Angry Birds perde quota: i motivi del declino

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(C) Angry Birds Toons

Dopo aver cavalcato la cresta dell’onda per quasi 5 anni, Angry Birds sta registrando impressionanti cali di profitto.

Le ragioni del successo per la killer app di Rovio sono state molteplici, e Mikael Hed, fondatore ed CEO, le ha sfruttate tutte: gameplay semplice in stile Crush the castle, caratterizzazione dei personaggi accattivante, varietà dei livelli e modello freemium hanno fatto di Angry Birds l’app giusta per i casual gamers.

Aggredendo il mercato per primo con una formula vincente, il gioco degli uccellini arrabbiati ha fatto da apripista ad un intero filone di giochi mobile-based basato più o meno sullo stesso modello di business.

Angry Birds: i motivi del declino

Le note dolenti arrivano con l’esercizio 2013, nel quale si verifica una perdita degli utili netti superiore al 50% rispetto al 2012, cioè da €55,5 milioni a €26,9 milioni (fonte @ValleyWag). Sono proprio le stesse ragioni che hanno favorito una crescita esplosiva nei primi  periodi a minacciare la sostenibilità del prodotto. Vediamoli insieme.

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La diversificazione

Rovio ha deciso di diversificare Angry Birds da app mobile a prodotti reali: peluche, giochi da tavolo, acessori, abbigliamento e persino alimentari (girando per internet abbiamo trovato anche gli ami da pesca). La diversificazione ha senso, ma per mantenere l’awareness necessaria a sostenere il brand “Angry Birds”, Rovio  è stata costretta a rilasciare contenuti gratuiti e free download, favorendo la giocabilità, ma minando il modello freemium.

Troppe versioni e troppe release

Sempre in correlazione all’awareness, sono state rilasciate svariate versioni di Angry Birds multipiattaforma: Rio, Star Wars, Space, Halloween e così via

Il gameplay, di fondo, non cambiava mai, e adesso il tasso di conversione degli utenti (il rapporto tra le persone che iniziano a giocare rispetto quelle che smettono di giocarci) è molto basso. Sono stati fatti degli esperimenti abbastanza ingegnosi, tra cui uno spin-off “Bad Piggies” e un gioco di corse “GO”, ma questi giochi non hanno dato (ancora?) risultati sperati. Adesso è il turno di “Epic”, un RPG con gli stessi personaggi della saga.

L’ambiente competitivo si infittisce

Da pioniere di un nuovo genere (i mobile games), Rovio ha creato un modello al quale più case si sono ispirate: Candy Crush, Cut the Rope e Temple Run ne sono degli esempi. Adesso che la competizione per i giochi sulla memoria del cellulare è più ampia, Angry Birds soffre a causa della sua “anzianità”.

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Le dimissioni del CEO di Rovio e le nuove strategie

Ma la punta di diamante di Rovio non è data per spacciata: vive un momento di contrazione, ma potrà risultare attraente per i mobile gamer della seconda generazione. Almeno questo è il parere di Mikael Hed, che ha deciso, per il 2015, di lasciare la poltrona di CEO a Pekka Rantala, che ha una lunga storia in Nokia (ha lavorato praticamente in tutte le divisioni Marketing di Nokia prima di diventare, a Giugno 2014, Direttore Commerciale in Rovio).

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Sulla questione, Mikael dichiara:

“E’ stato divertente cavalcare l’onda, e nei prossimi mesi sarò molto felice di passare il testimone a Pekka Rantala, che porterà Rovio ad un nuovo livello. Pekka è rinomato per essere un leader con esperienza nella costruzione di brand di condivisione globale. Io continuerò a giocare un ruolo attivo e supporterò Pekka in ogni modo che posso per assicurare il futuro di Rovio verso nuovi successi.”

Dall’inizio del 2015, Mikael resterà in Rovio, ma passerà alla divisione Animation Studios, anche in vista del film d’animazione degli uccellacci arrabbiati che uscirà nel 2016.

In questo modo, Rovio differenzierà il suo prodotto Angry Birds in una nuova dimensione.

Vestibilità e acquisti online: la tecnologia è la soluzione?

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Quasi 11 milioni di italiani conoscono la sensazione che si prova quando si aspetta l’arrivo di un capo d’abbigliamento acquistato online: quanta gioia e ottimismo nel momento in cui si riceve quel pacco, lo si apre, si scarta il prodotto tanto desiderato e lo si prova per la prima volta. Spesso però tutte queste aspettative vengono deluse nel momento in cui scopriamo che la vestibilità del capo non è quella giusta per noi, e dobbiamo renderlo.

Negli ultimi anni il settore dell’abbigliamento online ha registrato tassi di crescita rapidissimi, non riuscendo però ancora a risolvere il problema dei resi: secondo i dati tra il 20% e il 30% dei capi acquistati viene reso, e questo costa ai retailer non solo ricavi persi, ma anche spese di spedizione in uscita e in entrata, e addirittura la perdita dei capi resi che a volte non risultano più rivendibili.

1. Un aiuto dalla tecnologia

Questa problematica è stata intercettata da una serie di start up, che hanno provato a risolverla sviluppando dei sistemi in grado di aiutare i clienti a trovare la taglia giusta del capo desiderato.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Ci sono 3 tipi di approcci:

  • TrueFit, che lavora con Macy’s and Nordstrom, utilizza la logica degli algoritmi per analizzare i dati di vestibilità e raccomandare al cliente la taglia da selezionare
  • Metail and Fits.me invece hanno sviluppato dei veri e propri camerini digitali in cui dei manichini virtuali simulano le dimensioni dell’utente e mostrano come un certo capo può sembrare indossato da loro
  • Altre start up invece richiedono all’utente di inserire le proprie misure, e collegano questi dati con quelli di specifici capi e brand

2. Finanziamenti e sviluppo del mercato

Sono stati versati milioni di dollari di finanziamenti in questo che è ormai diventato un mercato abbastanza affollato di concorrenti.

Ad aprile del 2013 Fits.me ha raccolto 7,2 milioni di dollari in un primo round di finanziamento, solo qualche settimana dopo che il gigante dell’e-commerce Myntra ha acquistato Fitiquette, start up basata a San Francisco, per una somma non dichiarata pubblicamente.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

E ancora: lo scorso dicembre Metail ha raccolto circa 4 milioni e mezzo di dollari di finanziamenti, e a marzo Ebay ha acquistato Phisix, start up di visualizzazione e modelling 3D. TrueFit, secondo un rapporto della US Security and Exchange Commission, ha ricevuto 10.5 milioni di dollari, e Steadfast Venture Capital, iniziale investitore di Spotify, ha finanziato Fitbay, startup del settore danese.

Ma nonostante tutti questi finanziamenti, nessuno ancora è riuscito a primeggiare e a offrire una soluzione concreta al problema. Perchè?

3. L’utilizzo da parte degli utenti

Le aziende che offrono soluzioni al problema della vestibilità nell’ecommerce sottolineano la necessità di creare interfacce di facile utilizzo e coinvolgenti per l’utente. Nonostante questo però la maggior parte dei sistemi fanno affidamento sul fatto che l’utente fornisca le proprie misure per il calcolo della vestibilità, e questo rappresenta un ostacolo importante all’utilizzo.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

 

Tom Adeyoola, fondatore e CEO di Metail ha dichiarato: “I tassi di utilizzo sono al di sotto del 3%. Sono solo gli utenti più coinvolti e più inclini all’utilizzo delle tecnologie che sperimenteranno le nuove soluzioni. Poi, ovviamente, chi lo farà renderà di meno, ma c’è sempre bisogno di una certa massa critica di utilizzatori perché si registri un vero impatto sul miglioramento delle vendite.”

E’ quindi difficile per le aziende come Metail convincere i retailers che questi sistemi funzionino e abbiano un reale impatto sulle performance, e spingere così loro ad implementarli e gli utenti ad utilizzarli sempre più.

4. Difficoltà per i retailer

Per quanto riguarda i retailer invece, all’incertezza sui reali effetti dell’adozione, si aggiungono gli alti costi di implementazione dei sistemi di guida alla vestibilità virtuale.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Ecommerce come Dafiti e Warehouse collaborano con Metail per fotografare i capi d’abbigliamento e trasporre gli outfit sui propri manichini virtuali, ma questo processo costa ai retailer circa 15 dollari a capo, un costo davvero elevato.

Per produrre risultati accurati, gli algoritmi di raccomandazione della vestibilità hanno anche bisogno di grandi input di dati di misurazione dei prodotti. “Il fast fashion è una realtà in cui ogni settimana migliaia di nuovi prodotti vengono lanciati; è difficile raccogliere un certo numero di dati abbastanza velocemente da produrre in tempo utile raccomandazioni di vestibilità accurate. Inoltre questi dati sono molto costosi per i retailer” ha dichiarato Gustaf Tunhammar, CEO e co-fondatore di Virtusize.

5. La tecnologia è la risposta al problema della vestibilità?

Nonostante i manichini digitali e gli algoritmi siano tecnicamente molto avanzati, forse soluzioni più tradizionali come sistemi di votazione e commento, o tabelle di conversione delle taglie ben fatte, possono aiutare i clienti a scegliere i prodotti adatti a loro in maniera ottimale.

Al momento infatti, il panorama frammentato dei sistemi di guida alla vestibilità e il fatto che ognuno collabori con retailer diversi che testano queste soluzioni contemporaneamente, non fa che rendere tutto ancora più complicato per il consumatore finale.

Alla fine della fiera, il concetto di “stare bene” con un capo di abbigliamento è tanto scientifico quanto profondamente soggettivo. Riuscirà davvero un’azienda tecnologica a risolvere il problema?

4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente

4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente

In questi giorni ci siamo fatti le vasche sul ponte di Brooklyn, siamo saliti su treni in stile Far West e abbiamo violato la sicurezza della Casa Bianca giusto un paio di volte. No, nessuno scambio d’identità, né possediamo il dono dell’ubiquità: semplicemente ci siamo sparati in loop i primi video realizzati con Hyperlapse, l’ultima trovata di casa Instagram per amplificare una user experience già da 10 e lode dopo l’ultimo aggiornamento rilasciato.

Hyperlapse: cosa è e cosa NON è

Per chi si fosse perso qualche puntata, riassumiamo al volo alcuni punti salienti:

  • Hyperlapse non consente di realizzare video con la tecnica stop-motion. I tentativi andati male caricati in rete sono evidenti (e sono pure tantissimi). Se vedete ancora qualcuno provarci non abbiate pietà, anche in stop-motion se preferite;
  • l’algoritmo alla base permette di registrare sequenze video ad una frequenza di cattura inferiore di 24 frame al secondo, poi accelerabili fino a 12 volte. La durata massima di ripresa consentita dall’applicazione è di 45 minuti, mentre la meravigliosa stabilizzazione delle immagini che avrete già notato è data dalla semplice pulizia dei bordi dell’inquadratura, maggiormente soggetti a tremolii e movimenti vari;
  • non sappiamo se gli sviluppatori di Hyperlapse sapessero che l’iPhone 6 avrebbe integrato on device una funzione simile, certo è che a quest’ora saranno ancora nei peggiori bar di Caracas tentando di non pensarci.

Narrazione e engagement

L’aspetto davvero affascinante di Hyperlapse è la potenzialità della sua narrazione: per la prima volta abbiamo a disposizione uno strumento che al tempo stesso elude e cavalca i trend dell’attenzione e dell’engagement in rete, permettendoci di raccontare tanto (minuti) in pochissimo tempo (secondi).

Molti brand hanno già provato a cogliere la palla al balzo, ma al momento gli esempi virtuosi sono davvero pochi. Sei il Social Media Manager della tua azienda/agenzia e hai scelto Hyperlapse per dare vita al tanto agognato video virale? Prima di improvvisarti regista, leggi questi 4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente: sono così banali che… non ci avevi pensato. E faranno la differenza.

1. Non dimenticare l’idea

Stiamo parlando di contenuto autoprodotto, non è richiesto uno storyboard con i fuochi d’artificio. Al contrario, sarà proprio “l’artigianalità” del video a creare valore aggiunto. La creatività però paga sempre, e Honda lo sa bene: ecco come in Canada dimostra la capienza di uno dei suoi modelli.

2. Studia il campo d’azione

Se è l’azione ciò che vuoi catturare, vai e inseguila con lo smartphone in pugno. Il time lapse però da il meglio di se quando l’obiettivo è immobile, intento a catturare ogni singolo movimento sulla scena e le variazioni della luce naturale che la illumina. Che ne dici di come BudLight racconta un picnic ben riuscito?

3. Svela i retroscena

Emozionale, curioso, originale: in una parola, storytelling. In questo Hyperlapse ha veramente una marcia in più. Se ormai conosci la redazione di Vogue a memoria perché l’hai trovata embeddata ovunque, guarda come nasce il personaggio di Spongebob.

4. Dove vuoi pubblicare?

Le riprese avvengono full frame, quindi in formato rettangolare. Dettaglio che potresti ricordare solo al momento di caricare il tuo video su Instagram o su Vine. In questi casi centra il più possibile il focus della tua registrazione. Come ha fatto Burton con questo skater ed il suo cane.

E tu, hai altri consigli da condividere su come realizzare un buon video con Hyperlapse? Parliamone qui sotto!

10 indimenticabili campagne di experiential marketing

Experiential marketing? Non è un vezzo linguistico di qualche marketer e nemmeno l’ultima moda in materia di marketing non convenzionale. Correva l’anno 1999, un momento decisivo che segnava l’inizio della nuova era, del nuovo millennio. I nomi Joseph Pine e James Gilmore forse non ti dicono molto, ma sono i padri di The Experience Economy, il libro che conferma la rottura con il marketing tradizionale che comunica il prodotto e la nascita di un marketing non convenzionale, che invece comunica alle persone.

In breve siamo di fronte ad una scienza o ad un’arte (dipende dai punti di vista) che si impegna a dare valore aggiunto prima al consumatore e poi al brand. Quel valore aggiunto risiede proprio nell’immergere l’acquirente in un’esperienza che lo lega indissolubilmente ad un marchio, il cui scopo è quello di connettersi con la sfera limbica, solleticando la parte emotiva delle persone.

House Vans

Un omaggio allo urban style, alla street art, alla BMX. Ecco come Vans ha battezzato il suo nuovo progetto a Londra nell’agosto 2014.

Samsung

Londra, 2012. Olimpiadi. Samsung si mette letteralmente in piazza, e in occasione dei giochi olimpici che vedono come protagonista la città di Queen Elizabeth, presenta i suoi gioiellini:  Galaxy S3 e Galaxy Note. Chi si è presentato a uno degli stand disseminati in giro per Londra ha interagito con Samsung, giocando con la app creata apposta dall’azienda sudcoreana. Numero di telefoni venduti contestualmente all’evento? Zero. Tuttavia 9 visitatori su 10 hanno reagito dicendo che avrebbero tenuto in considerazione Samsung per i loro futuri acquisti.

Doc McStuffin

La fortunata serie per bambini Doc McStuffin targata Disney Channel per promuovere la seconda, ha scomodato nientepopodimeno che l’orsetto Big Ted. Come la protagonista del programma, tutti i bambini sono diventati medici e muniti di stetoscopio e camice bianco hanno fornito assistenza al loro paziente speciale.

Red bull

Battere un record in un’impresa estrema. Il paracadutista austriaco Felix Baumgartner scende in campo per Red Bull e ha vinto tutto.

Adidas

Ecco cosa succede se i fan della star dei Chicago Bull, Derrick Rose, vengono invitati a giocare a pallacanestro con lui. Il delirio.

Mountain Dew

Pepsi chiama 15 Brand Ambassador a promuovere la bevanda gasata Mountain Dew. Un’esperienza itinerante di guerrilla su e giù per principali città del Regno Unito.

TNT

“Push to add drama”. Siamo in una tranquilla città belga, in un tipico posto dove non succede mai nulla di eccittante. Metti un pulsante in mezzo alla piazza. Abbi il corraggio di premere il bottone e diventa il protagonista di un film!

Sensodyne

Great Sensitivity Test. L’igiene orale è importante. Lo sa bene il team del dipartimento marketing di Sensodyne che ha fatto una cosa molto semplice quanto sensazionale: invitare le persone ad imparare a lavarsi bene i denti.

Game of thrones

“Aiuto, c’è un teschio gigante sulla spiaggia!”. Sì, Blinkbox si è inventata proprio questo trovata per lanciare la serie numero tre di Game of Thrones. L’immagine si commenta da sola.

Ikea

Alla stregua di Una notte al museo, ecco che IKEA UK dimostra di aver ascoltato intelligentemente le conversazioni di un gruppo su Facebook chiamato “I wanna have a sleepover in Ikea”. Eccoli accontentati. Il collosso svedese ha dato la possibilità ai suoi clienti di dormire proprio in un negozio Ikea di Essex. Si sono presentati in 100.000 e la fortuna ha premiato solo 100 di loro.

The Simpson: il film

Chiudiamo in bellezza. Ti chiedo di fare uno sforzo mnemonico. Anno 2007. Che cosa fa la 20th Century Fox in collaborazione con 7-Eleven per promuovere il film sulla famiglia americana più irriverente del mondo? Transforma 12 negozi in Kwik-E-Marts (il negozio gestito da Apu) uno dei simboli de I Simpson. Che cosa avrei dato per essere lì.

Apre il Berga Urban Museum a Vicenza: intervista al curatore Ale Giorgini [INTERVISTA]

BUM

Si chiama Berga Urban Museum, più semplicemente BUM, per chi lo conosce già, ed è un nuovo spazio espositivo libero e gratuito dedicato all’illustrazione con sede a Vicenza (Borgo Berga per la precisione) che inaugura il prossimo 4 ottobre 2014.

Si tratta di uno spazio di oltre 2000 metri quadrati caratterizzato dalla sua ampia area verde, che sarà decorato (sulla lunghezza di 150 metri) dalle opere di ben 25 illustratori provenienti da tutto il mondo: Noma Bar (UK), Jeremyville (Australia/USA), Brosmind (Spain), Marcos Chin (USA), Tomer Hanuka (USA), Stanley Chow (UK), Christoph Niemann (Germany), Pablo Lobato (Argentina), Keith Negley (Usa), Jean Julliet (France), Ryo Takemasa (Japan), Philip Giordano (Japan), Michel Casarramona (Swisse), Shout (Italy), Olimpia Zagnoli (Italy), Riccardo Guasco (Italy), Mauro Gatti (Italy), Francesco Poroli (Italy), Simone Massoni (Italy), Gloria Pizzilli (Italy), Roman Muradov (USA), Alvaro Tapia Hidalgo (Chile), Malika Favre (France), Jonas Bergstrand (Sweden) e il curatore, Ale Giorgini (Italy) apprezzato designer e illustratore nostrano a cui abbiamo rivolto qualche domanda sull’evento:

Ciao Ale, quest’anno torni a Vicenza come curatore di questo nuovo progetto dopo il successo della mostra Illustri. Ti aspettavi la risposta positiva del pubblico? Quali obiettivi ti sei posto lavorando per il Berga Urban Museum?

Ciao Daniela. Sinceramente? No, un riscontro così non me lo aspettavo. Sono entrate in Basilica Palladiana 25.000 persone per vedere la mostra Illustri, che raccoglieva i lavori di 11 fra i migliori illustratori italiani. Una risposta talmente positiva che è stata da stimolo per intraprendere una nuova scommessa e far diventare Illustri un festival biennale di Illustrazione, che inaugurerà nel dicembre 2015. E una scommessa ancor più grande: far diventare Vicenza un punto di riferimento per l’illustrazione italiana e internazionale. E in questo obiettivo si colloca proprio il progetto di Berga Urban Museum: una piazza pubblica in un nuovissimo quartiere a ridosso del centro storico della città, che diventerà un museo a cielo aperto che raccoglierà i lavori di 25 illustratori provenienti da tutto il mondo. Un modo per promuovere Vicenza a capitale dell’illustrazione e per far conoscere alla città questo nuovo spazio pubblico che si candida a diventare nuovo polo culturale cittadino e non solo.

Come mai avete pensato ad una modalità di accesso libero e gratuito alle opere esposte?

L’illustrazione è un linguaggio universale, alla portata di tutti, una forma d’arte democratica quindi. E ho voluto quindi che l’accesso a questo evento mantenesse lo stesso principio: alla portata di tutti. Mi riempie di orgoglio pensare che la mia città avra una piazza che sarà interamente dedicata a questo tipo di linguaggio, attraverso le opere di disegnatori importantissimi nel panorama internazionale.

E’ stato difficile scegliere gli artisti per la collezione? Quali sono stati i vostri criteri? C’è una linea comune che unisce questi artisti?

Il progetto era ambizioso, quindi immaginavo sarebbe stato un lavoro piuttosto lungo riuscire a raccogliere quella serie di nomi. In realtà ho trovato un grande entusiasmo da parte di tutti nei confronti del progetto e questo ha alleggerito molto il carico di lavoro a cui sono stato sottoposto. Ho reclutato illustratori che potessero dare un panorama il più eterogeneo possibile dal punto di vista stilistico, dando vita ad una line up che mettesse insieme nomi importantissimi e con anni di esperienza alle spalle come Christoph Niemann, Noma Bar, Jeremyville, Shout vicino ad illustratori più giovani e che sicuramente rappresentano il futuro di questa professione come Philip Giordano, Ryo Takemasa o Gloria Pizzilli.

Ecco qualche esempio:

Shout “Turtle”

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Gloria Pizzilli “NuWa”

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Christoph Niemann “Toothbrush”

CHRISTOPH NIEMANN_Toothbrush

Jeremiville “ImagineEternity”

Jeremiville ImagineEternity

Keith Negley “Timbers”

KEITH NEGLEY_Timbers

Vi ricordiamo che per l’inaugurazione del 4 ottobre 2014 è in programma una performance live di Riccardo Guasco, illustratore e pittore di Alessandria. L’appuntamento è alle ore 17.

Buona visione!

Travel Retail: il sesto continente del business

Check-in effettuato ed è subito shopping! Il travel retail (che comprende scali aerei, ferroviari e marittimi) vale 60 miliardi di dollari, e si prevede che tale cifra possa raddoppiare nel giro di 10 anni, un canale quindi in continua espansione trainato dalle vendite aeroportuali.

Per le grandi aziende il travel retail rappresenta una così ampia fetta del loro fatturato da poter essere considerato un sesto continente. Dal 2009 le vendite crescono di oltre il 12% ogni anno, in parte grazie all’aumento del traffico aeroportuale, in parte sospinte dal desiderio di shopping-on-the-go insito nei viaggiatori. I fatturati di cosmetici e profumi hanno superato le vendite di tabacco ed alcolici, diventando così un business su cui investire.

Lo stretto legame tra travel retail ed il mercato asiatico

Lo scettro del mercato travel retail è nelle mani della regione Asia-Pacifico che detiene quasi il 40% dell’intero giro d’affari, con un turnover che nel 2013 ha raggiunto i 22,3 miliardi di dollari, segnano per l’Asia una crescita del +12% vs 2012. A loro non solo lo scalino più alto del podio, ma ben 7 posizioni nella Top 10 stilata annualmente da Tfwa (associazione mondiale del duty free e del travel retail): al primo posto Seoul Incheon seguito da Dubai International, London Heatrow, Singapore Changi, Hong Kong, Bangkok Suvamabhumi, Shanghai Pudong, Beijing Capital. Paris Charles De Gaulle e Frankfurt. Da solo l’aeroporto Incheon di Seoul rappresenta il 3% del mercato globale travel retail, con ricavi di 1,7 miliardi di dollari.

I ritmi di viaggio del Travel Retail in Italia

Il mercato italiano ha raggiunto i 400 milioni di euro, situazione stabile dal 2012 ma per la quale gli esperti prevedono un incremento grazie ai miliardi di visitatori attesi per l’Expo 2015. L’aeroporto di Milano Malpensa ha già investito 28 milioni di euro per il rinnovo del Terminal 1 affidato all’architetto Gregorio Caccia Dominioni. L’ampliamento del terminal ha previsto anche la realizzazione di una galleria commerciale che trae ispirazione dalla Galleria Vittorio Emanuele e che ospiterà 46 nuovi spazi commerciali, ed il duty-free più grande d’Europa con i suoi 2.550 mq: gli spazi complessivamente destinati al retail raggiungeranno quindi i 23.000 mq. Nella nuova piazza del lusso ai già noti brand del lusso come Bulgari, Hermes, Gucci, Ermenegildo Zegna, Tod’s, si affianca anche il Caffè Oldani che propone piatti firmati dall’omonimo chef stellato.

I paperoni del Travel Retail

Come ogni anno il Moodie Report ha stilato la Classifica Mondiale dei Top 25 Travel Retailler basandosi sul turnover totale del 2013.

Al primo posto DFS con un turnover di 4.065 milioni di euro, performance fortemente sostenuta dai dati di vendita sul suolo asiatico, con particolare riferimento a Hong Kong e Macau. È inoltre interessante notante come i due big player del Medio Oriente, Dubai Duty Free e Qatar Duty, operano entrambi in una location unica, testimoniando così la rapida espansione delle compagnie aeree locali.

Travel Retail non è solo la vendetta aeroportuale

I viaggiatori non acquistano esclusivamente in aeroporto, soprattutto sono clienti anche dei punti di vendita tradizionali. Il travel retail deve diventare per le aziende il momento in cui è possibile avvicinare il consumatore e conquistare così nuovi consumatori, facendo si che questi continuino ad acquistare il brand anche una volta che saranno tornati nelle loro case.

I terminal degli aeroporti diventano media per veicolare il messaggio del brand, ma anche l’occasione per analizzare i propri acquirenti e valutare per l’azienda l’espansione verso nuovi mercati.

La Google Self Driving Car non convince ancora sulle strade più difficili

Era Maggio quando Google presentava la Self Driving Car.

La descrizione del video caricato sul canale Youtube del Google Self-Driving Car Project e con il quale BigG introduceva il test dell’auto è molto chiara:

“La guida completamente automatica è sempre stato l’obiettivo del nostro progetto, perché pensiamo che possa migliorare la sicurezza stradale e aiutare molte persone che non possono guidare.”

Le ultime parole famose… ci viene spontaneo affermare oggi!

Già, perché come segnalato da Digital Trends i buoni propositi della casa americana non sembrano ad oggi tanto… buoni 🙁

In un rapporto del Mit Technology Review si legge in effetti che le auto autonome si basano su mappe, dettagli e dati che non possono consentire la guida nel 99% degli Stati Uniti. Non una prospettiva positiva per Google: anche se i veicoli di Big G hanno già percorso 700 mila miglia in modo sicuro, rimangono molti test da fare. Le vetture devono ancora guidare in condizioni difficili come la presenza di neve o pioggia, superare la prova del parcheggio – anche in strutture multilivello – o affrontare altre situazioni critiche come i lavori in corso, il traffico e scene di ordinaria follia stradale metropolitana.

Un altro elemento che mette in discussione l’infallibilità della Google Self Driving Car è la possibile esposizione diretta alla luce del sole dei sensori quando il mezzo si trova davanti ai semafori con la luce naturale dietro. Inoltre, la macchina potrebbe non riconoscere la giusta strada da prendere davanti a un quadrivio; ciò potrebbe provocare pericolosi rallentamenti nell’andamento del mezzo. E poi ancora, come gestirebbe la presenza di pedoni o di persone che corrono lungo la strada – soprattutto di notte?

Tutti questi dubbi non sono stati al momento affrontati dagli ingegneri di BigG. Chris Urmson, Direttore del team dell’auto di Google, riconosce che le macchine hanno ancora problemi di navigazione ma afferma anche:

“Le soluzioni a questi problemi arriveranno molto prima di quanto tutti pensano. E’ vero che la macchina potrebbe imbattersi in zone di lavori che la potrebbero disorientare”.

Relativamente per esempio ai pedoni, che pare siano riconosciuti dai sensori come pixel in movimento a forma di colonna, c’è da sottolineare che la Google Self Driving Car non potrebbe distinguere un agente di polizia a un posto di blocco o un vigile che gestisce il traffico indicando lo stop alla macchina.

Altre case automobilistiche, tra cui Nissan e Mercedes-Benz, non sembrano rifiutare progetti di macchine automatiche. Tuttavia, le limitazioni tecnologiche e finanziarie stanno ponendo diversi vincoli per concretizzare l’intelligenza artificiale anche al volante. Forse dovremo aspettare ancora molto prima di vedere risolti tutti questi punti oscuri della Self Driving Car e guidarne una… magari in versione Ninja! 😎

5 app utili per tenersi in forma

Syda Productions/Fotolia.com

L’estate è purtroppo, quasi terminata, e come ogni anno i buoni propositi si fanno largo tra i vizi, sperando di esser rispettati.

Uno dei propositi per riprendersi dalle le vacanze estive è sempre quello di rimettersi in forma, o mantenersi in forma per chi ha già dato prima delle ferie. Ecco perché abbiamo deciso di segnalarvi 5 app che vi aiuteranno a tener traccia dei vostri sforzi o ad aiutarvi nel migliorare gli allenamenti. Vediamole insieme!

1. Runtastic Six Pack Abs Workout

Perfetta per chi ha poco tempo ma vuole farsi qualche serie di addominali. Gli esercizi sono tanti e vari, tiene traccia dei vostri risultati nel tempo. Inutile dire che è anche l’app più scaricata in fatto di allenamento 😉

Download: Android, iOs

2. miCoach train & run

Un’app per chi è alle prime armi ed ha bisogno di un aiuto per decidere come allenarsi. Tramite il GPS e le istruzioni vocali, l’app trasformerà il vostro telefono in un valido compagno di allenamento e “coach”. Permette di misurare la distanza, il ritmo e la velocità, con tanto di calorie bruciate e tempo trascorso.

Download: Android, iOs

3. 7 Minute Workout “Seven”

Ideale per chi ha solo 7 minuti al giorno da dedicare all’attività fisica. L’app vi mette a disposizione 12 esercizi da 30 secondi l’uno, con una pausa di 10 secondi tra l’uno e l’altro. Con soli 7 minuti al giorno potrete provare a tenervi in forma senza spendere in troppo tempo, e denaro.

Download: Android, iOs

4. EveryMove: Fitness Rewards

EveryMove si collega ad i vari account delle app per l’attività fisica come MapMyFitness, Nike apps, Runtastic, RunKeeper e tante altre. Vi permetterà di accumulare punti per ogni attività svolta incoraggiandovi ad allenarvi ogni giorno!

Download: Android, iOs

5. Adidas MiCoach

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Adidas MiCoach contiene dei piani di fitness preesistenti, vi permette di inserire la vostra altezza, il peso e stabilisce un piano personalizzato per iniziare a rimettervi in forma nel migliore dei modi.

Download: Android, iOs

David Fincher ha diretto l'ultima campagna di GAP [VIDEO]

gap campagna david fincher

GAP, azienda americana di abbigliamento casual conosciuta in tutto il mondo, ha da poco rilasciato su YouTube quattro commercial realizzati nientemeno che dal regista David Fincher. Parte della campagna istituzionale “Dress Normal” concepita in collaborazione con Wieden+Kennedy, la serie di filmati di forte ispirazione cinematografica colpisce subito lo spettatore che capisce di trovarsi davanti a qualcosa di indefinitamente diverso.

Le varie situazioni raccontate nelle quattro clip sono infatti allo stesso tempo normali e stra-ordinarie: “Kiss“, “Drive“, “Stairs” e “Golf” sono piccoli spot di 46 secondi che hanno tutti per protagonisti dei giovani ragazzi in ambientazioni del tutto comuni, come l’atrio di un edificio o l’interno di un auto, in situazioni tuttavia enigmatiche e affascinanti, con il tocco noir e un po’ inquieto di Fincher.

In “Golf”, vediamo dapprima una giovane e bella ragazza seduta nella sua auto, che muove nervosamente su e giù il piede, come se stesse aspettando un po’ spazientita qualcuno. Pochi secondi dopo, ecco che si alza e a ritmo di musica (un brano che non a caso canta “Wait a minute girl…“) inizia a girare attorno ad un ragazzo intento a giocare a golf (colui che presumibilmente stava aspettando), cercando di attirare la sua attenzione.

Lo spot termina così, accompagnato dalla headline “Let your actions speaks louder than your clothes” (fai parlare le tue azioni più forte dei tuoi vestiti).

david fincher gap

david fincher pubblicità

gap dress normal

Non è quello che siamo soliti vedere nelle pubblicità commerciali del settore fashion, costruite spesso (anche se non sempre!) su cardini simbolici della sessualità e dell’apparire ad ogni costo.

I contrasti tematici che troviamo nel lavoro di David Fincher per GAP rispetto alle convenzioni comunicative del settore sono parte integrante della brand equity di un marchio che da sempre tiene alta la bandiera della moda normcore (termine derivante dall’unione delle parole normal e hardcore, un modo di vestirsi semplice, normale appunto, che rivendica il diritto di essere semplici e non alternativi o trendy a tutti i costi).

In questo spot come negli altri tre, vediamo ragazzi vestiti in modo assolutamente semplice (che passa quasi inosservato) che compiono azioni molto personali, genuine, individuali ed eloquenti (farsi notare dall’amato, correre forsennatamente su per le scale per arrivare dall’amata, e così via…) e per questo distintive.

Quattro semplicissimi racconti presentati “in medias res”, in bianco e nero (scelta figurativa dettata anche dall’allineamento stilistico con il capo di punto della collezione autunnale di GAP, il denim nero) che allo spettatore lasciano intuire poco di cosa stia succedendo, ma quanto basta per sortire l’effetto voluto: intrigare e incuriosire, lasciando molto all’immaginazione e poco alle convezioni.

Voi cosa ne pensate? Il connubio tra pubblicità e cinema può portare ad una nuova creatività?

Credits:

Agency: Wieden + Kennedy, New York
Executive Creative Directors: Susan Hoffman, David Kolbusz
Creative Directors: Stuart Jennings, Susan Hoffman
Copywriter: Sheena Brady
Art Director: Kim Haxton
Head of Content Production: Nick Setounski
Executive Producer: Alison Hill
Producer: Lisa Delonay
Production Company: Reset
Director: David Fincher
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Ninja Master Online: ecco come è andata la prima edizione [REPORT]

Ninja Master Online, il racconto della prima edizione

© Rawpixel - Fotolia.com

Come usare in modo efficace i Social Media in una strategia di marketing e diventare un buon Community Manager?

4 mesi intensi, una faculty eccellente composta da un team di 12 professionisti, 27 webinar, esercitazioni, case studies, domande, riflessioni e tanta tanta voglia di imparare e mettersi alla prova: questi alcuni degli ingredienti che hanno accompagnato il Master Online in Social Media Marketing e Community Management della NinjaAcademy che ha dato risposta a queste domande e che si è concluso il mese scorso.

8 passi: Step by Step dalla teoria alla pratica

Un percorso suddiviso in 8 tappe, ognuna con un focus specifico, da cui portare via modelli, strumenti, tips & tricks utili a disegnare e realizzare strategie fruttuose. Pronti a ripercorrere #ninjamasteronline? Let’s start!

Il primo modulo è stato dedicato alla Social Enterprise perché… “la collaboration non è una moda passeggera ma un aspetto a cui le imprese italiane già assegnano importanza”. Stefano Besana ha fornito una mappa per leggere i trend e i modelli che caratterizzeranno l’evoluzione dell’organizzazione del futuro per capire come e con quali strumenti rendere aperta la propria organizzazione, favorire l’integrazione con l’esterno e la partecipazione dei collaboratori ai processi così da ottenere un valore aggiunto per l’impresa.

Fissata l’importanza della dimensione social e collaborativa all’ interno dell’azienda e del processo di lavoro, il percorso è entrato nel vivo degli strumenti, con un’esplorazione teorica e pratica dei principali social.

Da dove iniziare? Dal social per eccellenza: Facebook.

definire obiettivi

Un modulo a due voci, curato da Lorenzo Viscanti e Valentina Rossetti, che da un lato ha fissato le coordinate per costruire una buona Facebook Strategy – stabilire obiettivi misurabili, costruire il pubblico, fare attività di advertising, misurare i risultati dentro e fuori al social network – e dall’ altro ha collezionato indicazioni, suggerimenti, tips & trics utili per tradurre operativamente gli obiettivi lavorando su contenuti, crisis management e ingaggio.

È stato poi il turno di Twitter: immediatezza, tempestività e quotidianità sono le 3 parole chiave del social in cui maggiormente spicca l’approccio Real Time. Francesca Casadei ha illustrato i 3 approcci con cui è possibile gestire la presenza su twitter – passive, endorsed e active – e ha guidato passo passo nella scelta, creazione e gestione dell’account declinando le funzioni che possono essere svolte con il social e dando spazio anche all’ ADV su Twitter (promoted account, tweet e trend) ricordando sempre che quale che sia la scelta… il punto di partenza devono sempre essere gli obiettivi di business definiti: non si scappa. 🙂

Dopo aver visto le potenzialità dei cinguettii, l’attenzione si è spostata su LinkedIn, il social network professionale più diffuso al mondo. Marina Fantini ha illustrato alcune potenzialità del social in chiave marketing, ricordando come LinkedIn abbia il più alto tasso di conversione e sia in grado di raggiunge in modo efficace nicchie di mercato. Qualche spunto? Lo sviluppo dell’ Employer Brand, l’uso di Pulse – l’ aggregatore di news e informazioni professional oriented –, la gestione degli annunci e l’evoluzione del Social Selling.

A Michaela Matichecchia è toccato il compito di presentare potenzialità e modi d’uso del social forse più discusso: Google Plus, il social che “deve far parte della nostra strategia quando vogliamo far conoscere la nostra identità a Google e lavorare sulla brand awareness”. Ma cosa rende G+ una realtà innovativa e peculiare nel panorama della comunicazione? L’integrazione con tutti i servizi Google e l’estrema facilità di condivisione. A partire dagli step legati a publisher, authorship e network , Michaela ha aiutato a scoprire come il G+ se ben usato possa aiutare a rafforzare la reputazione, aumentare l’autorevolezza e comunicare in modo efficace il brand.

Con Lucio Mormile abbiamo parlato di Youtube, il social che ha cambiato le dinamiche di fruizione dei video: “To broadcasting in action, just turn on CBS. To see examples of narrowcasting, go to YouTube”. Con Youtube i brand hanno la possibilità di raggiungere segmenti di target specifici, quando, come e dove vogliono loro. L’obiettivo è mostrare il video al maggior numero di persone.
Ma… da dove si inizia? Dal classico binomio re/regina: “Content is king… distribution is queen”! Un buon contenuto è uno degli ingredienti principali per il successo di un video e ci sono 7 regole d’oro (link to http://blog.ebuzzing.co.uk/article-viral-video-content-is-king-distribution-117341387.html o https://www.ninjamarketing.it/2013/04/18/viral-video-book-il-potere-dellonline-video-adv-infografica) che possono aiutare a creare un video che abbia maggiori chanche di diventare virale.

Content is King, Distribution is Queen

(Fonte: Viral Video. Content is the King Distribution is the Queen” di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero)

… Ma il contenuto da solo non basta: il 99% dei video caricati su YouTube non raggiunge le 100.000 visualizzazioni: diventa fondamentale un piano di distribuzione efficace e gestire correttamente il proprio canale.

Il settimo modulo è stato dedicato alle immagini.

Orazio Spoto ha illustrato le funzionalità di Instagram e mostrato come raccontare e raccontarsi per immagini usando il social network con più alto livello di engagement.
Domenico Armatore ha invece mostrato le potenzialità di Pinterest, il social che “permette di catalogare in modo semplice e veloce i contenuti e soprattutto di farlo in modo accattivante con un buon design”, spiegando come gestire al meglio profili personali e account business.

Il percorso si è concluso con Vincenzo Cosenza (link to http://vincos.it) che ha disegnato la cornice della Social Media Strategy e ha spiegato come nella “società dei dati il Social Media Strategist deve sviluppare un 6° senso: l’abilità di mettere in relazione i dati per migliorare le performance” perché non tutto può essere misurato, ma senza misurazione si può solo navigare a vista. Per questo il “modo corretto di procedere è sforzarsi di collegare gli obiettivi di business alle metriche social”… la bussola del Social Media Strategist è l’obiettivo di business. 😉

Tappe intermedie: 4 approfondimenti per 4 social da scoprire

Come ogni buon viaggio, anche il master ha avuto le sue tappe intermedie, 4 soste per esplorare da vicino alcuni social dall’ alto potenziale:

  • TumblrTommaso Sorchiotti
  • VineLucio Mormile
  • KloutGiovanna Montera
  • StorifyNicola Bruno

Question Time

Ogni modulo è stato arricchito da un’ora dedicata alle domande dei partecipanti. Durante il Question Time il tempo a disposizione è scandito dalle richieste degli studenti e la lezione è costruita ad hoc per approfondire temi e dubbi e per meglio rispondere alle esigenze pratiche dei partecipanti.

La Ninja Social Factory

Alcuni studenti del Master hanno partecipato alla Ninja Social Factory, un percorso a numero chiuso in cui i partecipanti, suddivisi in gruppi di lavoro, si sono cimentati nella realizzazione di un progetto reale di social media marketing mettendo immediatamente in pratica passo dopo passo le nozioni acquisite.
Menzione speciale per i due team che hanno sviluppato: Isola di Ustica – un progetto di Social Media Strategy sull’ area marina protetta dell’isola siciliana per promuovere la salvaguardia del mare; e Buoni Dentro, una strategia di Social Media Marketing applicata all’ industria artigianale dolciaria. Ecco l’intervista al team.

E-Learning: l’interazione possibile

Metti un’aula virtuale, metti docenti disponibili, metti un gruppo di studenti motivato e partecipe. Prendi questi 3 elementi, miscelali con cura, un pizzico di creatività e una buona dose di collaborazione e la distanza fisica non sarà un ostacolo.

Non perdetevi la nuova edizione della Ninja Digital Factory, il percorso premium learning by doing parallelo al Master Online in Digital Marketing che inizierà ad ottobre 2014.

Knowledge for change. BE NINJA!