Il business dei fake account sui social network fotografici

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Instagram è ufficialmente di moda anche tra le aziende: tra i primi 100 brand del mondo sono in 54 ad avere un profilo sull’app di condivisione fotografica rispetto ai 40 di agosto.
Lo rivela una ricerca di Simply Measured ben spiegata in questo post di Webinfermento: se i profili su Facebook e Twitter sono obbligatori, quelli su Instagram e Pinterest hanno la curva di crescita più alta, in particolare il primo.

I due social network fotografici hanno storie parallele: Pinterest nasce per computer desktop e poco a poco ha sviluppato le sue applicazioni mobile, Instagram si sviluppa su Ios e Android e, dopo l’acquisto da parte di Facebook, inizia ad integrarsi con i browser per pc e mac fino al rilascio, in questi giorni, dei profili web.

Opportunità e limiti delle nuove esperienze di navigazione: Instagram e i suoi competitor

Una mossa obbligatoria dato che si stavano moltiplicando i plugin e i siti web che offrono l’esperienza di navigazione di instagram da browser desktop: i principali sono Statigram, Webstagram e l’italiano Followgram. Adesso avranno vita dura ma offrono tuttora funzioni non presenti su Instagram web e molto interessanti per le aziende: Statigram ha un utile servizio di statistiche sui tassi di engagement e di condivisione e segnala i concorsi promossi dalle aziende, Webstagram visualizza foto e commenti nella stessa schermata e permette l’integrazione dello stream in widget e altri siti web, Followgram consente di organizzare le foto in cartelle e profili speciali proprio per le aziende.

Ognuno di questi servizi offre una vanity url al pari di quella fornita ora da Instagram: scegliere quale usare non è così scontato perché parliamo di applicazioni ben indicizzate su Google e con ampia base utenti.

Lo spam come indice di successo e i conseguenti (alti) tassi di adozione delle aziende

Un altro indice del successo del social network è data dalla comparsa sempre più frequente di commenti di spam sui principali argomenti di discussione e nei profili più seguiti.

Commenti molto semplici da cancellare ora dall’applicazione desktop di Instagram (basta entrare nel proprio profilo e cliccare sulla x accanto ai commenti) mentre da mobile è un lavoraccio: nell’app per iPhone bisogna fare tap sull’icona dei commenti, spostare verso destra quello che si vuole eliminare e a quel punto compare un cestino in cui farlo sparire. Su Android, dopo aver cliccato l’icona dei commenti bisogna fare tap in alto a destra sull’icona di modifica e in questo modo appare una x rossa davanti ai commenti da cancellare. Su un profilo aziendale molto seguito, dove commenti di questo tipo possono arrivarne a decine, è un bel problema da gestire.

In ogni caso tutta questa attenzione attorno ad Instagram e la progressiva integrazione con Facebook sta portando quella che era nata come applicazione mobile senza pretese ad essere il social network con i più alti tassi di adozione da parte delle aziende, come fra l’altro suggerivo su Web&Tourism ad aprile.

Per usarlo al pieno delle sue potenzialità bisogna innanzitutto conoscerlo bene: capire i meccanismi di funzionamento degli hashtag principali, sfruttare le opportunità derivanti dalla condivisione non solo con Facebook ma anche su Foursquare, Twitter e Tumblr, piuttosto che scegliere i filtri più adatti alla promozione del proprio brand (a tal proposito nella ricerca citata all’inizio c’è un dato interessante: il filtro che genera più engagement, l’Hefe, è anche uno dei meno utilizzati).

Fake account e contest a nome (e danno!) delle aziende

Per alcuni potrebbe essere utile aspettare che Facebook sviluppi nuove funzioni, come l’integrazione dei profili Instagram con le pagine fan aziendali e una maggiore protezione dei nomi dei brand: sono numerosi infatti i profili fake che si fingono un marchio noto per attirare follower.

Nei giorni scorsi è stato interessante il caso di un utente che si è finto Ray-Ban promettendo un paio di occhiali ai primi 20mila follower. Arrivato a quella cifra ha banalmente cambiato nome e foto e del concorso è sparita ogni traccia. Potrebbe sembrare una ragazzata, ma se poi vengono pubblicati articoli come questo (attualmente rimosso dall'autore per verificare l'identità dell'utente) in cui si accusa l’azienda di aver preso in giro i propri fan, capite che può venir fuori un danno di immagine di notevoli proporzioni. Sapete già come funziona: dal blog l’articolo viene ripreso da una testata che non verifica la fonte e da lì diventa trending topic su Twitter. ;-)

Finché queste problematiche non saranno affrontate e risolte le aziende potrebbero preferire promuovere la propria presenza web con Instagram su un’applicazione alternativa dove avrebbero una presenza verificata e una base di utenti comunque notevole.

Domenico Palladino

Domenico è giornalista e consulente web, esperto di comunicazione, pubblicità e marketing.
Dal 2009 ha una web agency, Pool Comunicazione, attraverso cui segue le aziende che vogliono promuovere la propria immagine con i nuovi media o quelli tradizionali. Tra i suoi progetti principali rientrano TTG Italia spa (fiere ed editoria per il turismo b2b) ed Exmedia (fiere ed editoria per chi organizza eventi).
Grande sostenitore del potenziale di GooglePlus per brand e personal reputation, ironizza: "In Google se cerchi, trovi. In Google Plus se trovi, cerchi".
Su Twitter lo trovare come @Zadig.

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