Life & Work

L’equilibrio vita/lavoro esiste ed io l’ho trovato

"Condivisione, ricerca, disciplina, passione, crescita", ne parliamo con Pietro Bonomo, docente di Ninja Academy

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Con il termine “work-life balance” si intende la capacità di bilanciare in modo equilibrato il lavoro (la propria carriera e le proprie ambizioni) e la vita privata.

Questo topic è sempre più al centro del dibattito in un’era in cui la tecnologia (in particolare quella mobile) ha esteso tempi e modi di lavoro anche fuori dal tradizionale orario d’ufficio.

Le professioni del digitale come l’eCommerce Manager sono ovviamente quelle maggiormente coinvolte in queste dinamiche. Su questo ed altri argomenti abbiamo intervistato Pietro BonomoeCommerce Consultant e docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

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Ciao Pietro. Ti conosciamo come un guru dell’eCommerce che passa le sue giornate a Bali tra consulenze e surf. Impossibile non invidiarti e definire il tuo come il vero “lavoro dei sogni”. Ma esiste davvero il lavoro dei sogni?

Hola! 😀 Non esiste il lavoro dei sogni. Esiste la volontà di modellare la tua vita, per vivere i tuoi sogni. In fondo, il lavoro è la punizione per il Peccato Originale ed è ora che iniziamo a scrollarci di dosso il senso di colpa ancestrale che ci opprime.

Ricordo i tempi in cui, a Torino, passavo la mia prima ora giornaliera da CEO della mia azienda, guardando le webcam dei posti dei miei sogni. Erano già 12 anni che sedevo a quella scrivania. Diciamo che in quel caso stavo lavorando. Producevo denaro in cambio di servizi. Lo facevo bene. Ma ogni notte, nel cuore della notte, mi svegliavo arrabbiato con me stesso per essermi intrappolato da solo.

Guidavo una BMW. Vivevo in una villa con piscina e cinema in camera da letto. Quando avevo tempo, frequentavo i locali più trendy della città e non pagavo perché ero una sorta di micro-celebrità cittadina. Alcuni considerano questa, la vita da sogno, ma non è ciò per cui sono nato io.

Gli unici momenti in cui mi sentivo un essere umano erano in un campo da football americano mangiando fango per conquistare un singolo centimetro. Attendendo le onde in zone remote del mondo, sprezzante delle condizioni. Freddo, caldo, onde enormi, onde microscopiche, squali, turisti tedeschi, correnti. Non importava.

Qualcuno potrebbe definirmi un adrenaline junkie, ma non è così. Era la necessità estrema di ricongiungermi con me stesso e con la natura, attraverso la gestualità e gli istinti primordiali.

Quindi non sono andato alla ricerca del “lavoro da sogno”, anche perché abbinare la parola “lavoro” con “sogno” è azzardato. Diciamo che sono andato alla ricerca della vita dei miei sogni, attraverso ciò che alcuni chiamano “lavoro”, ma che io chiamo “la mia arte”.

La tua attuale situazione lavorativa è frutto di anni di esperienza, tentativi, programmazione: puoi raccontarci qual è la vera ricetta per raggiungere i propri obiettivi professionali?

Come dicevo prima, affronto le mie sfide professionali non come un task da completare ogni giorno, ma come un’arte. L’Arte è la ricerca della bellezza, della perfezione, è espressione dell’ingegno umano che migliora il mondo. L’arte va coltivata e prescinde dal corrispettivo economico. Ogni giorno, le prime due ore sono dedicate allo studio. Cerco di approfondire ogni aspetto che riguarda la mia arte. Se fossi un pittore, probabilmente, vorrei sapere come si sviluppano i legami chimici quando, con il pennello sporco di giallo, dipingo sul verde. Il mio sogno è quello di rimanere un “apprendista con esperienza”.

I primi ingredienti della ricetta sono studio ed osservazione. L’altro giorno stavo rielaborando la parte del mio framework per l’e-Commerce che riguarda la struttura delle pagine prodotto. Mi sono ritrovato a tentar di correlare le teorie di Nir Eyal su come si progetta un prodotto che crea abitudini, con il fenomeno Peppa Pig. Stavo tentando di comprendere i processi sinaptici coinvolti nella passione per Peppa Pig, per vedere se sarei stato in grado di standardizzare il processo ed applicarlo in scala alle teorie di Eyal.

credits: DepositPhotos #31395529

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Il secondo ingrediente è l’approccio olistico alle problematiche. Quando vengo coinvolto in un progetto, lo affronto come se fosse uno strumento attraverso il quale modellare un’opera. La difficoltà è capire di quale strumento disponiamo, così da poter scegliere quale materiale dovrò andare a modellare. Se ho un’idea o un prodotto (strumento), dovrò scegliere il materiale giusto su cui esprimere la mia arte (modello di business). Il risultato finale sarà profittevole, se questa combinazione sarà vincente e mostrata al mondo in tempi utili. Solo così potrò avere qualche speranza di creare qualcosa di bello che possa cambiare, anche se di poco, il mondo.

Il terzo ingrediente è la passione. Ovviamente tutto ciò comporta una carico di lavoro enorme. Ogni azione necessaria per comporre l’opera, dovrà essere pianificata ed eseguita con rigore per essere consegnata in tempi utili. Vivo ad un minuto da una spiaggia considerata la mecca del surf mondiale, gremita di bikini e 25 gradi tutto l’anno. Seduto nel mio studio, davanti ad un computer, in costume da bagno e lontano dai conformismo di giacca e cravatta, a volte, è difficile seguire un piano.

Il quarto ingrediente è la disciplina. Questo approccio mi ha permesso di essere apprezzato nonostante il mio stile di vita non convenzionale e, di conseguenza, di raccoglierne il corrispettivo economico. Soprattuto di riuscire, fino al momento, nel mio più grande progetto “Work in Progress” che si chiama vita.

Che ruolo riveste il digital nella tua esperienza? In che misura ritieni possa influenzare o modellare il mondo del lavoro nei prossimi anni?

Il digital è tutto per me. Senza, avrei avuto tre scelte. Rimanere in Torino con il mio tenore di vita elevato e soffrire. Mollare tutto ed infilare perline su una spiaggia di Goa vendendo collanine per sopravvivere, o ricostruire un nuova gabbia in un altro posto. Con il digital tutto è cambiato. Posso girare il mondo, mantenere il mio stile di vita e rimanere in contatto con le migliori menti per uno scambio continuo. A patto di mantenere le mie competenze aggiornate ad alto livello, senza mai distrarmi o sentirmi arrivato.

Guarda l’intervista realizzata nel 2016 a Pietro:

 

Anche la qualità dei risultati dei progetti è migliorata. Posso assumere il miglior talento per un determinato task, senza dover sperare che viva nel mio circondario, senza vincoli burocratici o culturali. È meraviglioso. Nel mio team si professano 5 religioni diverse: ci sono cattolici, ortodossi, ebrei, musulmani, hindu. È un continuo scambio di idee, informazioni e punti di vista differenti, che portano a risultati finali di livello internazionale.

Ovviamente non è sempre rose e fiori. Ci sono ancora problemi legati alla disciplina e alla confusione dei ruoli. Spesso mi ritrovo a dover gestire rapporti confusi di subordinazione/indipendenza. Molti collaboratori non sono ancora in grado di comprendere a fondo che siamo in un’era in cui tutti siamo imprenditori di noi stessi e che le gerarchie sono date dalle competenze. Un corto circuito culturale di cui i ragazzi più giovani sono ancora vittime. Molti percepiscono il vantaggio dell’essere liberi, ma agognano il posto fisso. Un po’ per paura ed un po’ per status. Quindi vorrebbero lavorare come gli pare, quando gli pare ed essere pagati tanto, a prescindere dai risultati e le competenze acquisite. Ho notato che questo corto circuito culturale è particolarmente forte in paesi come l’Italia e l’India, mentre il processo è più avanti in paesi come UK, Israele, USA.

Come vedi il futuro grazie al digital?

Gli strumenti di sharing economy stanno modificando la cultura del Capitalismo. La tendenza è quella di usare, anziché accumulare o possedere. Se non possiedi nulla, non hai nulla da dover difendere e quindi sarai più aperto a condividere. Sembra che la visione di John Lennon in “Imagine” si stia incredibilmente avverando per mezzi imprevedibili:

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion, too
Imagine all the people
Living life in peace…

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Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile. Niente per uccidere e morire e niente religioni. Immagina tutta la gente, vivere il mondo il pace. E poi nella canzone si parla di “non possesso”, di “condivisione”… Il digital sta gettando le basi per un mondo di condivisione autogestita. Ecco come mi piace immaginare il mondo grazie al digital: il lavoro verrà svolto dai Robot e noi saremo “manlevati” dall’onere del Peccato Originale. Così potremo affinare il nostro ingegno e vivere grazie alle arti che avremo coltivato. Team condivisi disciplinati dalla gerarchia delle competenze, connessi attraverso piattaforme digitali. Per chi rimane indietro, prevedo un futuro piuttosto Darwiniano.

Per concludere, se dovessi scegliere 5 parole per descrivere il tuo rapporto tra sfera personale e lavoro, quali sarebbero?

Condivisione, ricerca, disciplina, passione, crescita.

 

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