Il business dell’informazione online è in crescita: come investire sui media digitali

I consumatori italiani scelgono i media online. Ecco come capire il surplus del consumo mediatico

Ieri il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, ha comprato il Washington Post per 250 milioni di dollari, aggiungendo la sua voce al dibattito sul nuovo giornalismo e sugli scenari che un imprenditore deve aprire quando si occupa di informazione, tenendo conto che si tratta di un bene pubblico prima ancora che di un prodotto da immettere nel mercato. Lo ha fatto attraverso una lettera aperta che ha già fatto il giro del web (e non solo) tradotta in moltissime lingue.

Le scuole di pensiero in materia di nuovo giornalismo ed evoluzione dell’editoria sono tante: quello dei nuovi media viene ancora definito un “assedio” nei confronti della carta stampata e, se per qualcuno il bombardamento mediatico proveniente dai network senza limiti e orari rappresenta un momento di transizione dei giornalismo tradizionale, per qualcun altro stiamo ancora parlando di qualcosa che ormai è già passato e siamo addirittura in ritardo rispetto alle occasioni di crescita offerte dal nuovo mercato dell’informazione digitale.

Ma qualcosa ci aiuta a fare chiarezza e ci mette d’accordo con quest’ultima affermazione. L’analisi del surplus del consumatore di informazione digitale: detta in termini semplici, quando i consumatori scelgono i media online e individuare gusti e tendenze del consumo mediatico è già molto facile, vuol dire che il cambiamento di rotta è già avvenuto. Ecco, allora, in cosa consiste il business dell’informazione in Italia oggi.

Le tendenze del consumo dei media online e il valore pecepito

Da una ricerca chiesta da Google a The Boston Consultin Group di aprile 2013, il valore economico del consumo mediatico si è spostato in gran pare sul web e il surplus del consumatore derivante dal canale online, cioè il valore positivo percepito dal consumatore oltre al prezzo pagato per usufruire del servizio acquistato, supera quello derivante dal canale offline. Lo studio dimostra che in 9 paesi europei una percentuale compresa tra il 40% e il 60% del valore percepito dai mezzi di informazione deriva dal consumo dei media online.

Dalla ricerca emergono alcuni importanti risultati: il costo medio annuo dei prodotti mediatici per un consumatore europeo è di circa 2100 euro, di questi 1100 sono spesi online, l’utilizzo dei media online è esteso a tutte le fasce d’età e una parte consistente dei consumatori dichiara che la qualità dei contenuti online è ritenuta più elevata di quelli tradizionali.

In particolare, negli ultimi tre anni si è avuto, sempre secondo il parere dei consumatori, un miglioramento generale dei prodotti mediatici online ed è riposta fiducia nel fatto che questo miglioramento sia destinato ad aumentare progressivamente, sia grazie alla penetrazione di dispositivi fissi e mobile nella popolazione sempre più accentuata, sia grazie alle opportunità che i produttori di contenuti multimediali ed editoriali hanno di fronte a sé.

I modelli di business del nuovo giornalismo e l’evoluzione dell’editoria

La ricerca mette in luce due principali modelli di business in crescita: da un lato il modello basato sulla pubblicità online e dei suoi mix (banner, articoli sponsorizzati, integrazioni adv nella struttura grafica del sito), dall’altro il modello basato su piani di abbonamento, considerato che i consumatori si dichiarano disposti a pagare un corrispettivo per fruire dei contenuti online.

Poiché i mezzi di informazione incontrano in rete il gradimento del pubblico, sicuramente favorire l’intescambio di notizie, opinioni e la partecipazione a piattaforme di user generated content diventano parte dei menù giornalistici e dei palinsesti editoriali e i modelli di business dovranno tenerne conto.

La predilezione del consumo mediatico degli utenti, infatti, non va ricondotto solo alla sfera dell’intrattenimento come si usa credere, cioè non si tratta di consumi cinematografici, musicali o gaming, ma bisogna considerare che il 60% del consumo dell’intero assortimento di categorie multimediali nell’ambito di notizie e cultura è finalizzato all’acquisizione di informazione attraverso la lettura di quotidiani e riviste, inoltre un 30% accede alle stesse informazioni attraverso i canali tradizionali, come radio e tv.

Per riassumere quello che sta accadendo con parole autorevoli, cito Alan Rusbridger, il direttore del Guardian quando tenta di spiegare il dilemma che deve affrontare il suo giornale: sappiamo che in edicola perde vendite per il 12% all’anno, ma sul web è uno dei più letti del mondo. “Amo la carta, ma il compito che mi è stato affidato è di garantire la perpetuità della testata”.

E poiché tutto al momento fa pensare che probabilmente il cartaceo sparirà, si annuncia l’era dell’open journalism: incoraggia la partecipazione; non è un rapporto tra “noi” e “loro”; stimola il dibattito; favorisce la nascita di comunità intorno a interessi condivisi; è aperto al web; aggrega e seleziona il lavoro degli altri; ammette che i giornalisti non sono le uniche voci autorevoli e interessanti; promuove la diversità ma anche i valori comuni; riconosce che il giornale può essere l’inizio e non la fine del lavoro giornalistico; è trasparente e aperto alle osservazioni, comprese le correzioni, le spiegazioni e le aggiunte.

…E a proposito di collaborazione

Quest’estate non è soltanto tempo di analisi, ma anche di nuove ricerche: se avete voglia di influire sulle tendenze che stiamo prendendo in considerazione per fare un bilancio esatto del business dell’informazione in Italia allora siete ufficialmente invitati a compilare questo piccolo test: si tratta di un’indagine di mercato sul mondo del giornalismo in generale e sulle preferenze dei lettori. In questo senso Balzac mi ha aiutata a capire da quale situazione stiamo partenzo per fare chiarezza: da “quei bordelli del pensiero che si chiamano giornali”.

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