Perché condividiamo sui social media? Omologazione batte originalità

Sui social media condividiamo i nostri interessi, ma ci appartengono veramente? Ce lo svelano i risultati di una ricerca Ipsos e la psicologa Sherry Turkle

Share Different Se in questo momento siete alla ricerca di una notizia interessante da condividere sui social media, allora siete la maggioranza. Secondo una recente ricerca Ipsos effettuata a livello mondiale, il 61% del campione (più di 18.000 adulti in 24 paesi) ha dichiarato di condividere “cose interessanti”, il 43% “cose importanti” e con la stessa percentuale troviamo la preferenza a condividere “cose divertenti”.

Scendendo ci fermiamo al 37% per quanto riguarda la condivisione di “quello in cui crediamo” e al 29% per la condivisione di “cause sociali”. Per quanto riguarda l’Italia, il dato piú sorprendente è un misero 10% nella condivisione di “cose uniche”, fotografia di una nazione in crisi anche su questo aspetto, quando la media mondiale risulta abbondantemente sopra il 30%.

Risultati ricerca Ipsos
Cosa condividiamo sui social media? (fonte: Ipsos Open Thinking Exchange, 2013)

Cerchiamo di capire innanzitutto cosa determina la condivisione di “cose interessanti”, che dunque rappresenta la maggioranza. Secondo uno studio apparso su Psychological Science le persone tendono ad imitare il comportamento degli altri e a condividere informazioni mosse dall’eccitazione, percependo un piacere istantaneo che, più è positivo, più vuole essere condiviso con i nostri contatti.

Invece la psicologa americana Sherry Turkle, nel suo intervento a TED “Connessi, ma soli?”, sintetizza il concetto “Condivido, dunque sono.”, in cui l’atto di condividere sui social media unito alla la possibilità temporale di decidere quando scrivere e cosa cancellare, determina l’opportunità di essere quello che vogliamo, ma soprattutto quello che non siamo. Questa modifica al nostro profilo può portare ad una preferenza verso le conversazioni virtuali, semplicemente perché nelle conversazioni reali non sempre abbiamo la “risposta pronta”.

Con i nuovi strumenti digitali, quindi, la comune tendenza ad omologarsi è ora ancora più facile e poco stupirebbe se gli argomenti delle condivisioni fossero influenzati da interessi in parte indotti dal flusso di notizie che stiamo seguendo e con cui vogliamo interagire per non rimanere, come direbbe la Turkle, “soli nell’insieme”.

I fornitori di servizio non stanno a guardare e migliorano gli strumenti di condivisione anche in base all’utilizzo che ne facciamo, ma da qualche tempo stanno introducendo funzioni che fanno delle nostre attività social uno strumento di marketing. Le recenti introduzioni delle “Notizie sponsorizzate” e dei “Consigli condivisi” da parte di Facebook e Google non fanno altro che trasformare la nostra attività in un supporto di comunicazione per i brand.

Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo meccanismo che mutua la gratuità del servizio all’uso commerciale delle informazioni che vi poniamo all’interno e comunque nulla che non sia notificato nelle modifiche ai termini di servizio che oggi, ma solo dopo numerose proteste, vengono di volta in volta comunicate agli utenti in maniera trasparente.

Nella gara alla trasparenza oggi però vince Google, che nella sua ultima modifica ai termini di servizio permette in maniera semplice di escluderci da questo meccanismo di marketing mentre Facebook continua, in modo non sempre lineare, nella gestione dei nostri dati e a breve non permetterá piú di nascondere i nomi degli utenti dal campo di ricerca, aggiungendo però opzioni selettive per ogni parte restante del profilo, sempre a favore dell’evoluzione del motore Graph Search.

In conclusione è indubbio che i social media, aiutati dall’evoluzione degli smartphone, stiano ridefinendo le regole e aumentando la velocità con cui si svolge la nostra vita online. Stiamo assistendo ad un aumento esponenziale delle condivisioni e in questo “niagara” di post, tweet, +1 e pin ci mostriamo al mondo, in un processo che tende a definire in maniera sempre piú precisa quello che ci piace, osservati dall’occhio nascosto, ma attento, dei fornitori di servizio.

Per quanto riguarda l’Italia, in attesa di uscire dalla crisi politica, possiamo solo provare a risollevare quel 10% di condivisioni di “cose uniche”, che non rende onore ad una nazione storicamente artistica e produttiva come la nostra, ma sopratutto perché “creare è dare forma al nostro destino” (Albert Camus).

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