"Alla vita non gliene frega tanto dei tuoi sogni": Alex Bellini e il valore dell'avventura [INTERVISTA]

Il valore educativo dell'avventura o delle sfide da lasciar perdere, l'accettazione dei limiti e delle paure che ci impediscono di percorrere il personale cammino della nostra vita sono alcuni degli elementi per riflettere su quando, come e perché cambiamo

Abbiamo già anticipato alcuni dei contenuti che la nuova edizione del Forum delle Eccellenze affronterà a Milano il 29 e 30 novembre prossimi.
Infatti dopo aver parlato con Michael Gelb, Kjell Nordstrom e Mauro Berruto, ci siamo fatti un’idea di come il tema legato per eccellenza all’innovazione, quello del cambiamento, verrà osservato e stimolato dai prestigiosi relatori internazionali che in queste settimane ci stanno regalando qualche anteprima.

Questa volta la parola è di Alex Bellini, esploratore e uomo d’avventura che si è fatto conoscere per le sue imprese estreme e la capacità di trasmetterle attraverso uno stile fortemente emotivo capace di influenzare le persone e liberare le loro potenzialità nascoste per affrontare qualsiasi straordinaria impresa, imparando sopratutto a riconoscere e gestire paura e stress, che influenzano moltissimo il rendimento personale e professionale di tutti noi.

Ecco il frutto della bella intervista fatta ad Alex.

Impresa estrema come metafora di vita, esercizio o bisogno personale?

È una bella domanda, l’avventura è sia esercizio che metafora di vita e anche bisogno personale.
È un insieme di tutte e tre queste componenti, dipende anche dalla fase di vita in cui vivi l’avventura, inizialmente io la presi come un grosso bisogno personale di misurarmi con situazioni fuori dall’ordinario per vivere quelle sensazioni che non trovavo nella vita “normale” (nella vita di un ragazzo di 20 anni) che davanti a sé ha un lungo percorso, e che si trovava di fronte a cose (l’università l’importanza dello studio) che aveva un valore per altri e non per lui, avevano un valore attribuito da altri.

Io mi ero trovato in questo percorso a non vivere la mia vita ma a vivere esattamente quello che gli altri si aspettano da me che vivessi, che i miei genitori (perché nessuno dei due aveva avuto l’opportunità di studiare) speravano che almeno il prioprio figlio studiasse, si potesse laureare, aspirare ad un lavoro sicuro, ad un lavoro solido.

Ad un certo punto ho iniziato a percepire dentro me stesso una frattura tra quello che stavo diventando e quello che sarei voluto diventare, e in quel momento per me l’avventura era bisogno personale di superare lo strappo tra queste due personalità. Con il tempo l’avventura è diventata un esercizio, perché effettivamente mi rendevo conto che c’era un valore educativo nell’avventura.

L’avventura mi metteva nelle condizioni di dovermela cavare da solo, con le risorse che avevo, con le poche risorse che avevo nel mio zaino, dovevo far fronte a elementi ostili, per cui andava a fortificare la mia capacità, o sensazione di auto-efficacia, di riuscire comunque nonostante le difficoltà a gestire la situazione. Questa situazione si è protratta a lungo, mi ha portato ad attraversare due oceani in barca a remi.

È proprio una questione di esercizio, mettersi nelle condizioni che la maggior parte delle persone cercano di evitare, di crisi di difficoltà, di cose che non puoi controllare, e scoprire di potercela fare. E io volontariamente mi andavo a mettere in quelle situazioni proprio con il desiderio di imparare. Poi alla vita non gliene frega tanto dei tuoi sogni, per cui ti capita di vivere delle situazioni che non avresti voluto affrontare, i naufragi, i fallimenti, il mare che ti riporta indietro, e quindi sempre più spesso mi rendevo conto che l’avventura altro non era che una grande metafora della vita e l’oceano paradossalmente, c’erano delle dinamiche che erano le medesime, e quindi oggi vivo l’avventura nel tentativo di ricreare i contesti più estremi possibili da cui imparare, da cui farmi ispirare per poi trasferire e ispirare qualcun altro ad affrontare le avventure che la vita offre loro.

Quali sono le sfide straordinarie che dovremmo affrontare? Ci fai un esempio pratico?

La sfida che ci vede protagonisti quotidianamente è contro le cose che non possiamo controllare, l’essere umano fa di tutto nella propria vita, per creare attorno a sè un ambiente che riesce a controllare, lo facciamo privandoci di una felicità oggi per raggiungere una visibilità futura, e in questo momento non viviamo la felicità, non viviamo questo aspetto. Lo facciamo tutte le volte che ci troviamo a vivere delle situazioni che non avremmo voluto, e quindi, più diventano ambiziosi i progetti più ci rendiamo conto che le cose che possiamo controllare sono veramente poche, mentre l’essere umano fa di tutto per controllare questa situazione, viene utile la metafora col mare perché il mare non lo puoi controllare, i venti, le correnti, il bel tempo, il brutto tempo, sono tutte cose che non possiamo controllare, e chi va per mare può insegnare a chi invece sta a terra che la cosa più utile e più produttiva è concentrarsi sulla qualità del messaggio interno nostro, sul nostro dialogo interiore, sul linguaggio che utilizziamo, su come coloriamo le immagini che si dipingono nella nostra testa.

Non è tanto importante quello che ci succede nella vita, quanto come reagiamo alle cose, quindi non potremmo mai riuscire a controllare il mare, che sarà sempre in un qualsiasi momento della nostra vita avverso. Un’altra sfida che ci troviamo ad affrontare è il nostro grossissimo dibattito interiore, tenere o lasciare, andare avanti o rinunciare, insistere o mollare, e solo nel momento in cui riusciamo a trovare delle connessioni tra queste due forze che ci portano prima da una parte poi da un’altra, riusciremo a superare il problema. Ma non bisogna sopprimere la voglia di mollare, devo andare avanti ma non a tutti i costi, lasciar andare talvolta è una cosa molto saggia. Le persone che non hanno avuto il coraggio di ascoltare quella voce che dice loro lascia andare, alcune le compiangiamo al cimitero, quelli più saggi che ancora sono vivi e riescono a raccontare le proprie storie, sono quelle che hanno saputo integrare le due parti di no, come se fossero le figure dell’angelo e del diavolo.

Infine c’è la sfida dell’accettazione degli obiettivi che diventano irraggiungibili, perché l’ambiente cambia. Magari abbiamo un obiettivo che inseguiamo da anni, ma arriviamo ad un certo punto o non abbiamo abbastanza forza, o l’obiettivo si sottrae a noi, o l’ambiente non è più lo stesso: la società è così mutevole che quello che era vero ieri non è più vero oggi.Bisogna riconoscere quando gli obiettivi diventano irraggiungibili prima che sia troppo tardi.

Io ho navigato per dieci mesi nell’Oceano Pacifico con un’idea in testa, raggiungere Sidney in Australia, considerando quell’obiettivo possibile. Ma a 36 ore dall’arrivo era diventato impossibile, non raggiungibile. Le condizioni meteorologiche molto avverse si sono sommate alla reale possibilità di essere speronato dalle navi in transito, e inoltre ero molto vicino alla barriera corallina per cui presi la saggia decisione di rinunciare. Non riuscivo a dormire la notte dalla paura, in quel momento il mare mi stava dando dei segnali, e ho trovato il coraggio di dare spazio a quella voce dentro di me che mi diceva di lasciare andare, e quindi mi sono potuto salvare la vita, questo è sicuramente lo scatto più grande di maturità che ho fatto nella mia vita.

Quali sono le leve che spingono le persone ad affrontare queste sfide straordinarie?

Bisogna scomporre il pacchetto avventura in una sorta di time-line, nel 2004 quando studiamo scienze bancarie, era stata la paura di dover rimpiangere la mia vita, volevo dedicarmi ad altro ma avevo paura di non trovare il coraggio. Sono diventato avventuriero per paura, non per coraggio. La creato ha creato un ponte attraverso quel ponte ho raggiunto l’altra parte del fiume.

Un’altra motivazione è la sensazione di essere nel posto giusto, la sensazione di fare quello che ho sempre desiderato fare, di farlo con impegno, e di fare dei sacrifici per ottenerlo.
Questo mi gratifica fortemente. Quotidianamente faccio cose che non amo fare, ma gli do un senso. Il sacrificio per me, se ha un senso, non è più un sacrificio. Inoltre mi motiva la sensazione di poter essere un riferimento per le altre persone, per la famiglia, le mie due figlie, e mi piacerebbe, un giorno, quando saranno cresciute, dare loro lo spunto, essere da ispiratore, essere da riferimento per seguire i propri sogni. Trasmettere loro non cose materiali, ma valori, i riferimenti.

Cosa inibisce di più il nostro potenziale: lo stress o la paura?

Ciò che inibisce le persone, facendo una generalizzazione ma ammettendo anche altre visioni è la paura, intesa in due maniere. Paura di essere percepito come non competente, non all’altezza della situazione e del giudizio degli altri, e poi del fallimento. Comunque tu la prenda, è sempre la sensazione di non riuscire a gestire la conseguenza delle nostre azioni.

Io da piccolo ero molto timido, ero veramente timido, e i miei avevano un hotel. Quando mi chiedevano dove volevo aiutare, se nel servire i clienti o nel lavare i piatti, io mi rintanavo nella cucina a lavare i piatti perché avevo paura di fare qualche errore, di non riuscire a rispettare le loro aspettative, e quindi me ne stavo chiuso nella mia piccola cucina, pulita ma piccolina, a pulire la pentole, a fare la cosa più umile, ma almeno stavo nel mio. Crescendo mi sono reso conto che questo era un grossissimo autogoal, perché pur di non esporsi al giudizio delle altre persone, noi siamo disposti a fare qualcosa che non ci gratifica, o non ci fa evolvere come persone.

Le situazioni da cui più traiamo vantaggio sono quelle che apparentemente, in prima analisi, che possono farci del male. Una difficoltà è da intendere non in termini di limite e di opportunità. Noi siamo frutto degli errori che facciamo quotidianamente. Ma bisogna accettare l’errore.

Le persone sono inibite dal fare davvero quello che vogliono fare perché non accettano l’idea di dover perdere qualcosa, qualche sicurezza, la propria reputazione. Tornando a quando ero piccolo, ero molto timido con le ragazze nonostante amassi molto il genere femminile, perché avevo paura di prendermi un due di picche. Non avevo il coraggio di accettare l’idea che potesse essere un no. E quando crescendo mi sono liberato da questo, ho liberato la mia energia orientandola verso qualcosa che costantemente mi mette in dubbio le certezze. Quando ti liberi dalla paura di fallire, riesci a raggiungere il successo, che ti ripaga di tutti quei giorni in cui ti sei sentito incompetente.
Inoltre le persone non accettano di essere dei dilettanti, Ogni volta che si cimentano in una nuova attività, vogliono subito saper fare bene le cose. Questa è un’altra cosa che inibisce.

Qual è la sfida più importante che hai affrontato e che ti caratterizza oggi?

Amo tutte le avventure che ho fatto, ma non le considero sfide, le considero percorsi. Ma il momento in cui ho dovuto scegliere per la mia vita o per l’avventura, quando a 60 miglia da terra ho dovuto interrompere la mia navigazione. Questo è stato il momento nella via vita in cui mi sono forgiato come uomo e come traghettatore, come persona impegnata in un percorso. Prima era un avventura che dava troppo peso all’obiettivo finale, il traguardo era tutto. In quel momento a 60 miglia dall’obiettivo mi sono reso conto che io ero anche un uomo, e ho restituito a me stesso la mia umanità, nell’accettazione dei miei limiti, di essere una persona imperfetta.

Raggiungere l’obiettivo non mi avrebbe reso migliore, mi ha reso migliore accettare l’imperfezione. Pensa quanto potrebbe essere brutta la vita se non ci fossero limiti? I limiti non sono limitazioni, ma definizione di un perimetro all’interno del quale possiamo vivere delle straordinarie cose.

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