Mamme e papà che lavorano

Fare figli senza smettere di lavorare: cosa scelgono i CEO (e le aziende più attente ai nuovi genitori)

Esiste un vero equilibrio tra vita lavorativa e maternità/paternità? Dalle leggi italiane in materia, alle storie dei CEO americani, questa è la vita delle neo-mamme e dei neo-papà

Ottavo mese di gravidanza. È questo il periodo entro il quale la donna e futura mamma può iniziare a godere del proprio congedo di maternità in Italia. A regolare la vita dei futuri genitori vi è infatti il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, aggiornato con le modifiche apportate dal  D.Lgs. 26 agosto 2016, n. 179 e dalla L. 22 maggio 2017, n. 81.

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Maternità e congedo parentale in Italia

La legge italiana regola i termini del congedo di maternità e di paternità, quelli del congedo parentale o del congedo per malattia del figlio, con alcune differenze tra lavoratori e lavoratrici dipendenti e i liberi professionisti: solo con il Jobs Act, infatti, le regole per maternità e partita IVA sono cambiate, garantendo anche alle lavoratrici autonome un’indennità sulla base del reddito dichiarato nei due anni precedenti e l’astensione dal lavoro per cinque mesi, con qualche ulteriore differenza per chi è iscritto alla Gestione Separata.

Senza addentrarci nelle mille pieghe normative italiane, è risaputo che la situazione italiana per i neo-genitori è ben diversa da quella, ad esempio, dei Paesi scandinavi,  dove lunghi congedi di maternità e paternità, lavoro part-time e altre misure in grado di supportare le fasi iniziali della nuova famiglia che si allarga, sono la normalità.

Anche i semplici orari di apertura degli asili (gratuiti) permettono di conciliare in modo più semplice vita lavorativa e familiare.

In Italia ancora oggi questo genere di sussidi sono solo una chimera e in tantissimi tra neo-mamme e neo-papà si ritrovano nella situazione di dover giustificare il nuovo ruolo di genitore al lavoro, quasi fosse una malattia, subendo spesso cambiamenti nei ruoli e nelle mansioni, o anche negli atteggiamenti da parte del capo e dei colleghi, che vivono il diritto a un orario ridotto o al congedo parentale come un modo per “approfittare della situazione”.

Ma cosa succede nel resto del mondo e soprattutto cosa accade quando a diventare genitori sono i vertici aziendali?

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Diventare genitori se sei Marissa Mayer o Mark Zuckerberg

In generale si può dire che, a parte rare eccezioni, anche i CEO (specie se donne) devono spesso rinunciare a vivere una maternità serena in favore della carriera.

L’amministratore delegato di PepsiCo, Indra Nooyi, per esempio, ha dichiarato pubblicamente che riuscire a bilanciare carriera e famiglia è «un vero inferno».

Marissa Mayer, invece, ha scelto con fermezza di continuare a guidare un colosso come Yahoo! anche in gravidanza, fino all’ultimo giorno possibile, prendendo poi un brevissimo congedo di maternità (appena due settimane) «per dare l’esempio». Un esempio non troppo gradito da tutte le lavoratrici che, oltre a non potersi permettere gli aiuti domestici di cui certamente un CEO può godere per la sua posizione anche economica, non hanno neanche accesso a congedi di maternità e parentali retribuiti.

All’epoca della nascita dei sui gemelli la Mayer fu aspramente criticata, quindi, anche se in quel caso si trattava di una scelta personale e non imposta dalle circostanze.

Mark Zuckerberg, al contrario, pur essendo un uomo, ha deciso di prendere due mesi di congedo di paternità dopo la nascita di sua figlia e ha fatto lo stesso anche per il secondogenito. La scelta del fondatore di Facebook è stata accompagnata, inoltre, dalla dichiarazione di voler migliorare ancora di più le politiche aziendali familiari, per concedere a tutti i dipendenti la possibilità di creare il giusto equilibrio tra vita familiare e lavorativa, specie nel delicato periodo dell’arrivo di un nuovo nato.

Con un’attenzione particolare a quello che viene definito come bonding parentale (cioè il periodo in cui avviene l’attaccamento fisico ed affettivo del neonato ai genitori), Zuckerberg ha sottolineato che «secondo gli studi, quando i genitori lavoratori prendono del tempo per costruire questo legame con il bambino, questo porta un beneficio alla famiglia» ma anche alla produttività sul lavoro al rientro.

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Le aziende più attente ai nuovi genitori

Lavorare dopo aver passato la notte in bianco con il neonato porterà quasi certamente i genitori a non essere efficienti al 100% e per questa deduzione non sono necessari neanche grandi sondaggi e studi scientifici!

Per avere conferma di quanto siano importanti le politiche familiari aziendali, ci viene in soccorso anche Glassdoor, il sito americano specializzato nelle classifiche sui luoghi di lavoro basate sui pareri dei dipendenti, che ha elaborato anche una Top 15 delle aziende più attente ai diritti dei nuovi genitori.

Ecco alcuni dei nomi in questa lista:

  • Change.org – offre un congedo parentale retribuito (sia ai genitori naturali che adottivi) di 18 settimane.
  • Spotify – concede sei mesi di congedo parentale, che possono essere presi nell’arco di tre anni. Il provvedimento viene applicato anche a tutti i dipendenti che hanno avuto figli a partire dal 2013.
  • Microsoft – 20 settimane di congedo pagato alle madri biologiche e 12 settimane per tutti gli altri genitori (padri e genitori adottivi).
  • Facebook – garantisce quattro mesi di congedo ai suoi dipendenti, senza vincoli di sesso o Paese di provenienza. Quest’anno, poi, l’azienda ha annunciato che per gli impiegati ci saranno anche 20 giorni pagati per assentarsi in caso di lutto familiare (10 giorni se il parente non è stretto) e fino a 6 settimane di assenza pagata in caso di malattia di un congiunto.
  • Twitter – anche il social network dell’uccellino concede un congedo parentale di 20 settimane, senza distinzione di sesso e senza distinzione tra genitori biologici o adottivi.
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