Innovazione del food? La tecnologia non è tutto

Il cibo, glorioso pasto desiderato alla fine di una lunga giornata di lavoro, antico momento di riunione, socialità e comunione di beni, è appartenuto all’uomo quasi con gli stessi principi da quando esiste la stessa civiltà. Eppure, fermi i principi, sono radicalmente cambiati i contenuti. La globalizzazione, la tecnologia e l’innovazione del food hanno cambiato le nostre abitudini e continueranno a farlo. Che avrebbero detto negli anni ‘40 se qualcuno avesse predetto un futuro con spaghettini cinesi sottovuoto da idratare con acqua bollita?

A che punto della rivoluzione siamo nel settore food?

L'innovazione del food, quando la tecnologia non è tutto

È evidente che il settore alimentare, per quanto alla moda e chiacchierato negli ultimi anni, non può essere paragonato ad altri settori storicamente più statici, come quello della mobilità o dell’ospitalità. Per queste aree di mercato, l’arrivo della sharing economy e delle startup innovative ha avuto lo stesso effetto dell’impatto di un meteorite caduto nell’isolato accanto. Il mondo dei tassisti, ad esempio, funzionava quasi allo stesso modo addirittura dal dopoguerra, al netto di un parco auto aggiornato.

Il settore alimentare subisce invece già da tempo sconvolgimenti di grande portata. Basti pensare all’avvento della grande distribuzione, al packaging, alla catena del freddo e dei surgelati, alla globalizzazione degli ingredienti, alla tracciabilità degli alimenti. Quindi, più che di un singolo stravolgimento, si potrebbe parlare di una pioggia di piccole novità, che nel complesso hanno lentamente modificato un intero settore, dalla produzione al delivery.

Cosa innovare? Prodotti e servizi

L'innovazione del food, quando la tecnologia non è tutto

Ogni settore economico ha un proprio nocciolo: tipicamente un prodotto fisico, oppure un servizio. I settori che hanno al proprio cuore un servizio, come trasporti ed ospitalità, appunto, sono i più vulnerabili ed esposti alle innovazioni tecnologiche, anche in presenza di prodotti sottostanti essenzialmente identici. È il caso di Uber, in cui è il servizio di organizzazione degli autisti a distruggere il mercato tradizionale dei taxi, a fronte di un prodotto sottostante migliorato, ma essenzialmente identico: il trasporto su auto.

Il settore del food, che ha invece al centro un prodotto fisico, pur essendo da tempo in movimento, non è stato ancora colpito da innovazioni tecnologiche dirompenti, ma piuttosto una serie continua di significative innovazioni di prodotto. Non sorprende quindi che le innovazioni di servizio che ci sono state, come i servizi di consegna, le prenotazioni online, i tripadvisor ed altri non abbiano causato alcuna levata di scudi, perché essenzialmente non toccano il nocciolo. Il cibo consegnato a domicilio esce sempre dallo stesso identico ristorante, che riceve le prenotazioni online e magari viene massacrato dalle recensioni degli utenti.

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Non sorprende quindi che una delle poche innovazioni del food in grado di creare un terremoto è quella che sfida il vero grande servizio del settore: la ristorazione. Stiamo parlando del social eating e dell’home restaurant, due volti (amatoriale e professionale) che portano la ristorazione nelle case della persone, fuori dagli schemi legislativi e delle autorizzazioni alla somministrazione. Dalla prevedibile levata di scudi dei ristoratori, proprio in questi giorni è in discussione a Montecitorio una proposta di legge che punta a regolamentare il settore

Gnammo, tra le startup più in vista del settore, ha proposto delle soglie (identiche a quelle delle collaborazioni occasionali) per considerare tali attività come non professionali, e quindi libere da regolamentazioni.

Nuovi trend di innovazione del food

L'innovazione del food, quando la tecnologia non è tutto

Se c’è un modo con cui la tecnologia può avere un impatto sul food, è forse attraverso i consumatori. È infatti sempre più facile informarsi sugli ingredienti e provenienze di ciò che mangiamo, fare delle scelte, oppure mettere pressione alle grandi multinazionali affinché operino dei cambiamenti.

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Un caso molto attuale è quello legato all’uso dell’olio di palma e alle campagne digitali che mostrano le conseguenze distruttive di questa coltivazione sull’ambiente, forzando colossi del settore a cambiare materia prima o fornitori.

Ma anche Big Data contribuiscono al cambiamento e stanno portando ad identificare, ad esempio, insospettabili “nemici” della salute come lo zucchero, portando sempre più consumatori a trovare delle alternative di consumo.

Il futuro del food, insomma, è ancora da scoprire, ma certamente le più grandi novità attese riguardano ancora la tracciabilità dei prodotti, dalla produzione allo scaffale.

Content Marketing: anche tu commetti questi errori?

Il Content Marketing non è da tutti e non porta risultati immediati. Tuttavia vale la pena di imbarcarsi in un’avventura del genere, non solo perché i contenuti sono il presente e il futuro del marketing online, ma anche perché, se tieni duro e fai le cose per bene, puoi ottenere degli ottimi risultati e accrescere la tua audience.

I contenuti sono le fondamenta sopra cui costruire la tua credibilità e fiducia. Ecco perché vale la pena dedicare tempo e fatica alla redazione di testi di qualità ed alla loro pubblicazione, a patto di non lasciare niente al caso e di pianificare ogni dettaglio.

Sei pronto? Allora vediamo quali sono gli errori più comuni in una strategia di Content Marketing per girarci alla larga.

1. Non pianificare la tua strategia di Content Marketing nel dettaglio

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Qualsiasi strategia di Marketing parte da uno studio e da un piano minuzioso. Non si tratta solo di decidere in linea generale che cosa vuoi comunicare, ma di progettare ogni mossa fin da subito. In particolare, un piano di content marketing prevede che tu risponda a queste domande:

  • Qual è il tuo target? Chi è il tuo lettore o cliente tipo? A chi ti rivolgi? Quali sono i suoi interessi? Quali brand segue? Quali contenuti legge?
  • Chi sono i tuoi competitor e in cosa ti distingui da loro?
  • Quali sono le tematiche di cui vuoi trattare? Quali le parole chiave che ti interessano?
  • Quali canali vuoi utilizzare per pubblicare i tuoi contenuti? (Newsletter, blog, Social Media…)
  • Con che frequenza vuoi pubblicare?

2. Focalizzarsi sulla quantità piuttosto che sulla qualità

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In un mondo che va sempre di fretta, siamo portati a credere che la quantità sia preferita alla qualità. Falso. Scrivere un post sul blog con cura, dicendo cose interessanti che arricchiscono chi le legge è un modo per guadagnarti la fiducia del pubblico. Se le tue Newsletter o i tuoi articoli sono banali e scontati, nessuno tornerà una seconda volta sulle tue pagine.

3. Dimenticarti della Call-to-Action

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Molti pensano che i contenuti di per sé siano sufficienti per vendere, ma non è così. Una content strategy efficace ti porta traffico mirato, ma non puoi pretendere che il lettore rimanga talmente folgorato da quello che pubblichi da sentire l’irrefrenabile esigenza di acquistare il tuo prodotto. Devi incoraggiarlo a passare alla fase successiva e questo include anche una chiara Call-to-Action. Inizia ad invoglaire i tuoi lettori a passare all’azione. Non per forza un acquisto, può essere l’iscrizione alla mailing list, piuttosto che la visita ad un’altra risorsa del sito.

4. Non pubblicare i tuoi contenuti

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I contenuti sono pronti e ora? Su internet scrivere bene e produrre contenuti interessanti è importante quanto sapere dove e come pubblicarli. Ecco perché insieme al piano di Content Marketing devi già dettagliare un calendario di pubblicazione. Nel calendario inserisci:

  • Data di pubblicazione e frequenza
  • Orario, in base alle ore di punta sul tuo sito e sui tuoi canali
  • Canale su cui pubblicare

5. Non misurare i tuoi sforzi

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Fai tanto lavoro e poi, non ti viene voglia di sapere che risultati hai ottenuto? Uno degli errori più comuni di chi si approccia al Content Marketing per la prima volta è pensare che scrittura, immagini e video non possano essere analizzate. Un buon Content Strategist sa, invece, che si tratta solo di trovare i misuratori più adatti.

E infine, il consiglio in più: non arrenderti mai e segui il super corso in Content Marketing della Ninja Academy. Ti aspettiamo!

Iowa: volantini battono i social media al primo round delle primarie USA

L’importanza del voto in Iowa ha più una valenza simbolica che un’importanza numerica: i delegati in palio sono pochi ma il primo round di primarie è da sempre il più atteso ed è qui che i candidati investono le loro prime risorse. È anche qui che gli sfidanti, da ambo le parti, creano il loro primo “momentum”, nel quale tutto il focus mediatico è concentrato su chi ha vinto e su chi ha perso.

L’Iowa premia tradizionalmente il candidato più conservatore: qui nel 2008 per il GOP la spuntava Mike Huckabee e nel 2012 Rick Santorum. Sappiamo tutti come andò poi a finire. Dunque quanto è importante la vittoria di Cruz e la rimonta di Rubio? Molto, nonostante tutto. Un po’ per il metodo un po’ per gli avversari. Partiamo dal metodo.

A scuola di comunicazione politica da Ted

Ted Cruz non è nuovo alla politica: collaboratore di George W. Bush fin dai primi anni 2000 si è conquistato “dal basso” la carica di senatore solo nel 2012, trascinato da una campagna grassroots tutta cuore. Qui sotto la foto che abbiamo scattato al Freedom PAC di Dallas, nel luglio del 2012.

Ted Cruz

Il ground game di Cruz in questo esordio delle primarie è stato impeccabile: piccoli comizi, visite nelle comunità, incontri con i pastori, porta a porta. L’approccio della comunicazione politica tradizionale contro i metodi “non convenzionali” di Donald Trump che del chiasso mediatico e del buzz sui social media ha fatto un vero cavallo di battaglia. La strategia “old school” del senatore texano – da sempre mal digerito dall’establishment di Washington – ha avuto successo nel primo stato davvero conservatore.

Ne è convinto anche Cristiano Bosco, giornalista (Linkiesta, Il Giornale) ed esperto di politica americana: “Dal punto di vista della comunicazione, Ted Cruz è colui che meglio ha investito sull’Iowa, con una presenza costante e capillare: il suo profilo, molto improntato sui temi etici e sui valori religiosi, ha rappresentato l’appeal giusto per gli elettori evangelici dello Stato – sicuramente molto più di Trump, newyorkese con tre matrimoni alle spalle”.

Cappellini rossi e tweet

The Donald, che mal digerisce la seconda posizione, ha pagato la sua campagna “non tradizionale” in un campo troppo tradizionale. Commenta Cristiano: Trump ha investito più in cappellini rossi (true story!) che in spese strategiche, di analisi o di staff sul territorio. Tramontato Jeb, le gerarchie del GOP trovano tuttavia un ultimo appiglio dell’ottima performance di Rubio: il suo “New American Century” lo proietta in un immaginario di ottimismo giovanilistico ideale per un possibile duello finale con i vecchietti Clinton e Sanders.

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E in casa dem? “È impossibile non notare la deludente performance di Hillary Clinton. Da otto anni è la candidata inevitabile, e a dispetto di investimenti, una macchina elettorale senza pari, endorsement ovunque e la discesa in campo del marito, non riesce a sfondare – e questa volta l’avversario non era il giovane emergente di belle speranze Barack Obama, ma un anziano senatore socialista. È evidente che, agli americani, e agli stessi democratici, Hillary stia simpatica quanto lo era Mitt Romney”.

I nipotini di Bernie

Dall’altra parte della barricata, il vecchio Bernie, con il suo slogan tutto emozioni (“Feel the bern”) infiamma i giovani, riuscendo nell’impresa di “presentarsi come nuovo e anti-sistema, pur essendo da una vita a Washington”Un incredibile 84% di under 30 hanno supportato il 74enne senatore del Vermont. Barack Obama, a confronto, conquistò solo il 57% dei cuori più giovani. E Hillary? Il 69% dei suoi elettori nel caucus dell’Iowa sono over 65, mossi più dalla Clinton-nostalgia che da qualche post su Facebook.

Insomma, in questo primo round si può proprio dire che “Volantini battono social media”: vediamo cosa succederà al secondo!

Barbara d’Urso, Family Day e tutti gli altri epic win/fail social della settimana

Eccoci anche questa settimana per un resoconto dei peggiori scivoloni e migliori virtuosismi del mondo social. Molti dei temi trattati dai brand sono arrivati direttamente dalle prime pagine dei giornali: qualcuno ha saputo sapientemente fare il verso allo strafalcione delle statue coperte, altri hanno parlato del Family Day.

Ma andiamo in ordine e cominciamo con qualche

WIN

Questa settimana il primo premio va indubbiamente ai The Jackal, che per festeggiare un milione di fan su Facebook hanno mostrato con un divertentissimo video com’è stato essere ospiti di Barbara d’UrsoPomeriggio Cinque. Sicuramente è di dovere una menzione d’onore anche alla presentatrice, che con tanta autoironia si è prestata a fare la parte di se stessa.

Per festeggiare il milione di fan su Facebook siamo stati ospitati dalla regina di Canale 5! Però qualcosa è andato storto…

Pubblicato da the JackaL su Venerdì 29 gennaio 2016

Passando ad un argomento di attualità, parliamo di Family Day. Sono tanti i brand che hanno detto la loro sostenendo la causa dei diritti delle coppie omosessuali, ma forse è stata IKEA a sapersi distinguere andando oltre il semplice post. Stiamo parlando dell’evento organizzato in tutti i punti vendita proprio in concomitanza con la manifestazione al Circo Massimo. L’invito, rivolto alle coppie di ogni genere, era a recarsi in uno degli store semplicemente per un bacio. Non ci stupiamo però: già da tempo IKEA si dimostra aperta ad ogni tipo di famiglia dicendo la sua ogni volta che il tema torna a galla.

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Ancora una volta ci tocca parlare di Ceres: come sempre team social dedicato al brand si è dimostrato affilato come un coltello Miracle Blade III (la serie perfetta) e ha saputo far rimbalzare la palla delle statue coperte dalla propria parte del campo.

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FAIL

Questa settimana il primo fail ce l’ha offerto Coca Cola, che ha offerto la possibilità di creare GIF personalizzate da condividere sui social senza prevedere le potenziali conseguenze. La community di Tumblr, infatti, non si è fatta scappare l’occasione di utilizzare l’utility per scrivere qualche messaggio particolare sulle animazioni. Qualcuna è simpatica e inoffensiva, qualcun’altra associa direttamente il prodotto a concetti poco rinfrescanti.

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E per concludere entriamo in un territorio delicato, soprattutto in Italia: quello del calcio. Sappiamo bene che per qualcuno (i non interisti) questo potrà essere considerato un win su tutti i fronti, ma dal punto di vista di marketing puro, a nostro parere si tratta di un fail. Parliamo del post pubblicato da Barilla nei confronti dell’Inter.

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Un post di questo tipo è pensato per far divertire gli appassionati di calcio, ma in realtà solletica solo l’umore dei tifosi della squadra non interessata. Gli interisti però non possono risultare che infastiditi, e questo non è ottimale considerato che anche loro sono potenziali clienti del brand. E chi dice che certe cose non vanno prese così sul serio, e che si sta facendo ironia, dovrebbe ricordarsi che in Italia non si può scherzare su due cose: la mamma e la squadra del cuore.

“Sii come Bill”: odi et amo

Più di 625.000 sono i like che la  pagina Facebook “Sii come Bill” ha raggiunto in poco più di mese dall’apertura. Infatti, dal 22 dicembre 2015 a oggi, la pagina di Andrea Nuzzo, diciannovenne al primo anno di università, è diventata famosissima: Bill è un autentico fenomeno virale.
Il segreto? La semplicità e l’ironia con cui Bill racconta le cose come stanno, le buone maniere che chiunque dovrebbe adottare.
Non solo netiquette, ma anche etiquette.

Bill è un esempio di saggezza in cui molti si rispecchiano, e da cui molti altri dovrebbero imparare.

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Il dibattito sulla paternità di Bill è ancora aperto: sembrerebbe che il primo disegno risalga a sei anni fa, ad opera di Eugeniu Croitoru, 23 anni.

Peccato che abbia pensato di aprire la pagina “Be Like Bill” solo una settimana dopo quella di Andrea.

Ma è davvero così importante scoprire come sia nato il fenomeno “Sii come Bill”?

In un’epoca in cui la viralità sempre più spesso nasce dalla collaborazione e dalla somma delle idee degli utenti, è la co-creazione stessa che genera fenomeni di valore, perché condivisibili.

Questo Andrea Nuzzo lo sa bene, per questo ha creato un gruppo “aspiranti Bill”, in cui i membri possono proporre il proprio Bill, o il comportamento che Bill avrebbe in una determinata situazione, e, su grandissima richiesta degli utenti, ha aperto il sito di merchandising: http://siicomebill.eu/.

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E ha reso Bill una star anche su instagram: https://www.instagram.com/siicomebill/.
Il protagonista della pagina “Sii come Bill”, però, non è esclusivamente Bill: c’è spazio anche per la versione donna, Billa, e per la versione cattiva Llib, che, come il nome, è il contrario di Bill.

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Tantissimi amano Bill e molti vogliono essere come lui…
Per questo sono nate delle applicazioni web che permettono all’utente, collegandosi con il proprio account Facebook o inserendo semplicemente il proprio nome, di diventare protagonista del meme, nel mio caso: Sii come Martina. 

Ecco due esempi:

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Il risultato non è perfetto, però, insomma, essere come Martina sembra una bella cosa…

Ma Bill non si esaurisce qui: il format è così efficace e facilmente replicabile che sono nate molte, moltissime, troppe pagine che raccontano una versione personalizzata di Bill.

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Eppure non ci sono soltanto Bill di origini diverse, ma anche alter ego malvagi.

  • Si come Bill il Malvagio” è la pagina facebook che racconta i comportamenti scorretti e le azioni inopportune, che il vero Bill non compierebbe mai.

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  • Un altro super cattivo non si chiama Bill ed davvero è malvagio: sto parlando di Gianni di “Sii come Gianni il malvagio”.
    Sì, Gianni Morandi ed è veramente il più cattivo di tutti.

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Ma diciamoci la verità: tra Bill perfettini e buonisti, imitazioni ironiche, passando per parodie e versioni “anti Bill” cattive e malvagie, forse su Facebook corriamo il rischio di fare indigestione di omini stilizzati.

L’illustratrice Bea Gozzo con la sua parodia meta-testuale si chiede perché la sua bacheca sia così affollata da questo meme.

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Ricalca il format, ma rimane la sua personalità.
Perché invece di voler essere come qualcun’altro, non si inizia a voler essere se stessi?

  • E infine Cerozz, il  figlio Napoletano della Bill Generation, che rinnega, addirittura, suo “padre”.

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E anche Uma Thurman vuole uccidere Bill, Bill non ha paura.

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In un mondo di Bill, falsi Bill, nuovi Bill, Bill malvagi e chi più ne ha, più ne metta noi vogliamo solo dirvi una cosa.

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E tu cosa ne pensi del format “Si come Bill”?

Omnichannel marketing: raggiungi i tuoi clienti ovunque

Quante aziende struttate pensano e ripensano alla vendita online per paura di cannibalizzare e indebolire la rete commerciale esistente? E quanti nuovi business eCommerce, al contrario, non ritengono importante espandere la distribuzione sul canale offline?

Omnichannel marketing: che cos’è

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Certo questi dubbi sono più che legittimi. Ma la nuova frontiera della gestione dei canali di vendità, l’omnichannel marketing, è qui per risolvere questi problemi.

Circondato da un grande dibattito accademico e spinto dal successo delle prime applicazioni pratiche, l’omnichannel marketing non è altro che la gestione dei canali, di comunicazione e di vendita in modo che non solo non si cannibalizzino l’un l’altro, ma, anzi, che lavorino insieme e si integrino affinchè ciascuno sia più efficace.

Il tutto per garantire un’esperienza fluida e continua al cliente indipendentemente dai canali di interazione.

Come? Ad esempio integrando le strategie di CRM e utilizzando le informazioni sui nostri clienti raccolte online per personalizzarne le esperienze nei canali fisici.

Non sareste felici se il commesso di un negozio vi chiamasse per nome e conoscesse le vostre preferenze per consigliarvi al meglio?

Cosa ne pensano le aziende

In un’infografica, Neustar ha raccolto i risultati di un’indagine sui benefici e sulle caratteristiche dell’omnichannel marketing.

I risultati mostrano un’ottima propensione a questa tecnica innovativa: il 35% delle aziende dichiara di farne già uso, mentre il 27% esprime invece la volontà di integrarlo nella propria strategia.

Più del 70% pensa invece che sia un fattore strategico critico e cruciale, con l’aspettativa di aumentare i propri ricavi proprio grazie alla gestione integrata dei canali.

L’aspetto chiave risulta proprio la personalizzazione dell’esperienza, grazie alla raccolta di dati rilevanti, tra cui l’indirizzo email, il numero di telefono e le informazioni derivanti dai cookies.

A livello di touchpoint, naturalmente, le aziende riconoscono l’importanza di una comunicazione via web e strumenti digitali, proprio per la maggiore possibilità di acquisire informazioni rilevanti che questi offrono.

Hai già pensato a come poter sfruttare più canali per aumentare le tue performance? Eccoti l’infografica con tutti i dati per iniziare ad analizzare la tua situazione ed elaborare la tua strategia!

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Una giornata da digital addicted: le app e i device più utilizzati nel tran tran quotidiano

La giornata tipo di un digital addicted è fatta di app, device e tanto altro! Mettendo insieme la mia esperienza e quella di amici e colleghi provo a raccontarti come vive chi è sempre connesso e trascorre in maniera hi-tech la propria quotidianità!

La mattina

Con una sveglia posticipata ogni 5′ almeno per mezz’ora (sia santificato l’inventore della funzione ‘Posponi/Ritarda’), il digital addicted apre gli occhi tendenzialmente verso le 7.30 e a dargli il buongiorno è proprio colui che ha reso il risveglio più dolce: il suo fedelissimo smartphone!

Ancora a letto, capisce che la via per il risveglio effettivo è ancora molto lontana: attiva così i primi neuroni pensando al caffè che prepara con un touch, avendo appena acquistato Smarter – la macchina del caffè presentata al CES 2015 si avvia tramite app iOS o Android. La colazione, abbastanza veloce, e l’espletamento delle funzioni ‘vitali’ avvengono con gli occhi fissi sul tablet connesso a Facebook, Twitter e, per avere tutte le notizie più virali del web, immancabile una rapida occhiata su BuzzFeed (e su NinjaMarketing 😉 ). I più pigri scelgono FlipBoard, l’app installata di default sui dispositivi Samsung che mette insieme tutte le notizie più interessanti presenti sui propri account social e sui principali siti di informazione.

Prima di uscire di casa per andare al lavoro, il digital addicted dà un’occhiata a Moovit: quanto dovrà aspettare l’autobus alla fermata? Almeno oggi potrà risparmiarsi l’occhiataccia del capo perchè in ritardo? Forse sì, l’applicazione riesce a dare informazioni in tempo reale sulla rete di trasporto locale e il suo bus passerà tra 10′!

Al lavoro

Appena seduto alla scrivania, per trovare la giusta concentrazione, il digital addicted si munisce di Beat, le cuffie super trendy che garantiscono una notevole qualità del suono, e avvia Spotify, il più grande jukbox di musica digitale in streaming. Con l’integrazione a Shazam, la scelta della playlist è ancora più semplice.

Davanti al pc il tempo vola, e a un certo punto inizia a sentire un leggero languorino: è ora di pranzo! Cosa mettere sotto i denti? Con 2500 ristoranti e la possibilità di scegliere tra tanti menù come pizza, cinese o sushi, è Just Eat l’app che consulta per la consegna rapida a domicilio del pranzo. Tra un boccone e l’altro, l’appassionato di tecnologia si collega a Netflix e trascorre la pausa pranzo immerso in una puntata della sua serie preferita: Doctor Who!

La serata

Finito il lavoro, è il momento di dedicarsi allo svago. Sul bus, tornando a casa, il digital addicted tira fuori dallo zaino il suo Kindle e acquista un ebook su Amazon: Cronache Marziane, il best seller di Ray Bradbury, è la scelta migliore! Iniziata la lettura è già il momento di tornare sul pianeta terra: il peso della giornata si inizia a sentire e per scrollarsi di dosso il tutto decide di fare footing. Ma come monitorare l’allenamento? Device wearable come Samsung Gear Fit o Speedo Shine di Misfit non possono che essere la giusta soluzione! Entrambi i gadget permettono di contare le calorie bruciate, la distanza percorsa e fornire tutti i dettagli sull’attività fisica realizzata grazie al collegamento con l’app sullo smartphone.

Una doccia veloce e si riesce. Proprio ieri sera smanettando su Tinder, il social per iOS e Android che permette di incontrare persone interessanti nei tuoi dintorni, il digital addicted ha espresso apprezzamento per un’utente e stasera cenerà in sua compagnia. Smartphone in mano, alla ricerca di una Car2go sull’apposita app (iOS o Android)! Una volta conquistato il mezzo di carsharing, si parte con destinazione… ops, il ristorante! No panic, c’è Yelp: la community degli yelper in pochi minuti indica un posto vicino dove stare bene a cena! Un touch all’app – iOS o Android – e anche la prenotazione per due è fatta!

Alla prima pietanza, è di rito la foto del piatto: #foodporn on Instagram. Ma poi… stop: via lo smartphone dalla tavola, perché anche un digital addicted rispetta il galateo 🙂 To be continued, su Whatsapp!

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Le parole d’ordine per il Social Media Strategist: qualità e rilevanza dei contenuti

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Quali sono i segreti per diventare un ottimo Social Media Strategist? Gli ingredienti per una ricetta speciale sono: contenuti rilevanti, propensione all’aggiornamento continuo, notevoli capacità di analisi, ma soprattutto visione strategica.

Abbiamo intervistato Luca La Mesa, docente del Master Online in Social Media Marketing, per conoscere più da vicino i principali argomenti che andrà a toccare nelle sue lezioni e per carpire interessanti suggerimenti per districarsi nel panorama sempre più ampio dei Social Media.

Quali qualità deve avere un Social Media Strategist?

Un buon Social Media Strategist deve sicuramente avere visione strategica, propensione all’aggiornamento continuo sulle novità dei social, intuizione e capacità di analisi. L’errore più comune che si può fare è gestire i social nella quotidianità senza avere una vera visione strategica di medio periodo.

La capacità di analisi è fondamentale per comprendere come stanno andando le strategie, per intraprendere azioni correttive e anche per mettere in discussione il “media” nel caso stesse perdendo efficacia rispetto ad altre e nuove soluzioni.

I social non dovrebbero ragionare con la stessa logica delle “campagne” di TV, giornali e radio la cui efficacia tende ad esaurire alla fine del “flight” comprato. Bisognerebbe sempre usarli avendo in mente una strategia anche di medio periodo per crearsi in casa un database di utenti profilati ai quali poter comunicare nel tempo anche a prescindere dagli stessi social.

Cosa consiglieresti ai clienti che credono ancora che Facebook sia una perdita di tempo ed una piattaforma “alla portata di tutti”?

Facebook di per sé è solo un software, la differenza sta in come noi lo utilizziamo. Può essere molto utile se si hanno pochi minuti di attesa e si vuole avere un rapido aggiornamento su cosa sta succedendo.

Nel libro Socialnomics di Erik Qualman c’è un chiaro esempio di una ragazza che è in fila al supermercato e nei 10 minuti di attesa scopre grazie ai Social molte info utili che la portano anche a cambiare i suoi acquisti e di prendere un regalo per un’amica che ha scoperto avere un compleanno a breve. Esempio di poco tempo dedicato e grande beneficio.

È altrettanto vero che molti utilizzano i Social in maniera poco corretta e tendono a perdere molto tempo.

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Con gli studenti ho adottato un metodo che nel tempo è stato molto apprezzato.

Dico ai ragazzi che, quando vedono per la terza volta la stessa notizia, devono uscire da Facebook in quanto è finito il beneficio marginale e si è andati verso la “perdita di tempo”. Gli consiglio, dunque, di dedicare quei minuti a disposizione per andare su siti come TED.com che possono dare grande ispirazione.

Nel tempo mi aspetto che si andrà sempre più verso la selezione di contenuti di qualità e da subito dovremmo abituarci a segnalare all’algoritmo di Facebook quali sono gli amici e le pagine che preferiamo in modo da non vedere più i post per noi non rilevanti.

Dal punto di vista dei “creatori di contenuti” dobbiamo invece comprendere che al crescere del numero di persone che ci seguono aumenta la nostra responsabilità e la possibilità di “rubare pochi secondi di vita a tante persone”.

Se pubblicassimo qualcosa di non rilevante probabilmente avremmo sprecato 3 secondi di vita di migliaia di fan che nel tempo tenderanno a non volerci più seguire.

La parola d’ordine dovrebbe diventare “qualità e rilevanza dei contenuti” e lucidità nel capire se è il momento di uscire da Facebook per cercare altre informazioni su siti alternativi o nella vita offline.

Se qualche account che seguite inizia a pubblicare contenuti per voi non interessanti potete andare sul suo profilo e cliccare su “Segui già e Non seguire più”. Oppure se non volete perdervi dei suoi contenuti basta che clicchiate su “Mostra per primi”.

 

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Creare e moderare una Facebook Community: da cosa bisogna partire?

Bisogna partire da un documento chiamato netiquette nel quale dichiariamo ai nostri fan quali sono le “regole di buona condotta” all’interno della pagina e quali sono gli argomenti che vorremmo trattare riservandoci di moderare chi va off topic o usa un linguaggio non appropriato.

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È importante creare anche un altro documento interno all’azienda con le FAQ (Frequent Asked Question), cioè le domande più frequenti che possono capitare e le loro relative risposte.

Con i clienti più importanti condividiamo sempre anche i possibili “punti di debolezza” e le procedure di eventuale gestione della crisi. Segnaliamo i commenti in base a una scala a livelli che va da quelli più semplici (bandiera verde), a quelli che stanno emergendo come potenzialmente pericolosi (bandiera gialla) e quelli invece critici (bandiera rossa) che prevedono una risposta approfondita e tempestiva.

Per gestire una crisi è importante sapere in anticipo chi sono gli interlocutori aziendali da attivare per avere una rapida approvazione. Possono essere un mix di Direttore Marketing, Legale, Relazioni Esterne, etc.

Gli errori possono capitare e la strategia che premia di più è quella incentrata sulla trasparenza e autenticità, in quanto alla fine i “fan” siamo noi stessi e quando le cose non vanno come ci aspettiamo vorremmo parlare con un interlocutore che dimostra buona fede e voglia di risolvere insieme l’eventuale problema.

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Tra i diversi formati di Facebook Ads, quali trovi sia più performante per un eCommerce?

Per gli eCommerce consiglio di testare decisamente le Carousel Ads che hanno dimostrato un risparmio del 30-50% del CPA e fino al 30% del CPC secondo una recente analisi di Facebook.

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La vera differenza la si ottiene quando si usano questi nuovi formati sperimentando delle creatività e dei copy vincenti. Durante il Master ne vedremo diversi ma vi anticipo alcuni dei miei preferiti (immagini). N.B. Tenete d’occhio nel tempo anche le Carousel ADS in formato video che sono molto belle e sono usciti i primi esempi in ambito moda!

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La funzione “Aggiungi un Post a questa storia”: Facebook diventerà una piattaforma di writing più efficace dei blog?

La modalità con cui Facebook ha gestito in passato le foto dei profili personali non mi è mai piaciuta molto. Spesso si perdeva il senso della “storia” e venivano accorpati post recenti non necessariamente simili.

Penso si stiano muovendo bene verso un’attività di “educational” nei confronti degli utenti per insegnare loro ad usare i diari come se fossero dei blog e/o racconti. Nelle prossime settimane vedremo quanto il pubblico avrà preso familiarità con questa nuova modalità di pubblicazione e se decideranno di dedicare più tempo su Facebook rispetto che sui loro blog personali.

Sicuramente hanno aumentato molto la frequenza con cui rilasciano nuove funzionalità e questo è ottimo in quanto sta rendendo il social sempre più ricco e attuale. Vi segnalo ad esempio il nuovo “Facebook Sports Stadium” che segnerà un’importante novita in ambito di integrazione dei Social Media con il mondo dello sport.

 

 

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Social network: i trend da conoscere per il 2016

30 Paesi al mondo, Italia compresa, racchiusi in 537 slide: il Report di We Are Social DIGITAL IN 2016 contiene dati, analisi e trends utili per comprendere lo stato attuale della frontiera digitale.

Il report, totalmente in inglese (ma esiste anche la versione in italiano), che ogni anno fornisce dati dettagliati e sorprendenti.

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Fra i primi emersi, su una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi di person, quasi la metà fa uso di internet, di cui oltre 2 miliardi utilizzano i social network. Inutile specificare che si tratta di una crescita continua: tale percentuale è destinata infatti ad aumentare.

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Tale incremento riguarda tutti i continenti: anche in America ed in Asia aumentano le statistiche che riguardano gli utenti online; nell’ultimo anno solo in Africa vi è stato, infatti, un aumento notevole che ha prodotto un risultato pari ad oltre 47 milioni di utenti online.

Sebbene l’Italia sia un Paese molto digital, anche come emerso nelle ultime statistiche, non è tra i primi “Internet addicted” come potrebbe sembrare.

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Per quanto concerne la questione social media, il numero totale di utenti attivi sui social è pari a 2miliardi e 31 milioni, la cui percentuale tende ad aumentare per chi vi accede da mobile.

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Statistiche di We Are Social alla mano è la Corea del Sud ad avere la più alta percentuale di utenti social (78%); l’Italia si posiziona a metà classifica con una percentuale pari al 47%.

Per quanto riguarda i social network, a livello mondiale, gli utenti più attivi preferiscono Facebook, posizionato al primo posto in assoluto, seguito subito da Qzone, Tumblr, Instagram e Twitter. Ultimi posti, invece, per Pinterest e Linkedin. Per le app di messaggistica istantanea invece, gli utenti preferiscono Whatsapp, QQ e Fb Messenger.

Che i social media siano parte integrante delle nostre giornate ormai non ci sono dubbi: nelle Filippine un utente spende in media oltre tre ore sui social. Dati relativamente bassi, invece, in Europa con la Germania (1,1h), ma niente a che vedere con la media del Giappone: il tempo dedicato ai social è decisamente molto meno di un’ora al giorno.

Focus sull’Italia

(Quasi) 60 milioni di abitanti: oltre 37 milioni navigano in internet e 28 milioni utilizzano i social network. In realtà, nel corso di un anno non vi è stato alcun incremento in percentuale  circa gli utenti attivi sui social media. Inoltre, se la pecentuale dei “naviganti” è aumentata del 6%, il dispositivo mobile rimane sempre quello preferito dagli italiani.

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Secondo il report di We Are Social, un italiano si collega ad internet in media 4h e 5m da pc o da tablet e 2h e 10 m da smartphone. Nella giornata standard, 1h e 57 m sono dedicati ai social network: internet, insomma, riempie le giornate di tutti. Il 79% degli italiani attivi online si collega ad internet almeno una volta al giorno, il 15 % una volta a settimana e solo l’1% meno di una volta al mese.

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Facebook, al pari delle statistiche mondiali, è la  piattaforma più usata, seguita da Whatsapp per quanto riguarda le applicazioni di messaggeria istantanea. A livello nazionale invece, Linkedin guadagna qualche posizione in più.

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Dato interessante è che Facebook continua ad essere un social che cresce con i suoi utenti. Se infatti prima gli iscritti erano per lo più di un età compresa tra i 16-25, ora la percentuale delle fasce 30-39 e 40-49 prende quota. La fascia principale, seppur con un debole scarto, rimane quella dei 20-29 con prevalenza di utenti di sesso maschile (3.8 vs 3.4 sesso femminile). Insomma ancora oggi, non è un social per vecchi. Almeno in Italia.

Curiosità

Caso opposto in Giappone dove la piattaforma più utilizzata è Line, una delle app concorrenti di Whatsapp, che manda al secondo posto Facebook, subito seguito da Twitter. Ma di Linkedin, Whatasapp e Skype neanche l’ombra.

Anche In Germania, c’è chi ha la meglio su Facebook: WhatsApp è la piattaforma più amata dai tedeschi, il quale non presenta rivali nemmeno nel suo campo. Solo in Cina, saluta dal basso Facebook e Zalo.

Che dire? Sì, è vero,  ogni mondo è paese, ma ogni paese è anche social!

Le automobili volanti non esistono Ci pensa AeroMobil

AeroMobil, il futuro della mobilità è nelle auto volanti

AeroMobil è semplicemente un’automobile. Che vola.

Portare avanti un progetto di questa intensità esprime magnificamente la grandezza dell’animo e delle ambizioni umane, fortunatamente spropositate rispetto alla dimensione fisica in cui l’uomo vive.

Il sogno di volare ha dinamicamente attraversato la storia di noi uomini e donne fin da quando la tecnologia permetteva, al massimo, ali di piume e cera, poi di metallo e tela.

Sfortunati, ambiziosi, geniali precursori di Juraj Vaculík, Štefan Klein e del team di AeroMobil.

Forse perché la tecnologia c’entra poco: è la spinta, irrefrenabile, creatrice, smodata che gli innovatori neppure si accorgono di sentire, a qualsiasi età, in qualunque posto.

Sicuri bersagli di diffidenza, alla meglio, e sorrisetti divertiti – Davvero stai progettando un’auto volante? –  non possono resistere alla voglia di volare, ché forse sono già qualche metro più in alto e così riescono a scrutare orizzonti più lunghi e più larghi, sbirciando il presente che noi, ancora, chiamiamo futuro.

Ecco Stefan Vadocz, CCO di AeroMobil.

“Dove stiamo andando non servono strade” è solo una frase famosa di un film di Robert Zemeckis o è già realtà?

 


Anche se si tratta ancora di immaginazione da film, lentamente sta diventando realtà. Almeno secondo diversi studi delle università europee e della NASA.

Il sistema per il trasporto aereo personale è stato accuratamente studiato sotto molti interessanti aspetti, come quello dell’interfaccia uomo-macchina adatta per l’impiego in veicoli aerei personali, o quello dei sistemi anticollisione automatici e della navigazione.

Gli studi concordano sul fatto che lo spostamento del traffico nella terza dimensione possa risolvere i problemi di congestione del traffico tipici del trasporto a terra. Noi crediamo che i veicoli come AeroMobil possono contribuire a rendere questa visione una realtà.

Quali sono state l’accoglienza e le reazioni ad AeroMobil 3.0 a EXPO 2015?

Le automobili volanti non esistono Ci pensa AeroMobil

Abbiamo ricevuto moltissime reazioni positive durante EXPO2015, che potremmo riassumere in alcune espressioni tipiche, come “questo è il futuro”, o “design grandioso”.

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Per altri, poi, AeroMobil può essere considerato come uno dei più fulgidi esempi di tecnologie innovative della Slovacchia, che come Paese possiede una tradizione nella progettazione e nella produzione.

Quanto incideranno le normative di volo, differenti nei diversi Paesi, sul successo di AeroMobil?

Le automobili volanti non esistono Ci pensa AeroMobil

Il progetto di AeroMobil si sviluppa già all’interno del quadro normativo esistente per l’aviazione e per l’industria automobilistica in Europa e in altri Paesi in tutto il mondo.

Il prototipo di AeroMobil 3.0 ha già ricevuto la certificazione dalla Federazione slovacca di volo ultraleggero. Il nuovo prototipo sarà sottoposto a ulteriori test strutturali e aerodinamici per conseguire la certificazione e per la messa a punto. Questo ovviamente potrebbe richiedere diversi anni.

Oltre alla guida automatica, il sistema di guida è affidato al pilota. Come mai non è automatizzato?

Le automobili volanti non esistono? Ci pensa AeroMobil

Il prototipo 3.0 di AeroMobil vanta già due sistemi di pilota automatico, che sono parti del sistema di aviazione costruito proprio da AeroMobil. Con i futuri prototipi  testeremo questo e altri sistemi che renderanno più comodo il sistema di pilotaggio del veicolo.

Cosa possiamo aspettarci per il futuro di AeroMobil?

Attualmente la squadra allargata di AeroMobil sta migliorando la progettazione e sta lavorando su un nuovo prototipo, che sarà sottoposto a test.

Il buon funzionamento di queste procedure, l’elevato grado di innovazione garantita, e gli esperti neoassunti dell’industria automobilistica e aerospaziale, faranno in modo che la prossima fase del progetto possa spostarsi a un livello superiore.

La squadra quest’anno è salita a 30 persone, con un rafforzamento specifico del reparto tecnico. Il neo nominato Chief Technical Officer (CTO) è Douglas McAndrew, che ha più di venti anni di esperienza nel settore automobilistico. La sua carriera si è sviluppata con aziende come BMW, Land Rover, Jaguar, McLaren e Smith Technologies.

Altri esperti si sono uniti alla squadra per rinforzare il reparto di analisi computazionale e di struttura di AeroMobil. La loro esperienza include, ad esempio, il lavoro con strutture bioniche e tecnologia aggiuntiva per Airbus.

Nel campo dell’ingegneria automobilistica, i membri del team allargato di AeroMobil hanno lavorato su tecnologie innovative per la Formula 1, il mondiale di Rally e per Le Mans.