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Facebook: curiosi retroscena della storia del colosso dei social media

Scopriamo di più sulle origini di Facebook e qualche spoiler sul futuro

Come ogni star che si rispetti, il colosso dei social media ha una storia ricca di retroscena affascinanti. Molti di questi sono già noti: ad esempio, il fatto che Facebook sia nato con un altro nome, quello di The Facebook, finché ha scelto di abbandonare l’eccessiva deferenza, sbottonarsi un po’ e diventare più informale, semplicemente Facebook.

Ecco alcune curiosità che ruotano attorno a Facebook.

Mark Zuckerberg: tra genio e daltonismo

face

John Holcroft

Dietro un grande sito c’è sempre un grande uomo. Mark Zuckerberg era uno dei tanti studenti di Harvard, oggi è il miliardario più giovane del mondo grazie a un’intuizione, geniale nella sua semplicità: la maggioranza delle persone vogliono conoscere la vita degli altri.

“Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore.”

Ovviamente, anche Mark è presente su Facebook – e nessun utente può bloccarlo – tuttavia il suo profilo personale risulta inaccessibile.

Nel 2004 Mark inventa Facebook e lo rende blu: il motivo di questa scelta non fa fede alla scienza dei colori nel marketing, per la quale la percezione del blu viene associata a una sensazione positiva di sicurezza, affidabilità e serenità, ma ad un difetto fisico del suo fondatore – il daltonismo. Insomma, è stato un bel colpo di fortuna! Mark ha raccontato questo aneddoto personale in occasione di un’intervista al New York Times: «Il blu è il colore più ricco per me, riesco a vederlo bene, nella sua interezza».

Al Pacino: ambassador inconsapevole

Facebook

Agli albori, Facebook vantava di un ambassador (seppur inconsapevole) del calibro di Al Pacino: nella header di una delle primissime versioni del social network appariva il volto stilizzato di un uomo misterioso, che si è scoperto essere Al Pacino appunto. Il volto dell’attore, giovanissimo, è stato disegnato da un compagno di corso di Zuckerberg e inserito lì, colorato di blu e nascosto dietro righe di codice binario, nella homepage di quello che sarebbe diventato una, se non la più grande rivoluzione nella comunicazione degli ultimi anni.

Della serie:

“Accontentati tu, io mi prendo tutto quello che posso”.

Like is the new Awesome

Facebook

John Holcroft

Il celeberrimo “Like” – croce e delizia dei Social Media Addicted – nacque come pulsante “Awesome”: un’invenzione dell’ingegnere Andrew Bosworth, poi respinta nel 2007 da Zuckerberg e rinata sotto l’attuale nome di mi piace – ormai, una vera e propria icona!

Chissà quale sarebbe stata la funzione delle reaction se il pollice in su avesse rappresentato già di per sé un’iperbole. Sicuramente ne avremmo fatto un uso molto più oculato e non sarebbero esistiti tutti quei like regalati per imbonimento o per stizza: una cosa è dare un tiepido consenso, un’altra è esplodere in un complimento senza riserve.

Dipendenza da Facebook

Facebook

John Holcroft

La dipendenza da Facebook esiste e ha un nome: Facebook Addiction Disorder. Si tratta di una vera e propria dipendenza con crisi di astinenza da notifiche e scrolling del feed annesse. Tuttavia, nel 2013 si è verificato un caso eclatante che ha fatto molto discutere. I protagonisti sono di Boston, padre e figlia quattordicenne, asservita ai social network.

Il padre, disperato, ha fatto stilare un vero e proprio contratto per far disintossicare la figlia da Facebook: questo prevedeva una ricompensa di 200 dollari qualora la figlia fosse riuscita a non connettersi per cinque mesi. A posteriori, sembra sia stato scoperto che la ragazzina in questione non fosse davvero Facebook dipendente e che quella di Paul Baier sia stata più che altro una trovata per far parlare di sé. Come sempre, la verità sta nel mezzo – o nei primi risultati di Google.

Facebook ci spia: voyeurismo e localizzazione

Facebook

Pawel Kuczynski

Quante volte vi sarà capitato di scambiare frasi di circostanza con una ragazza in metropolitana o di fermarsi a chiacchierare con la nuova estetista e poi ritrovarvi le loro facce tra i suggerimenti delle amicizie di Facebook, seppur non avendo amicizie in comune? Magia? No, localizzazione.

Se consentiamo all’applicazione di accedere alle informazioni sulla localizzazione del nostro smartphone, non stupiamoci di ritrovarci tra le persone che potremmo conoscere, il sorriso a 32 denti della sciura che è stata tre quarti d’ora in fila con noi in Comune. Del resto, Facebook sfrutta già questo tipo di dati per mostrare agli utenti una pubblicità mirata, di negozi nelle vicinanze o di quelli più frequentati.

Tutto questo network e questa smartness può risultare geniale finché non si valuta anche il rovescio della medaglia: un aneddoto simpatico in questo senso riguarda una giornalista americana ed esperta di sicurezza informatica, Violet Blue, che ha ricevuto varie lamentele di colleghi giornalisti preoccupati dal fatto che Facebook suggerisca loro molte delle loro fonti… segrete.

Il futuro di Facebook: la Community

Facebook

John Holcroft

Ormai è conclamato: il futuro di Facebook è la community – non più una rete di amici e familiari, bensì una comunità d’importanza sociale, come ha spiegato Mark stesso:

Negli ultimi dieci anni, Facebook si è focalizzato nel mettere in contatto amici e familiari. Il nostro prossimo obiettivo sarà quello di sviluppare l’infrastruttura sociale per la nostra comunità – per sostenerci, per tenerci al sicuro, per informarci, per l’impegno civico e per l’inclusione”.

Facebook è diventato un punto di riferimento per la relazione, l’intrattenimento, l’informazione, i servizi e gli strumenti per la sicurezza (il Safety Check ne è un esempio), la ricerca di lavoro. Oggi punta a presidiare un altro territorio, quello della politica e dell’impegno civico, probabilmente la scelta più delicata e ambiziosa fino ad oggi: “la comunità di Facebook è in una posizione unica per aiutare a prevenire danni, assistere durante una crisi, o riunirsi per ricostruire successivamente”.

Insomma, Facebook promette di offrirci una nuova dimensione, ancora più immersiva: una virtualità sempre più reale – una virtualrealtà. Del resto, Mark lo sa bene che “quello che costruisci può cambiare le cose”. Progresso o pericolo? Ai posteri l’ardua sentenza.

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