Emotional Branding come chiave per il successo

La connessione emotiva, l’empatia, è tanto importante nei rapporti umani quanto nel marketing. Nel melting pot creato dall’era digitale fare Emotional Branding diventa fondamentale per poter emergere dal rumore di fondo che si è inevitabilmente venuto a creare, quando i target passivi si sono trasformati in massa in stakeholders attivi. Ogni marketer sa bene quanto sia importante il marchio, perché permette di stabilire “familiarità”, un vero e proprio legame emotivo con i clienti che permette di distinguere un brand dai concorrenti. Coca-Cola, Apple, Ferrari, McDonald, Mtv, Disney, Gucci, Chanel o Armani: il loro successo trascende il logo, trasformandosi in vero e proprio affetto stabilito con i clienti. In mezzo a questo turbinìo di emozioni che determinati brand sono in grado di suscitare è tangibile come la creazione di un legame emotivo apporti un contributo sensazionale alla redditività dell’azienda.

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L’emotional branding fa in modo di differenziare un brand da un altro quindi, creando profonde relazioni intrinseche tra brand e consumatori. Quando tra questi si stabilisce una relazione emotiva il legame diventa più forte, quasi indissolubile, che porta la fedeltà al marchio ad un livello superiore dove il consumatore è più propenso a soprassedere sul prezzo e spesso anche a difetti sulla qualità del prodotto. Solo un approccio di marketing personalizzato e basato su insight è in grado di formare un forte legame con un brand. Fornire emozioni, soluzioni (da intendere anche come soluzioni e aiuti psicologici) non un mero prodotto è quello che cercano i consumatori 3.0. Il dominio del social media marketing rende ancora più forte la necessità di creare legami personali con i clienti.

Per creare un legame emotivo ci vuole più di un buon marketing; per fare del buon emotional branding bisogna anteporre e mettere in risalto le esigenze dei propri clienti a quelle del proprio prodotto. Vediamo come.

1. Sposta l’attenzione

Pensate di parlare ad una platea di persone non di consumatori. Pensate ad un’esperienza da creare non solo a dei prodotti. Pensate ad instaurare un dialogo non solo a divulgare informazioni.

L’emotional branding funziona al meglio quando si parla al singolo non ad una massa; una persona che vive, lavora, pensa e sogna riuscendo a convogliare il suo desiderio. Ciò funziona quando si conosce davvero la propria audience; studiarne identità e desideri aprirà la strada alla costruzione di un ottimo emotional branding.

2. Crea materiale coinvolgente e condivisibile

La condivisione è la forma migliore di pubblicità perché sincera e gratuita. Diventare virali o dei meme non ha prezzo, analizzate quindi quello che state creando in modo da personalizzarlo e adattarlo a questo tipo di approccio.

3. Scopri e spingi gli “Hot Buttons”

Il veterano del marketing Barry Feig parla di “hot buttons“, ossia tasti emotivi da spingere per convincere la gente ad acquistare: desiderio di controllo, eccitazione della scoperta, valori della famiglia, desiderio di appartenenza, divertimento come ricompensa, mancanza di tempo, desiderio di ottenere di meglio, auto-realizzazione, diventare più intelligenti, potere/influenza, infine la più classica realizzazione di un desiderio. La lista è piuttosto lunga ma non è necessario “spingere” tutti i bottoni: pensate al vostro target ideale e individuatene tre o quattro che si rivolgano maggiormente a loro e concentrate i vostri sforzi di branding su di loro.

4. Racconta una storia

Lo storytelling è quello che – da secoli – usiamo per creare relazioni emotive (ne abbiamo ampiamente parlato qui). Chi di voi è riuscito a riprendersi dalla morte di Mufasa?

Le storie non sono necessariamente nuda cronaca anzi, le storie migliori sono quelle che ci rimangono impresse anche molto tempo dopo che abbiamo chiuso il libro. Lo stesso vale per il business storytelling. Se volete che il vostro cliente continui a pensare a voi assicuratevi di narrare una storia per farli sentire quello che vogliono sentirsi. Eccone un esempio magistrale:

5. Lascia un sentimento forte

L’obiettivo non è quello di dare più informazioni possibili sul vostro brand o sul vostro prodotto. Quello che deve sopravvivere alla vostra adv è la sensazione che si è provata. Nel mini-film girato da Baz Luhrmann per Chanel N.5 il profumo è citato per qualche secondo alla fine dello spot ma la sensazione di glamour estremo, trasgressione, femminilità e trasporto sono il vero fulcro di questo piccolo capolavoro d’advertising.

Questo è il modo migliore per distinguersi dalla concorrenza, andare controcorrente. Far sorridere… o piangere.

Pollo fritto & Frappuccino, il fast food USA applicato al Belpaese [TREND]

Tra l’Italia e gli States ci sono enormi differenze e qualche punto in comune, ma una cosa è certa: in entrambi i paesi si è molto attenti alle tendenze d’oltreoceano. Se qui da noi è nata la passione per i SUV, in America è di moda la nostra 500. Se da loro spopolano i nostri prodotti slow food, da noi dilaga il fenomeno dei fast food.

Ma qual è la situazione sul mercato italiano delle catene yankee alla vigilia dell’Expo 2015 dedicata all’alimentazione?

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Kentucky Fried Chicken

“Nulla resta segreto per sempre, tranne la formula della Coca-Cola e della pastella per friggere il pollo Kentucky Fried Chicken. I russi conoscevano tutto degli arsenali nucleari americani, ma il pollo fritto resta avvolto nel mistero” afferma il giornalista Vittorio Zucconi nel suo libro L’aquila e il pollo fritto.

KFC, il marchio globale del Colonnello Sanders è arrivato in Italia con i primi due ristoranti in franchising. Il primo locale è stato inaugurato a Roma personalmente dal Global President di KFC Roger Eaton, che si è dichiarato orgoglioso dell’arrivo nel nostro Paese.

In realtà il marchio era già approdato in Italia negli anni ’70, ma senza fortuna. Ma ora i tempi sono cambiati e Corrado Cagnola, AD di KFC Italy, ha affermato che l’obiettivo per l’Italia è l’apertura di 100 ristoranti nelle grandi città.

Ciò che è cambiato sono le abitudini dei consumatori: quarant’anni fa era impensabile per noi italiani un pasto che non fosse un momento per ritrovarsi con la propria famiglia o con gli amici e i colleghi. L’ unica eccezione alla regola era il tradizionale street food. Ma gradualmente abbiamo modificato la nostra concezione del pranzo e le catene di fast food ci sono venute incontro offrendoci ambienti più simili ai ristoranti tradizionali.

Ad influenzare poi il cambiamento ha influito molto l’incessante comunicazione di McDonald’s: siamo così abituati all’idea dei fast food che KFC ha promosso le sue aperture solo attraverso il proprio sito e i social media, inoltre l’AD del gruppo ha affermato che la quasi totalità dei budget pubblicitari sarà destinata alla comunicazione online.

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McDonald’s

McDonald’s è l’icona della globalizzazione: la più estesa catena di fast food al mondo, presente in Italia con quasi 500 ristoranti; così diffusa che l’Economist ha creato il Big Mac Index per comparare il potere d’acquisto delle varie valute su scala mondiale.

Ha esteso il suo dominio commerciale nei vari paesi con una strategia comunicativa aggressiva unita all’inserimento nel proprio marketing mix gli elementi socioculturali di ciascun luogo.

In Italia esempi dell’allineamento alla nostra  sono la linea di prodotti McItaly e i McCafè, dove oltre alla caffetteria americana si uniscono i nostrani caffè e cappuccino. Ma non sempre il management riesce a cogliere tutte le sfumature culturali locali, come nel caso del recente scivolone in Giappone.

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Burger King

Nel mondo Burger King sta al McDonald’s come Pepsi sta a Coca Cola: storicamente un brand follower che si è ricavato una notevole fetta del market share globale. In Italia conta un centinaio di ristoranti ed ha una strategia commerciale meno aggressiva del suo diretto competitor.

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Starbucks


La catena più desiderata dagli italiani è sicuramente Starbucks. Non la si può considerare propriamente un fast food in quanto nei suoi locali si rimane a lungo e difficilmente arriverà da noi in tempi brevi. Ogni tanto rumors e bufale alimentano l’aspettativa ma l’Italia viene considerata una patria ostica per le caffetterie statunitensi.

Troppo differenti i nostri gusti: il nostro caffè espresso riempie meno di mezza tazzina (anche meno nel meridione) mentre il lungo caffè americano nel bicchiere di carta è ancora estraneo alla nostra cultura culinaria.

Anche le nostre abitudini di consumo sono differenti, da noi il caffè si consuma perlopiù al banco e in poco tempo, il mug take-away da passeggio è abbastanza inedito nelle nostre città.

Ma anche in questo caso la globalizzazione sta facendo il suo corso e sempre più spesso assistiamo alla comparsa nei bar nostrani di cloni dei prodotti da bar americani. Non credo che sia lontano il tempo in cui Starbucks romperà gli indugi e annuncerà lo sbarco in Italia.

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Dunkin’ Donuts

Caso analogo a quello di Starbucks è Dunkin’ Donuts, la catena di caffetterie famosa per le sue ciambelle. Nel 1999 a Roma ci furono delle aperture in franchising, ma non ebbero il successo sperato e l’avventura italica del brand è finita lì.

Ma quanto hanno influito negli ultimi anni le immagini delle serie TV americane?

Chi di voi non ha mai salivato come Homer Simpson al pensiero delle ciambelle?

Chi non ha mai pensato a un ingresso in ufficio in stile Dexter Morgan, con la scatola di ciambelle che da il buongiorno alla giornata lavorativa?

Probabilmente anche in questo caso l’invasione è solo rimandata…

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Pizza Hut

Concludiamo questa rassegna sui fast food parlando di Pizza Hut, un brand della Yum! Brands Inc. che è proprietaria anche di KFC.

La catena di pizzerie americana più diffusa al mondo non ha mai provato lo sbarco in Italia, e forse non lo proverà per il prossimo ventennio: troppo rischioso il confronto con la pizza napoletana e con le altre varietà di pizza italiane.

Nel variopinto panorama gastronomico nostrano, in cui convivono svariate varianti regionali di pizza, difficilmente verrebbe accettato un prodotto che nella farcitura annovera ananas, pollo e spezie di vario genere.

E poi l’ultima campagna di comunicazione del brand ha rimarcato la differenza di vedute gastronomiche tra i giovani americani e gli anziani di Sorrento, segno che i nostri attempati connazionali non sono il loro target primario.

A tutti coloro che hanno voglia di una pizza BBQ Bacon Cheeseburger consigliamo di inserire Pizza Hut nei luoghi da visitare nel vostro prossimo viaggio all’estero!

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[Credits immagini: Fotolia.com]

Xmas Survey 2014: Deloitte annuncia un calo dei consumi natalizi


Si avvicinano le feste e come ogni anno ci ritroviamo a fare conti e previsioni di spesa delle famiglie italiane per questo Natale.

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I primi dati che emergono dalla nota indagine Xmas Survey 2014, pubblicata da Deloitte e giunta alla sua diciassettesima edizione, ci dicono che quest’anno, in Italia, il budget di spesa medio previsto per le festività natalizie scende a 400 euro a famiglia (un calo dell’8%), rispetto al 2013. Una riduzione che si registra non solo nel nostro Paese, ma anche in Europa, in particolare in Portogallo, Grecia, Spagna, Olanda, Francia e Danimarca.

Vediamo nel dettaglio alcuni dati.

Riduzioni VS Consumi

Dalla ricerca è emerso che i consumatori italiani ridurranno gli acquisti per l’arredamento, il fai-da-te e la decorazione(92%); il 91% per i prodotti di abbigliamento e l’88% per le attività di divertimento.

Invece, i settori nei quali i consumatori non vogliono proprio ridurre le spese, sono: i beni primari, l’educazione e la salute.

Desideri ed intenzioni

Quest’anno i regali più desiderati in Italia sono i libri (43%), i viaggi (38%) e il denaro (37%).
Gli uomini, in particolare, vorrebbero ricevere regali high-tech, soprattutto smartphone e tablet, le donne, invece, trattamenti di bellezza, massaggi, vestiti ed accessori; i giovani, tra i 25-34 anni, sognano denaro sotto l’albero.

Le intenzioni degli italiani sono, in generale, in linea con questi risultati, infatti la maggior parte, secondo le stime di Deloitte, regalerà libri (42%), il 24% opterà per i dolci e il 20% per i prodotti di cosmetica. Per quanto riguarda il Natale dei figli, nella scelta del regalo, prevarranno(52%) gli aspetti educativi e formativi.

Consumatori responsabili e consapevoli

Il consumatore “si è evoluto”! Ormai è noto che la sostenibilità ambientale e l’etica sociale rimangono temi molto attuali e nel cuore di molti. Non a caso fattori come lo sfruttamento del lavoro minorile (77%), le informazioni disponibili riguardo al prodotto (71%), e l’impatto ambientale (65%) dei prodotti, diventano importanti leve di scelta per gli italiani.

Il consumo, in virtù anche delle risorse scarse a disposizione, è diventato un momento che deve essere frutto di una giusta ed equa ponderazione tra qualità, quantità, ma anche responsabilità e valori sociali.

“Bisogna prendere coscienza che la crisi economica da un lato e l’innovazione tecnologica dall’altro, hanno modificato il DNA del consumatore che non sarà mai più lo stesso. Non bisogna considerare il consumatore di oggi solo come un risparmiatore ma come una nuova figura, evoluta e più selettiva che vede nel prezzo di un bene un reale sinonimo di valore, sintesi di aspetti come la qualità del prodotto, l’utilità e il rispetto di regole etiche e sociali. Questo comportamento vale in particolare per i consumi natalizi. Le imprese devono prendere atto di questo nuovo scenario e non sottovalutare la nuova forza di un consumatore che è oggi in grado di informarsi, confrontare e recensire i prodotti che vuole acquistare grazie ai nuovi mezzi a sua disposizione”, afferma Righetti, Partner Deloitte e responsabile per il settore Consumer Business.

Acquisti On-Offline

Sempre più persone dichiarano di comprare online, infatti, secondo la fonte del nostro articolo, tale canale si conferma in crescita. Il 38% degli italiani dichiara di utilizzare questa piattaforma per gli acquisti, contro il 32% dello scorso anno. Ciò è reso possibile anche grazie all’uso sempre più massiccio dei social network, che si confermano come importante base di supporto, confronto e condivisione di consigli e opinioni.

Nel 2014 il budget stimato per gli acquisti dei regali online è del 29% e verrà speso prevalentemente in film (DVD/Blue Ray), musica e videogames, mentre il canale tradizionale, “degli acquisti offline”, verrà impiegato in cibo e bevande, prodotti per la casa e abbigliamento.

Un trend che sta poi prendendo sempre più piede è quello del M-commerce,cioè degli acquisti tramite smartphone. Il 43% dei consumatori italiani dichiara di utilizzarlo quest’anno e più della metà dei restanti utenti dichiara che lo farà nel futuro, contro il 28%, invece, del 2013.

I consumatori che prediligeranno il canale tradizionale, acquisteranno i regali principalmente negli ipermercati/supermercati (29%), nelle catene specializzate (23%) e nei grandi magazzini (23%).

In linea generale, come evidenzia anche la ricerca, rimane comunque alta la volontà di festeggiare il Natale e nonostante i tagli, la crisi e consumatori più attenti, responsabili nei confronti del consumo e qualità dei prodotti, il budget sarà distribuito, in proporzione con gli scorsi anni, tra regali, cibo e attività ricreative.

Basterà un chip Intel per salvare i Google Glass?

Solo pochi giorni fa la stampa li dava per spacciati: a due anni dal lancio della versione test, i Google Glass sembravano destinati all’oblio. Adesso tutte le speranze di Google per il 2015 sono state riposte in un chip Intel che dovrebbe salvare le sorti del gadget.

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Cosa ha penalizzato la diffusione dei Google Glass?

Tra le cause il costo elevato (1.500 US$), una finalità d’uso ancora poco chiara, la scarsa diffusione del gadget tra i consumatori e soprattutto l’instabilità del dispositivo. Oltre a tutto questo, ad allontanare i Glasses dall’interesse degli acquirenti high-tech, è stata la mancanza di una data di lancio sul mercato, confermando così l’impressione che il gadget fosse ancora in fase sperimentale. Anche i problemi legati alla violazione della privacy hanno contribuito a smorzare l’infatuazione verso il dispositivo: un device in grado di registrare video di nascosto e senza il consenso delle persone riprese, non attira di certo simpatie.

Insomma, per i Google Glass il panorama sembrava così funesto che anche gli Explorers – i primi utenti che hanno testato i Glasses – hanno iniziato a lasciare a casa il dispositivo, dopo essere stati derisi come “Glassholes” (epiteto intraducibile e poco lusinghiero).

Sarà sufficiente un chip Intel per salvare i Google Glass?

Pare che il gadget più discusso degli ultimi due anni beneficerà presto della tecnologia Intel. Secondo il The Wall Street Journal, l’azienda avrebbe firmato un accordo con il colosso di Mountain View per una collaborazione che avrà inizio nel 2015. Questo significherebbe un completo aggiornamento dell’hardware del dispositivo e la sostituzione del vecchio chip fornito dalla Texas Instruments.

L’azienda di microprocessori texana ha interrotto gli investimenti e lo sviluppo del settore degli smartphone e di molti dei suoi prodotti, incluso il chip dei Google Glass basato ancora su Android 4.0 (rilasciato del 2011). Per questo motivo il device non era in grado di supportare degli aggiornamenti significativi di Android (come la gestione delle notifiche, il Bluetooth Low Energy e l’ottimizzazione dell’utilizzo della memoria).

L’impossibilità di aggiornare la tecnologia dei Glass è stato il colpo di grazia per un progetto che non è riuscito a decollare come Google sperava: quando gli sviluppatori hanno cercato di aggiornare il sistema operativo passando da Android 4.0 a KitKat, gli occhiali smart hanno iniziato a bloccarsi, riavviarsi, surriscaldarsi. Un disastro. Il nuovo hardware dovrebbe finalmente stabilizzare il dispositivo, ma basterà un chip intel per salvare i Google Glass? Sarà il 2015 a rispondere a questa domanda.

Nel frattempo l’ “odissea” dei Google Glass continua

Stella Artois, il più bel regalo di Natale è artigianale [VIDEO]

Lo sapevate che alle origini del nome Stella Artois vi è proprio la magia del Natale? La parola “Stella” fu infatti aggiunta al cognome del proprietario della birreria (e al packaging del prodotto) quando questi decise di creare una speciale edizione natalizia per i suoi clienti più affezionati. Con la campagna “Give Beautifully” il brand vuole far conoscere ai suoi fan questa storia e farla rivivere attraverso un’operazione di storytelling reale.

Per celebrare la nascita di Stella Artois come regalo di Natale, l’azienda ha coinvolto quattro persone permettendo loro di regalare ad una persona speciale il regalo che sognavano da tutta una vita. Un regalo artigianale, fatto col cuore.

La campagna è costruita su due diufferenti piani di realtà: inizialmente siamo spettatori della storia dell’azienda e della famosa sera di Natale di cui parlavamo; poi capiamo di essere in verità su di un set nel quale viene girata la “rievocazione”, set dal quale alcuni tecnici prelevano degli oggetti che serviranno a realizzare i regali dei protagonisti dell’operazione, durante il terzo livello narrativo della campagna.

Neve finta che andrà a creare l’atmosfera giusta per ricordare una notte speciale, un pianoforte per un concerto privato, una macchina fotografica per realizzare un grande sogno e delle luci per creare l’albero di Natale più bello di sempre.

I video fanno leva sul desiderio innato di ognuno di stupire ed emozionare chi riceve un nostro regalo, nel quale mettiamo cura e passione, cercando al contempo di creando una connessione logica tra questa attitudine umana e la maniera di produzione “artigianale e accurata” della birra.

Credete ci siano riusciti?

Ninja Social Oroscopo dal 4 al 10 Dicembre

A Dicembre qualcuno vorrebbe chiedere una piccola deroga sulla fine dell’anno come sulla consegna di un lavoro perché chiudere questo 2014 è proprio un peccato. Altri invece hanno già la testa ai progetti per il 2015 e hanno impostato sull’iPhone il timer con il conto alla rovescia.
Nel frattempo questa settimana gli astri danno una piccola licenza premio all’Acquario con Marte che entra nel segno: sarà come un week end lungo ed una scorta annuale di Fairlife Milk… Meno zucchero nella tua vita ma più proteine… In questo caso utili alle focose notti di sesso! A godere di tutto questo ben di Dio dell’Acquario ci saranno prontissime le Bilanciaalle quali manca soltanto il wi-fi gratuito integrato per essere perfette!

Il Sagittario in vista del freddo inverno ha fatto scorta di coccole e bontà: come Cucinelli nel suo piccolo regno del cachemire, si circonderà  solo di cose belle e persone felici… E se dovesse ricevere il curriculum di una Vergine dovrebbe assumerla ad occhi chiusi perché proprio in questo mese la sua redditività sul lavoro sarà impareggiabile e difenderà la sua scrivania come la app antiscippo difende le patatine di McDonald!

Il Leone non si perderebbe del mese di Dicembre nemmeno un minuto perché tutti gli sono preziosissimi per fare i regali di Natale… E con quel Giove nel segno sarà spendaccione oltre ogni limite (della carta di credito!) soprattutto da quando Amazon gli si palesa anche in metropolitana. Chi invece di regali proprio non ne farà a nessuno è il Gemelli che con quella Venere opposta è già tanto se la mattina non vi ruba i soldi dalla chiavetta del caffè! Per fortuna accanto ad un Gemelli c’e sempre un Cancro che adora fare compere anche per gli altri… ma solo se comodamente seduto alla scrivania. Meno male che c’è l‘e-commerce!!

Tra coloro che vorrebbero veder volare via questa settimana e proiettarsi direttamente nel 2015 ci sono i Pesci che non sono abituati, soprattutto a Natale, a voler vedere gli amici solo rigorosamente in Hangout, il Capricorno che ha già mille idee su come migliorarsi ed il Toro che di Saturno contro non ne può più.  Ebbene, per tutti e tre con Nettuno e Plutone amici, l’innovazione apertasarà come lo slittino sulla neve per arrivare a valle.

L’Ariete che sta prendendo la rincorsa da Settembre, sarà sparato nel 2015 con la potenza di un razzo sulla Luna: ci aspettiamo novità esilaranti e grandiose come i prodotti di domani: aggiornati, efficienti e connessi! Chi invece ha capito che la fantasia conta tanto se non di più della correttezza formale è lo Scorpione che si dedicherà al contenuto editoriale del suo efficientissimo programma di newsletter!

Di qualsiasi segno siate vi basta cliccare qui per scaricare l’e-book del “Social oroscopo 2015” di Una Parola Buona Per Tutti in collaborazione con Ninja Marketing!

Twitter integra i dettagli analitici nei tweet da mobile

Volete sapere quante persone hanno visto il vostro tweet? Quant’engagement ha totalizzato? E quale grado di iterazione ha sollevato?

Da qualche settimana Twitter ha inserito la voce Vedi dettagli analitici sotto i vostri tweet, tra il vostro cinguettio e il numero di retweet e preferiti.

Prendiamo ad esempio un tweet di Vcast, servizio di videoregistrazione digitale di programmi tv.

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Con un semplice click sull’icona, si accede a una veloce serie di informazioni che possono aiutare tutti coloro che utilizzano questo social per lavoro e incuriosire chi invece ne fa un utilizzo più ludico.

In una sola comoda schermata, con l’aggiunta di icone semplici e immediatamente comprensibili, avremo segnalate le percentuali di engagement, favoriti e del numero di persone che hanno visualizzato la foto o il video contenuti nel tweet.

 

La domanda, ovviamente, sorge spontanea sia a noi, sia a TechCrunch che ha ispirato questo articolo: che vantaggio ricaverà l’utente medio da questa nuova funzione?

Molto probabilmente, neanche se ne accorgerà, oppure potrebbe consultarla un paio di volte, spinto dalla curiosità di voler vedere quanta eco ha avuto un proprio tweet.

È chiaro a tutti che questa nuova feature sia stata inserita per chi con Twitter ci lavora e deve avere sempre sotto controllo gli aggiornamenti delle statistiche.

Allo stesso tempo, non si può non considerare come Twitter stesso stia prendendo una direzione molto chiara, sempre più rivolta verso i brand, al marketing e al business.

Questa nuova funzione è attualmente disponibile solo per dispositivi iOS, ma si può sempre accedere alle più approfondite statistiche che si trovano sulla piattaforma da computer.

Anche quest'anno si ripete il Miracolo di Natale di WestJet [VIDEO]

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L’eco positiva generata dalla campagna natalizia di WestJet dello scorso anno non si è ancora spenta, che ecco arrivare un seguito degno del successo di “WestJet Christmas Miracle”: real time giving“. Se nel 2013 la compagnia aerea canadese portava il suo speciale Babbo Natale blu a donare regali tra i passeggeri dell’aeroporto di Toronto, ora lo fa arrivare nella Repubblica Dominicana ad ascoltare i desideri non dei viaggiatori, bensì della popolazione locale.

A bordo di una colorata slitta molte famiglie si sono sedute per richiedere a Santa il dono che sognano di ricevere. E, come in ogni miracolo di Natale che si rispetti, alla fine le vedremo ricevere proprio tutto, durante una bellissima festa in spiaggia organizzata appositamente per loro dalla compagnia aerea.

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compagnie aerea westjet

Anche quest’anno si ripete il Miracolo di Natale di WestJet

Cosa c’è di nuovo in questo video rispetto all’iniziativa dello scorso anno? L’emozione veicolata ai clienti, passati e futuri, della compagnia. Se l’operazione dello scorso anno creava una connessione tra il brand e chi guardava il video grazie alla generosa donazione, ora (nel pieno spirito del claim Spirit of giving) si aggiungono anche sentimenti positivi legati alla solidarietà verso popolazioni meno fortunate, e solitamente escluse dal tran tran mediatico e pubblicitario del Natale.

Dal 2012 la compagnia aerea porta avanti un progetto di beneficienza chiamato “Live Different” proprio a beneficio della cittadinanza di Nuevo Renacer, la cittadina protagonista del video.

WestJet, coerentemente con i suoi valori (cura del passeggero e attività di supporto alle popolazioni), continua dunque a portare avanti una narrazione istituzionale in cui il brand si inserisce in qualità di aiutante.

Perché la comunicazione di WestJet è vincente? Viaggiare piace a tutti, e oggi possiamo permetterci di scegliere tra tante proposte. La concorrenza tra le compagnie è altissima soprattutto dopo l’entrata in scena delle low-cost, per cui, a parità di prezzo di offerta, fa sempre e comunque piacere sapere di viaggiare con qualcuno che implementa nel suo business anche piani concreti di corporate social responsability.

Dylan Dog, Dampyr e altri miti, l'incubo si mostra al Festival del Fumetto di Piacenza

Vi piace l’horror, soprattutto a fumetti? Allora l’appuntamento per voi è dal 6 al 14 dicembre 2014 a Piacenza per la seconda edizione del Festival del fumetto, dedicata quest’anno ai miti del fumetto dell’orrore.

Come da titolo, il festival si apre con le giornate dedicate a due grandi protagonisti del genere nel fumetto seriale italiano: il 6 dicembre è il Dylan Dog Day, con la partecipazione di alcuni tra i più prestigiosi autori del celebre fumetto dell’indagatore dell’incubo pubblicato da Sergio Bonelli Editore, come Giovanni Freghieri e poi Andrea Venturi, disegnatore, Gigi Simeoni, disegnatore e sceneggiatore, Paola Barbato e Andrea Cavalletto, sceneggiatori, e altri autori della serie tra cui i disegnatori Alessandro Poli e Sergio Gerasi.

Il 7 dicembre si terrà il Dampyr Day, dedicato ad un altro famoso personaggio della casa editrice Bonelli, l’ammazzavampiri protagonista dell’omonima testata, che verrà celebrato con la partecipazione di Nicola Genzianella, uno dei maggiori disegnatori della serie, e poi Maurizio Colombo, sceneggiatore e co-creatore di Dampyr, Diego Cajelli, sceneggiatore, Majo e Michele Cropera, disegnatori, e altri autori della serie che potranno intervenire alla giornata tra cui disegnatori Maurizio Dotti, Fabrizio Russo, Fabiano Ambu e Daniele Statella.

Dylan Dog, Dampyr e altri miti, l'incubo si mostra

L’8 dicembre poi sarà l’Horror Day, una giornata in cui si concentreranno incontri con autori e disegnatori che presenteranno altre serie e prodotti a fumetti, serie tv e cortometraggi a tema, con tante novità per tutti gli appassionati.

Dylan Dog, Dampyr e altri miti, l'incubo si mostra

Inoltre per tutta la durata della manifestazione, dal 6 al 14 dicembre 2014, sarà sempre possibile visitare la grande mostra di oltre 300 tavole originali di grandi autori nel panorama del fumetto d’autore italiane nella suggestiva location principale dell’evento, la ex chiesa della S.S. Vergine del Carmelo in via Nova a Piacenza.

L’ingresso libero e gratuito. Tutte le informazioni sul sito della manifestazione: Festival del fumetto di Piacenza

Fa più paura l'omicida o chi mette like? La parola agli avvocati sul caso Pagnani


Un uomo uccide la moglie e, ancora in preda al raptus, scrive sul suo profilo Facebook un ultimo, macabro insulto che vale come annuncio del suo gesto folle.  Basterebbe già questo a farci pensare d’essere in un romanzo grottesco, ma al peggio non c’è fine, e uno status che dovrebbe rimanere solitario si riempie di like e viene ricondiviso centinaia di volte, oltre 400. Infine, Facebook che attende (troppe?) ore per disabilitare un profilo personale che da anonimo è diventato simbolo di un uso distorto e malato del social network.

La storia di Cosimo Pagnani e dell’omicidio della ex moglie ha superato la fantasia, e lasciato esterefatti gli utenti italiani di Facebook. Cosa può portare chiunque a lasciare un “like” o un commento a uno status di questo genere? E cosa può portare altri a creare pagine fan, nel tentativo di cavalcare l’hype della discussione?

cosimo pagnani facebook

cosimo pagnani facebook

Alcuni articoli, come un pezzo uscito su ValigiaBlu.it, hanno indicato in una sadica campagna di trollaggio l’alto numero di interazioni ottenuto dallo status dell’uxoricida. Altri, nella semplice tendenza connaturata nello strumento di innalzare il livello della discussione, ancor di più di quello che già è. Di certo, rimane il dubbio se questo tipo d’interazioni possano in qualche modo prefigurare un reato, considerando che il like lasciato su uno status, così come un commento favorevole, divertito, empatico, o peggio uno sharing, equivalgono a un endorsement allo status stesso.

Per comprendere di più lo scenario, abbiamo chiesto ad alcuni avvocati cosa recita la legge italiana sul comportamento tenuto dagli utenti su Facebook e in generale sui social network, se in casi estremi come questi un’interazione che equivale a un’approvazione possa rivelarsi un’infrazione della norma (oltre che del buon gusto e del senso civico), prefigurando un reato.

Avvocato Claudio PartesottiAvvocato Claudio Partesotti (ICT Legal Consulting)
Il recente episodio dell’omicidio di una donna da parte dell’ex marito ha comprensibilmente destato pubblico stupore e indignazione non solo per rappresentare l’ennesimo caso di violenza endo-familiare, ma anche per le modalità di comunicazione del delitto da parte del suo autore attraverso un post su un noto social network (pubblicando la frase “sei morta troia”); nonchè per alcune manifestazioni di apparente adesione al post da parte di altri iscritti, mediante un clic sulla funzione “like/mi piace” dello stesso social network.

Al netto di ogni altra considerazione o censura morale dell’intero accaduto, il compito del legale è quello di valutare se – in una prospettiva strettamente giuridica – possano rilevarsi dei profili di responsabilità penale in capo a coloro che – in base a quanto dichiarato dagli organi di informazione – hanno manifestato la loro approvazione al post in questione con un “like”.
La fattispecie penale che potrebbe potenzialmente venire a rilevare nel caso in questione è quella dell’apologia di delitto, prevista dall’art. 414 del codice penale; questa norma sanziona quella specifica forma di manifestazione del pensiero attraverso la quale si esaltano il delitto e/o il suo autore, in modo da istigare indirettamente all’imitazione del gesto o, altrimenti, attenuare il disvalore che normalmente è associato alla condotta delittuosa.
A tale proposito va precisato che per aversi un’effettiva apologia di delitto non è sufficiente qualunque manifestazione di pensiero “adesiva”; occorre invece che l’adesione sia idonea – per la sua capacità di suggestione e persuasione – a creare il pericolo di un incitamento del pubblico a commettere analoghi delitti, tenuto conto del contesto socio-temporale nel quale l’adesione viene manifestata.
Su questa premessa interpretativa occorre chiedersi se il “like” alla frase del post possa ritenersi un’adesione ad un delitto e avere al contempo una forza (anche solo potenzialmente) istigatrice nel pubblico, anche tenuto conto della immediatezza e della facilità con cui la funzione “like” può essere -come in effetti viene- utilizzata nei social network per esprimere una qualunque forma di apprezzamento. L’esame della questione interessa quindi necessariamente non solo il “like” in sé considerato, ma anche la frase incriminata di cui il “like” rappresenta l’adesione.
Ora, pur non essendo un penalista, a me pare che per quanto violenta e cruda (“sei morta, troia”), questa frase singolarmente considerata (e, quindi, isolata dalle altre informazioni apprese dalla cronaca che a posteriori ricollegano inevitabilmente la frase al delitto effettivamente maturato dall’autore del post) non necessariamente comunichi al pubblico l’effettivo compimento di uno specifico e circostanziato delitto da parte del suo autore.
Ne consegue che anche il “like” non necessariamente rappresenta l’espressione di un’adesione ad un delitto da parte dell’utente che clicca sulla funzione “like” (proprio perché l’utente che clicca potrebbe non essersi reso conto di manifestare approvazione ad un delitto e/o all’omicidio di quella specifica persona); e d’altro canto, anche ammesso che tale “like” potesse valere quale forma di adesione al delitto annunciato sul post (ad esempio, perché espresso da un utente del social network dopo essere venuto altrimenti a conoscenza del delitto), riterrei ragionevole pensare che tale “like” – per quanto moralmente riprovevole – non possa ritenersi avere una forza espressiva tale da incitare altri soggetti a compiere altri omicidi  (ovviamente singolarmente considerato, senza che possa rilevare l’effetto emotivo creato nel pubblico dal cumulo di “like” di più soggetti).

Avvocato Roberta RapicavoliAvvocato Roberta Rapicavoli (Of Counsel SLF – Colin & Partners Srl)
Tralasciando le considerazioni di tipo morale ed etico, ciò che occorre chiedersi è se comportamenti ormai tipici del mondo del web 2.0 – tra cui, ad esempio, un semplice “like” espresso con riferimento ad un post pubblicato su Facebook – fino a ieri ignoti al diritto e alla giurisprudenza, possano, in relazione al contenuto del messaggio, determinare delle conseguenze penalmente rilevanti e coinvolgere, a titolo di concorso nel reato, chi ha cliccato sul “mi piace”.
Sul punto occorre considerare che la responsabilità a titolo di concorso presuppone che ciascun concorrente arrechi un contributo personale alla realizzazione del reato. Tale contributo potrà essere sia di tipo materiale sia di tipo morale, come nel caso di chi tenga una condotta che, di fatto, rafforzi il proposito criminoso altrui.
Senza poter approfondire l’argomento in questa sede, credo sia però interessante rilevare che se, in passato, la giurisprudenza ha escluso che integri la complicità morale la condotta di chi esprime compiacimento per il fatto illecito commesso da altro soggetto dinnanzi ai suoi occhi, difficilmente potrà giungersi oggi a diverse interpretazioni in ordine al comportamento di chi esprima il proprio “like” su un post.


Avvocato Massimo SterpiAvvocato Massimo Sterpi (Jacobacci & Associati)
La pubblica esaltazione di un delitto commesso da altri può astrattamente configurare il delitto di apologia di reato, previsto dall’art. 414 c.p..

Tale norma prevede, tra l’altro, la punibilità di chi pubblicamente fa l’’apologia di uno o più delitti, come appunto l’omicidio.

Credo chi opera sui social network confidi eccessivamente di essere irreperibile, ma questo non è affatto vero. Le autorità sono infatti ormai in grado di trovare praticamente chiunque.

E questo dovrebbe far riflettere molto prima di postare certi commenti.


Guido Scorza
, interpellato già ieri sera dalla nostra redazione, ci ha sottolineato come la volontà di chi compie un endorsement di questa portata sia decisivo per stabilire se ci siano sul serio gli estremi per aprire un tavolo d’analisi che identifichi che reato sia stato compiuto, e nel caso la ricerca non portasse risultato, pensarne uno ex novo.

Insomma: le interpretazione sono molteplici e ancora una risposta unicova non c’è. In ogni caso, la storia di Cosimo Pagnani lascia più di un interrogativo sul ruolo di Facebook e le meccaniche che portano gli utenti a interagirci dentro: di certo, però, anche ascoltando i nostri esperti, sembra sempre più necessario provare a capire dove la legge può arrivare a fermare quest’emorragia di violenza che in questi giorni hanno riempito le bacheche di molti, forse troppi, utenti, trovando un modo per punire anche chi nella violenza verbale oltrepassa ogni limite.