Copyright: il 2012, tra buone notizie e la possibile censura del SOPA [DIRITTI DIGITALI]

E’ uno degli argomenti più dibattuti del web e inevitabilmente finisce, a periodi alterni, per occupare le prime pagine dei giornali e le home page dei siti, specializzati e non.  Parliamo del chiacchierato, chiacchieratissimo copyright, oggetto di molte delle novità in materia, non tutte positive. Di alcune di esse, soprattutto negli ultimi giorni, si sta parlando in maniera massiccia anche nei social network, innescando un effetto domino che ‘rischia’ di sfociare, anche qui da noi, in un vero e proprio movimento civile.

Benvenuto, sia inteso.

Il rinfocolato interesse per la materia è scatenato da alcune proposte di legge in fase di approvazione negli USA che rischiano, ancora una volta, di frenare la rete e censurare molte delle attività che in essa si svolgono. E qui in Europa, per diversi aspetti, la situazione non è migliore.

Si riparla di censura? E’ possibile.

Ma procediamo con ordine, e iniziamo con un breve riassunto delle ultime notizie in tema:

Olanda

Nel paese fiammingo, il file sharing di opere dell’ingegno in violazione dei relativi diritti di proprietà intellettuale è consentito, se per uso personale, dalla normativa in vigore, tramite le disposizioni sul fair use – l’uso lecito.

La proposta di riforma presentata al Parlamento, tesa a modificare l’attuale normativa vietando l’uso lecito anche se a scopo personale, è stata bocciata sulla base di tre – a mio avviso solide – argomentazioni: la limitazione alla libertà personale e la forte riduzione delle informazioni circolanti che deriverebbe dal divieto di scaricare opere protette per uso personale; la necessità di procedere all’analisi del traffico, con conseguente violazione della privacy, per effettuare il blocco delle opere protette; la possibilità, per i detentori di diritti sulle opere, di esercitare azioni contro i singoli individui rei di scaricare opere protette.

Alla base della decisione, un rapporto governativo che dimostrerebbe l’elevata fruizione dei contenuti a pagamento da parte dei cosiddetti ‘pirati’ e il ritorno – in termini di maggiore visibilità – della pirateria per gli artisti.

Svizzera

Il governo elvetico è tra quelli che maggiormente si sono interessati allo studio del fenomeno della pirateria digitale. Proprio su tale argomento,  il 30 novembre 2011 il governo ha rilasciato un comunicato dall’inequivocabile contenuto: la legge vigente, che consente il download di opere protette per uso personale, non necessita di essere riformata o integrata.

Basandosi su  un rapporto commissionato dal Senato nel marzo del 2010 – analogo a quello alla base della bocciatura della legge di riforma olandese – il Governo ha ribadito che non ci sarebbe l’evidenza del danno prodotto dalla pirateria al mercato. Pertanto, scaricare opere protette per uso personale resta lecito.

Svezia

Il paese nordeuropeo ci ha da sempre abituati a vicende quantomeno peculiari in tema di copyright (da The pirate bay al PiratPartiet, solo per citre due esempi tra i più noti). Non fa eccezione la notizia, apparentemente di costume, che riconosce il file sharing come religione: il Kopimism, o, meglio, The Missionary Church of Kopimism, fondata nel 2010 dallo studente di Filosofia Isak Gerson e riconosciuta ufficialmente come culto nel mese di dicembre 2011 dall’Agenzia per i servizi legali, fiscali e amministrativi svedese.

Il nome del nuovo credo deriva da’ copy me‘ – copiami – e da ciò è facile intuire la filosofia che ne è alla base. I sostenitori – circa tremila, a quanto è dato sapere –  credono nella libertà di copia e nello scambio delle opere anche se protette, in nome della libertà di informazione e della diffusione del sapere.
Per i curiosi, il primo comunicato stampa del movimento è disponibile qui.

Spagna

Grandi movimenti nel paese Iberico, sulla scia degli Indignados partiti da Plaza Catalunya in Madrid e delle grandi riforme peviste dalla Ley Sinde – la contestatissima legge per lo Sviluppo. Approvata nel febbraio 2011 sotto il governo Zapatero, la Ley Sinde è divenuta operativa il 30 dicembre 2011, con l’approvazione del regolamento attuativo, e inizierà ad esplicare i propri effetti a partire dal mese di marzo 2012.

La legge si pone in netta controtendenza rispetto alle decisioni della magistratura spagnola, che fino ad oggi si è più volte pronunciata per l’irresponsabilità degli ISP in merito all’indicizzazione dei file in violazione di copyright e per la liceità del P2P di opere protette, per uso personale e senza scopo di lucro, quale diritto alla copia privata.

La legge Sinde, mutando radicalmente l’orientamento fino ad oggi seguito, consente al Comitato per la Proprietà Intellettuale, quindi ad un organo amministrativo – vi ricorda qualcosa? – di disporre la chiusura, entro 10 giorni dalla denuncia del titolare dei diritti presuntivamente lesi, dei siti ritenuti illeciti, o di bloccarli tramite la forzosa cooperazione degli ISP.

Da notare come le previsioni della Ley Sinde – era già accaduto in Italia per la deliberazione AGCOM 668/2010 – vadano ben oltre le già contestate previsioni della francese Hadopi – al momento l’unica in fase applicativa – la legge dei ‘three strikes’ – che prevede la disconnession dell’utente dalla rete dopo tre violazioni della normativa sul diritto d’autore.

La legge Sinde non obbliga l’Autorità Amministrativa procedente a distinguere tra contenuti ad uso personale e senza scopo di lucro, contenuti per profitto, contenuti in pubblico dominio, opere diversamente licenziate: le norme, infatti, fanno esclusivamente riferimento ad un presunto danno economico del titolare dei diritti. E su tale presunzione di danno, legittimano il titolare dei diritti alla richiesta e l’autorità amministrativa alla rimozione/inibizione degli stessi.

I dietrologi – e sono tanti – vedono nell’approvazione della legge spagnola la forte pressione del governo americano e delle major dietro di esso. Ancora di più ora che all’orizzonte di profila il possibile arrivo di SOPA.

USA

Per parlare di copyright negli Stati Uniti, in questo periodo basta una parola, o meglio un acronimo: SOPA, ossia Stop Online Piracy Act, la proposta di legge

To promote prosperity, creativity, entrepreneurship, and innovation by combating the theft of U.S. property, and for other purposes

presentata alla Camera dal deputato Lamar Smith, che recita, come scopo, “favorire benessere, creatività, imprenditorialità, innovazione, e per contrastare il furto di proprietà e per altri scopi”, ma che rischia seriamente di cambiare il web come oggi lo conosciamo. Insieme alla PIPA – Protect Ip Act – analoga proposta di legge pendente dinanzi al Senato Usa, conosciuta in una precedente versione con il nome di COICA e già bloccata –  SOPA, se approvata, legittimerebbe l’oscuramento dei siti – qualsiasi sito – per violazione di copyright.

Tra le norme più contestate, la procedura prevista che abiliterebbe i detentori dei diritti alla richiesta di un’ordinanza contro i siti rei di violare (o facilitare la violazione de) il copyright. Per violazione si intenda qualsiasi attività non legittimamente licenziata dai titolari dei diritti: dalla vendita di opere protette, allo streaming; dalla contraffazione, alla semplice indicizzazione di file.

Il governo, a questo punto, potrebbe chiedere agli ISP il blocco di tali siti. Il presunto reo avrebbe cinque giorni di tempo per presentare appello; ma è probabile che nelle more il sito venga già bloccato dagli ISP.

Le conseguenze, com’è facile immaginare, potrebbero essere devastanti: una legge che, nelle intenzioni palesi, si propone di promuovere, tra le altre cose, la ‘prosperità e l’innovazione’, avrebbe la pesantissima conseguenza di bloccare la nascita di molte start up del settore, paventando lo spauracchio della responsabilità – anche penale – nella eventuale veicolazione/indicizzazione di contenuti protetti. E che dire dei motori di ricerca?

La possibilità di un concreto oscuramento della rete ha prodotto la veemente reazione dei giganti del web, da Google a Yahoo, da Amazon a Facebook, pronti a scendere in sciopero – un primo programmato per domani 18 gennaio, di 12 ore, forse un ulteriore blackout il 23 gennaio – alla vigilia della discussione in commissione della proposta di legge.

Contro il SOPA si sta muovendo non solo l’opinione pubblica: secondo le notizie delle ultime ore, sembrerebbe che  anche la stessa presidenza Usa stia assumendo una posizione più attendista verso il SOPA: in un comunicato diffuso il 14 gennaio sul blog della Casa Bianca, l’Amministrazione Obama è consapevole che

to combat online piracy must guard against the risk of online censorship of lawful activity and must not inhibit innovation by our dynamic businesses large and small

e che

the openness of the Internet is increasingly central to innovation in business, government, and society and it must be protected“.

Pertanto, pur senza prendere una posizione netta contro la nuova  proposta di legge, l’Amministrazione Usa invita le parti al dialogo ed a trovare soluzioni condivise, possibilmente evitando qualsiasi modifica dell’architettura del web così com’è oggi.

Un bell’auspicio, non c’è che dire. Ma una battaglia che, anche qualora dovesse essere vinta, non eliminerà un problema – quello della riforma del copyright nel mondo digitale – che deve essere affrontato seriamente e senza ulteriori differimenti. Se si vuole vincere la guerra.