Tecnologia wearable e autismo: il nuovo modo di guardare il mondo attraverso i Google Glass

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Tra le pagine ninja non poche volte abbiamo riflettuto sullo sviluppo dei Google Glass in bilico tra successo e oblio. Torniamo anche oggi a gettare lo sguardo sulle possibilità di applicazione di questo dispositivo dal futuro incerto.

La wearable technology sta ridisegnando sempre più la nostra vita quotidiana, le nostre interazioni ed il nostro modo di guardare il mondo. L’entusiasmo e l’ottimismo più genuino scaturito dai dispositivi wearable nasce, però, soprattutto in alcuni ambiti di applicazione, in grado di restituire all’uomo il senso più profondo della tecnologia nei momenti più critici e importanti del suo sviluppo, dimostrando quanto la vera rivoluzione di cui è artefice l’essere umano e il progresso tecnologico al servizio della disabilità.

Healthcare e wearable technology: l’esempio dei Google Glass “intelligenti”

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Che i Google Glass potessero rappresentare una risorsa preziosa in campo medico non è di certo una novità, ma il lavoro di ricerca di Ned Sahin e della sua startup Brain Power sta dimostrando quanto i device wearable possano incidere davvero sulla vita delle persone, in particolare dei bambini autistici.
Con un dottorato ad Harvard ed un lavoro di ricerca al MIT, il neuroscienziato statunitense Sahin ha avviato la sua startup “neurotecnologica” con un unico obiettivo: cambiare la vita delle persone. E quale miglior alleato, se non il Brain Power? Con dispositivo hardware e software dedicato sviluppato da Sahin ed il suo team, i Google Glass sviluppano e ridefiniscono le modalità di interazione e comunicazione dei soggetti autistici.

Wearable devices e autismo

https://www.youtube.com/watch?v=FhoaWGDUUAk

La portata rivoluzionaria è da ricercare, in progetti ambiziosi come questo, nella capacità di trasformare un device wearable in un catalizzatore di innovazione per scienziati ed un vero e proprio alleato per persone diversamente abili.

Ma come possono i Google Glass fare la differenza per un bambino autistico?

L’autismo è un disturbo neuropsichiatrico che incide soprattutto sulle modalità di interazione di una persona con il resto del mondo. Come ogni patologia o disabilità, anche l’autismo porta con sé un universo di problemi e piccoli ostacoli quotidiani non soltanto per chi vive il disturbo sulla propria pelle, nel proprio corpo e nel proprio cervello. Le barriere che si creano tra chi ne è affetto ed il mondo esterno, in grado di stravolgere la vita di un bambino, si rendono visibili attraverso alcuni sintomi, tra i quali disturbi linguistici e comportamenti ossessivo compulsivi. Ned Sahin ha, quindi, provato ad immaginare come la tecnologia wearable potesse diventare un supporto per questi bambini.

Come funziona?

Scarsa reattività agli stimoli, difficoltà ad instaurare un contatto visivo diretto con gli altri e a mantenere alta l’attenzione in una conversazione o nel riconoscere le emozioni dei propri interlocutori, ma anche difficoltà nell’apprendimento del linguaggio e nel controllare i propri comportamenti. Sono questi alcuni dei sintomi sui quali ha lavorato di più Ned Sahin, per poter creare un tool– definito Empowered Brain Suite for Autism – che potesse creare nuove soluzioni, stimoli e modi di vivere l’autismo per i bambini che ne sono affetti e per le loro famiglie.

“We’re making the game of life a little bit more funny.”

Con queste parole, il neuroscienziato americano, ha descritto il funzionamento dei Google Glass reinventati e dedicati al mondo autistico.

Il rifiugio più prezioso ed irrinunciabile per un bambino autistico è il suo mondo interiore ed è proprio a questa ricca risorsa che punta il funzionamento dei Google Glass della Brain Power. Armonizzare e far incontrare l’interiorità dei bambini autistici con il mondo esterno, grazie ad un piccolo wearable device.

https://www.youtube.com/watch?v=MKN-9_O_-JM

Grazie al sistema di app sviluppate dalla Brain Power, infatti, i bambini possono accedere a moduli di gioco che, attraverso un sistema di punteggi e ricompense visualizzabile attraverso i Google Glass, guidano ed insegnano a riconoscere le emozioni degli altri, ma anche a focalizzare la propria attenzione verso l’ambiente e le persone che li circondano. Grazie alle emoji, ad esempio, che appaiono accanto ai volti dei propri interlocutori, i bambini imparano a riconoscere le emozioni degli altri.

I Google Glass Empowered di Sahin si arricchiscono, oltre alle app dedicate, di una pluralità di features in grado di ridefinire il modo di vivere la quotidianità per un bambino autistico ed i suoi cari. Grazie al wi-fi integrato, il bluetooth, il GPS, il giroscopio, la videocamera, i microfoni, ma anche l’accelerometro e gli altoparlanti integrati, il dispositivio wearable reinventato dalla Brain Power consente, ad esempio, di captare e aiutare le famiglie a gestire gli eventuali scatti d’ira del bambino, monitorando i movimenti della testa durante i suoi disturbi o misurandone la reattività agli stimoli ricevuti.

Attraverso le piccole lenti dei Google Glass il mondo diventa diverso per questi bambini, si riempie di stimoli nuovi e sconosciuti, di risorse che fino ad ora potevano ricercare soltanto nella propria immaginazione. Educandoli ad apprendere come dialogare, interagire, esternare le proprie impressioni e conoscere gli altri, i Google Glass diventano complici e compagni di gioco.
Un nuovo tech-toy da disporre nella cesta dei giocattoli? Non proprio.

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Il binomio ricerca e tecnologia sul quale si basa l’idea di Brain Power, la startup fondata da Ned Sahin, è finalizzato a creare dispositivi in grado di sdoganare una patologia, come l’autismo, facendo perno sulla capacità dei digital devices di espandere le opportunità e le modalità con cui il mondo digitale ci rende animali sempre più comunicativi, abbattendo quelle barriere che le disabilità e le patologie neuropsichiatriche possono creare.
Sfruttandone l’aspetto ludico, i Google Glass mostrano la versatilità di cui sono capaci, consentendo di monitorare le prestazioni e le risposte dei bambini mentre seguono le istruzioni di gioco fornite dal software applicato al dispositivo indossabile e dalle app ideate dalla startup.

Google Glass: sì o no?

Come può la wearable technology aiutare davvero un bambino affetto da autismo? Poco importa, in questo caso, se i Google Glass siano il device più o meno riuscito in casa Big G, ciò che fa la differenza è la potenzialità che Ned Sahin ha visto in questo wearable device.

La capacità di non interporre un’ennesima barriera tra il bambino autistico e l’ambiente circostante, incentivandolo a non rifiugiarsi soltanto nella propria interiorità, ma donandogli uno sguardo nuovo per potersi guardare intorno, a non farsi risucchiare dagli schermi dei propri dispositivi elettronici, aiutandolo ad interagire con il mondo e a capirlo guardandolo da uno schermo che crea un vero e proprio ponte il proprio mondo e quello degli “altri”.

Ned Sahin, con Brain Power, è riuscito a guardare ai Google Glass da una prospettiva diversa, che integra la leggerezza e l’importanza del gioco nella crescita di un bambino alla complessità e la solitudine che l’autismo crea nella vita delle persone affette da autismo e dei loro cari.

Ancora una volta la tecnologia mostra il suo volto più umano, in grado di incidere davvero sulla vita delle persone, con uno sguardo fiducioso alle risorse e il futuro della wearable technology ancora da scoprire e reinventare.

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo
Negli ultimi tempi si sente molto parlare di digital storytelling, ma questa disciplina può essere applicata anche al turismo? Certamente, ogni viaggio è storia, ogni luogo, ogni persona, ogni oggetto ha qualcosa da raccontare.

Il racconto di un’ esperienza, soprattutto nel settore turistico, può aiutare nella scelta decisionale, poiché va ad agire sulla sfera più emozionale dell’utente, a differenza della brochure informativa che troviamo nell’agenzia di viaggi o sul sito web, che si limita a comunicare un prodotto e/o servizio.

Il turismo è  esperienza, ed il mercato vuole esperienze, che tu puoi dare grazie ad una buona strategia di content marketing.

Perché non provi ad esempio a raccontare una storia che parli del tuo hotel e/o di una destinazione turistica? Oppure, prova a far raccontare l’esperienza ai tuoi clienti, riusciranno ad avere risultati positivi sui clienti potenziali, più di quanto credi.

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo
LEGGI ANCHE: La ricetta per il digital marketing del settore food

Un racconto vero ed autentico può aumentare traffico e conversioni su un sito web, in maniera anche virale; ricorda: le esperienze, i racconti posso sedurre. Il digital storytelling crea nella mente del potenziale cliente una nuova concezione del posto, in quanto contiene un elemento importante: le emozioni.

Lo storytelling rompe la ripetizione, poiché definisce un discorso che coinvolge chi lo legge o lo vede, creando vicinanza. Per acquisire, però, nuove prenotazioni non dimenticare gli step fondamentali:

Comincia dall’offline

Le storie da raccontare e far raccontare online, si costruiscono offline. Non puoi raccontare storie finte; concentrati sul contatto vero.

Racconta quello che le brochure  non dicono

Permetti al cliente potenziale di scoprire nuove cose, incuriosiscilo, permettigli di avere l’incipit per la sua storia.

Usa la piattaforma più adatta

Per sceglierla, basterà chiederti: “dove sono i miei interlocutori?”. Una volta individuato il tuo target, potrai applicare la tua strategia di content marketing.

Stimola gli User Generated Content

I contenuti generati dal pubblico hanno un valore inestimabile, poiché parlano per esperienza diretta sul territorio. Questo aiuta ad aumentare la credibilità e l’affidabilità.

LEGGI ANCHE:5 PMI del settore Food e Wine che hanno vinto i social media

Sii costante

Lo storytelling è un’attività quotidiana e costante, il racconto deve essere nutrito ogni giorno, non puoi pensare di scrivere una singola storia e poi abbandonare tutto.

A questo punto non ti resta che raccontare! E puoi imparare a farlo nella maniera più corretta, grazie al Master Food & Wine 3.0 dell’IUSVE.

Alfie l’astronauta: la pubblicità sociale può essere positiva [VIDEO]

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Una delle difficoltà maggiori nel creare campagne di pubblica utilità è quella di non incappare in un registro comunicativo grave, angoscioso ed eccessivamente severo, che rischia di inibire anziché favorire il coinvolgimento e l’azione degli spettatori. Una campagna che va proprio nel verso contrario e che ha attirato la nostra attenzione è l’inglese “Alfie the astronaut“.

Senza cadere nell’elenco di tristemente noti dati statistici o l’utilizzo di cupi voice over, lo spot si concentra sulla positiva speranza incarnata dal piccolo protagonista Alfie, un simpatico ometto che, mentre parte per una missione immaginaria sulla Luna, racconta di un momento triste della sua vita con la mamma e con l’uomo che per lungo tempo li ha maltrattati. Fino all’incontro con NSPCC, organizzazione inglese per la prevenzione dei maltrattamenti sui bambini, che ha restituito ad Alfie l’infanzia interrotta, la serenità di continuare a sognare e la speranza che d’ora in avanti tutto andrà bene.

LEGGI ANCHE: The Superhero Project: bambini con esigenze particolari si trasformano in supereroi [INTERVISTA]

Il video, che è parte integrante della prima campagna TV “Every childhood is worth fighting for”, promuove una raccolta fondi e invita ad agire: “La donazione può sostenere un bambino ovunque”.

E finalmente la creatività inizia a guardare in positivo anche nel campo della comunicazione sociale.

Corso in Social Media Marketing: Online + LAB in Aula a Milano

Corso Social Media Ninja Academy

Il Social Media Marketing è una delle più grandi sfide che i manager si trovano ad affrontare ed a trasformare in opportunità. La portata rivoluzionaria dei social network come Facebook, Twitter, Youtube ed Instagram ha aperto un nuovo canale di vendita e di sviluppo del business che consente di ampliare il proprio giro d’affari.

Non tutti però conoscono i linguaggi appropriati per comunicare sui social media, le piattaforme e gli strumenti, le tecniche di coinvolgimento più efficaci. Ninja Academy quindi propone un Corso in Social Media Marketing e Community Management, Formula Online + LAB in Aula a Milano.

Dopo aver partecipato a questo Corso saprai:

  • elaborare un piano strategico di contenuti sui Social Media
  • gestire una community e le relazioni quotidiane con gli utenti
  • progettare iniziative di engagement ed inserzioni
  • misurare i KPI fondamentali
  • leggere ed interpretare le metriche di performance
  • valutare l’andamento della strategia e delle inserzioni pubblicitarie
  • predisporre Social Media Policy e Regole di Ingaggio interne ed esterne

Corso Online in Social Media Marketing e Community Management

Il Corso Online con Simone Tornabene e Luca La Mesa illustra le strategie e gli strumenti più innovativi grazie ai quali progettare piani di comunicazione sulle piattaforme sociali, gestire campagne pubblicitarie, analizzare le metriche di Social Analytics, ideare contest ed attività creative di engagement, affrontare la gestione delle Community online.

Il Corso Online consta di 15 ore di didattica online: puoi seguire le lezioni ovunque ti trovi, accedendo dal web ad un’aula virtuale ed interagendo dal vivo con la classe.

Inoltre, per massimizzare l’esperienza di apprendimento e consolidare al massimo le competenze, riceverai 5 ore di formazione aggiuntive grazie alla Bonus TrackLo scenario di riferimento per i Social Media Manager con Vincenzo Cosenza”.

Social Media Marketing LAB in Aula [Milano · 11 e 12 Dicembre]

A complemento del Corso Online, il Social Media Marketing LAB in Aula con Luca La Mesa, Filippo Giotto e Simone Tornabene guida i partecipanti nell’applicazione pratica delle nozioni apprese. Zero teoria e 100% pratica: i due giorni di laboratorio hanno un taglio altamente pratico ed esperienziale, e sono dedicati ad esercitazioni e project work progettati parallelamente al Corso Online.

Il laboratorio riprende i concetti base della struttura organizzativa di un Social Media Team (in azienda o indipendente) e degli strumenti alla base di un corretto presidio dei propri account sui Social Network, partendo dalla definizione dei processi interni di escalation fino al monitoraggio, moderazione e gestione di casi concreti.

Chi sono i docenti del corso?

simone tornabene
Simone Tornabene
Social Media Advisor @ WHY

Fondatore di tre startup tra cui Viralbeat, ha lavorato in Mondadori come Head of Digital di Cemit Interactive Media, continuando ad insegnare digital e social strategy allo IED, Università di Parma, Università di Catania, IULM, Università di Torino.

luca la mesa
Luca La Mesa
Social Media Strategist @ Publisoftweb

CEO e Social Media Strategist in Publisoftweb e Wengage, ha lavorato per clienti come Pirelli, AS Roma, Unilever ed insegna alla John Cabot University di Roma e alla HEC di Parigi.

filippo giotto
Filippo Giotto
Social Media Manager @ Banca Mediolanum

Da oltre 10 anni si occupa di Marketing Digitale in un importante Gruppo Bancario, ha visto nascere il primo Home Banking e favorito l’evoluzione dei canali digitali. Oggi si occupa di Social Media, online reputation e digital adv.

Leggi l’opinione di chi ha seguito le precedenti edizioni del corso:

Dicono di Ninja Academy social media marketing

Quali sono qui i vantaggi di seguire il Corso Ninja Academy?

✔ Segui i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
✔ Question Time per chiarire i tuoi dubbi ed interagire con i docenti
✔ Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on demand
✔ Test e Certificato di partecipazione
✔ 100% Learning by Doing (Social Media Marketing LAB)

Il team Ninja Academy è a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554. Ti aspettiamo con connessione, microfono e cuffiette alla mano.. Ma soprattutto, con tanta voglia di imparare! ?

Knowledge for change.
Be Ninja!

Olivier Menzel: quando il digitale diventa una leva di crowdfunding per le malattie rare [INTERVISTA]

Non è raro vedere accostati termini come ‘digital’ o ‘web’ al mondo del crowdsourcing e del crowdfunding. Anzi, sono proprio i media digitali ad avere abilitato con forza tali paradigmi, grazie al respiro globale – dunque alle grandi occasioni di visibilità – che possono offrire.

In particolare, ci sono alcuni settori che possono beneficiare di tali dinamiche in modo importante, per portare valore non generabile in altri modi alternativi. Un esempio concreto? Ce lo spiega Olivier Menzel – ricercatore scientifico, manager e imprenditore molto attivo a livello nazionale e internazionale – presentandoci la RE(ACT) Community!

Buongiorno Olivier, benvenuto su Ninja Marketing. Cosa è la RE(ACT) Community?

La RE(ACT) Community è un’iniziativa della Fondazione BLACKSWAN; è un luogo virtuale in cui ricercatori, pazienti e altri stakeholders si possono incontrare e condividere le loro conoscenze ed esperienze in tema di malattie rare.

Più specificamente, la RE(ACT) Community è una piattaforma online che ha come obiettivo la creazione di una comunità scientifica con ricercatori provenienti da tutto il mondo, i quali possono sottomettere progetti di ricerca che verranno finanziati attraverso un meccanismo di crowdfunding. La Community vuole anche sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle malattie rare e della ricerca, troppo spesso ignorato.

Cosa è una malattia rara?

Sono definite rare le malattie che colpiscono un numero ristretto di individui, in Europa il limite stabilito è di un caso ogni 2’000 persone. Il numero di malattie rare conosciute e diagnosticate oscilla tra le 7.000 e le 8.000, ma è una cifra che cresce con l’avanzare dei progressi della ricerca scientifica.

Nonostante la rarità di queste malattie prese singolarmente, nel loro insieme le malattie rare colpiscono circa 500 milioni di individui nel mondo, di cui il 75% sono bambini. Queste malattie sono spesso croniche, fatali e principalmente di origine genetica.

Da cosa è nata l’idea della RE(ACT) Community e in cosa è diversa da altre Community?

A causa della scarsa prevalenza nella popolazione, queste malattie non rappresentano una priorità di salute pubblica e di conseguenza la ricerca scientifica non è supportata adeguatamente.

Per ogni malattia rara il mercato è così ristretto che anche a livello privato le industrie farmaceutiche sono reticenti a investire nello sviluppo di nuovi farmaci. La ricerca scientifica in tema di malattie rare è scarsa e frammentata. Per queste ragioni è essenziale incrementare la cooperazione e la coordinazione tra i ricercatori. La diffusione e condivisione di conoscenze scientifiche tra laboratori in diverse parti del mondo è di vitale importanza per diagnosticare e possibilmente trattare pazienti affetti da malattie rare.

Sul web sono presenti altre piattaforme scientifiche, ma nessuna di esse offre la possibilità di incontrare altri ricercatori operanti nel settore delle malattie rare a livello mondiale e sollevare fondi per finanziare i loro stessi progetti di ricerca. La RE(ACT) Community è un network in cui ogni individuo ha la stessa possibilità di trovare, condividere e generare informazioni e conoscenze in materia di malattie rare. Per rendere ancora più efficace la sua azione, la Community ha stabilito importanti partnership con organizzazioni quali Eurordis (Alleanza Europea Malattie Rare), E-Rare (ERA-Net for Research Programmes on Rare Diseases) e ProRaris (Alleanza Svizzera Malattie Rare).

Quali sono i traguardi raggiunti dalla RE(ACT) Community?

Attualmente la RE(ACT) community sta supportando il finanziamento di un progetto di ricerca riguardante la malattia rara “Nevo Melanocitico Congenito Gigante”. Questo progetto ha già ricevuto più di 30.000 mila euro di donazioni da parte di più di 70 supporters e la quarta milestone del progetto è in fase di funding.

Altri progetti scientifici sono in corso di approvazione da parte del Comitato Scientifico e potrebbero presto essere online e ricevere finanziamenti tramite crowdfunding. Attualmente la RE(ACT) Community ha raggiunto più di 400 membri, inclusi ricercatori, pazienti e supporters, e stiamo lavorando per crescere insieme e creare un network di professionisti che facciano la differenza nel mondo delle malattie rare.

La comunicazione e il networking sono rafforzati dalle nostre reti sociali quali Twitter, Facebook, Google+ e LinkedIn dove cerchiamo di informare quotidianamente i nostri followers sulle ultime scoperte e novità sulle malattie rare.

L’iniziativa RE(ACT), non solo una Community online.

L’iniziativa RE(ACT) non è solo composta dalla RE(ACT) Community online ma anche dal RE(ACT) Congress; un congresso internazionale biennale, anch’esso organizzato dalla Fondazione BLACKSWAN.

Le prime due edizioni del congresso (2012 e 2014) si sono svolte a Basilea, in Svizzera. La terza edizione del RE(ACT) Congress avrà luogo a Barcellona il prossimo 9-12 Marzo 2016 e sarà realizzata in collaborazione con E-RARE.

Il congresso si prefigge l’obiettivo di presentare lo stato attuale della ricerca sulle malattie rare, discutere i risultati raggiunti e scambiare idee. La caratteristica del RE(ACT) Congress è la sua interdisciplinarità, in quanto riunisce ricercatori che lavorano nel settore delle malattie rare, ma che sono specializzati in settori di ricerca diversi, tra cui biologia cellulare, cellule staminali, terapia genica, genetica umana e applicazioni terapeutiche. Durante il congresso si creano interessanti collaborazioni e la RE(ACT) Community online diventa la continuazione delle collaborazioni scientifiche internazionali.

Facebook: arriva il nuovo layout delle pagine

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Facebook è in continua evoluzione e, tra le tante novità in fase di rilascio c’è il nuovo layout delle pagine.

Un rilascio graduale, sia geograficamente (i primi brand ad averlo sperimentato sono in USA) che funzionalmente: alcune novità sono state rilasciate anche per le pagine italiane, ma non tutte.

Sembrerebbe anzi, che le novità siano rilasciate gradualmente per gruppi di utenti. Potrebbe succedere che alcune delle novità già usufruibili da un vostro collega non lo siano ancora per voi e viceversa.

Ma vediamo come sarà il nuovo layout delle pagine facebook!

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L’immagine del profilo (1) è molto più piccola, 90×90 pixel contro i precedenti 180×180, ed è completamente sovrapposta all’immagine di copertina (2) che invece non cambia e rimane dei soliti 851×315 pixel.

Facebook ridimensiona automaticamente le immagini del profilo esistenti, ma vi consigliamo di rivederle, specie se vi è incluso del testo o se avevate “immerso” l’immagine del profilo nella copertina.

brand che avevano sfruttato questa possibilità, come KLM nella sua precedente immagine di copertina, hanno prontamente dovuto cambiarla, come potete vedere dalle immagini qui sotto.

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Anche la posizione dei tab (3) per navigare tra le diverse sezioni della pagina è cambiata: non più allineate con l’immagine del profilo, ma sotto di essa e allineate a sinistra.

Anche i pulsanti Mi piace (4), Messaggio e il menu opzioni sono stati spostati sotto la copertina, ma rimangono allineati a destra.

Nel menu opzioni (5) a destra del pulsante Messaggio, compare una nuova opzione per visualizzare la pagine come un fan o visitatore.

Se siete amministratori della pagina, ci sarà una notifica in cima alla stessa che vi ricorda che state visualizzando la pagina come se foste un visitatore, appunto, e vi permette di tornare alla visualizzazione da amministratori.

Questa opzione pare ancora essere in fase di rilascio ed è disponibile nelle vostre pagine solo se impostate l’inglese americano come lingua d’uso del vostro profilo personale da amministratori.

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Come potete vedere qui sopra, evidenziata in nel box verde, l’opzione compare se impostate l’inglese, e scompare invece tornando alla lingua italiana, anche se non immediatamente.

Per alcune ore infatti, rimane attivata la versione tradotta in italiano del nuovo menù.

 

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Da notare anche che il pulsante call-to-action (6) è stato spostato all’interno della copertina.

Ma non compare ancora con lo stesso stile per ogni pagina. Se ricontrollate la figura che riporta la copertina della pagina di Ninjamarketing.it e la confrontate con quella qui sopra, noterete che nella prima c’è già il nuovo stile e nella seconda no.

Cambiamenti anche nella versione mobile dello stile delle pagine.

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Come potete notare nella figura qui sopra, il pulsante call-to-action è molto più evidente.

Facebook aveva iniziato già ad inizio anno a sperimentare nuove funzionalità per i gruppi, permettendo in alcuni di essi, la creazione di post per vendere qualcosa.

Alcune pagine hanno già la possibilità di fare lo stesso tipo di post e Facebook ha annunciato l’introduzione di due nuovi tipi di sezione per le pagine:

  • la sezione negozio (shop) per chi ha dei prodotti da vendere
  • la sezione servizi (services) per chi desidera promuovere ed evidenziare i propri servizi professionali.

Tante le novità in arrivo! voi che dite? vi piace il nuovo stile, o preferite quello esistente, come quello qui sotto?

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Giornalismo digitale: come fare informazione sui social media?

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Uno dei mestieri che più ha sentito l’impatto dei media digitali e dei social media è quello del giornalista. Abbiamo chiesto ad un giornalista professionista, Roberto Zarriello, come è cambiato il modo di fare informazione e come cambiano le redazioni.

Giornalista, blogger, fondatore di Resto al Sud/Resto al Sud Academy, responsabile di Tiscali Regioni e docente: quale di questi ruoli ti rappresenta di più?

“Non ce n’è uno in particolare. Sono tutti aspetti collegati che rendono completo il mio essere una persona che ama tutte le sfide del digitale e della creatività. Il ruolo di docente e formatore mi permette di trasmettere l’esperienza acquisita per scovare e far emergere nuovi talenti. Nel dare un’opportunità a chi magari non l’avrebbe come nel caso della Resto al Sud Academy.
Quello di giornalista e blogger, invece, oltre alla scrittura mi dà il privilegio di poter interagire con un pubblico più vasto per confrontarmi e dialogare sui temi delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale. E non solo.”

Giornalismo digitale: come fare informazione sui social media?

Nel 2009 hai pubblicato Penne Digitali 2.0, sulle cui pagine scrivevi di come fare informazione sul web. Cosa è cambiato in questi ultimi sei anni?

“Lo sviluppo dei social network prima e dei social media poi, ha creato una vera e propria rivoluzione nel settore dell’informazione. Oggi i protagonisti sono gli utenti e il ruolo del giornalista è cambiato totalmente. Non è più solo quello di informare, ma quello di selezionare e organizzare i contenuti per proporli all’utente sotto una nuova veste. E la rivoluzione è ancora in atto. Credo che il racconto in tempo reale su piattaforme diverse e  la gestione/organizzazione di live streaming sui social sia la nuova sfida da affrontare per l’informazione. Basti pensare al successo che stanno avendo Periscope e Streamago. I video, in generale, domineranno la scena nei prossimi anni.”

Internet non ha cambiato solo il modo di comunicare le notizie, ma anche quello di scriverle e come organizzarsi per farlo. Come si gestisce una redazione nazionale online? Essere sempre connessi e a portata di chat è un pro o un contro?

“Il problema più grande, lo sottolineo ancora, non è quello di cercare notizie, ma di selezionarle e organizzarle in maniera efficace. Il giornalista online oggi è più una sorta di ”curatore” di contenuti. In molte testate online, ad esempio, i contenuti principali arrivano direttamente dagli utenti. È chiaro che, a questo punto, la figura del desk di una redazione sostituisce quella del caporedattore, sia per la gestione dei contributi in arrivo che per i rapporti con utenti/collaboratori esterni. È chiaro, poi, che online il lavoro è h24. Quindi occorre una redazione flessibile, con aggiornamenti in tempo reale.”

Ti occupi anche di comunicazione sui Social Media: qual è la sfida maggiore che il settore dell’informazione deve affrontare per stare al passo con i tempi?

“Sicuramente c’è un mercato che cerca sempre di più la qualità dei contenuti, ma non sempre questo significa raggiungere numeri importanti. I grandi network ora puntano al pubblico dei social per diffondere le loro news perché gli utenti sono sempre più sui social, ma è un territorio ancora tutto da esplorare.”

Ci racconti qualche caso interessante di informazione digitale?

“Gli esempi potrebbero essere decine, dalle grandi testate tradizionali che oggi presidiano anche l’informazione sul web, a siti più virali cosiddetti nativi digitali dove è l’intrattenimento attraverso le news a farla da padrone. Voglio invece citare un progetto come Google News Lab, una piattaforma creata appositamente per i giornalisti dove è possibile accedere a programmi, dati e altre risorse per facilitare il lavoro di report.

Il sito ha anche una serie di strumenti, come tutorial e best practice, per le redazioni online e offre l’accesso a Google Trends.

Nella sezione Tools è possibile accedere a lezioni che ci insegneranno ad utilizzare gli strumenti di Google per fare ricerche, creare report visivamente accattivanti, distribuire le proprie storie e ottimizzarle con gli strumenti di analytics. Insomma, un giornalista che voglia fare questo mestiere oggi, non può prescindere da questi strumenti e da un aggiornamento costante sulle tecnologie che si aggiornano di giorno in giorno.”

Per approfondimenti: www.robertozarriello.com

Tor Vergata career day, promuovi il tuo talento [EVENTO]

Tor Vergata career day, promuovi il tuo talento

Torna per l’ottava edizione l’appuntamento dedicato alle possibilità di carriera per promuovere il tuo talento e diventare il nuovo leader di domani: il Tor Vergata career day.

L’evento Campus&Leaders&Talents è organizzato dall’Ufficio Laureati “Desk Imprese” dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, in collaborazione con ALET, l’Associazione che riunisce i laureati in Economia dell’Università Tor Vergata, e anche quest’anno ospiterà imprese e istituzioni per parlare di formazione e professioni, ma soprattutto per offrire concrete opportunità di lavoro a tutti i partecipanti.

Partecipa ed esprimi il tuo talento

Tor Vergata career day, promuovi il tuo talento

La manifestazione è dedicata a laureati e studenti di tutte le Facoltà, che avranno l’opportunità non soltanto di incontrare i responsabili delle risorse umane delle aziende partner dell’evento, ma anche di seguire seminari di orientamento e di partecipare ai primi colloqui di lavoro.

Perché presentare il proprio curriculum durante un career day?

Tor Vergata career day, promuovi il tuo talento

Sembrerà strano, ma l’anno scolastico continua a essere il punto di riferimento anche per il mondo lavorativo e universitario. E così settembre diventa un po’ il capodanno del lavoro e l’inverno può trasformarsi in un periodo dell’anno davvero proficuo per chi vuole orientarsi dopo la laurea, verso le possibilità di carriera.

I career day sono davvero un’ottima occasione per incontrare le grandi aziende e i responsabili del personale, ma anche per ascoltare testimonianze e seguire seminari utili nei futuri colloqui di lavoro.

LEGGI ANCHE: Come ottenere la promozione che stai aspettando

Puoi partecipare per consegnare il tuo CV o semplicemente per raccogliere informazioni, quel che è certo è che andare al career day resta una delle cose da fare prima di finire gli studi o appena usciti dalle facoltà universitarie.

Molte carriere sono iniziate così, con la consegna di un curriculum nelle mani giuste allo stand aziendale giusto.

Qualche consiglio per prepararsi al meglio

Tor Vergata career day, promuovi il tuo talento

Il segreto durante un career day è quello di presentarsi alle aziende con entusiasmo, curiosità e obiettivi ben definiti. Non andare allo sbaraglio, ma informati sulle aziende presenti, sul settore in cui operano e sui profili aperti.  A meno che tu non sia un genio alla Zuckerberg, in genere non lascia un buon ricordo il candidato che si presenta chiedendo “Di cosa vi occupate?”.

L’appuntamento con Campus&Leaders&Talents è il 21 ottobre presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dalle 9.00 alle 18.00.

Un vero ninja è sempre pronto a dimostrare le proprie abilità: partecipa e sfodera tutto il tuo talento!

Nescafé, Loctite, Billboard: i migliori annunci stampa della settimana

Benvenuti Ninja pubblivori con il vostro appuntamento fisso del lunedì con i migliori annunci stampa della settimana! Go!

Loctite SuperBonder: Apply with caution

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Una controindicazione del prodotto posta come punto di forza, in chiave ironica.

D’accordo, Mr. Spock vestiva in azzurro, ma restano comunque delle ads divertenti!

Advertising Agency: Publimark Lowe, Costa Rica
Creative Directors / Copywriters: Javier Zeledón, Franklin Guevara
Additional credits: Alejandra Acosta

Chocolisto: Feed your child’s future

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Mamma insicura e frustrata della tua posizione sociale, nutri tua figlia ogni mattina con l’Ovomaltina colombiana. Il successo della pargola sarà assicurato! Parola di Orso!

Advertising Agency: Rep Grey, Bogotá, Colombia
Chief Creative Director: Sebastían Mallarino
Creative Directors: Sebastían Benitez, Camilo Monzón
Art Directors: Andrés García, Andrés Lancheros, Camilo Monzón
Copywriter: Sebastían Benitez
Illustrator: Dana Sanmar
Photographer: Zuan Carreño

Nescafé: It all starts with a Nescafé

Tante cose da fare… ma prima un cappuccino Nescafé. Prima di fare qualsiasi cosa c’è Nescafé! 

Advertising Agency: McCann, Israel
Creative Director: Kfir Reuveni
Art Director: liran elias
Copywriter: Ira Klainer
Photographer: Dima Reinshtein
Additional credits: Yan Fedoroff, lital shalom, Vicky Batkin

 

Fundación Caja Mágica: Play the game

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Rendere il suo destino migliore è tuo dovere, dona un giocattolo. Campagna sociale per Fundación Caja Mágica

Advertising agency: ZEA BBDO, Caracas, Venezuela
Creative Directors: Alí Armas, Luisana Franceschi
Art directors: Alí Armas, Mary Goncalves, Roberto Mondello
Copywriter: Luisana Franceschi
Illustrator: Alí Armas
Photographer: David González
Additional credits: Constanza Profeta

 

Billboard Brazil: The number one lasts forever

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I numeri 1 della musica restano per sempre, replicati e interpretati duranti i decenni. I numeri 2? No.
Leggere per credere.

Advertising Agency: Ogilvy & Mather, Brazil
Chief Creative Officer: Aricio Fortes
Executive Creative Director: Paco Conde
Copywriter: Gabriel Lepesteur
Art Director: Guy Bricio

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Nestlé vs. Cadbury, sfida all'ultimo break

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Questo articolo è stato scritto da Claudio Tamburrino. Laureato in scienze politiche e con un LL.M. in Intellectual Property, Claudio lavora come giornalista, occupandosi di tecnologie digitali e proprietà intellettuale.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (ECJ) si è espressa sulla possibilità di proteggere come segno distintivo la forma di un prodotto, sulle limitazioni a tale possibilità ed in particolare sul diritto di Nestlé di rivendicare come marchio la forma delle barrette Kit Kat.

Crunch, Shhh, Glu glu glu: dove inizia e finisce la proprietà intellettuale?

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Quella dei marchi non tradizionali, cioè l’utilizzo come segni distintivi di elementi particolari, che possono andare da una forma tridimensionale ad un particolare suono, è una delle questioni calde della proprietà intellettuale: le diverse autorità giudiziarie nazionali si trovano a dover capire come e quando garantire l’esclusiva su tali segni alle aziende che ne dimostrano il carattere distintivo.

Si tratta di un dibattito particolarmente rilevante sia rispetto alle evoluzioni del marketing che tendono a caratterizzare in modi e forme alternative i prodotti commercializzati, sia rispetto alle nuove possibilità offerte dalle tecnologie.

Caso Kit Kat: tutto per una barretta, anzi quattro

L’occasione per affrontare tali questioni è stata offerta dal caso C-215/14 (16 settembre 2015, Société des Produits Nestlé SA v. Cadbury UK Ltd), recentemente deciso dalla Corte di Giustizia UE, relativo alla possibilità di registrare come marchio tridimensionale i quattro parallelepipedi che costituiscono la barretta Kit Kat: la vicenda risale al 2010, quando Société des Produits Nestlé SA ha fatto richiesta nel Regno Unito di registrazione della forma di tale snack nella classe merceologica 30.

Ad opporsi a tale richiesta è stata l’azienda britannica di prodotti alimentari e bevande Cadbury: le due si erano peraltro già fronteggiate in materia di proprietà intellettuale nel 2008, quando era stata l’azienda svizzera a presentare opposizione ad una richiesta di Cadbury di registrazione come marchio britannico del colore viola (Pantone 2685C).

Nel caso Kit Kat, Cadbury aveva ottenuto una prima decisione favorevole davanti all’Ufficio dei marchi del Regno Unito, che aveva negato la possibilità di registrare come marchio la forma della barretta di cioccolato: secondo l’esaminatore non sarebbero stati sufficienti a dimostrare l’acquisita distintività della forma i risultati di un sondaggio condotto da Nestlé secondo cui il 90% dei consumatori assocerebbe le quattro barrette rettangolari dello snack ai Kit Kat.

Inoltre, l’Ufficio dei marchi del Regno Unito aveva ritenuto che la barretta Kit Kat ricomprendesse tre caratteristiche essenziali, imposte dalla natura stessa del prodotto e necessarie per ottenere un risultato tecnico, respingendo quindi la domanda di registrazione anche sulla base di due degli impedimenti assoluti previsti in materia di marchi di forma.

Il caso, a seguito dei ricorsi delle due contendenti, è proseguito davanti alla High Court of Justice (England & Wales), che ha deciso di chiedere, tramite rinvio pregiudiziale, alla Corte di Giustizia europea di chiarire i concetti della normativa europea relativi alla registrazione dei marchi 3D e alla nozione di “carattere distintivo acquisito a seguito dell’uso”  nell’ambito della Trade Marks Directive 2008/95/EC.

Trapezi e rettangoli, come si determina la possibilità di registrare un marchio 3D

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Per quanto, infatti, la giurisprudenza europea sia già consolidata sulla possibilità di registrare come marchi forme tridimensionali (un caso emblematico proprio per l’industria dolciaria è rappresentato dal trapezio caratteristico del Toblerone), Cadbury contestava a Nestlé di non aver prodotto sufficienti prove del carattere distintivo della forma e che la stessa fosse imposta dalla natura stessa del prodotto e da necessità funzionali di dimensione ed utilizzo: innanzitutto la forma dei Kit Kat sarebbe distintiva agli occhi dei consumatori solo in associazione con i colori; inoltre il logo e le barrette a parallelepipedo sarebbero caratteristiche comuni agli snack di cioccolato; infine le rientranze che dividono le quattro barrette dei Kit Kat sarebbero determinate dal processo produttivo e dalla necessità di spezzarle facilmente, con il numero che deriverebbe invece direttamente dalle dimensioni di una barretta di cioccolata e dalle macchine esistenti per produrle.

I giudici europei hanno affrontato tali argomenti rispetto all’art. 3.1 e) i) e ii), secondo cui un marchio non può essere costituito esclusivamente da una forma determinata dalla natura dei beni o che sia necessaria ad ottenere un determinato risultato tecnico, e all’art. 3.3. della Trade Marks Directive 2008/95/EC, relativo all’istituto giuridico del secondary meaning, e sono arrivati ad una decisione preliminare il 16 settembre che, benché interpretata in alcuni commenti come una sconfitta di Nestlé, sembra in realtà in parte favorevole ad essa.

Per quanto, infatti, la Corte europea abbia ribadito che per poter essere registrata come marchio una forma debba provare di essere distintiva di un determinato prodotto di per sé, senza cioè l’aggiunta di ulteriori caratteristiche (come per esempio il colore del packaging o l’associazione con un logo), essa ha anche spiegato che la registrazione di una forma può solo essere rifiutata in base alle condizioni stabilite dall’Articolo 3.1 (e) i) e ii) della Trade Marks Directive (TMD), vale a dire se la natura è direttamente correlata al bene e se è necessaria ad ottenere un risultato tecnico.

A tal proposito, peraltro, i giudici, dopo aver confermato che una forma non è registrabile allorché sussista uno degli impedimenti alla registrazione di cui all’articolo 3.1 (e), hanno specificato che la forma delle barrette non rientrasse nella definizione di “forma necessaria ad ottenere un risultato tecnico” sulla base dell’interpretazione data dalla Cadbury e dall’Ufficio dei marchi del Regno Unito, in quanto i metodi di produzione non sono fattori determinanti per stabile le caratteristiche funzionali essenziali della forma di un prodotto: cioè non è il processo produttivo a poter determinante la funzionalità di una forma.

La sentenza per Nestlé

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Per questo, anche se alcuni osservatori hanno letto nella sentenza un nuovo ostacolo per le aziende interessate a rivendicare attraverso la proprietà intellettuale sui marchi l’esclusiva sulle forme associate a determinati prodotti, una corretta analisi mostra come sia in realtà favorevole a Nestlé ed in generale ai titolari di marchi non tradizionali come sono appunto quelli di forma.

Anche per questo Nestlé si è detta “molto soddisfatta della decisione” e “fiduciosa della prossima decisione dell’Alta Corte britannica”.