Sapere condiviso: Spotify e Wikipedia

Il sapere partecipato rivaluta il ruolo dell'opinion leader, ma non è esente da critiche e deve essere qualificato

Mi interrogavo nei giorni scorsi sulle forme di sapere partecipato. Non credo sia normale. Ma, del resto, c’è di peggio nel mondo: non credo, per intenderci, che Dexter mentre applica le regole di Masterchef alla carne umana si interroghi sulle forme di sapere partecipato, né che lo faccia Lapo Elkann. Che entrambi abbiano più soldi del sottoscritto, importa poco; che il primo sia più figo del sottoscritto – sul secondo ho qualche dubbio: almeno io parcheggio a modino e con un’auto non mimetica – poco importa.

Dicevo: mi interrogavo sulle forme di sapere partecipato, in merito a una risorsa online da anni, ma non vetusta – e parlo di Wikipedia – e a una che invece sta muovendo i suoi primi passi, quantomeno da noi – ossia Spotify.

Per chi non la conoscesse o non avesse letto i nostri post su Spotify, quest’ultima consente – essenzialmente come fanno Goodreads e anobii per quanto concerne i libri – di condividere gusti, in questo caso musicali. Ciò che, per le caratteristiche intrinseche del mezzo, differenzia Spotify (al punto che a mio vedere siamo di fronte a una rivoluzione: ma avremo modo di parlarne), sta nel fatto che non solo possiamo conoscere ciò che piace ad altri, ma anche condividerlo.

Non solo potete sapere che in questo momento sto leggendo Steinbeck, ciò che non aumenterà la vostra conoscenza di Steinbeck ma solo dei gusti del vostro affezionato, ma anche entrare, in qualche modo, nella mia testa e venire a conoscere da dentro i miei gusti musicali.

Per dire: questo è il link della mia playlist, chiamata – con notevole sforzo inventivo – Ivano’s playlist. Tramite questa potete sapere cosa ascolto, capire che (indipendentemente da quanto io asserisca) adoro alcune canzoni di Mina, degli U2 e dei Negramaro; cose così.Non solo: il servizio elimina di fatto larga parte della pirateria, perché la rende inutile.

Attendiamo gentilmente una presa di coscienza pari a questa nel mondo del cinema: a un costo alla portata di tutti ci si può abbonare e scaricare la parte del database che si desidera fruire offline; se invece si vuole mantenere un basso profilo il servizio resta gratuito e disponibile online.

Un esempio evidente – che spiega parte del titolo – l’ho avuto questa sera. Guardavo La storia di Glenn Miller, di Anthony Mann (un superlativo James Stewart), quando ho sentito un motivo che conosco da anni ma cui non ho mai saputo dare un nome. Bene, detto fatto: Glenn Miller, Pennsylvania 6-5000 (che qualcuno forse ricorderà anche dalle compilation di Jive Bunny), ascolto immediato a 320 Kbps e inserimento in playlist.

Qual è la caratteristica di Spotify? Crea quello che io chiamerei non un sapere condiviso, ma isole di database condiviso. Cioè: ciò che mi interessa non è materialmente l’intero database, perché a una larghissima parte di questo non sono interessato o non dispongo delle informazioni per raggiungerlo – benché a queste lacune suppliscano in parte la funzione Avvia radio e un’app interessantissima quale Soundhound -, ma la possibilità di piluccarvi in base a quanto conosco e quella, molto interessante, di attingere a playlist di utenti specifici, rivalutando di fatto il sistema dell’opinion leader.

Potete sentire non solo i Jamiroquai, per dire, ma anche ciò che loro stessi ascoltano – e che quindi andrà a influenzare la loro musica. Oppure la playlist di Rich Froning, per sapere con quali ritmi si motiva l’uomo più in forma del mondo quando si allena.

Un’altra forma non tanto di sapere condiviso ma di isole di database condiviso, stavolta in forma social, è Twoorty. Lo sto ancora sperimentando – più con gli occhi che con le dita, per ora – ma ne parleremo presto.

Tutto questo per giungere a Wikipedia. Lo conoscete tutti: probabilmente, insieme a Google e Facebook, è il sito più noto al mondo. Si dice che Wikipedia crei una forma di sapere condiviso, una forma di accesso democratico al sapere perché nasce da una formazione democratica del sapere. Ma a me interessa proprio sapere cosa si intenda esattamente con democratico, in un periodo in cui certi termini hanno un peso, una consistenza, una connotazione politica.

Wikipedia è fatta di diverse centinaia di migliaia di referenze – abbiamo appena raggiunto il milione di voci in italiano -, di versioni non solo sovranazionali (inglese, spagnolo) o nazionali (italiano) ma anche regionali o locali (ladino, sardo, napoletano). Le sue voci sono notoriamente scritte da chiunque, sì, ma esiste contemporaneamente una funzione di controllo importante. Questo non solo per evitare troll e flamers, ma anche la possibilità (teorica e assai praticata) di tentare di condizionare pagine cruciali per motivi economici, di immagine, politici, sociali, religiosi ecc.

Ricorderete che alcuni anni fa vi furono pagine bloccate a causa di accessi ripetuti provenienti da una struttura istituzionale che… modificavano le modifiche allo scopo di ripulire la reputazione di suoi rappresentanti politici; più recentemente Philip Roth entrò in polemica con l’enciclopedia creando un cortocircuito che potete ricostruire tramite un articolo di Andrea Pomella, qui. Per fare due esempi assai noti.

Questo per dire che il sapere condiviso non equivale a un sapere portato da ognuno e acriticamente accettato, ma da un sapere che viene accolto, discusso, appreso e in alcuni casi rigettato, in altri ancora discusso, a volte con decisioni opinabili – vedi i paradossi di Roth, visto come fonte non attendibile in merito a un’opera di Roth. Un contesto magmatico, diremmo: così come è il sapere.

Se a qualcuno viene in mente, in base a quanto ho detto appena sopra, il concetto “uno vale uno” di cui si parla così spesso in queste ore, non casca male: la riflessione nasce proprio da questo concetto, dall’idea che sia il concetto più travisato della storia della democrazia.

Dall’idea che “uno vale uno” non significa accettare acriticamente un intervento ma anzi, a volte, rifiutarlo – proprio perché il sapere qualificato e condiviso si crea partendo da chi quel sapere lo ha ottenuto qualificandosi e lo ha voluto condividere, e quindi non fa parte di questo sapere chi non se lo è qualificato o chi agisce contro la condivisione.

Ma qui è il momento di fermarsi. E rileggersi la voce “Democrazia” su Wikipedia, magari, e magari anche “Democrazia liquida”; magari mentre s’ascolta Stray Heart dei Green Day.