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Le mamme fashion blogger. Intervista a Elena Schiavon

Abbiamo intervistato (lungamente!) la fashion blogger Elena Schiavon, per cercare di capire con lei come può cambiare un racconto di personal branding dopo la maternità

Elena Schiavon, considerata tra le fashion blogger più influenti d’Italia, è un vulcano di idee. Ti conquista subito per la sua umiltà e il suo buonumore, anche quando la passi a prendere con una navetta in un paesino del Lago di Garda. Elena inizia la sua avventura nel fashion blogging nel 2007 che dal 2015 si evolve nel suo blog su Grazia.it, Impulse Mag.

Nel 2016 Elena è diventata mamma ed è stata capace di innovare la sua narrazione online includendo anche la sua esperienza di maternità. Un’operazione tutt’altro che semplice per un settore che finora – quest’anno a rompere definitivamente il tabù è arrivata nostra regina Chiara Ferragni – ha rinchiuso lo storytelling della fashion blogger nell’eterna adolescenza e giovinezza. Elena per prima è stata capace di affrontare il tema con la sua consueta delicatezza e bon ton non solo non perdendo pubblico, ma ampliandolo. Oggi il suo blog conta oltre un milione di visite.

L’abbiamo intervistata.

Come nasce un blog da 1 milione di views

Ciao Elena, innanzitutto complimenti per il tuo nuovo traguardo con Impulsemag, il tuo blog di fashion e lifestyle, che ha di molto superato il milione di visualizzazioni mensili. Ti aspettavi questo traguardo?

Naturalmente quando ho cominciato con il blog no, di certo no: ho iniziato mossa dalla passione per la moda e per me metriche e Analytics erano termini fuori dal mio dizionario. Negli ultimi anni invece devo ammettere che abbiamo lavorato molto per raggiungere questo obiettivo e il giusto mix di contenuti e strategia ha dato il risultato che ci eravamo prefissati.

Com’è arrivata l’intuizione del tuo blog, che nasce tra i banchi dell’università?

Sono sempre stata una persona molto curiosa, e molto determinata. Mentre studiavo avevo cominciato a navigare e seguivo alcune blogger americane. Ispirata da questa nuova forma di comunicazione, e con il desiderio di confrontarmi con la scrittura e con le ragazze con la mia stessa passione per la moda, ho aperto il mio primo blog nel 2007.

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In questi ultimi due anni abbiamo assistito al successo nazionale di tutti i blogger del 2008/2009: Chiara Ferragni, GialloZafferano, Salvatore Aranzulla e tu. Pensi che accadrà lo stesso processo di lavoro/successo per i blog nati nelle annate successive?

«Una cosa che mi fa riflettere è fondamentalmente una: chi ha successo è sempre mosso dalla passione. Il business e la pianificazione vengono dopo (o insieme), e non sono il presupposto del successo: non è un caso se in questi anni abbiamo visto decine di blog (anche di personaggi molto famosi o influenti) che non hanno avuto alcun successo o sono morti. Questo perché se non hai la passione, la dedizione, l’interesse per curare un blog, è difficile avere successo. Non escludo che anche chi è arrivato dopo possa ottenere degli ottimi risultati, e forse stiamo assistendo ad un certo ritorno dei blog in una formula un po’ più originaria e meno business oriented. Questo perché le persone cercano autenticità. Ma probabilmente chi vuole avere successo ora con un blog non può non confrontarsi con tutta una serie di attività che non hanno dovuto tenere in considerazione i primi: strategia, personal branding, SEO, etc».

In America è molto forte la cultura del fallimento, mentre in Italia è un qualcosa che censuriamo: il racconto dei vincitori è sempre fatto omettendo i loro tentativi falliti o errori. Ci racconti il tuo fallimento migliore? Quello che ti ha aiutata ad essere la Elena di oggi?

«Diverse volte ho parlato sui miei canali delle difficoltà che si incontrano anche in un lavoro agli occhi di tutti meraviglioso come il mio; credo che sia necessario creare anche una certa cultura dei social, cultura della difficoltà e sì, anche del fallimento perché i social tendono a censurare gli aspetti negativi».

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«Non ho un fallimento specifico che ha segnato la mia carriera, ma tanti piccoli episodi di difficoltà. Li ho sempre condivisi con la mia community perché la vita è quello che succede oltre Instagram, e voglio che le persone non debbano mortificarsi confrontandosi con dei modelli apparentemente perfetti che si trovano sui social. Forse il “fallimento” che mi ha bruciato di più è stato un casting per un programma TV: mi avevano cercato loro, alla fine avevo passato tutte le selezioni, eravamo rimaste in due e alla fine non hanno scelto me. Ma sono anche molto fatalista: probabilmente all’epoca non ero pronta, ma mi piacerebbe molto fare qualcosa in TV. Oggi sono molto più sicura di me e molto più autoironica, mi prendo meno sul serio».

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La fashion blogger diventa madre

Ti seguiamo da tempo e la cosa che ci ha colpito maggiormente è stata la tua capacità di trasformare lo storytelling nel tempo rimanendo sempre fedele a te stessa. L’esempio più evidente è stato il racconto di te come madre: sei riuscita a trasformare l’icona di eterna teenager che caratterizza un po’ le fashion blogger in mamma. Come hai operato il cambio di racconto?

«È stata una trasformazione che ha seguito il mio percorso di vita in modo piuttosto naturale, anche se lo ammetto, a volte non senza difficoltà. Il racconto della mia maternità è entrato nel racconto della mia vita, ma ho scelto di non farlo diventare l’argomento dominante; per capire quale direzione prendere da un punto di vista di contenuti mi sono avvalsa anche della consulenza di una professionista di personal branding per capire come portare avanti il mio lavoro dopo la nascita di Lavinia Giulia. Da un punto di vista social mi preme mostrare come la maternità non sia uno spartiacque tra quello che sei prima e quello che sei dopo: mi batto perché una donna che diventa mamma continui ad essere vista come donna e come professionista e non “solamente mamma”».

Hai riscontrato resistenze da parte del tuo pubblico ai post dove racconti il tuo essere madre?

«Generalmente no, devo ammettere che ho anzi scoperto un nuovo pubblico, o, meglio delle nuove compagne di viaggio, le mamme che mi seguono, mi consigliano, mi ispirano. Quello che ho potuto notare è che veramente qualunque argomento riguarda la maternità, o l’essere mamma risulta spesso essere molto divisivo o comunque molto partecipato: tutti si sentono in diritto di dire la propria opinione, nel bene e nel male, spesso anche in modo molto -troppo- brusco o senza considerare che dall’altra parte ci sono delle persone, delle mamme e dei papà. Temi come l’allattamento, lo svezzamento, scatenano dei flame pazzeschi perché ognuno ha una storia da raccontare.»

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C’è qualche personalità pubblica che ti ha ispirata su come raccontare la maternità?

«La personalità pubblica che mi trasmette un’idea di empowered woman è Beyoncé: se ci pensi, wow, fa tutto e bene, per me è uno degli esempi pop che amo citare.

Per quanto riguarda blogger e influencer seguo le americane che hanno cominciato con me (come Pink Peonies o Taza) e sono diventate poi mamme continuando a fare serenamente il loro lavoro; poi una italiana, Federica Piccinini Sweet as a candy, semplicemente perché quando mi sembra di non riuscire a combinare niente presa tra lavoro e mammitudine la guardo e mi sprona a rimboccarmi le maniche: se ce la fa lei che ha tre bambini beh, mi dico, ce la puoi fare anche tu».

Sir Carter and Rumi 1 month today. 🙏🏽❤️👨🏽👩🏽👧🏽👶🏾👶🏾

Un post condiviso da Beyoncé (@beyonce) in data: 13 Lug 2017 alle ore 22:10 PDT

Dal punto di vista di relazioni con i brand com’è stato accolto il “cambio di passo”?
«Alcuni marchi con cui ho lavorato quando ero incinta erano “preoccupati” della mia imminente maternità perché vivevano “moda” e “maternità” come due mondi totalmente distanti che non potevano coesistere: trovo che questa sia una idea vecchia e molto miope della maternità.
La moda non è solamente per le ragazzine, le donne giovani e belle, e per questo mi sono sempre battuta, fin dall’inizio, con il mio blog: la moda è per tutti, anzi, un atteggiamento contrario rivela una scarsa capacità di lettura della realtà. Per il resto devo ammettere di aver fatto una bella selezione, e ovviamente collaboro con chi sento vicino a me.

Il messaggio che voglio che passi attraverso il mio racconto è che una donna che diventa mamma “poi” non è solo mamma, ma continua ad essere donna, con tutto quello che questo significa».

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Coinvolgere i bambini nella propria visibilità online

Pensi di evolvere ancora lo storytelling quando tua figlia sarà più grande e magari farla partecipare attivamente?

«Sapeste quante proposte di lavoro ho rifiutato per conto di Lavinia Giulia in questo anno e mezzo! Io e il papà abbiamo scelto di non “sfruttare” la nascita di nostra figlia per il nostro lavoro ma di lasciare che cresca serena e libera di scegliere, quando sarà il momento, che cosa fare con i social e come comunicarsi. Mia figlia non sarà protagonista di shooting e campagne nei prossimi anni: vi dico che no, non la vedrete mai, almeno finché sono io a doverla tutelare e scegliere se pubblicare o meno le sue foto».

Che rapporto hai, come madre, con la diffusione di immagini che ritraggono tua figlia online?

«Io e Christian abbiamo scelto di non condividere foto in cui la si vede in viso perché quella della diffusione di foto di minori è per me un argomento molto spinoso. Preferisco evitare che le foto di mia figlia finiscano chissà dove e non perché (come mi hanno scritto alcuni) mia figlia sia “brutta come me” (mi hanno scritto anche questo, in modo decisamente meno prosaico però!), ma semplicemente perché quando pubblico una foto su un social so che quella foto non appartiene più a me e non so dove finisce. Può finire in mani innocenti, ma anche no. Su questo aspetto personalmente non transigo, e più di me il papà, che fatica a lasciarmi pubblicare anche la foto di una manina!»

Un consiglio ai genitori non famosi che postano foto dei propri figli online?

«Da mamma so quanto amore e orgoglio ci sia nel pubblicare una foto di proprio figlio: si vuole condividere la gioia immensa e l’amore infinito che si prova per nostro figlio o nostra figlia e, credetemi, tante volte io stessa vorrei mostrarlo al mondo! Io non giudico le scelte di ciascuno, ma invito sempre chi ha poca dimestichezza con i social a considerare solamente una cosa: quando pubblichi una foto su Facebook o su qualunque social, quella foto smette di appartenere a te, non è più tua, e “vive di vita propria”. Te la puoi ritrovare ovunque e usata davvero in qualunque modo: l’importante è avere consapevolezza di quello che si fa, poi ognuno decide se “il gioco vale la candela”. Come ultimo lasciami sottolineare una cosa, anche per i non genitori: prima di pubblicare la foto dove compare un minore su un social chiedete il permesso ai genitori».

«Il digitale è una grande opportunità e credo che i nostri figli abbiano a disposizione uno strumento prezioso per affermarsi come individui, confrontarsi e aprirsi al mondo. Mi auguro che vista l’importanza del digitale si affermi e nasca anche nel nostro Paese una vera e propria cultura del digitale, che allarghi sempre di più gli orizzonti e le opportunità per tutti i bambini. Il digitale è apertura, non chiusura».