutare le persone a sperimentare il mondo.  Pepijn Rijvers, Chief Marketing Officer.

Non perdere altro tempo, collegati al sito e scopri il tuo bellissimo 2016, io nel frattempo vado a preparare le valigie; il relax a Tel Aviv mi aspetta! Grazie Booking.com.

Instagram presenta le Spotlight Compilation giornaliere

Dici Instagram, pensi foto. Questa è l’equazione che ha permesso al social fondato da Kevin Systrom e Mike Krieger di diventare un colosso tra i social.

Una realtà in grado, secondo quanto si dice in giro, di superare in gradimento persino Facebook nell’arco di questo 2016 appena iniziato.

Nel modo dei social però, le cose cambiano troppo in fretta per sedersi sugli allori e rilassarsi.

Da qui la decisione di qualche mese fa di introdurre i video all’interno di Instagram.

LEGGI ANCHE: Instagram Video: nuove emozioni per i brand e la community

Gli instagramer non hanno accolto la novità con grandissimo entusiasmo e i video hanno faticato a ritagliarsi il loro posto al sole.

Instagram presenta Spotlight Compilation giornaliere_2

Una grossa mano è arrivata con la comparsa delle prime Spotlight Compilation: delle selezioni scelte dallo staff del social con il meglio dei contenuti video degli utenti.

Queste liste di video hanno anche cambiato il modo di fruizione dell’utente, che a esse ha imparato a dedicare qualche minuto di concentrazione in più (munito di cuffiette).

La risposta è stata ottima e il successo delle Spotlight Compilation è stato talmente grande da trasformarle in regali che Instagram faceva ai propri utenti nell ricorrenze più importanti – Thanksgiving, Natale, le vacanze invernali e Capodanno – in un servizio a cadenza quotidiana.

Per Gabe Madway, Communication Manager di Instagram ha spiegato questa scelta ” le Spotlight Compilation “sono il posto dove vai per scoprire contenuti che non segui, ma che alla fine potresti decidere di iniziare a seguire. Contenuti che non avresti mai pensato di vedere”.

Il che è linfa vitale per i social che temono tutti di cadere nella stessa buca: quella dell’immobilismo, del circuito autoreferenziale.

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Questa svolta verso le immagini in movimento è sicuramente figlia del successo che sta avendo Snapchat, soprattutto tra i giovani statunitensi.

A differenziare però i due servizi – oltre al fatto che su Instagram non si cancellano – c’è il fatto che “ogni contenuto è legato a qualcuno “, spiega ancora Madway “e speriamo che questo servizio serva per far conoscere a tutti il suo talento”.

Viene spontaneo domandarsi se queste selezioni ospiteranno in futuro delle inserzioni pubblicitarie.

A tale legittimo dubbio, Madway ha risposto con un lapidario “la questione non è in discussione”.

Ci crediamo poco, ma staremo a vedere…

Le Spotlight Compilation si trovano nella nuova sezione Esplora e aspettano solo di essere viste da milioni di occhi in tutto il mondo.

Sei pronto a convertirti ai video su Instagram?

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Peach, la nuova ossessione social in formato app

Nella rubrica App of the Week oggi entra un’app di cui si sta molto discutendo in America e che sta piacendo molto ai giovanissimi: parliamo di Peach, un nuovo social network.

“Un altro social network?” direte voi “Come se se ne sentisse la mancanza!”. Eggià, ogni volta che si parla di un nuovo social network si urla alla “killer app” che farà fuori Facebook: vi diciamo allora subito che proprio come Facebook e Twitter, Peach vi permette di condividere GIF, video, status, la vostra posizione, i km che avete corso durante il vostro jogging mattutino (sempre che a qualcuno interessi qualcosa…). Potete mettere una foto profilo, fare like allo status del vostro amico,

Perché allora subito tanto clamore? Intanto perché è un’idea del cofondatore di Vine, Dom Hofmann, e già questo la rende interessante agli occhi dei media. Leggendo sul sito ufficiale, l’applicazione si presenta come “un modo divertente e semplice per tenere il passo con gli amici ed essere te stesso”.

Vediamo le caratteristiche di Peach scopriamo insieme se è davvero una novità.

Gioie e dolori del microblogging

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Il microblogging è un mondo in cui regna Twitter: molte app e social network in generale hanno cercato di sfidare l’uccellino blu, ma senza reali successi. Anche Peach ci prova, cercando di fornire una formula molto più “intima” ai propri utenti.

Dopo aver creato un account e aggiunto i vostri amici, vedrete che i loro profili come il vostro hanno aggiornamenti di stato che ricordano i tweet. Ma ecco la prima novità: i singoli post non possono essere ricondivisi, non esistono tag o hashtag e gli utenti possono mettere il proprio like solo su contenuti di utenti con i quali abbiano stretto amicizia.

Questo rende questo social network un ritrovo molto intimo. C’è però un aspetto di Peach che va in senso opposto a questa tendenza: non è possibile inviare messaggi diretti, ma si può esclusivamente parlare “pubblicamente”, consapevoli che solo i nostri amici leggeranno i nostri status.

Usa le “parole magiche” per condividere

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L’aspetto davvero singolare dell’app è rappresentato da quelle che i suoi creatori chiamano “parole magiche” : si tratta di parole che una volta digitate consentono di aggiungere una GIF, navigare sul proprio browser, disegnare,  condividere la propria posizione e molto altro. Per esempio: se digitate “gif” vi si aprirà un elenco di GIF da condividere, se scrivete “safari”, si aprirà il vostro browser, ecc.

In questi giorni Peach ha attirato l’attenzione dei tech lovers ma soprattutto degli influencer, lasciando inoltre a brand come il Washington Post la possibilità di provare l’app per primi. Sarà la tecnica giusta per ottenere un investimento futuro? Non sono già tante le applicazioni mobile che nascono e muoiono ogni giorno? Noi restiamo in attesa di vedere i prossimi sviluppi e soprattutto il crescere degli utenti.

A proposito, vi ricordiamo che potete scaricare Peach su iTunes, ma non vi aspettate di trovare subito qualche amico 😉

Dai trend 2015 al CES 2016: una top list di 5 interessanti innovazioni automotive

Nel mondo automotive, la tecnologia è stata innegabilmente trascurata per molti anni. Ma il 2015 è stato un anno, da questo punto di vista, decisamente da ricordare: lo sviluppo dei devices intelligenti e della connettività in mobilità ha infatti permesso di offrire soluzioni innovative anche a bordo vettura. Il recentissimo CES 2016 è stata la ciliegina sulla torta che permette di guardare al nuovo anno con ancora maggiore interesse, come raccontato nel Tech post ‘CES 2016: 4 trend tecnologici che caratterizzeranno l’anno appena iniziato’.

L’aspettativa tecnologica, anche per il proprio mezzo di trasporto, si è infatti decisamente innalzata: uno dei maggiori desideri è che la propria auto rappresenti una continuazione del proprio ufficio o, più in generale, del proprio smartphone.

Per questo motivo, lo sforzo dei costruttori sta diventando sempre più importante, con molti componenti che hanno subito una accelerazione tecnologica decisa per offrire una vettura che sia bella da vedere, confortevole da guidare e, soprattutto, cool!

LEGGI ANCHE: La nuova Fiat 500 è ancora più tecnologica, con il nuovo display TFT da 7 pollici

Ma quali sono state le innovazioni automotive più interessanti dell’anno appena concluso, e che ci proiettano nell’anno nuovo con curiosità? Vieni a scoprirle insieme nella mia personale classifica.

5) Il sedile intelligente che misura lo stress del guidatore

Il componentista Faurecia, in collaborazione con lo Stanford University’s Center for Design Research, ha sviluppato un sedile particolarmente innovativo: tramite dei sensori, può infatti misurare il battito cardiaco e la frequenza del respiro, per verificare che il guidatore sia in buona forma fisica ed attento alla guida.

Nel caso in cui il sedile rilevi un crescente stato di stress, propone un massaggio al guidatore.

Questa innovazione è concettualmente molto importante, perché mostra l’attenzione dei car makers e dei componentisti per la salute del guidatore, cercando di prevenire le distrazioni al volante durante i viaggi, specie se di media/lunga durata.

4) Nissan for Dayz concept: l’auto si trasforma in un tablet

Una spinta tecnologica per andare incontro ai “digital natives” arriva da Nissan, con un concept semplice nelle sue forme estetiche, ma le cui superfici, interne ed esterne, sono completamente personalizzabili!

Quando è parcheggiata infatti, i sedili, i poggiatesta, i paraurti delle portiere e il pannello strumenti diventano uno schermo mobile, in grado di dare informazioni aggiuntive sulla vettura, oppure trasformandosi in un gigantesco “mirror screen” per il proprio smartphone.

Questo concept, nelle intenzioni di Nissan, vuole colmare la bassa attenzione per il mondo dell’auto da parte dei Millennials, un target chiave per le aspirazioni di vendita di tutti i produttori automotive.

3) Porsche Mission E Concept: una dashboard olografica, con un display che segue lo sguardo

Il 2015 è stato un anno incredibile per le Concept Cars. Questi modelli, non ancora in produzione, rappresentano le vie di pensiero che i costruttori intendono perseguire negli anni a venire. In questo senso, Porsche Mission E monta a bordo delle soluzioni tecnologiche incredibili.

Oltre ad essere un’auto elettrica con un’autonomia di circa 400km e ricaricabile in 15 minuti, contiene un’interessante evoluzione visuale: un display “distraction free” per il guidatore, che segue le linee dello sguardo per fornire una visibilità sempre ottimale. La tecnologia Eye Tracking infatti, permetterà al guidatore di evidenziare con lo sguardo la sezione del display per lui più interessante al momento, rendendo la vettura sempre più intuitiva e personalizzabile, con minori distrazioni alla guida.

2) La chiave con display Touch LCD di BMW Serie 7

La nuova super ammiraglia della casa di Monaco di Baviera stupisce per dotazioni tecnologiche estreme. La più impressionante di tutte è il Remote Parking, con il quale la vettura si parcheggerà e uscirà dal garage o da un parcheggio senza la necessità del guidatore a bordo. Il tutto è controllabile da un gadget davvero interessante: una nuova chiave di accensione con display touch LCD.

Il guidatore avrà quindi la possibilità di controllare la propria vettura in nuovi modi anche non essendo fisicamente a bordo, con la tranquillità che i componenti tecnologici permettano all’auto nuovi modi di funzionamento… anche presentandosi pronta per la partenza!

1) L’autopilot system di TESLA

Il primo posto della mia classifica va a quella che, forse, è l’innovazione più spettacolare e desiderata tra tutte quelle proposte: l’auto che si guida da sola.

Tesla infatti, con la versione 7.0 del software montato sulla Model S, ha proposto un aggiornamento software (e non un nuovo veicolo, come ha fatto Google) che include, tramite i sensori ad ultrasuoni, le telecamere ed i radar montati a bordo vettura: la sterzata automatica, il cambio automatico di corsia e l’adattamento della velocità al traffico in tempo reale.

Non si sa se al momento sia una buona idea affidarci a viaggi frequenti con questa nuova tecnologia 🙂 (ovviamente ancora in Beta), quello che è sicuro però è che il costruttore californiano, con la sua idea di auto innovativa, più di ogni altro sta sforzandosi nel tentativo di innovare in maniera disruptive nel mondo dell’auto.

In quest’ ultimo caso avvicinando l’idea di auto a quella alla base del proprio smartphone: un aggiornamento software potrà aggiungere nuove funzioni e caratteristiche, per aggiornare o reinventare la propria vettura.

Un ottimo modo per guardare alle innovazioni che ci porterà il 2016, non ti pare?

Messenger: 800 milioni di utenti e nuove sfide per il 2016

Con l’anno nuovo, anche in quel di Menlo Park è tempo di bilanci e nuovi propositi. Mandare in pensione sms e numeri di telefono, guardare all’intelligenza artificiale, semplificare la vita delle persone e soprattutto continuare a mettere in comunicazione sempre più utenti e mercati in tutto il mondo, non solo grazie alla chat. Questi gli obiettivi di Facebook Messenger per il 2016, annunciati dal suo Leading Messaging David Marcus, proprio mentre sono stati raggiunti gli 800 milioni di utenti attivi al mese.

 

 

Piani troppo ambiziosi? Sicuramente no, se si considera che nel 2015 Messenger è stata l’app con crescita maggiore in termini di utenza: solo a marzo si calcolavano 500 milioni di utenti, a giugno 700, e ora il nuovo traguardo a pochi mesi di distanza.

D’altra parte non si può certo mettere in dubbio che sia un risultato meritato: nello scorso anno sono stati tanti i cambiamenti introdotti per migliorare l’app e renderla sempre più competitiva, e non solo per comunicare in senso stretto. Le applicazioni di Messenger sono state ampliate ben oltre la messaggistica grazie a numerose funzioni che vale la pena ricordare. Ecco le principali, brevemente riassunte:

  • l’introduzione delle videochiamate
  • la possibilità di personalizzare le conversazioni con colori, nick ed emoji, anche nel tentativo di acquisire appeal presso gli utenti più giovani
  • i giochi, per dare uno tono più ludico e divertente al tempo libero
  • l’introduzione delle richieste di messaggio, per poter chattare anche con i non-amici
  • Photo Magic, per la condivisione automatica di foto. Si calcola che ogni mese circa 10 miliardi di foto passino attraverso l’app, quindi questa funzione si è rivelata davvero utile
  • il sito messenger.com, per chattare da desktop senza dover passare per forza dalla timeline di Facebook
  • Business On Messenger, per offrire alle aziende uno strumento semplice e immediato di assistenza clienti
  • la possibilità di effettuare e ricevere pagamenti di denaro
  • la fase di testing di M, l’assistente virtuale che per alcuni versi ricorda Siri ma promette di essere ancora più sorprendente
  • la possibilità di prenotare Uber, novità introdotta meno di un mese fa

 

LEGGI ANCHE: Prenotare Uber da Facebook: si può fare con Messenger

 

Messenger: highlights 2015 & trends 2016

Messenger: infografica dal profilo Facebook di Mark Zuckerberg

Alla luce della crescita esponenziale degli utenti attivi, David Marcus non ha dubbi: è stato un anno più che soddisfacente – e come dargli torto – ma si può fare molto di più. Vediamo nel dettaglio cosa si prospetta nel futuro prossimo di Messenger, e quindi nelle nostre vite social.

Prepariamoci, perché l’ambizione e le sfide impossibili non sono certo un problema quando c’è di mezzo Zuckerberg.

Dire addio a sms e numeri di telefono

Non è un caso che le compagnie telefoniche ormai offrano per pochi euro pacchetti di sms illimitati o quasi.

Effettivamente, quanti di noi ancora mandano sms con la regolarità con cui lo facevano qualche anno fa? Un tempo erano le chiamate, poi fu la volta della novità rivoluzionaria dei messaggi di testo (passando per quella via di mezzo che erano gli “squilli”, ve li ricordate?), e alla velocità della luce ci siamo ritrovati con telefoni così smart da consentirci di fare anche mille altre cose. Oggi i nostri smartphone sono prima di tutto strumenti per essere sempre connessi.

Complici app come WhatsApp – che vanta 900 milioni di utenti ma ormai fa parte, non a caso, della stessa “famiglia” di Messenger – anche il nostro modo di comunicare è cambiato. Abbiamo portato la chat sul mobile e abbiamo iniziato ad abituarci. Ma grazie a Messenger ora è possibile chiamare, videochiamare e mandare messaggi anche a persone di cui non conosciamo il numero di telefono. E allora, a cosa serve il numero di telefono?

Fare tutto con un’unica app

Oggi abbiamo app per fare praticamente tutto. Ne scarichiamo a decine, a volte ci dimentichiamo anche di averle, ricordandocene solo quando la memoria del telefono grida pietà e dobbiamo andare alla disperata ricerca di qualcosa da sacrificare. La sfida di Messenger è di poter offrire un’alternativa: È di gran lunga più semplice fare ogni cosa in un unico posto che ha già traccia del contesto delle tue ultime interazioni e della tua identità, piuttosto che dover scaricare app che non riutilizzerai mai o dover saltare di continuo da un’app all’altra.” In particolare, continua Marcus, il team si concentrerà sulle interazioni con i brand e incrementerà strumenti come Business On Messenger, per facilitare acquisti e fruizione di servizi.

Rendere Messenger il nostro “habitat sociale”

Lo scorso anno Messenger ha fatto molto per quanto riguarda la personalizzazione delle conversazioni, e l’intento è proseguire in questa direzione. Per rendere ancora meglio l’idea, lo stesso Marcus l’ha introdotta così: “Siamo tutti esseri sociali”. L’obiettivo è chiaro, indovinare cosa bolle in pentola forse un po’ meno.

Innovare con l’intelligenza artificiale

La fase di testing di M, l’assistente virtuale che implicitamente dichiara guerra a Siri, continua e sembra procedere per il verso giusto. Prenotare un ristorante, mandare un mazzo di fiori o programmare attività diventerà più semplice, ma anche dettare un messaggio o farlo leggere direttamente a M. E poi c’è chi, come TechCrunch, ipotizza anche l’arrivo imminente di un bot per automatizzare le chat, consentendo di rispondere in modo automatico ai messaggi.

E alla fine…divertire

Complice il clima poco invernale, quest’anno l’atmosfera natalizia è venuta un po’ a mancare. Ma Messenger ha fatto la sua parte: vi è piaciuta la nevicata nelle chat? Forse vi sarà sembrata un po’ infantile o dal gusto tipicamente teen, ma dite la verità, un sorriso ve l’ha di sicuro strappato. E infatti Marcus conclude: “È davvero importante che studiamo prodotti per risolvere i reali problemi della gente. Vogliamo che tutte le vostre esperienze siano gradevoli e d’aiuto, rendere le vostre vite più semplici, ma anche aiutarvi a portare un sorriso sui volti delle vostre persone care.

Per il momento, allora, obiettivo raggiunto. Aspettiamo di vedere cos’altro c’è in cantiere. Sicuramente molto presto.

LEGGI ANCHE: Facebook Messenger: un nuovo mix di business e divertimento

Pinterest: un ottimo alleato per gli eCommerce (ma non solo)

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In attesa del Master Online in Social Media Marketing, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Domenico Armatore, co-founder di Pinterestitaly e docente del modulo dedicato a Pinterest, sviscerando alcuni dei temi caldi che verranno affrontati.

Questo Social Media non è tra i più diffusi, soprattutto in Italia, ma ha potenzialità molto alte e non solo per ciò che riguarda il settore eCommerce.

1. Ho appena aperto il mio profilo Pinterest per promuovere i miei prodotti/servizi, quali sono le prime cose che devo fare?

La prima mossa da fare è capire quale ruolo assegnare al canale all’interno della social media strategy messa in atto. Per farlo, bisogna definire quindi quali sono gli obiettivi che Pinterest deve aiutarci a raggiungere: brand awareness, lead, ecc. In base a ciò calibriamo anche l’attività da svolgere a livello editoriale.

2. Come si organizza il visual storytelling di un profilo Pinterest?

Tendenzialmente è preferibile come prima cosa impostare una visual identity in linea con quanto sviluppato su altri canali e con le guidelines del brand. Su Pinterest bisogna però essere quantomeno flessibili, dato che l’attività editoriale deve prevedere una buona dose di user generated content, sui quali a volte è difficile intervenire. Ovviamente tutta la produzione dei contenuti deve dar vita a immagini o grafiche di ottima qualità, se possibile realizzate ad hoc per il canale.

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3. Pinterest è un’ottima vetrina gratuita per i nostri prodotti: come può convivere con il nostro eCommerce?

Per la sua stessa natura, Pinterest può essere un ottimo alleato per uno shop online. In Italia forse è più complicato, ma se si punta a un mercato estero si possono raggiungere dei buoni risultati. Ovviamente ci sono tante variabili in gioco: prodotto, target, qualità dei contenuti, livello dello shop online.

Ad ogni modo, se si imposta un buon profilo Pinterest, questo canale può diventare un’interessante fonte di traffico. Infatti, come forse saprete, alle immagini che condividiamo sul nostro profilo, è possibile associare (automaticamente o manualmente) un link che punti verso il nostro eCommerce. Ovviamente le pagine di atterraggio devono essere sempre pertinenti alla foto, quindi se condividiamo un’immagine di una paio di scarpe, cliccando l’utente deve atterrare sulla rispettiva pagina di prodotto, e non ad esempio nella homepage o in altre pagine del sito.

4. Pinterest è come un grosso album dove raccogliere fonti d’ispirazione. Anche per questo social ho bisogno di un piano editoriale?

Certamente. Ed è uno degli argomenti più interessanti che tratteremo nel nostro corso. Nella gestione dei social, la pianificazione è tutto, soprattutto per canali come Pinterest, dove la frequenza di pubblicazione è abbastanza elevata. Ovviamente il piano editoriale deve dipendere da una strategia editoriale. Altro argomento che affronteremo durante le ore di lezione.

All over town

5. La geolocalizzazione delle immagini ha davvero un valore in termini di reperibilità da parte di altri del nostro contenuto su Pinterest o ad ora è più un ornamento?

Tutto dipende sempre dai nostri obiettivi. Le geolocalizzazione è importante se per noi è fondamentale attivarla, ad esempio per veicolare contenuti legati a luoghi, attività, ecc. Non c’è dubbio che, in linea di massima, su Pinterest la geolocalizzazione sia molto importante, come testimonia la presenza dei Place Pin.

6. Quali sono le aziende che, secondo te, si muovono meglio su Pinterest?

Date un’occhiata a Kraft, Modcloth, Starbucks e Sephora, solo per citarne alcune.

Una piccola anticipazione di quello che verrà affrontato nel corso dedicato a LinkedIn del Master Online in Social Media Marketing, non lasciarti sfuggire questa opportunità!

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I trend 2016 nella comunicazione digitale? Social Caring e Social Shopping
Social Media Strategy: il vero segreto è saper ascoltare. I consigli di Simone Tornabene
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Pinterest: un ottimo alleato per gli eCommerce (ma non solo)
Snapchat e WhatsApp non hanno nulla da invidiare ai social media

la disinformazione sui social

Social network e disinformazione: come combatterla?

Internet, e i Social in particolare, favoriscono la diffusione di informazioni e conoscenza. Uno strumento prezioso quindi sia per la democrazia che per il progresso.

Ma gli stessi meccanismi che permettono la propagazione, a volte virale, delle informazioni valide, amplificano e diffondono quelle meno valide che si propagano come un incendio boschivo devastante.

E qui occorre, secondo alcuni studiosi, un distinguo: perché se è facile definire l’informazione come “Notizia, dato o elemento che consente di avere conoscenza più o meno esatta di fatti, situazioni, modi di essere” (Treccani), la disinformazione può prendere diverse forme e sfumature.

La disinformazione può essere mirata a illudere e frodare (e in inglese la definiscono misinformation) oppure prodotta intenzionalmente per fuorviare (disinformation). La propaganda è invece un cocktail di informazione e disinformazione (nelle due accezioni) spesso costruito e diffuso per scopi politici.

Sull’arte della disinformazione è nata una vera e propria scienza, l’agnotologia (non cercate su Wikipedia, non c’è nella versione italiana).

Il dott. Proctor, della Stanford University, usò per primo questo neologismo nel suo libro “The Cancer Wars: How Politics Shapes What We Know and Don’t Know About Cancer” pubblicato nel 1995.

Robert Proctor, storico della scienza, prendeva come esempio di informazione deliberatamente manipolata quella diffusa dagli industriali del tabacco, impegnati fin dal 1969 a sminuire gli effetti nocivi delle sigarette.

Fate bene attenzione, che l’agnotologia non è lo studio dell’ignoranza in sé, ma della sua deliberata produzione: “il dubbio è il nostro prodotto” scrissero nel loro memo segreto (fu rivelato nel 1979) gli industriali del tabacco.

Charles Simic, in un articolo pubblicato nel 2012 su “The New York review of books” definiva la nostra l’Era dell’Ignoranza (Age of Ignorance), un era in cui internet e la tv hanno favorito la diffusione della disinformazione ad una scala prima impensabile, ma non ritiene (e giustamente!) che sia lo strumento da incolpare. Afferma anzi che per il sistema politico ed economico sia poco conveniente avere una popolazione veramente informata, istruita e consapevole delle proprie scelte.

Internet e i Social network non sono dunque la causa della stupidità e l’ignoranza, come sostengono in tanti, ma ne favoriscono la propagazione rapida e di massa, sia perché ogni utente è, potenzialmente, un produttore di contenuti (un editore) sia perché, dati gli altissimi numeri in gioco, è molto difficile verificare le fonti o l’attendibilità di una notizia.

 

Immagine da Twitter https://twitter.com/ciro/status/581148129485021184

Immagine da Twitter

 

Alla biennale democrazia, lo scorso marzo, ne hanno parlato pure il direttore del Post Luca Sofri e Filippo Menczer, professore di Informatica e computer science all’Università dell’Indiana, Stati Uniti, coordinati dal giornalista Luca De Biase. Proprio De Biase afferma: “Circola molto un pensiero per cui è Internet il responsabile della nostra disinformazione. Non è vero, ciò che rende confusa la discussione è che veniamo da un sistema di pensiero per cui esistevano il bar e i giornali. Il primo è il posto delle fuffe, i secondi quello da prendere sul serio. Internet è entrambe le cose“.

Una ricerca su Google sarebbe sempre utile e opportuna, ma ha ragione anche Luca Sofri, che in quella occasione afferma: “Quando leggiamo qualcosa su un giornale quotato siamo subito più convinti, neanche immaginiamo di dover fare un controllo dei fatti”.

Ma se anche ci si lanciasse a verificare una notizia, il successo non è assicurato e così il problema si riduce di poco. Il rumore di fondo è a volte tanto elevato che nemmeno i più esperti o i professionisti riescono a verificare facilmente una notizia.

Così, per esempio, alla notizia della morte di David Bowie,  ADNKronos reagisce pubblicando una nota in cui viene data per una bufala e l’Unione Sarda la riprende pubblicandola a sua volta.

Infatti Google, ma anche Facebook e Twitter, cercano dei modi per limitare la propagazione di bufale e per favorire l’affioramento delle notizie più attendibili.

Google e Twitter hanno un approccio basato sugli algoritmi, Facebook si appoggia anche al feedback dei suoi utenti. I metodi usati includono il machine learning e l’elaborazione del linguaggio naturale (Natural language processing) ma non si limitano a queste sole tecniche.

Filippo Menczer studia da anni i meccanismi di diffusione delle bufale o meme come vengono definiti dal suo team e oltre a un gran numero di articoli e studi, ha creato un sito in cui mette a disposizione alcuni strumenti molto interessanti.

Visitando il sito del suo progetto Truthy, potrete, per esempio, verificare se un certo handle twitter sia più probabilmente un BOT o un essere umano, o scaricare i dati usati per le loro ricerche e i video. Prossimamente, annunciano, sarà rilasciato uno strumento per visualizzare la diffusione dei meme che vi interessano.

la disinformazione sui social

La diffusione di alcuni meme secondo gli studi realizzati da Filippo Menczer

Ma come si diffonde la disinformazione sui social?

Un recentissimo studio (dicembre 2015) condotto da alcuni ricercatori italiani ha cercato di stabilire i meccanismi siano gli stessi, per le bufale, di quelli delle informazioni scientifiche.

Lo studio del team composto da ricercatori del IMT Alti Studi Lucca, della università Sapienza di Roma e dello IUSS istituto per studi avanzati di Pavia  e della università di Boston si è concentrato sugli utenti di Facebook e di come questi si comportino nei confronti di due tipi di notizie: notizie scientifiche e notizie relative a teorie cospiratorie.

Tenendo conto di precedenti ricerche, la disintermediazione dell’informazione resa possibile dal web ha cambiato la maniera in cui gli utenti si informano, causando un incremento della confusione, delle speculazioni e voci.

La continua esposizione degli utenti a bufale, voci e pettegolezzi provocherebbe un aumento della loro credulità: l’aggregazione in gruppi omogenei che condividono un sistema di credenze fanno si che gli utenti si costruiscano un proprio quadro di riferimento (framing), spesso distorto dalla ricerca di auto-conferme, un meccanismo mentale ben noto.

Già negli anni ’90 ne L’illusione di sapere, Massimo Piattelli Palmarini fece una rassegna degli errori più comuni in cui si può cadere, inconsapevolmente, nel prendere decisioni o valutare le informazioni disponibili applicando studi di psicologia cognitiva ai processi decisionali.

 

la disinformazione sui socaìial

La diffusione della disinformazione è favorita (anche) dalle bolle di informazione a cui gli utenti attingono

Secondo il meccanismo del framing (lo si può tradurre come incorniciamento, ma anche fregatura) l’inquadramento di una informazione ricevuta in termini positivi o negativi determina nelle persone un tipo di risposta diverso.

Questo rende possibile pilotare le scelte di costoro presentando la stessa informazione in un modo piuttosto che in un altro.

Non pensiate di essere immuni a questo tipo di bias cognitivo: tutti ne siamo più meno vittime.

Ne volete un esempio simpatico? senza sbirciare in qualche cartina geografica, rispondete al volo a questa domanda: dovendo volare da Napoli verso Trieste, che direzione prendereste? Nord? Nord – est? O nord – ovest? Dopo che avrete risposto, controllate pure, e vi stupirete.

La propagazione della disinformazione, dichiarano gli studiosi, ha dimensioni tali che il world economic forum la classifica come uno dei maggiori rischi da affrontare, per l’umanità, già dal 2012. Nel 2015 il rischio, incluso nella voce “cyber attacks” è ancora maggiore.

la disinformazione sui social

La diffusione della disinformazione sui social come rischio derivato da cyberattacchi

Non si può liquidare, da snob, questo fenomeno pensando sia dovuto esclusivamente alla stupidità delle persone: sono molti i meccanismi, secondo questo studio, che concorrono ad esso. Il principale è la tendenza delle persone di scegliere e diffondere notizie prese da amici o persone di cui si fidano, perché spesso fanno parte di un gruppo (una camera dell’eco, la chiamano) che condivide lo stesso profilo di polarizzazione.

La diffusione della disinformazione verrebbe quindi favorita dalla creazione di comunità di interessi in cui la disinformazione viene amplificata e rinforzata oltre che dal sistema di valori e credenze condiviso anche dalla sfiducia (in altre fonti) e dalla paranoia. 

I fattori per cui ciò accade sono:

  • consistenza del messaggio: è una notizia compatibile con le altre informazioni in cui la persona crede?
  • coerenza del messaggio: è intrinsecamente coerente, in modo da essere verosimile?
  • credibilità della fonte: l’informazione è prelevata o inviata da una fonte ritenuta autorevole?
  • accettazione generale: altre persone credono a questa informazione?

Le notizie scientifiche verrebbero diffuse più rapidamente e per un tempo maggiore, ma senza che a questo corrisponda un aumento del interesse per la notizia stessa, mentre le voci relative a cospirazioni e complotti sarebbero assimilate più lentamente ma la loro vita (l’interesse) è più lunga, derivando in una maggiore diffusione.

Un approccio puramente algoritmico come quello di Google, Facebook o Twitter non sembra, agli studiosi, possibile nè ottimale: gli algoritmi potrebbero essere poco accurati o inefficaci e limitare la libera circolazione dei contenuti in generale.

Questa limitazione non mette rischio solo l’informazione autorevole, ma potrebbe anche essere usata dai complottisti a conferma delle loro tesi, presentandola come un tentativo (ulteriore) di disinformazione e censura ai loro danni.

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti

Di questi giorni la notizia dell’inizio di un nuovo capitolo per Motorola, l’annuncio proviene direttamente dal CES 2016, da dove Lenovo afferma di voler dare nuova forma al suo business nel mondo della tecnologia mobile e lo riconferma anche Motorola dal suo blog ufficiale:

Come azienda consociata controllata da Lenovo, Motorola continua ad essere il motore della progettazione, del design e della produzione per tutti gli smartphone e wearable del Mobile Business Group.
[…] Ma i brand devono evolversi e il nostro ha continuato ad evolversi nel tempo. Negli anni, abbiamo cambiato font e colori, e più di recente abbiamo deciso in modo strategico di concentrarci su “Moto” come nostro principale brand di prodotto.

Dunque Moto ad indicare i prodotti di fascia alta by Lenovo e non più Motorola.

Questo potrà far dimenticare 87 anni di storia mobile scritta da questa icona? Staremo a vedere, intanto ecco i “momenti chiave” in cui Motorola c’è sempre stata, compreso quel fatidico 1969 in cui la prima parola proveniente dalla Luna fu trasmessa da un ricetrasmettitore Motorola.

1. L’originale radio Motorola

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Era il 1930 e Motorola lanciò questo modello di autoradio che presto diventò un grande successo. Fu il vero inizio del brand che, nato nel 1928 e inizialmente chiamato Galvin Manufactoring Corporation, da questa popolarità nel settore “motori” ne derivò il nome con cui tutti la conosciamo: Moto – da motorcar – e ola, che sta per suono. In altre parole, Motorola significa “Suono in movimento”.

2. Handie-Talkie SCR536

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Tempo prima di affacciarsi sul mondo della telefonia mobile, Motorola si occupava già di tecnologia wireless.

Era il 1940 e la Galvin Manufactoring Corporation, poi Motorola, lanciò il primo walkie talkie: Handie-Talkie SCR536. Così, il brand e il suo neonato prodotto, giocarono un ruolo fondamentale nella svolgimento del secondo conflitto mondiale.

3. Motorola DynaTac

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Qualche decennio dopo, nel 1973, Motorola preparava il prototipo DynaTac, essenzialmente un cellulare precoce.

Nel 1984 il primo telefono cellulare in commercio, il Motorola DynaTac arrivò nei negozi. Questo dispositivo, ingombrante e in plastica, pesava ben 794 grammi.

4. Motorola MicroTAC

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Ulteriori studi e perfezionamenti nel campo della telefonia mobile, diedero alla luce nel 1989 il MicroTAC, uno dei primi esemplari del “flip phone”, il noto telefono cellulare “a conchiglia” che influenzò, negli anni successivi, l’intero concetto di phone design e spopolò per tutti gli anni Novanta diventando una vera icona che segnò l’intero decennio, chi non ricorda il famosissimo StarTAC?!

Con il MicroTAC, Motorola lanciò sul mercato un dispositivo d’avanguardia, un vero telefono cellulare degno della descrizione “mobile”: a differenza del precedente, al suo lancio il Motorola MicroTAC è stato il device più piccolo e leggero sull’intero mercato. Versioni GSM e TDMA del MicrotAC verranno poi lanciate nel 1994.

5. Timeport, world communication

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Oggi diamo per scontato il fatto che il nostro smartphone funzioni ovunque, anche in altri continenti. Nel caso in cui te ne fosti dimenticato o non ci hai mai pensato su, non è sempre stato così e negli anni Novanta, quando il cellulare iniziava sul serio ad essere “mobile”, poteva succedere, e anzi succedeva, che chi viaggiava all’estero si trovava senza nessuna funzionalità telefonica (Ehm…Sì, all’epoca il telefono si utilizzava solo per chiamare!).

Nel 1999 il Motorola Timeport L7089 risolse questo “piccolo” problema e così turisti, viaggiatori abituali o uomini d’affari potevano spostarsi e continuare ad usare lo stesso cellulare mentre attraversavano i continenti, non male vero?!

6. Moto RAZR V3

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Dopo tutti questi anni e tutti questi successi, Motorola si era guadagnata la reputazione di azienda leader nella creazione di telefoni cellulari dal design evoluto, ancor prima della rivoluzione degli smartphone del 2004.

A proposito di questo, il RAZR V3 è stato un grande successo, fu un cellulare che sotto molti aspetti prefigurava tendenze nel design degli attuali smartphone: uno spessore mai visto prima, 13,9 millimetri e un rivestimento in metallo. In un mondo in cui i cellulari in commercio erano di plastica, il lancio del RAZR V3 fu una vera rivoluzione che dava al dispositivo una certa importanza estetica, rendendolo particolarmente elegante.

Dopo quest’ultimo successo, per Motorola iniziò il declino, parallelamente all’avanzata di grandi brand quali Samsung, LG e di certo Apple.

7. Moto G

Addio Motorola, 7 motivi per cui non sarà facile dimenticarti
Senza dubbio Motorola non è stata in grado di competere fino in fondo nel mercato più attuale, ma ha comunque rilasciato nell’ultimo decennio degli ottimi smartphone Android. Dovendo scegliere, il Moto G era uno smartphone di buon livello che non aveva nulla da invidiare agli altri ed era venduto ad un prezzo molto accessibile.

Dopo aver ripercorso il passato, non resta che attendere il futuro di questo storico brand “dalle preziose intuizioni” che ha contribuito a scrivere la storia della telefonia mobile e continuerà a farlo proprio a partire da qui.

Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università – Parte II

Hai già letto la prima parte dell’articolo qui?

Le PMI devono liberarsi dal paradigma del Marketing Industriale

Quanto detto nella prima parte, ci conduce ad una affermazione molto forte e apparentemente provocatoria: le PMI devono liberarsi dal Paradigma del Marketing Industriale.

Non devono limitarsi a lanci di prodotti semplicemente migliorativi ma devono innovarerivolgersi ai consumatori innovatori, creare strategie di diffusione basate sulla trasmissione sociale dell’innovazione; non possono ricorrere alle ricerche di mercato come fanno le grandi imprese industriali.

Gli argomenti esposti fin qui riguardano la razionalità: il problema è che, almeno a mio parere, il paradigma industriale non è soltanto un paradigma razionale ma anche emotivo. Questo paradigma è infatti diventato dominante a livello culturale, si è istituzionalizzato, e tende quindi a trattenere e ad affascinare la mente e il cuore di chi si occupa di marketing, come spiegano molto bene J.N.Sheth, D.M.Gardner, D.E.Garrett  nel loro libro Marketing Theory: Evolution and Evaluation (Wiley&Sons), in cui descrivono la nascita, la diffusione e l’affermazione della corrente principale del pensiero di marketing, quella che loro definiscono Managerial School, i cui elementi costituiscono l’ossatura del paradigma del marketing industriale:

“Alla fine degli Anni 40 e all’inizio degli Anni 50, molti studiosi di economia si indirizzarono verso una nuova direzione. Avvertendo che gli studiosi di economia si stavano isolando dal mondo del business, autori come Joel Dean e William Baumol svilupparono l’area della Economia Manageriale. Il loro scopo, piuttosto semplice, era quello di trasferire teorie economiche spesso astratte prodotte da accademici, in principi pratici di business che potessero essere prontamente utilizzati dagli executives nei loro quotidiani compiti manageriali.”

La Managerial School ha generato alcuni concetti unici dei quali possiamo essere orgogliosi. Essi includono il concetto di Ciclo di Vita del Prodotto, quello di Marketing Myopia, di Marketing Mix,  e il concetto stesso di marketing. Forse il suo più importante contributo è stato quello del concetto di Segmentazione del Mercato e dei suoi corollari di Differenziazione del Prodotto e di Mercato.

La Managerial School ha avuto una fortissima influenza sulla professione di marketing. I suoi concetti centrali continuano ad essere pesantemente utilizzati dai professionisti di marketing negli uffici delle aziende e dai professori di marketing nelle aule universitarie… la Managerial School si è stabilita come una scuola di pensiero generale.”

A conferma di questa enfasi del paradigma del Marketing Industriale sulla gestione dell’esistente piuttosto che sull’innovazione c’è un passaggio di Philip Kotlker nel suo celebre Marketing Management che trovo emblematico:

“La maggior parte dei prodotti si trovano nella fase di maturità del loro ciclo di vita, e dunque la maggior parte dell’attività di marketing management concerne prodotti maturi.”

Capite adesso che non è facile sradicare dalla mente delle persone questo paradigma, convincere i marketer delle PMI che devono andare oltre questo sistema di pensiero ed individuare nuove strategie.

Le strategie di innovazione per la PMI: innovazione e retroinnovazione

Cosa devono fare quindi le PMI? Devono fare innovazione, e non semplicemente innovazione migliorativa.

Questo non significa che fare innovazione sia soltanto la creazione di invenzioni tecnologiche tutelabili da brevetto. L’innovazione tecnologica è soprattutto, in tema di PMI, il campo delle startup tecnologiche: esiste ormai un’ampia gamma di esperienze, di letteratura, di case history che mostrano quali siano i passi strategici da seguire per attuare questa strategia che sicuramente è perseguibile dalle PMI.

Sono moltissimi infatti gli esempi di aziende che hanno cambiato il mercato ed il mondo partendo da un garage: ma qui quello che serve è veramente un’invenzione, qualcosa che proviene da una idea genialmente disruptive in senso tecnologico. E le grandi idee sono rare.

Per la maggioranza delle PMI italiane dobbiamo quindi, quando non c’è una big idea tecnologicamente disruptive da mettere in campo, adottare una strategia diversa, che si basi su di un patrimonio presente nella cultura materiale italiana: il nostro peculiare modo di esserci nel mondo e di interpretare la vita.

Per capire meglio di cosa si tratta occorre osservarsi da fuori, con gli occhi di chi italiano non è: ad esempio, con quelli di un giapponese come Hajime Kobayashi, che conosce molto bene l’Italia poiché ha lavorato per molti anni a Milano in Alcantara, che nel suo L’Italia tra piacere e dovere. Lo stile manageriale italiano agli occhi di un giapponese (Franco Angeli) descrive così il modello produttivo italiano:

“Nella terza Italia (quella dei distretti) si producono prodotti vari ed originali, in funzione dei desideri dei consumatori, valorizzando quella sensibilità mediterranea e quello spirito artigiano tramandatosi nel tempo.

In questo senso il modello italiano è diverso dal modello anglosassone o da quello dei paesi dell’Europa continentale d’oltralpe. Secondo me i due modelli anglosassone ed europeo non si sono ancora liberati del pensiero della società industriale di massa che prevede produzione e vendita in serie.

I creatori italiani sono determinati e tenaci nel senso della capacità di creare un’impresa da idee originali e nel riuscire a realizzare redditi tali da potersi permettere un elevato livello di vita e un consumo di qualità da cui deriva, in un circolo virtuoso, la capacità di produrre beni ancor più raffinati.

L’aspetto culturale riveste un’importanza capitale nella comprensione degli italiani. alla base di tutto si trova il pensiero rinascimentale della civiltà mediterranea. una vita consacrata all’arte e a dimensione d’uomo sono valori riconosciuti. In questo contesto, il lavoro, facendo parte della cultura, deve essere a sua volta bello e umano. Ne consegue che i prodotti devono essere disegnati bene basandosi su criteri estetici e di funzionalità.”

Infine Kobayashi conclude così:

Io credo che il modello italiano sarà nel XXI secolo un modello di sviluppo pari al modello anglosassone.”

Personalmente credo che Kobayashi abbia ragione: abbiamo qui in Italia un approccio alla creazione dei prodotti che è sicuramente unico al mondo, capace di demassificare, deindustrializzare, elevare i prodotti in termini di qualità. Basti pensare ad esempio a Brunello Cucinelli, che con questo tipo di pensiero ha creato un grande caso di successo nel campo del cashmere.

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Le strategia di retroinnovazione

Non vorrei che il concetto di retroinnovazione rimanesse soltanto un vago richiamo autocelebrativo all’eccellenza italiana: vorrei qui definirlo in modo più tecnico, descrivendolo come una vera e propria strategia di marketing.

La retroinnovazione si basa certamente sui concetti espressi da Kobayashi, su di un certo modello culturale, ma è anche una serie di azioni concrete che devono essere chiare per essere praticate.

Allora, in primo luogo definirei la strategia di retroinnovazione utilizzando la Curva del Ciclo di Vita del Prodotto: cosa c’è alla fine di questa Curva?

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Ci sono i prodotti nella fase di Declino. Verrebbe di immaginarsi una sorta di cimitero degli elefanti dei prodotti usciti dal paniere ISTAT: le camiciole di lana, le caffettiere alla napoletana (a casa dei miei ce n’era una, soppiantata dalla più moderna moka), le lucidatrici, la cera per i pavimenti e le pattine.

In realtà, in fondo a quella Curva, c’è un tesoro, il patrimonio a cui dobbiamo attingere. Questo patrimonio lo definisco Configurazioni Pre-Industriali di Prodotto.

Cosa intendo con questa espressione? Se ci pensiamo bene, ad esempio, il sapone che utilizziamo oggi per lavarci viene ancora chiamato sapone, ma in realtà è qualcosa di molto diverso dal sapone pre-industriale.

Un tempo il sapone era realizzato con grassi animali; poi si passò a quelli vegetali, e infine si è arrivati all’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi. Oppure prendiamo il pane: quello che noi oggi chiamiamo pane e ingeriamo in quanto pane ha molto poco a che vedere con il pane del passato.

Quello che è successo infatti, è che praticamente tutte le categorie merceologiche esistenti prima dell’avvento della Rivoluzione Industriale sono state profondamente modificate nei loro processi di produzione e nelle loro materie prime. E molto spesso il risultato è stato un peggioramento qualitativo: per assecondare i bisogni del produttore, sono stati inseriti nei prodotti conservanti, coloranti, additivi; le produzioni sono state meccanizzate; le aree di produzione sono state delocalizzate. Ma non basta: i prodotti sono stati standardizzati, si è arrivati ad una omologazione dei consumi mai avvenuta prima nella storia umana.

Insomma, qualcosa si è perso: sull’altare della riproducibilità tecnica abbiamo ottenuto riduzione di prezzo e affidabilità costante del risultato, ma abbiamo sacrificato, spesso anche se non sempre, qualità, originalità, variabilità, identità di ciò che oggi produciamo e consumiamo.

Per quanto mi riguarda, la prima volta che ho sentito parlare di retroinnovazione è stata alla fine degli Anni Novanta: sul settimanale femminile “Amica” un articolo parlava del Pain Poilâne, il forno del XIV arrondissement di Parigi nel quale era stato reintrodotto il lievito madre, i forni a legna, le farine macinate a pietra: il successo era enorme, si formavano le file fuori dal negozio, e si diceva che la televisione sovietica, si era ancora nella fase precedente alla caduta del Muro di Berlino, mostrasse queste file per motivi propagandistici, a sottolineare il declino dell’Occidente decadente.

Potremmo continuare, ma credo che abbiate già capito: si tratta di ripensare i processi produttivi dei prodotti che già esistono per riportarli alla loro configurazione originaria.

Questa strategia di retroinnovazione di prodotto può anche essere vista come una strategia di Trading-up, ovvero la modalità di riposizionamento verso l’alto, o neo-lusso come lo definiscono i due autori, descritta appunto da Silverstein e Fiske in Trading up. la rivoluzione del lusso accessibile (ETAS):

Qualunque categoria in cui i prodotti si assomiglino tra loro e non riescano in nessun caso ad assicurare una scala di benefici che spicchi su tutte le altre rappresenta un’opportunità per l’ingresso di un player del neo-lusso”.

Sono tante le categorie di prodotti che rispondono a questa descrizione, ad esempio il settore della birra è già stato interessato da questa strategia di de-industrializzazione, grazie al fenomeno delle birre artigianali.

Retroinnovazione nelle PMI italiane: i due livelli, culturale e direttamente materiale

Sintetizzando, direi quindi che esistono due livelli di retroinnovazione realizzabili strategicamente dalle aziende italiane: il primo livello è quello culturale, consistente nel modo di affrontare il processo produttivo e la configurazione del prodotto improntato alla ricerca della qualità che è propria del modello italiano come descritto da Kobayashi. Si tratta di un modo di operare che può, e direi deve, essere adottato in qualunque settore, anche nel settore BTB, anche ad esempio nella meccanica fine, dove le aziende italiane sono già così forti a livello mondiale. Qui siamo di fronte ad un surplus di cura, attenzione, microinnovazione che permea tutto il processo produttivo e che conduce ad una qualità superiore. Strategia di nicchia, forse, ma anche un posizionamento conquistabile e difendibile sui mercati globalizzati.

Il secondo livello, quello della vera e propria retroinnovazione materiale, è quello descritto in precedenza: sul substrato della retroinnovazione culturale produttiva si innesta il progetto di recupero di una configurazione di prodotto pre-industriale, che consiste nel recupero di logiche produttive artigianali, attualizzate nel contesto produttivo e di consumo contemporaneo.

Il ruolo dell’Innovazione Digitale nelle strategie di retroinnovazione

Nel campo delle strategie di retroinnovazione, il contributo della nuova cultura digitale può essere visto in duplice senso: da una parte, la nuova cultura digitale è portatrice di una nuova cultura di marketing, che si è sviluppata in gran parte fuori dal paradigma del marketing industriale. Chi opera nella cultura digitale è certamente più libero mentalmente e culturalmente da questo paradigma e il suo contributo può essere altrettanto liberatorio all’interno dei progetti in cui è chiamato ad operare.

Dall’altra parte, il contributo delle nuove competenze digitali è fondamentale per le strategie di diffusione, oltre che di commercializzazione, dei prodotti retroinnovativi: siamo di fronte a processi di diffusione sociale dell’innovazione e quindi il ruolo della Rete è determinante. Il paradigma digitale, nel corso di questi ultimi anni, ha molto approfondito il tema del word-of-mouth e del buzz marketing per arrivare poi al social media marketing.

Siamo quindi di fronte al paradosso per il quale, per lanciare prodotti legati al nostro passato e alla nostra tradizione possiamo e dobbiamo ricorrere alle frontiere più avanzate e innovative del marketing.

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Il nuovo Branding Digitale

La nuova cultura di marketing digitale ha avuto e sta avendo un impatto molto forte nell’innovazione del branding, per due ragioni principali.

La prima consiste nel fatto che nell’ambito del marketing digitale il consumatore non è soltanto un target da convincere all’acquisto di un prodotto, perché diventa invece l’attore principale del processo sociale di diffusione dell’innovazione.
Questo significa che il consumatore deve essere coinvolto dal brand fino a farlo diventare un alleato volontario per la sua crescita e la sua diffusione: vedi ad esempio tutto il fenomeno della viralità in Rete, per ottenere la quale sono stati creati nuovi strumenti e nuovi approcci di marketing. Oltre la viralità, c’è anche tutta la potenzialità offerta dalla creazione e gestione delle community: il marketing digitale ha portato molto più in là le frontiere del marketing tribale e più in generale della partecipazione del pubblico alla vita e alla crescita dei brand.

La seconda ragione, personalmente, la vedo nella maggiore raffinatezza richiesta dalla comunicazione digitale, in particolare dalla sua strutturazione su più target.

Più precisamente, le campagne digitali, a differenza delle campagne sui media classici che sono rivolte generalmente ad un solo target principale, possono essere invece rivolte a più segmenti di mercato contemporaneamente, vista la possibilità che la Rete offre di indirizzare in maniera puntuale ed esclusiva i messaggi. In pratica, si è chiamati a strutturare campagne di lead generation che portino i consumatori dalla condizione di Unaware a quella di Most Aware: questo significa la possibilità di strutturare campagne che siano non soltanto multisoggetto ma anche multisegmento in base al diverso stato del prospect.

Qui entrano in campo gli strumenti dello storytelling, ed in particolare The Customer Journey, il viaggio del cliente, che si basa sulla struttura narrativa archetipica del Viaggio dell’Eroe.

Entriamo adesso in un campo davvero nuovo della comunicazione: l’esplorazione degli archetipi dell’inconscio collettivo, che possono diventare non soltanto uno strumento di comunicazione ma di guida nella strategia di marketing e di branding nel loro complesso.

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Dall’archetipo industriale a quello post-industriale: le PMI come frontiera del marketing e branding più avanzati

Siamo quasi arrivati al termine di questa cavalcata che ci ha portato dall’analisi di fattori tecnici di marketing conosciuti a nuovi elementi di marketing molto meno conosciuti.

Per noi di Create! Group infatti, l’approccio archetipale è quello che crediamo possa meglio essere utilizzato per capire olisticamente, nel suo insieme, il grande cambiamento del marketing, il salto di paradigma cui siamo tutti chiamati, soprattutto se dobbiamo svolgere azioni di marketing per le PMI.

Tutto quello che abbiamo descritto in precedenza parlando del paradigma del Marketing Industriale è in definitiva la definizione di un archetipo: una grande struttura composta da una parte razionale emergente, cioè le strategie definite in termini di variabili di marketing, e da una parte inconscia, le immagini che ci affascinano e soprattutto i desideri collegati a questo grande archetipo produttivo, di consumo ed esistenziale.

L’archetipo industriale si nutre del desiderio di crescita infinita, di opulenza senza fine, di perfezione standardizzata, di modelli cui aspirare e ai quali conformarsi, di benessere materiale. Si tratta di un archetipo che esprime un desiderio di grandezza: è titanico, ci parla del nostro desiderio di superare limiti, anche i limiti stessi della condizione umana. Si nutre delle risorse ambientali in modo infinito perché non si preoccupa di ciò che lo circonda. La metafora profonda che può descriverlo è la mitica cornucopia: il problema è che la cornucopia stessa cresce per produrre sempre di più e per crescere si nutre di tutto ciò che le sta intorno.

Se andiamo veramente ad analizzare questo archetipo titanico in profondità scopriamo che la sua radice è il desiderio. Il desiderio è archetipicamente Eros, la forza, il dio che esiste prima della nascita dell’universo: tutto nasce dal desiderio. Tutto ciò che esiste, da questo post al device su cui lo stai leggendo, è nato perché qualcuno lo ha desiderato.

E nell’archetipo industriale quello che è successo è stata la liberazione del desiderio: dopo millenni in cui il desiderio era stato regolamentato, in effetti ben due dei Dieci Comandamenti riguardano direttamente il desiderio, questa forza è stata infine liberata. Desidera e compra è stato il nuovo metamessaggio dell’archetipo industriale.

Adesso stiamo invece entrando in un nuovo paradigma ed un nuovo archetipo sta emergendo: si basa sul concetto di limite, di equilibrio, di rispetto, di contenimento, di armonia, di orientamento ai bisogni umani più profondi e non semplicemente materialistici. Il desiderio viene indirizzato non più direttamente ed esclusivamente alla crescita quantitativa ma anche a quella qualitativa. Il desiderio prende sempre maggiore consapevolezza della necessità di essere indirizzato più che alla crescita delle aziende, dei volumi e delle produzioni, al miglioramento della condizione umana e alla soddisfazione dei bisogni umani.

Stiamo passando quindi dall’archetipo dominato dalla macchina-azienda all’archetipo rivolto ai bisogni umani.

Detto tutto questo, capite bene perché abbiamo tanta fiducia nelle PMI: perché sono entità non titaniche, che conservano al loro interno dinamiche più vicine alla dimensione umana e che per questa ragione possono davvero diventare in migliori interpreti di questa nuova epoca post-industriale, di questo nuovo paradigma orientato maggiormente ai bisogni umani.

Come Create!Group abbiamo molto lavorato per cercare di capire quali fossero i bisogni umani, fino a crearne una mappa: noi crediamo che questa mappa sia anche il progetto di ogni brand che voglia davvero indirizzare la propria azione al soddisfacimento di bisogni umani.

Il brand non è soltanto un’immagine o una percezione. Il brand è veramente paragonabile a una città. Infatti, come le città, nasce per soddisfare bisogni umani: richiede denaro per essere costruito e genera flussi di denaro, è fatto per ospitare persone, è una comunità. E come ogni città vuole durare nel tempo.

Ma come certe città, un brand può nascere e crescere giorno dopo giorno disordinatamente, senza un piano preciso, creando agglomerati nei quali le persone vivono male, dove i loro bisogni non sono soddisfatti, baraccopoli e periferie esistenziali dalle quali le persone desiderano andarsene, prima o poi. Oppure un brand può essere progettato avendo gli occhi su di una mappa precisa; essere fondato guardando non soltanto al presente ma anche al futuro; fatto crescere tenendo conto dei bisogni delle persone.

Ma per fare questo occorre conoscere bene e a fondo i bisogni umani.

Occorre sapere fin dal principio quali saranno i suoi quartieri, le aree dove i bisogni umani profondi saranno soddisfatti dal brand, e solo poi gettarne le fondamenta e cominciare a costruire, ordinatamente, pietra su pietra, anno dopo anno. Solo in questo modo non si sprecano energie e si fanno meno errori, si crea qualcosa che resiste al tempo e destinato a durare, si creano brand che soddisfano veramente i bisogni umani e aggiungono gioia di vivere e migliorano il mondo di oggi e di domani.

Anche una PMI può creare un brand che sia veramente una città che soddisfa i bisogni umani: una piccola città, ma nella quale è bello vivere e dove molti vorranno andare a vivere.

Perché Create! Group partecipa a Digital for Italy

Come a questo punto risulterà evidente, crediamo moltissimo nelle potenzialità delle PMI italiane. E non soltanto per i mille motivi che normalmente si riconoscono ad esse: il patrimonio di saper fare, di artigianalità, di qualità, di creatività.

Noi crediamo che le PMI italiane siano l’avanguardia dell’emersione di un nuovo paradigma produttivo, di consumo ed esistenziale. Crediamo che proprio in queste aziende ci sia terreno fertile per la nuova cultura digitale e per il nuovo paradigma di marketing. Le PMI italiane sono il nuovo archetipo del futuro, l’ambito migliore in cui innestare gli strumenti e le tecniche più avanzate del marketing.

Come sempre, ciò che è più vero e reale si presenta sotto forma di paradosso: e per noi questo è un paradosso che ci entusiasma e ci stimola moltissimo.