Basta Facebook. Perché la social media strategy della tua azienda deve guardare oltre

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Social Media: la necessità di un filtro per i contenuti

La Digital Strategy delle aziende oggi è prevalentemente Social Media Marketing. E Social Media Marketing significa spesso solo una cosa: Facebook. Facebook è senza dubbio la piattaforma che ha trainato il settore, un po’ come WordPress nel decennio scorso ha trainato la SEO.

Si parla tanto di Facebook e si parla tanto dei limiti di Facebook, primo fra tutti il famigerato Edge Rank, l’algoritmo che impedisce a tutti i tuoi fan di visualizzare sul proprio newsfeed tutti i contenuti della pagina. L’Edge Rank di per sé è un male necessario: se vedessi tutti i contenuti dei miei oltre 3.000 amici su Facebook e delle oltre 2.000 pagine che seguo, il mio newsfeed avrebbe zero attrattiva per me. Un po’ come avviene su Twitter: un carosello ultraveloce di contenuti che è buono solo per generare overflow informativo.

La linea guida principale di Facebook è al momento: qualità del newsfeed. Ciò significa principalmente che i contenuti visualizzati devono essere aderenti ai miei interessi ma soprattutto di valore. E come si fa a determinare se una cosa è di valore? Semplice: si misurano le interazioni con il contenuto, quantitativamente (es. il numero di like e share che riceve un post) e qualitativamente (es. quanto tempo l’utente trascorre fuori da Facebook dopo aver cliccato su un link condiviso attraverso il post).

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Facebook: fatta la regola, trovato il prezzo per l’eccezione

Tutto questo sembrerebbe una splendida notizia per l’utente ma anche per le aziende: meno caos, più qualità e dunque meno necessità di competere con contenuti di basso livello come quelli che infestano le bacheche di Facebook.

In realtà questa attenzione alla qualità ha fornito un’ottima giustificazione per l’operazione “Organic Zero” che è ormai evidente a chiunque gestisca una pagina Facebook. A cosa mi riferisco? Se gestisci una pagina Facebook avrai notato che la portata (Reach) organica (non a pagamento) dei tuoi post è sempre più esigua.

Se qualche post riceve più engagement del solito la sua portata organica raddoppia, si triplica. Ma sono pochissimi i casi in cui il numero assoluto dell’Organic Reach si avvicina a quello del numero di fan della pagina. Di fatto, il modo migliore per distribuire i tuoi contenuti su Facebook, ai tuoi stessi fan, è diventato lo stesso che utilizzi per raggiungere gli utenti che ancora non sono tuoi fan: pagare.

Perché il Paid Reach di Facebook è qui per restare

Ricapitoliamo le puntate precedenti: abbiamo iniziato a lavorare su Facebook attratti dall’enorme numero di utenti (profilabili). Abbiamo investito in un presidio fisso dell’azienda (la pagina) per entrare in contatto continuo con loro. Abbiamo investito spesso anche dei soldi per produrre contenuti e soprattutto per farci conoscere a nuovi potenziali fan.

Nel tempo Facebook ci ha impedito sempre di più di arrivare a raggiungere tutti i fan (per cui avevamo pagato) in maniera organica (cioè: gratuita), spiegandoci che non sarebbe una soluzione sostenibile dal punto di vista della qualità del newsfeed dell’utente (troppi post, attenzione minima). Dall’altro lato però ha reso sempre più facile sponsorizzare quegli stessi post per raggiungere (a pagamento) i fan. La qualità del newsfeed non può quindi essere l’unica ragione per un simile comportamento.

La seconda ragione per cui Facebook limita l’Organic Reach è banale: il fatturato. Facebook è un’azienda quotata in borsa. In discreta salute, stando agli ultimi dati di bilancio. Se Facebook si limitasse a far pagare il valore del generare fan (quindi il solo fan raising) incontrerebbe un limite insormontabile: il numero degli utenti interessanti per un’azienda finirebbe presto. Persino Coca Cola su Facebook arriverebbe ad un limite. Oltre tale limite non esiste più mercato (su Facebook) ma soprattutto potrebbe non avere neppure senso andare: mi basterebbe spostare gli investimenti sulla relazione (fra brand e community) anziché continuare con l’acquisizione (di fan per la community).

Come può Facebook continuare a guadagnare sempre? Semplice: spostandosi verso modelli più pay-per-use. Se paghi per distribuire i tuoi contenuti ai fan, la monetizzazione avviene sulla relazione e non più (solo) sull’acquisizione. Mentre l’acquisizione finisce, la relazione per funzionare deve essere continua. Per questo è coerente spostare il revenue model di Facebook verso la distribuzione dei contenuti rispetto all’acquisizione dei fan.

Sarebbe come dire che sono l’unico produttore di carta igienica. Sono felice. Ma ho saturato le mie possibilità. Come faccio a guadagnare di più? Anziché venderti il rotolo e lasciarti libero di farci quello che vuoi, ti vendo l’utilizzo del rotolo: mi avvicino di più al momento del tuo bisogno e guadagno da ogni volta che devi andare al bagno.

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Le aziende meritano che Facebook minimizzi il loro Organic Reach? Sì.

In sintesi: Facebook non è più una piattaforma di Organic Reach. Per cui i contenuti validi, da soli, non bastano. Le aziende di oggi per lavorare sul Social Media Marketing devono guardare oltre Facebook. Soprattutto a quelle piattaforme meno potenti dal lato della profilazione e più piccole, ma che permettono comunque di accedere ad un bacino più ampio puntando solo al Reach Organico. Ci sono eccezioni virtuose, ma si tratta quasi sempre di editori (che non a caso sanno come creare contenuti, come ad esempio Fanpage.it o LifeGate).

Sono un esempio Twitter, Instagram, SnapChat, Pinterest e Fancy.

Tuttavia non stiamo assistendo ad una pesante migrazione dei brand dal mondo Facebook verso le piattaforme social che garantiscono un totale reach organico. Perché? Essenzialmente per due ragioni. La prima: ad eccezione delle grandi aziende devote al Content Marketing (come Red Bull o Nike), la massa dei brand nel mondo (una popolazione in continua crescita) non è ancora culturalmente in grado di dar vita a contenuti che sfruttino con successo il Reach Organico.

L’Organic Reach è un’arma potente perché si costruisce sulla base della qualità del contenuto (rispetto ad un target), un’alchimia che permette di raccogliere benefici su più piattaforme social contemporaneamente. L’Epic Split di Van Damme di Volvo genera reach su Youtube, ma anche su Tumblr, Facebook, Twitter. Gran parte delle aziende non sono in grado di sfruttare le potenzialità di un simile meccanismo, preferiscono i soliti contenuti promozionali e la sicurezza di poter pagare per portare in giro la propria mediocrità.

Ma cosa succede invece a quelle aziende virtuose che sanno utilizzare il potere dell’Organic Reach? Sono deluse da Facebook? Qui entra in gioco la seconda ragione per cui Facebook ha ragione nel perseguire la strada del Paid Reach: innanzitutto un aumento delle soglie di accesso ad un valore, non è necessariamente negativo. Se Red Bull, Nike o Coca Cola restassero le uniche a potersi permettere di sfruttare appieno le potenzialità di Facebook, per loro sarebbe in definitiva migliore: meno concorrenza vale un investimento più importante. Ma soprattutto: Facebook non è solo Facebook.

Si tratta ancora di ipotesi, ma sono pronto a scommettere che l’offerta pubblicitaria su Instagram (che avrà a breve un Paid Reach, quindi) non seguirà i canoni dell’offerta di Facebook. Instagram è un ambiente molto differente e Facebook sembra intenzionato a preservare l’enorme qualità editoriale di questo suo acquisto. Il Paid Reach su Instagram potrebbe essere uno strumento tattico, un’opzione ulteriore che non intacca la natura di Instagram come piattaforma di Organic Reach (Instagram non ha neppure un’API che consenta a piattaforme terze di pubblicare contenuti da parte dell’utente). La virata di Facebook verso il Paid Reach è e sarà sostenibile grazie ad un’offerta diversificata: piattaforme di Organic Reach di grande qualità editoriale (come Instagram e domani forse WhatsApp) e una piattaforma di massa dove i brand meno forti nello Storytelling possono accedere ad una visibilità da Paid Reach.

Facebook può permettersi di creare un ambiente tutto basato sul Paid Reach (per le aziende) perché contemporaneamente presidia con successo piattaforme di Organic Reach. La mossa di Facebook non è necessariamente una chiusura dell’offerta, ma una differenziazione dell’offerta.

Ha ancora senso investire su Facebook per il proprio Social Media Marketing?

A scanso di equivoci ci tengo a precisare che io amo Facebook. Semplicemente, come tutte le cose dell’Universo, devi saperlo usare.

Ecco alcuni dei motivi per cui Facebook ha ancora un senso nella Social Media Strategy:

Mobile App: il Paid Reach di Facebook è incredibile per la promozione delle Mobile App. Le possibilità tecnologiche di integrazione fra advertising della piattaforma e Mobile App rendono Facebook un ambiente indispensabile per la strategia di acquisizione di una Mobile App. Dato che spesso le Mobile App hanno possibilità di un proprio modello di business solido, il Paid Reach è molto utile: è una barriera d’accesso per tutte le app che non hanno un modello di business e quindi non possono permettersi di sostenere un CoA (Cost of Acquisition) del cliente.

CRM: se le aziende devono pagare per relazionarsi con i propri fan, allora la Pagina Facebook non è più tanto conveniente come veicolo di acquisizione clienti ma continua ad avere un senso come strumento di gestione dei clienti acquisiti. In ottica di customer service, ma soprattutto di customer relationship management: posso permettermi i costi del Paid Reach perché mi rivolgo a persone che mi hanno già acquistato e dalle quali è più facile estrarre ulteriore valore (cross-sell e up-sell)

Traffic Acquisition: pubblicare contenuti su una pagina Facebook e pagare per diffonderli può essere un modo molto efficiente per generare traffico profilato ad un sito web. Soprattutto per i giornali o in generale i media online. In quest’ottica il Paid Reach è un’alternativa sostenibile alle altre forme di acquisizione traffico a pagamento. Dato che il traffico genera conversione posso stimare anche qui un CoA e implementare una strategia di Traffic Building ricorrendo al Paid Reach

Earned Media: Facebook per le aziende non è soltanto la Pagina Facebook (Owned Media). Ma è anche e soprattutto l’ambiente migliore per l’Earned Media e (quindi) il passaparola. Facebook continua ad avere un enorme senso (e spesso un enorme Organic Reach) se integrato correttamente con il proprio sito. Le condivisioni dei contenuti sul sito (soprattutto per i media online), sono sostanzialmente condivisioni su Facebook. E generano un traffico importante (per volumi) e organico. Troppo spesso questa strategia viene dimenticata. Un esempio di corretta integrazione fra sito e Social (Facebook) soprattutto da Mobile, è il sito del quotidiano locale Meridio News.

Video nativi: Facebook sta puntando molto sui video. Da un lato nel tentativo di spodestare Youtube dal trono (e in parte pare essere già così per le aziende) dall’altro perché ciò è coerente con la strategia Facebook di un Newsfeed di Qualità: il video è infatti l’unico contenuto di cui è possibile stimare la qualità attraverso un algoritmo. La percentuale di video vista è infatti un indicatore sicuro della qualità del contenuto ed è anche un parametro tracciabile e integrabile in un algoritmo.

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Conclusioni: cosa fare?

In sintesi ha senso investire su Facebook, ma le aziende non possono più permettersi di farlo senza ragionare. Il tempo del “proviamolo perché tutti lo usano” è finito. Occorre strategia e soprattutto conoscenza del mezzo e del proprio business (proprio quest’ultima è in realtà la cosa che manca più spesso) per capire come Facebook può intervenire nel Customer Journey dell’azienda.

Inoltre: esplora. Internet non è mai stato così pieno di piattaforme social media. Molte di queste sono piccole o prospettiche ma ti permettono di arrivare ad un’audience di qualità e soprattutto di generare visibilità solo con Organic Reach. Prova Pinterest, Fancy o se vuoi davvero testare i tuoi contenuti fotografici senza essere limitato da una comunità di contatti social esigua: scarica Fleck e verifica se davvero i tuoi contenuti meritano un like.

Nike lancia l'app SNKRS, il miglior sneakers store in un palmo di mano

SNKRS Station Experience al 348 Bowery: segnatevi questo indirizzo se siete in vacanza a Manhattan perché lì troverete  un nuovo e impressionante pop-up store Nike.

Una bella idea a pochi giorni dalla trovata di Adidas Confirmed, che permetteva di prenotare le proprie sneakers edizione limitata.

LEGGI ANCHE: Con l’app Adidas Confirmed prenoti le tue sneakers limited edition

Nike non è da meno e come potrebbe esserlo? Per questo, sfruttando la confluenza della Fashion Week in concomitanza con l’ NBA All Star Weekend 2015, Nike installa una struttura nella forma di una gigantesca scatola da scarpe al 348 Bowery, che vede in esposizione gli ultimi prodotti Nike Swoosh.

L’accesso al pop-up è disponibile solo su invito. In occasione di questa installazione che ricrea un nuovo negozio al dettaglio, Nike utilizza questa piattaforma per introdurre e lanciare la nuova app SNKRS.

L’app si propone come un mix tra l’anima del commercio e invoglianti contenuti coccola-clienti.

Proprio dalle parole di Jesse Stollak, vice presidente digital commerce experience di Nike, si percepisce che l’azienda punta molto allo storytelling, ricorrendo all’utilizzo di contenuti molto descrittivi:

“Stiamo creando contenuti originali e storie che sazieranno la curiosità e la passione della nostra community, […] le storie che stanno dietro al design e all’ispirazione di ogni sneaker, sono storie che non sarete in grado di trovare da nessun’altra parte”.

Un concetto che molti chiamano con il nome di magalog, una via di mezzo tra un catalogo e un magazine, utilizzato da molte compagnie per introdurre se stesse o un nuovo prodotto offerto. L’effetto che se ne ha, è ulteriormente incrementato dal fatto che il messaggio venga veicolato attraverso l’app.

Ma quali sono i vantaggi di quest’app? Scopriamoli insieme.

Un’app per una nuova shopping experience targata Nike

Potrai acquistare gli ultimi arrivi, rivisitare i grandi classici e provare un’esperienza di shopping nuova.

Forse c’è anche l’intento di renderla una sorta di piattaforma social, potendo in tal modo gestire i propri feed e seguire tutte le ultime news e i commenti sulle proprie sneakers preferite.

Sarà come tuffarsi nel mondo Nike e scoprire l’evoluzione del design del tuo paio di scarpe preferito, la storia dietro ad ogni schizzo con tanti contenuti esclusivi.

Un passo avanti per avere le ultime notifiche di lanci imminenti e controllare gli aggiornamenti degli stati dei tuoi ordini.

Acquistare in un secondo, il secondo di un click, e archiviare le informazioni sul tuo conto, la spedizione e la taglia. Tutto in un unico luogo virtuale nel quale potrai esplorare, comprare e condividere il meglio delle tue sneakers firmate Nike.

L’app fornisce un’esperienza unica nella relazione con il prodotto e verrà lanciata ufficialmente in primavera. Per il momento rimane ad accesso limitato, ma se si desidera accedervi prima del suo lancio ufficiale in primavera, viene richiesto agli utenti di registrarsi sul sito e attendere il codice. Altra piccola limitazione, l’app è disponibile solo per utenti iOS, siamo spiacenti Androiders.

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Contiamo di vedere quanta fortuna avrà l’avvicinamento di Nike al marketing esclusivo e allo storytelling emozionale. Intanto sarà interessante scoprire piccoli dettagli di vita legati al design delle nostre amatissime paia.

I digital trend di cui tutti parlano: dalla tecnologia NFC al Content Marketing

Nella digital revolution, protagonista del XXI secolo, i trend digitali e gli standard tecnologici emergenti, che si affermano sempre più velocemente, sono numerosi. Alcuni, tuttavia, risultano più menzionati e, conseguentemente, più interessanti.

L’azienda di comunicazione londinese Bell Pottinger Digital ha utilizzato i suoi strumenti di ascolto del web per monitorare quali siano, tra le nuove tecnologie, quelle che attraggono più consistentemente l’attenzione dei consumatori. Queste rappresenteranno probabilmente gli standard dominanti nell’immediato futuro. Ma quali sono questi trend?

NFC (near field communication)

E’ una tecnologia basata su una connettività wireless di tipo bidirezionale e a corto raggio. Ha finalità disparate: dai pagamenti tramite smartphone, all’acquisto/validazione di biglietti del trasporto pubblico, passando attraverso le possibilità di interazione tra device mobili e supporti fissi (cartelloni pubblicitari interattivi e molto altro).

Secondo la Carlisle and Gallagher Consulting, entro il 2017 la metà dei possessori di smartphone utilizzeranno questi ultimi come mezzo di pagamento preferito.

Internet of Things

È basata sull’interazione intelligente tra device (collegati attraverso una comune connessione wifi). Questa permette di ottimizzare la loro gestione tramite comandi impartiti con smartphone o tablet, per mezzo dei quali è anche possibile monitorare informazioni sul funzionamento degli altri apparecchi collegati (elettrodomestici, illuminazione, home security).

Secondo la società di ricerche Gartner, il numero di device connessi tra loro nell’ambito dell’internet delle cose passerà da 4,9 miliardi nel 2015 a 25 miliardi nel 2020. Una crescita attesa davvero impressionante.

Wereable Tech

La cosiddetta tecnologia indossabile è sempre più pervasiva nelle nostre vite, anche se il protrarsi della crisi dei consumi sta, almeno temporaneamente, impendendone un boom effettivo.

Braccialetti e smartwatch, ma non solo, capaci di dialogare direttamente con smartphone e tablet, divengono ogni giorno sempre più protagonisti irrinunciabili nelle nostre vite. Forrester Research prevede infatti che, già nel 2015, saranno venduti nel mondo 79 milioni di device hi-tech indossabili.

Content Marketing

Con più di 3 milioni di menzioni online è il trend più popolare in assoluto. Esso rappresenta una delle forme di comunicazione aziendale di tipo non convenzionale tra le più diffuse. Queste sono oggi indispensabili per avvicinare un pubblico ormai assuefatto ai meccanismi promozionali di tipo tradizionale.

Il content marketing consiste nella condivisione, da parte delle aziende, di contenuti di per sé interessanti per il consumatore, non necessariamente di carattere promozionale, in modo da attrarne l’attenzione.

Tra gli altri trend significativi, che non approfondiremo per ragioni di spazio, troviamo il branded content, altra forma di comunicazione non convenzionale e lo storytelling, fondamentale per sviluppare un’immagine aziendale distintiva e coinvolgente.

Da citare sono anche la personalizzazione, necessaria per offrire soluzioni ad hoc per ogni consumatore e la realtà aumentata, utilizzata per ampliare l’esperienza sensoriale degli individui.

Sono infine importanti il 3D printing, che aprirà una serie di infinite possibilità nel futuro e il real time marketing, finalizzato a instaurare una relazione più immediata, diretta e consumer friendly.

Le aziende non potranno limitarsi a cavalcare efficacemente questi trend, ma si dovranno impegnare in una loro gestione intelligente e integrata, allo scopo di offrire al consumatore un’esperienza unica e totale, che possa essere differenziante rispetto ai competitor.

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Modern Family: un episodio girato interamente "dentro" iPhone e iPad

modern family episodi

Twentieth Century Fox Television

Andrà in onda oggi negli Stati Uniti l’episodio della fortunata serie televisiva Modern Family dal titolo “Connection Lost“. Cosa lo distingue dagli altri tanto da meritarsi un articolo dedicato? Le sue scene hanno tutte luogo dentro all’interfaccia di diversi prodotti Apple.

I protagonisti interagiscono tra loro tramite Whatsapp, iMessage, FaceTime, e la trama si snoda interamente sugli schermi dei dispositivi.

Steve Levitan, co-sceneggiatore della serie, racconta di essere stato ispirato da una reale conversazione personale su FaceTime con la figlia, la quale poi gli segnalò uno short film di 17 minuti che ha riscosso notevole successo in rete, Noah, girato interamente sullo shermo di un computer.

La tecnologia fa parte delle famiglie moderne e del modo in cui comunicano, come sottolinea Levitan, e non a caso molte campagne di comunicazione di tech e telecommunications companies come Google o Skype insistono proprio sull’aspetto relazionale.

Tutto l’episodio, come dicevamo, è stato registrato su iPhone 6, iPad e un MacBook Pro, che la stessa Apple avrebbe regalato alla produzione della serie televisiva per poter realizzare la puntata. Nessun product placement a pagamento dunque, almeno questo è quanto dichiarato da Levitan ed emittente. Siamo davanti ad una semplice e realistica rappresentazione di un nuovo modo di comunicare che è ormai uno degli standard tra la popolazione?

Business del selfie: scatta una foto e ti dirò cosa compri


Il selfie, termine entrato di prepotenza da qualche anno nel nostro vocabolario quotidiano, è una forma di autoritratto fotografico realizzata principalmente attraverso uno smartphone o un tablet, la cui funzione tipica è quella della condivisione dell’immagine sui social network.

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Anche in tempi non sospetti il selfie aveva la sua popolarità, basti ricordare gli autoscatti del regista di 2001: Odissea nello spazio o di Arancia Meccanica, Stanley Kubrick, o quelli più recenti come i “Papal selfie” di Papa Francesco, o il celebre autoscatto di Ellen DeGeneres a Hollywood in occasione degli Oscar.

Hashtag: selfie


Facebook, Instagram, Twitter e Tumblr oltre ad essere i social network più famosi, sono anche quelli che presentano il maggior numero di autoscatti da parte degli utenti. Su Instagram, infatti, l’hashtag “selfie” è utilizzato da quasi dieci milioni di utenti, e non a caso società come Google, Pinterest e Yahoo hanno acquistato società impegnate nello sviluppo di tecnologie in grado di riconoscere e analizzare le immagini. Se inizialmente la strada intrapresa era quella di analizzare i post di testo sui vari social network, con l’avvento dei selfie si sta aprendo una nuova direzione.

Gaia Rubera, professore associato di marketing alla Bocconi, ritiene che “i selfie permettono di capire in quali situazioni i consumatori utilizzano i prodotti dell’impresa”, consentendo così il riconoscimento di quelli che vengono definiti “consumatori evangelici”, ossia coloro che sono disposti a tutto pur di promuovere sui propri social network la marca o il brand a cui sono affezionati.

I direttori marketing tuttavia, pur riconoscendo di essere nell’epoca in cui le immagini sono tutto, hanno difficoltà a rapportarsi con i nuovi strumenti di ricerca e di identificazione del consumatore.

Ditto Labs e le opportunità di branding dei selfie


David Rose, il CEO di Boston Ditto Labs afferma di aver creato e trovato il modo di analizzare il potenziale delle immagini e delle foto per trasformarle in opportunità di branding. I numeri sono chiari ed esaustivi: 800 milioni di immagini vengono condivise attraverso Facebook, Snapchat, Instagram e Flickr; solo Whatsapp raggiunge 600 milioni di foto condivise ogni giorno.

Ditto labs funziona nel cloud di Amazon ed attraverso un algoritmo è in grado non solo di rilevare il logo presente nella foto, ma anche di analizzare le espressioni facciali, rendendo così un’analisi più veloce per le nuove tendenze emergenti.

“Gli esseri umani identificano automaticamente i volti e sorrisi, trasmettitori chiave del sentimento”, spiega David Rose, “la tecnologia di riconoscimento delle immagini di Ditto analizza volti e sorrisi in immagini e cattura il sentimento di conseguenza”. Le facce quindi possono essere misurate per vedere se sono selfie e se il marchio è volutamente messo in evidenza dal soggetto o se fa parte del background.

Ditto Labs è anche in grado di riconoscere nelle foto se le persone si trovano all’interno o all’esterno, se sono in gruppo o sole.
Secondo l’ Econsultancy Digital Intelligenza Briefing i consumatori hanno più controllo sul flusso di informazioni per ciò che riguarda le marche e i loghi. Il 25 % dei risultati di ricerca per il mondo delle marche, logo, sono link generati dagli utenti e il 35 % dai blogger che pubblicano opinioni sui prodotti e sulle marche. Si stima che il 78 % dei consumatori si fida delle raccomandazioni di altri consumatori.

Questo tipo di analisi, ad avviso di Rose, sono fondamentali per creare un vantaggio di marketing competitivo, d’altronde ribadisce Gaia Rubera “se un’immagine vale più di mille parole, un selfie potrebbe valere più di mille ore di ricerca di mercato”.

Retweeted More: il tool per scrivere il tweet perfetto

Retweet

Twitter chiede richiede passione, tempismo, ironia e serietà. Un tweet retweettato (rilanciato) può avere una diffusione esponenziale.Lo avete capito. Twitter permette un uso professionale e un uso personale, ma personalizza i professionisti e rende professionali le persone.
Twitter, un esercizio quotidiano di igiene mentale – Beppe Severgnini

Se di Twitter si fa un uso professionale, sono parole in cui ci si può ritrovare facilmente: quanti minuti (o addirittura ore), avete speso nel tentativo di creare il tweet perfetto?
Qual è la miglior combinazione di passione, tempismo, ironia e serietà, che rimanga nel limite dei 140 caratteri?
Alla Cornell University, evidentemente, si sono fatti la stessa domanda. E sono riusciti a darsi una risposta: Retweeted More.

Retweeted More è un tool online che permette di scegliere la miglior combinazione di parole per uno stesso tweet, dando addirittura una percentuale di quale dei due tweet ha più probabilità di essere retweettato.
Nato da un progetto sostenuto da Google e NSF (National Science Foundation), usa uno speciale algoritmo che analizza la costruzione della frase, la retorica e le parole chiave, che distinguono il tweet perfetto.

Retweeted More tool

La cosa più interessante è proprio lo studio riguardo alla scelta delle parole: di solito, infatti, quando si analizza la struttura di un tweet di successo ci si riferisce alla popolarità dell’autore o del topic. Ecco invece cos’hanno scoperto i ricercatori della Cornell:

Abbiamo verificato che molti tweet, contenenti lo stesso url e scritti dallo stesso autore, avevano differenti risultati in base alle parole usate. Scegliendo delle coppie di questi tweet, abbiamo chiesto: quale versione spinge a retweettare maggiormente?
Il metodo che abbiamo sviluppato è in grado di scegliere in modo migliore rispetto all’utente medio!
The effect of wording on message propagation – Chenhao Tan

Stranamente le parole che sembrano funzionare meglio sono: please retweet. Anche se la reazione iniziale è la pelle d’oca, per tutte le volte in cui in testa si ha il dictat: “L’engagement deve crearsi da sé, non bisogna richiederlo”, in realtà questa combinazione permette di innalzare la probabilità di essere retweettati fino al 95%.
Un po’ più tradizionali gli altri consigli: adottare un linguaggio coerente con il proprio target, creare fasi immediatamente comprensibili, ed evitare la prima persona singolare possono portare a un buon numero di retweet.

Per ora il tool è pensato solo per Twitter, ma probabilmente nel futuro verranno rilasciate versioni adatte a qualsiasi social.
Il principale inconveniente di Retweeted More è che la lunghezza del tweet viene automaticamente correlata con la capacità informativa. Aggiungere una parola random alla fine del tweet fa aumentare del 50% la probabilità di retweet, anche quando si sa che non è esattamente così.
Inoltre, come tutti i tool automatici che tengono conto dell’efficacia della comunicazione, si parla sempre di una tecnologia non in grado di capire l’umorismo, l’ironia o il sarcasmo.

Insomma sembra che per ora bisognerà ancora affidarsi alle proprie capacità di comunicazione, anche se i tool renderanno la vita un po’ più facile.
E voi? Userete Retweeted More o vi affiderete solo alla vostra abilità di comunicatori?

Il giusto prezzo? È nel cervello dei tuoi clienti

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Nel classico modello delle Quattro P di McCarthy, il Pricing godeva di pari dignità rispetto alle altre tre variabili: avere un prodotto fighissimo, distribuito in maniera ottimale e pubblicizzato come non ci fosse domani poteva rivelarsi inutile se non si stabiliva il giusto prezzo per le tasche e per la mente dell’acquirente.

Il modello è stato poi rivisto da vari esperti di marketing: le P sono variate di numero (da 5 a 13 a seconda dell’approccio teorico) e nell’aspetto (alle volte diventano persino C), ma l’importanza del concetto del prezzo è rimasta inalterata.

The importance of Pricing Earnest

Che il prezzo sia stabilito in base al valore del prodotto, aggiungendo un margine di guadagno al costo, o sia stabilito per aggiungere valore al prodotto, l’importante è che esso risulti adeguato nella mente del consumatore. Per questo le cosiddette commodities resterebbero invendute a un prezzo troppo elevato, mentre un prodotto di lusso perderebbe il suo appeal con un prezzo accessibile a tutti.

La componente psicologica è fondamentale nello stabilire il giusto prezzo e un buon marketer sa per esperienza che la differenza di percezione nella nostra mente tra 49,30 euro e 50 euro è maggiore dei 70 centesimi che realmente separano le due cifre.

Ma realmente rinunciare a pochi centesimi di introito sarà il fattore che spingerà il cliente all’acquisto? Le ultime ricerche di neuromarketing sono spesso di parere opposto.

Il giusto prezzo per il tuo cervello

In molti studi è stato riscontrato che una caratteristica desiderabile per il nostro cervello è un prezzo preciso, cioè un prezzo che includa vari numeri interi e decimali: la somme di 612 e a 588 euro forniscono un’idea di un maggiore valore reale rispetto a una cifra come 600 euro.

In conflitto con queste ricerche ci sono altri studi che affermano che un prezzo visivamente più piccolo sia più efficace e venga percepito come più conveniente. Tale effetto sembra sia dovuto al maggiore rumore inconscio che la cifra genera nella nostra mente: più sillabe leggiamo, più la nostra percezione è di un prezzo economicamente più caro!

Qual è quindi la soluzione al dilemma di determinare il giusto prezzo per ciò che vendiamo?

L’effetto Rounded Price

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Un recente studio sembra aver trovato la soluzione al dilemma analizzando l’aspetto emotivo dei nostri acquisti.

Un prezzo tondo si mostra più appropriato agli acquisti di guidati dalle nostre emozioni, mentre un prezzo più complesso è più motivante nel caso di un acquisto razionale.

Se ad esempio compriamo una macchina fotografica per portarla in vacanza con noi, il mood emozionale ci porterà a considerare migliore un prezzo preciso, in quanto un minore sforzo cognitivo ci consente di permanere in tale modalità emotion oriented.

Nel caso che l’acquisto della stessa fotocamera sia per motivi lavorativi o comunque più razionali valuteremo invece tutte le caratteristiche tecniche del prodotto e anche il prezzo sarà analizzato nella sua complessità, per cui un prezzo più particolareggiato sarà considerato più appropriato.

Il giusto mix per il tuo business

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Sarà quindi nostro il compito di stabilire se ciò che vendiamo può essere più appetibile per un acquisto razionale o emotivo. Ma nel caso di molti prodotti la differenza sarà data dall’interazione delle variabili del marketing mix: variando il prodotto, la sua promozione e il canale distributivo sarà opportuno rimodulare anche il prezzo.

Ritornando all’esempio della fotocamera, con un packaging accattivante in un negozio all’aeroporto sarà più indicato un prezzo rotondo ed emozionale; in un negozio di elettronica e con i riflettori sulle specifiche tecniche un prezzo più preciso può convincervi di essere quello più giusto.

L’idea che il marketing mix possa intercettare i bisogni mentali dell’acquirente ad un livello emotivo o razionale non deve però spingere i markettari a voler creare bisogni innaturali. Questo perchè un bisogno che non nasca dalle reali necessità di un individuo difficilmente sarà giustificabile da un punto di vista razionale. Dal punto di vista emozionale, quanto può essere effimero un business basato su un bisogno emozionale indotto?

Spot e musica: storia di una partnership fruttuosa che arriva da lontano

Descrivere il rapporto tra il mondo della pubblicità e quello della musica è sempre complicato. Innanzitutto perché vengono messi in correlazione due realtà parimenti mutevoli che fondano sull’espressione creativa e la capacità di influenzare il mondo esterno la loro ragion d’essere.

Ciò rende estremamente complesso capire l’influenza che ciascuna delle due forme di comunicazione riesce ad esercitare, prendendole solo una per volta, figuriamoci dibattere su come e quanto siano capaci di impattare l’una sull’altra.

Eppure ciò ci sembra necessario al fine di ricondurre ad un percorso logico e coerente il cambiamento che il mondo degli spot commerciali ha subito tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del ventunesimo; costruire un racconto che espliciti i passaggi cruciali che hanno determinato certe trasformazioni nelle politiche di pubblicitari e musicisti riteniamo sia rilevante per una completa comprensione tra generi.

LEGGI ANCHE : 10 brand che utilizzano la musica nel dna del proprio marketing

Proveremo a costruire una time-line in cui alcuni passaggi hanno determinato l’innesco in un cambiamento di prospettive, focalizzando la nostra attenzione con un baricentro variabile, perché a volte sono stati rivoluzioni nel mondo della musica ad aver impattato su quello della pubblicità ed a volte è successo l’esatto inverso, a dimostrazione di rapporti di causa ed effetto tutt’altro che unidirezionali.

Vediamo innanzitutto di elencare alcune ragioni, di natura semiologica, che fanno del sottofondo musicale un elemento chiave nella comunicazione.

  • Nei richiami mnemonici i suoni hanno maggior potere d’innesco rispetto al testo. Significa cioè che siamo portati a ricordare un determinato evento se questo è in qualche modo connesso ad un suono/rumore/melodia particolare. Anzi molto spesso un suono è capace di richiamare dal nostro sub-conscio ricordi che ritenevamo sepolti nel passato. Di conseguenza in ambito pubblicitario l’espediente musicale è perfetto affinchè uno spot rimanga impresso.
  • Un messaggio che abbia musicalità e sia bello da sentire, o scritto per essere eseguito in musica è percepito con favore rispetto ad uno magari più tecnico ma meno eufonico.
  • Nel quotidiano siamo portati a fornire alla nostra giornata un sottofondo musicale, in relazione agli stati d’animo o per riempire silenzi e vuoti. Riuscire ad abbinare un messaggio alla giusta musica può aiutare in un rimando indiretto tra un certo evento ed il prodotto o brand collegato ad un determinato brano.

Se pensiamo quindi quale ruolo rivesta la componente sonora nella nostra vita diventa piuttosto intuitivo capire il valore delle musiche negli spot ed il loro ruolo nella massimizzazione della eco sul pubblico.

#1 Gli spot alla radio e la tv degli albori sino all’avvento della rete, musica di serie A e musica di serie B

Saremmo voluti partire da molto lontano nel descrivere l’intreccio tra musica e pubblicità, anche solo per il piacere di una discussione in merito. Alcuni tratteggiano come uno dei primi esempi di jingle musicali la canzone Funiculì Funiculà del 1880. Scritta per celebrare l’inaugurazione della prima funicolare vesuviana avvenuta un anno prima, è una forma archeologica di call-to-action. Un invito ad usufruire di quel mezzo al tempo così innovativo è pubblicità musicata nella sua forma più classica.

Per ragioni di sintesi ed opportunità però, siamo costretti a compiere un salto temporale sino alla diffusione della radio prima e della tv poi. In questa grande fase i due mezzi di comunicazione di massa sono stati utilizzati in maniera molto schematica, pur trovandosi davanti ad un processo creativo.

A compositori ed autori venivano richiesti adattamenti da canzoni in voga in quel periodo o produzioni ex novo di melodie che potessero catturare l’attenzione. Un jingle di successo avrebbe garantito piena ed immediata riconoscibilità nei passaggi televisivi e radiofonici, un marchio nel marchio da consolidare nel tempo.

Ci troviamo davanti ad una fase in cui le pubblicità sono tanto aggressive ed assertive quanto penetranti nell’immaginario collettivo. E’ una fase che potremmo definire di volantinaggio multimediale, una pratica che non poteva che generare un rapporto di conflittualità con il mondo musicale.

Questo perché da un lato le aziende chiedevano di proposito di modificare in maniera impercettibile le armonie di pezzi esistenti al fine di sfruttarne il successo senza violare le leggi sul diritto d’autore, o più semplicemente per non pagare. Vien da sé che questo stratagemma venisse vissuto con sgomento da parte degli artisti.

A questo si aggiunga un pregiudizio di fondo rispetto al mondo pubblicitario in toto. Giacché gli spot erano la messa in scena di un prodotto commerciale tutto ciò che fosse progettato e creato per quella forma di comunicazione era percepita come una mercificazione di un’espressione artistica.

In questa lunghissima fase in cui la pubblicità ha avuto un approccio intensivo il suo rapporto con il mondo della musica è stato di totale contrasto.

#2 L’abbattimento dei confini di genere: musica e pubblicità si avvicinano al cinema

Arriviamo agli anni 80, l’inizio dell’era Pop, nella quale vi è un sostanziale avvicinamento e mescolamento di genere nelle arti figurative.

Epoca d’oro per le televisioni commerciali (nel resto del mondo come in Italia), assistiamo ad una massiccia quota di investimenti nelle produzioni a scopo televisivo in tutti i settori dell’economia.

Musica e pubblicità non fanno eccezione, ma vi è un cambiamento significativo negli intenti produttivi da distribuire sul mercato televisivo. Delle convergenze parallele che tendono in realtà verso la stessa forma di intrattenimento, il cinema.

Da un lato abbiamo artisti di fama internazionale come Michael Jackson che a partire da Thriller nel 1982 concepiscono il lancio di un nuovo brano come occasione per la messa in scena di un vero e proprio cortometraggio:

Questo nuovo modo di concepire il format del video-clip segnerà un passaggio epocale nella storia delle musica in televisione. Sino a quel momento i video erano di solito registrazioni di live o esibizioni ad hoc, mai prima di allora si era fatta strada l’idea che ad un concept musicale dovesse legarsi un concept cinematografico o televisivo che godesse di vita propria.

Allo stesso tempo anche le aziende capiscono che la pubblicità non è più solo volantinaggio ma deve evolversi verso nuove forme di racconto, avvalendosi di autori di grido se necessario.

Succede con Apple che nel 1984 decide di affidare il rilancio del Mac a Ridley Scott:

Ma al di là delle collaborazioni virtuose è lo spostamento di genere a fare la differenza. L’universo musicale capisce che la rappresentazione statica di un brano non è sufficiente a descrivere quel prodotto e l’artista che lo ha concepito.

Sull’altra sponda gli spot di puro carattere assertivo cominciano a prestare il fianco alla “vecchiaia”. Gli stessi marchi capiscono che non possono più semplicemente presentarsi al pubblico ma hanno bisogno di ancorarsi ad un racconto che caratterizzi vuoi un determinato prodotto, vuoi il brand nella sua totalità.

Esempio di questo cambio di passo può essere considerato lo spot di 50 secondi della Barilla del 1984:

Qui Barilla preme il tasto sul racconto di una storia familiare, prova a colpire facendo leva sul concetto di “casa” e di bontà a tutto tondo, una costante di tutto il marchio che nel recente passato ha però subito qualche contraccolpo, con le dichiarazioni di patron Guido Barrila a la Zanzara su Radio24 di cui ci siamo occupati.

Quanto raccontato però fotografa ancora una fase embrionale rispetto alla compenetrazione tra forme di comunicazione, abbiamo potuto osservare come musica e pubblicità stiano convergendo verso una terza forma espressiva, il cinema, e verso lo story-telling. Gli artisti musicali cominciano ad accettare contratti in qualità di testimonial ma faticano a produrre musiche dedicate al mondo pubblicitario o prestare le loro opere al servizio di uno spot, sarà un altro evento a scatenare la simbiosi come atto necessario.

#3 La 2K revolution: la rete, la generazione Napster e la crisi dell’industria discografica

Siamo giunti all’epoca contemporanea. Musica e pubblictà viaggiano ancora su due mondi distinti ma l’avvento della rete e soprattutto dei programmi di file-sharing mette in crisi in maniera irreversibile l’industria discografica.

Il mostro cibernetico ha offerto a tutti la possibilità di scaricare musica, ha preso un vizio di dimensioni contenute (il registrare su musicassette i brani del nostro autore preferito o versare i 45 giri dei nostri genitori su formati moderni) e lo ha amplificato su scala mondiale. La digitalizzazione della dimensione di ascolto e la possibilità di scaricare gratuitamente diventano in poco tempo un duo mortale.

Le grandi major assistono ad un calo vertiginoso delle vendite, gli investimenti su nuovi artisti scarseggiano ed anche i grandi della musica incassano il colpo. I Metallica provano a contrastare il problema scagliandosi contro Napster ed il suo creatore col risultato che nel giro di mesi i software per il download tra utenti proliferano a ritmo virale.

A quel punto si rende necessario un cambiamento per cercare nuove forme di introiti e nuova vitalità nel settore. Forti del vecchio adagio pecunia non olet, l’universo musicale si avvicina a quello pubblicitario. Del resto abbiamo visto come parte di quella distanza sia stata coperta attraverso l’evoluzione dello stile di rappresentazione sul piccolo schermo.

Dal nostro punto di vista il primo a capire l’importanza di legare un prodotto musicale ad altre forme di intrattenimento è stato il dj Moby, che nel 1999 con l’album Play decide di rivoluzionare il rapporto musica-pubblicità per sempre.

Tutte le tracce del disco vengono concesse in licenza per film o spot, in questo modo quell’album figlio di un artista poco conosciuto al grande pubblico e che si snoda in un genere assai di nicchia come l’elettronica conosce un successo planetario: sono 12 milioni le copie vendute, con i brani che riescono a resistere nelle classifiche di vendita ad anni di distanza dal rilascio.

Non c’è dubbio che sia stato il talento di Moby il motore scatenante del suo successo, la sua capacità di inserire più generi facendoli coesistere come mai prima di allora. Ma in un universo in crisi di vendite aver legato i suoi brani a prodotti e brand di largo consumo hanno permesso ad un pubblico globale di poter ascoltare la sua opera, gli hanno garantito riconoscibilità che i canali tradizionali non avrebbero mai potuto offrire.

Viene finalmente abbattuto un muro, frutto più della necessità magari che di una scelta consapevole, ma gli artisti vedono nella pubblicità un nuovo canale per raggiungere i fan, fare da testimonial non è più considerato mercimonio, così come incidere per uno spot viene inteso come una diversificazione del proprio bagaglio musicale.

#4 Da musicista a Brand, da marchio ad icona, i confini labili dell’advertising contemporaneo

Fase finale di questo nostro excursus rispetto al rapporto tra musica e pubblicità. Una volta “annusatisi” e riconosciuta la rilevanza l’uno per l’altro, stiamo assistendo ad una fase in cui sempre più artisti si legano in maniera indissolubile ad un brand.

Perchè ciò accade ?

Innanzitutto la figura del musicista o della band si è evoluta ed ha ampliato i propri confini. Sempre più star hanno deciso di gettarsi in nuove avventure, moda, beni di consumo, prodotti di bellezza personalizzati etc. etc. Risulta evidente quindi come una Jennifer Lopez non venga più riconosciuta come mera interprete musicale, ma come un brand che si declina uguale a se stesso nei valori diversificandosi di volta in volta in relazione alla categoria merceologica.

Se l’artista non è più “solo” appartenente alla categoria cambia la sua definizione, diventa un brand a tutto tondo, il quale può aprire a partnership con altri brand che ne condividano i valori o che rappresentino, in un determinato momento, un’idea comune sul mondo.

Caso eclatante è stata la collaborazione tra Apple ed U2 i quali, per il lancio del loro ultimo album Songs of Innocence, hanno deciso di offrire gratuitamente su i-Tunes tutte le loro tracce, sovrapponendo il lancio dell’album a quello del nuovo smartphone di Cupertino.

Ma se questo è forse il punto di maggior compenetrazione tra i due mondi, dobbiamo aspettarci sempre di più che i due universi corrano sempre più spesso in aiuto dell’altro. Entrambi possono beneficiare di questo rapporto su più livelli, da quello creativo a quello economico, favorendo una relazione osmotica che, applicata nel modo giusto, non può che giovare ad entrambi.

È possibile guadagnare con le views su YouTube? [INTERVISTA] #ninjavideo

Edoardo Scognamiglio

YouTube, Vimeo, i video su Facebook, ora anche su Twitter. La comunicazione in movimento è sempre più diffusa e sembra proprio che i video pubblicitari, da sempre strutturati per andare in onda come spot televisivi, oggi siano destinati ai nuovi canali digitali pronti a una nuova era del video marketing.

Ma esiste un video perfetto? C’è un modo per far esplodere di viralità i propri contenuti? A queste e altre domande ci risponde Edoardo Scognamiglio, autore de “Le Iene”, co-founder ComboCut Film e docente del Corso Online in Video Marketing della Ninja Academy.

Veniamo subito al sodo: esiste la ricetta del video perfetto?

Non esiste il video perfetto, tantomeno una ricetta precisa da seguire passo passo. Esistono però dei modelli con cui costruire una video strategy e un racconto, una sorta di griglia da riempire per darsi una direzione. C’è tanto lavoro di ricerca, in due sensi: prima di sviluppare un video bisogna conoscere a fondo il brand e le persone a cui comunica. C’è creatività. Infatti la sfida, in un gioco di insiemi, è quella di inventare un video di valore sia per cliente e che per la sua audience. Quello che non deve mai mancare, per il successo di un video, è l’utilizzo nella storia di una leva emotiva.

video marketing

Un video virale può davvero far guadagnare soldi alla mia azienda?

Da solo raramente. Una clip virale, o Hero Video per usare il linguaggio di Google, farà da apripista alla popolarità di un brand poiché conferirà alta visibilità in tempi brevissimi. È però necessario che il video sia affiancato da una solida azione di marketing in termini di “raccolta”. La strada per trasformare una visualizzazione in un cliente esiste, va però strutturata.

Cosa hai imparato di utile per il video marketing lavorando a Le Iene?

Ho imparato a non accontentarmi mai di un’idea e a spingerla al massimo. Il programma è realizzato da autori di altissimo livello, bisogna quindi “competere” sulla creatività. Non essendoci nella redazione gerarchie o favoritismi, il valore di un servizio è valutato esclusivamente dalla qualità del contenuto.

D’altra parte in tv quello che conta è lo share: si realizzano prodotti video di intrattenimento che devono avere successo. Pena: lo zapping, perché se la gente cambia canale il tuo programma è spacciato. Questo know how l’abbiamo portato in ambito pubblicitario. Se ci pensate anche per una campagna su YouTube contano parametri similari: in quanti hanno visto il video, ma soprattutto, per quanto tempo?

Video star, youtuber famosi, virali… qual è lo stato attuale del video marketing in Italia?

Siamo in un momento di cambiamenti epocali. Forse è la prima volta negli ultimi dieci anni che i media tradizionali guardano al web con interesse e anche timore. Sono esplosi gli Youtuber, Netflix sta entrando nel mercato italiano, Facebook ha dichiarato guerra a YouTube come piattaforma per la fruizione di video. Succederà di tutto quest’anno.

E’ quindi fondamentale, prima che sia tardi, capire perché un trend sta avendo successo e portarsi a casa delle dritte per costruire il prossimo. Ad esempio: tutti dicevano che un video virale doveva durare poco. Allora come li spieghiamo i 6 minuti medi di Favij? Perché proprio lui ha raggiunto più di 1 milione di iscritti e non un altro dei centinaia gamers in Italia? Oppure: perché quel video caricato nel 2007 improvvisamente nel 2015 esplode e diventa popolare? C’è una regola dietro?

Ho il “video perfetto”. E ora come faccio a farlo vedere ai miei clienti e prospect?

Devi iniziare a lavorare prima di avere il “video perfetto”. Parlo di tempo impiegato per far crescere un’audience sui canali social aziendali, tempo per costruire un database di contatti, tempo per coltivare il tuo pubblico. Tutta questa macchina di marketing servirà a diffondere il video presso chi ti conosce e ti segue già. Parallelamente saranno necessari investimenti in adv (che sia Facebook, YouTube o un network) e la pianificazione di post sponsorizzati per raggiungere chi ancora non ti conosce.

Gangnam Style, Harlem Shake o Happy: quale tormentone ti ha fatto ballare di più?

A parte che ballo da schifo, l’azione di marketing che mi ha più colpito è stata quella di “Happy”. Ha generato un’enorme catena di video spontanei a livello planetario. Anche “Harlem Shake” ha avuto seguito, credo però che “Happy” si porti dietro una serie di valori molto più universali. Magari ci ho visto troppa poesia, ma è stata un’iniziativa fatta da popoli diversi sotto l’insegna di essere felici (contro le guerre, contro la violenza, ecc.).

Qual è la campagna di video marketing che avresti voluto firmare?

Old Spice, per come sono riusciti a combinare ironia ed effetti speciali.

Il Crowdsourcing Summit 2015 parla italiano

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Crowd economy chiama Italia e Zooppa risponde. Dopo anni di conferenze di successo organizzate in tutto il mondo, la Crowdsourcing Week approda nel Belpaese e il porto ideale non poteva che essere Venezia.

Il risultato è il primo summit italiano sulla crowd economy, che si terrà il 5 e 6 marzo nella splendida cornice della laguna veneta, presso l’incubatore e accelleratore di startup italiano H-Farm.

Insieme a Singapore, Bruxelles, Giacarta, il Circolo Artico e Manila, la tappa italiana sarà parte dell’edizione 2015 dell’evento itinerante internazionale che si offre come punto di incontro di esperti, influencer, aziende e tutti gli interessati all’evoluzione del business verso l’esternalizzazione del lavoro a più persone: in una parola, al crowdsourcing.

Crowdsourcing Summit: chiedere alla folla

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Il crowdsourcing nasce come possibilità di utilizzare i contributi spontanei di un gruppo di persone più o meno vasto, in vista di un determinato scopo.

L’accezione più conosciuta è quella che fa di questa pratica un modello di business, per il quale un’azienda affida un compito ad un ampio gruppo di persone, esterne alla stessa, di modo da ottenere una moltitudine di possibili soluzioni, anche estremamente eterogenee tra loro.

La formulazione è dunque quella di una gara, al termine della quale la proposta vincente verrà adottata e pagata dall’azienda promotrice. Quest’ultima ottiene pertanto un ottimo risultato a costi ridotti, ottenendo peraltro una serie di preziosi spunti sull’argomento oggetto del contest.

Alcuni esempi più comuni di lavori riguardano la creazione di servizi fotografici, video promozionali e loghi aziendali.

A rispondere al brief, ossia alle indicazioni lasciate dal committente, sono spesso freelance, che mirano non solo alla controparte economica ma soprattutto al ritorno di immagine. I partecipanti possono dunque essere professionisti di vario livello, che genenereranno opere di qualità proporzionale alla loro esperienza.

La concorrenza, come è facile immaginare, è agguerrita, per cui non è facile arricchirsi con il crowdsourcing, ma sono invece notevoli l’amplificazione mediatica e la possibilità di stringere alleanze strategiche con altri esperti, che magari presentano competenze complementari alle proprie.

La community di Zooppa

Il Crowdsourcing Summit 2015 a marzo parla italiano

Elemento essenziale per il crowsourcing è la rete. La quasi totalità delle gare viene indetta attraverso il supporto di piattaforme specializzate. Esse promuovono il contatto tra persone e aziende, stimolando la partecipazione e la creatività delle persone, che possono portare il proprio contributo in varie forme, a seconda dell’incarico.

Un esempio tutto italiano è Zooppa, leader internazionale con più di 285.000 iscritti attivi provenienti da tutto il mondo e oltre 450 campagne concluse con successo. Attraverso Zooppa vengono prodotti video, grafiche e concept in grado di rispondere alle esigenze delle società-clienti, aiutandole a raggiungere i loro obiettivi di marketing.

È comunque la community ad avere l’ultima parola, decretando i vincitori delle gare.

Le aziende cambiano

Il Crowdsourcing ha investito tutti i business attuali: dalla creatività ai viaggi, passando per i trasporti e il design. Le persone hanno oggi la straordinaria opportunità di entrare in contatto con realtà fino a poco tempo fa difficilmente avvicinabili e di mettersi in gioco su scala globale. – Dichiara Matteo Sarzana, General Manager di Zooppa – È un grande onore collaborare all’organizzazione del primo Crowdsourcing Summit in Italia: l’evento sarà un’occasione unica per entrare in contatto con le realtà più importanti in questo settore e scoprire come è possibile sfruttare queste nuove opportunità per migliorare il proprio business.”

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Il Crowdsourcing Summit, sarà una due giorni di conferenze in cui discutere di come il crowdsourcing stia cambiando le aziende e la loro organizzazione.

Non mancheranno nomi importanti e volti noti del panorama italiano e internazionale: sono sul sito ufficiale dell’evento, insieme a tutte le informazioni per partecipare.