Chi gestisce lo spazio pubblicitario nella realtà aumentata?

L'analisi di Mashable sul controllo della pubblicità negli spazi virtuali: Google e Microsoft già si sfidano.

A chi appartiene legamente lo spazio virtuale della realtà aumentata?” E‘ la domanda che pone provocatoriamente John Heavens su Mashable.com.

Oggi che sempre più brand si lanciano nel “mondo aumentato” con l’aiuto di smartphone e browser dedicati, come vengono gestiti i diritti d’acquisizione da parte degli inserzionisti?

In inglese il termine intorno a cui ruota l’intera questione è “air rights”. Ed è un concetto che ha storia lunga: l’idea di gestione di uno spazio vuoto era già presente nel diritto medievale romano. Di che si tratta oggi: dello spazio che le concessionarie mettono a disposizione degli inserzionisti sopra a un palazzo, per dire. O attorno ad un albero. Spazi vuoti occupati spesso dai brand con la grande cartellonistica (ogni centimetro sopra Times Square è ad esempio schedato, conteso e pagato profumatamente) o altre strategie ambient. E da domani lo stesso succederà nella realtà aumentata, con la ricchezza di opportunità e le complicazioni che ne deriveranno.

Al momento lo spazio aumentato è essenzialmente libero. Programmi come Tagwhat permettono a tutti di taggare qualunque cosa. E quindi, fatalmente, anche lo stesso pezzetto di realtà aumentata. Lo stesso fiume o lo stesso negozio. 
Ed è qui che entrano in gioco i browser: Junaio e Layar stanno oggi diventando gli equivalenti, nell’augmented reality, di Explorer e Firefox. Sono loro a guidare gli utenti attraverso le meraviglie di questi spazi paralleli ed a dare dunque maggiore visibilità (e contenuti extra) alle app-partner, a discapito di quelle anonime.

Nel frattempo però anche Google si muove. Con Google Goggles la casa di Cupertino propone lo straordinario e definitivo collegamento tra gli smartphone, il mondo lì fuori ed il proprio motore di ricerca. Nello stesso modo in cui ci ha fin qui guidato in rete, Google mira oggi a condurci per mano anche fuori casa. Puntando un qualunque dispositivo su una strada, uno stadio o un piccione sarà possibile avviare istantaneamente una ricerca online sull’oggetto in questione. Le conseguenze, in termini di ulteriori spazi da offrire agli inserzionisti (una versione-visual di AdWords: pensate ad un appassionato che vende piccioni) e di accelerazione nell’acquisizione di informazioni, saranno gigantesche.

Bing gioca invece a cambiare letteralmente il mondo: in fondo chi ha detto che la pubblicità della realtà aumentata debba coincidere con quella del mondo reale?
 Nella sua mappa della realtà aumentata il motore di ricerca targato Microsoft propone all’utente, piuttosto che un’immagina alternativa del mondo vista dall’alto, un’autentica passeggiata attraverso una realtà che assomiglia a quella originale ma in cui le pubblicità sono cambiate, altre, diverse. 

“Bing propone uno sguardo a quella che sarà la pubblicità del futuro – spiega Gabe Greenberg, direttore Social and Emerging Media Microsoft – un’advertising diversa e dinamica che anzichè sovrapporsi pigramente all’esistente sposa in pieno le caratteristiche della nuova realtà aumentata.

La realtà aumentata rappresenta per i brand una nuova grande frontiera, assolutamente promettente in termini di moltiplicazione dei canali e di misurabilità delle performance, ma al contempo piena di insidie. Una su tutte: la privacy. E’ evidente che sarà presto possibile taggare tramite normali dispositivi anche le persone: chiunque incrociandovi in strada potrebbe “aumentarvi” puntandovi addosso semplicemente un iPhone. 
Come la prendereste? E mettiamo che quel giorno state bevendo una Coca: non vi spetterebbe un compenso da testimonial per ogni link procurato? (Per ora scordatevelo).

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