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After Theresa May

Sogno di una Brexit di mezza estate

Oltre il giro di boa del 2019 e a più di 1120 giorni dal referendum: cosa è accaduto finora e cosa si prospetta per il futuro del Regno Unito (e dell'Europa)

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Andrea Maria Cosentino 

Business & Entrepreneurship Contributor

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Pubblicato il 25/07/2019

Dopo il referendum del 23 Giugno 2016 vinto dal "leave" per il 51,9% contro il 48,1% del "remain", la data del divorzio era stata fissata: 29 Marzo 2019.

Se abbiamo imparato qualcosa da questa storia che ha già scritto più di 1120 pagine, è che possiamo aspettarci l'imprevedibile.

Ma quali variabili stanno influenzando gli avvenimenti degli ultimi anni e quali ulteriori considerazioni sono necessarie per capire al meglio gli ultimi sviluppi e avere un quadro chiaro della situazione?

Brexit: perché il Regno Unito ancora non è uscito dall'Europa

Ad ormai più di tre anni da quando il Regno Unito ha votato l'uscita dall'Europa, la Brexit ha visto la dipartita di due Primi Ministri: David Cameron e Theresa May. Ancora non è chiaro quale tipo di divorzio sia realmente desiderato dal Regno Unito, con il rischio di una "no-deal Brexit" sempre presente.

Theresa May ha lasciato formalmente la carica di Leader del Partito Conservatore e Primo Ministro lo scorso 7 Giugno. L'ufficialità è arrivata ieri, 24 Luglio, quando, a seguito delle elezioni per il nuovo leader del Partito Conservatore, è stato anche assegnato il ruolo di Primo Ministro. Ha vinto il già favorito Boris Johnson.

Il Regno Unito era destinato a lasciare il blocco Europeo il 29 Marzo scorso ma il rifiuto del Parlamento sull'accordo negoziato da Theresa May con l'Europa, ha spostato la data di uscita al 31 Ottobre prossimo.

Theresa May ha ricevuto opposizioni da tutti i lati: dai pro-Brexit alle frange pro-UE del partito conservatore, dal Partito dell'Irlanda del Nord al Partito Laburista, il quale vuole mantenere gli accordi commerciali e salvare migliaia di posti di lavoro. L'opposizione maggiore è arrivata proprio dagli stessi Conservatori e dal Partito Democratico Unionista dell'Irlanda del Nord, che teme la nascita di un nuovo confine tra Irlanda del Nord (UK) e Repubblica d'Irlanda (UE): il cosiddetto "Irish-backstop".

Gli oppositori della May hanno particolarmente focalizzato la loro attenzione sulla clausola per la quale il Regno Unito non avrebbe potuto ritirarsi unilateralmente dal backstop. In aggiunta al mantenimento dell'area condivisa, sarebbe dovuto rimanere allineato con alcune regole: standard qualitativi di beni, aiuti governativi, competizione e politiche socio-ambientali.

Questo avrebbe reso l'Irlanda del Nord molto più vicina all'Europa del resto del Regno Unito, il che è inaccettabile per la maggior parte dei componenti della fazione di Theresa May e del Partito Northern Irish che sostiene il governo.

LEGGI ANCHE: Pizza, Brexit e Mandolino

Gli effetti collaterali della Brexit, fino a ora

Uno dei più evidenti effetti della Brexit sui business inglesi è l’ammontare di ordini cancellati da parte di clienti Europei. Essi hanno infatti cambiato le strategie di rifornimento, focalizzandosi su paesi diversi dal Regno Unito, temendo che, dopo l’uscita, si venga a creare un sistema di dogane e tariffe che genererebbe costi addizionali. Basti considerare che il 44% delle esportazioni Britanniche avviene verso l’Europa.

Le aziende manifatturiere che si basano su commesse just-in-time hanno subito il maggior impatto: l’azienda automobilistica Nissan ha abbandonato i piani per la produzione di un nuovo modello in una delle principali fabbriche inglesi, temendo che gli effetti della Brexit possano incidere sul flusso di componenti e veicoli attraverso il confine. Paradossalmente, la fabbrica Nissan in questione impiega circa 7 mila persone nell’area di Sunderland, che si è dichiarata a supporto della Brexit. Airbus SE, che produce ali per aeromobili in Galles e Sud-Ovest dell'Inghilterra, impiega 14 mila persone in UK e ne coinvolge altre 110 mila attraverso la sua catena commerciale. La compagnia ha dichiarato che muoverà futuri investimenti fuori dall'Inghilterra in caso di no-deal.

Non da meno è il settore finanziario, la City di Londra, dove banche come HSBC e Royal Bank of Scotland hanno speso milioni di sterline per fare aggiustamenti "a prova di Brexit" per il loro business. Altri, come Deutsche Bank AG e Citigroup Inc. hanno invece optato per il trasferimento di miliardi in assets fuori dal Regno Unito. Infine le persone, dove migliaia di impiegati, da JP Morgan a Morgan Stanley passando per BNP Paribas, sono stati costretti a spostarsi a Parigi, Francoforte o Amsterdam per non perdere il proprio lavoro.

Ma non sono solo le grandi corporazioni ad abbandonare il sogno Inglese. Anche startup come TransferWise, che rappresenta il Fin-tech per eccellenza, ha deciso di muovere il proprio quartier generale via da Londra, che del Fintech è la capitale europea.

La considerazione più preoccupante è che tutti questi business, dopo aver intrapreso tali onerose manovre, non torneranno più in Inghilterra indipendentemente dal risultato finale del Brexit. Come ha dichiarato Edwin Morgan, direttore ad interim dell'Institute of Directors:"[...] i business vedono tutto ciò come una distrazione e uno spreco di soldi. Se si è speso tempo e denaro per muoversi, quale incentivo ci sarebbe a tornare indietro?".

C'è però un altra faccia, positiva, della medaglia. Compagnie di logistica, agenzie doganali, piccole aziende di consulenza import-export che si occupano per lo più di documentazioni, hanno visto i propri volumi di business salire alle stelle e con questi i profitti. Anche per i principali esportatori il crollo della sterlina a seguito del risultato del referendum ha significato boom negli ordini, dato che i Paesi acquirenti possono beneficiare della valuta debole alle stesse regole comunitarie (almeno per ora).

Infine, la disoccupazione che ha toccato i livelli più bassi dal 1975 ed i salari che crescono più rapidamente dell'inflazione. Tuttavia, questi numeri che a prima vista sembrano positivi, potrebbero invece implicare un pericolo strutturale, in accordo con la funzione di produzione Cobb-Douglas, per la quale la crescita del numero di assunzioni sarebbe conseguenza delle aziende che investono meno in capitale (statico, a lungo termine, non liquido) per assumere più forza lavoro che può essere licenziata facilmente in caso di necessità.

Fino ad ora, tre anni di incertezza politica sono costati più di 600 Milioni di Sterline, ridimensionando l’economia del -2.4% rispetto alle previsioni.

Il no-deal e le relazioni commerciali-bancarie internazionali

Fallito il tentativo di accordo proposto da Theresa May, rigettato dal Parlamento, si pensa a come organizzare il post Brexit.

Il sistema di unione doganale, che darebbe modo di proseguire con il libero scambio di beni e servizi, sembra sia la soluzione presa in considerazione dal Regno Unito. Generalmente, un'unione doganale vede gli Stati membri accordarsi sulle tariffe da imporre ai prodotti importati da Nazioni che non fanno parte dell'unione, cosicché, una volta che tali beni hanno accesso al blocco, possono muoversi senza restrizioni o costi addizionali.

Al momento, tutti gli Stati membri dell'Unione Europea sono automaticamente inclusi nell'accordo doganale, mentre alcune altre nazioni hanno un accordo personalizzato. Se guardassimo alla Turchia come esempio, possiamo vedere che l'accordo permette la negoziazione di beni senza tariffe ma non per tutte le industrie: ad esempio, l'agricoltura è esclusa. Non essendo membro del mercato unico, la Turchia ha standard e regolamentazioni differenti, che rendono il libero commercio difficile e macchinoso; inoltre, essa deve rispettare qualsiasi accordo venga intrapreso dall'Europa con altri Paesi.

Se da un lato l'Europa ha sempre suggerito l'instaurazione di una "custom union" post-Brexit, dall'altro uno dei principali punti dei sostenitori della Brexit è stata la volontà di instaurare e creare i propri accordi con i diversi Paesi a proprio piacere. Un'unione doganale renderebbe questo impossibile, e ancora una volta il Regno Unito sarebbe soggetto a decisioni prese dall'Europa senza poter dire la propria.

Oltretutto, l'unione doganale non assicura che il commercio sia senza alcun attrito. Per renderlo possibile, il Regno Unito dovrebbe rimanere parte del mercato unico e di conseguenza concedere il libero movimento di persone nel blocco.

Va comunque considerato che il Regno Unito è membro del WTO: di conseguenza, in caso di un'uscita dal blocco senza deal, si applicherebbero i relativi termini. Alcuni vedono questa prospettiva come un disastro, mentre altri come una grande opportunità per rinegoziare accordi commerciali internazionali più convenienti individualmente. In base alle regole del WTO, tutti i 164 membri devono negoziare in base al principio della Nazione favorita.

L' Articolo 24, precursore del WTO, permette ai membri del WTO che intraprendono relazioni commerciali, di discriminare individualmente senza dover passare le stesse concessioni agli altri membri. Tuttavia, questo non può essere applicato unilaterlamente e l'Eurpoa difficilmente approverebbe. Liam Fox, il Segretario del Commercio, ha già rifiutato questo approccio e il direttore generale del WTO, Roberto Azvedo, ha confermato che questo necessiterebbe di un accordo bilaterale tra UK e EU.

Un'ulteriore prospettiva è quella delle banche che affrontano il dilemma di quale sarà il futuro del panorama finanziario londinese, uno dei fiori all'occhiello del Regno Unito. Certamente si prospetta uno scenario nettamente differente da quello corrente che potrebbe riflettere il regime di equivalenza regolamentare a disposizione per gli altri paesi non-UE.

Il regime di equivalenza prevede che la Nazione X accetti le regole della Nazione Y come equivalenti alle proprie, lasciando di conseguenza alle aziende della Nazione Y la possibilità di commerciare alla pari con la nazione X. Questo è decisamente lontano dallo scenario ideale del post-Brexit, principalmente a causa del fatto che esso è garantito unilateralmente dall'UE e può essere ritrattatto in ogni momento provocando conseguenze sulla stabilità e prevedibilità delle relazioni commerciali. Oltretutto, tale accordo aprirebbe le porte solo a servizi di investimento o compensazione, e ai fondi speculativi, mentre i servizi bancari tradizionali come prestito e deposito non sarebbero inclusi. Ecco spiegato perché la maggior parte delle banche stanno spostando parte delle loro infrastrutture a Parigi, Francoforte ed altre città nel continente.

Anche se in principio l'idea è stata rigettata dai gruppi di interesse più rilevanti della City londinese, come TheCityUK e City of London Corporation, si è poi capito che l'Europa non avrebbe concesso in ogni caso alle banche inglesi di continuare ad operare allo stesso modo nel post-Brexit. Per questo motivo, questa opzione vede ora diversi sostenitori tra cui l' Association for Financial Markets in Europe, il cancelliere del tesoro Philip Hammond ed il CEO della FCA, Andrew Bailey.

LEGGI ANCHE: Brexit e startup, che succede adesso?

L'Irish backstop

Al momento dell'uscita dell'UE, 500 chilometri di confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord, diventeranno il confine tra Europa e Regno Unito. Tuttavia, nessuna delle due parti vuole tornare a dogane e camere di sorveglianza, creando disagi e bloccando la libera circolazione di persone e merci. Il problema è che entrambe non riescono a mettersi d'accordo su di una soluzione alternativa.

Gran Bretagna ed Europa hanno concordato la possibilità di un backstop, ovvero di una sorta di rete di sicurezza per far sì che non nasca un confine vero e proprio a prescindere dall'esito delle negoziazioni. Il backstop manterrebbe l'Irlanda del Nord allineata ad alcune regole comunitarie su beni come cibo e standard dei servizi. Questo eviterebbe la necessità di controlli sui prodotti al confine irlandese, ma comporterebbe che alcuni prodotti vengano portati in Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito per nuovi controlli.

Il backstop includerebbe anche un territorio doganale unico che manterrebbe il Regno Unito di fatto nell'Unione, ed è per questo che è stato utilizzato come pilastro fondamentale delle obiezioni dei MPs che hanno rigettato l'accordo proposto dalla May. Si teme infatti che questo terrebbe la Gran Bretagna legata alle regole UE a tempo indeterminato senza lasciare spazio ad accordi con altri paesi.

Una soluzione a questo backstop non è stata trovata nonostante ci siano state proposte per un "trusted trader scheme", "mutual recognition" ed alcune soluzioni tecnologiche. Tuttavia l'Europa ha insistito nella necessità di definire un piano.

Fonte: REUTERS/Clodagh Kilcoyne/Pool - RC1227EBFC00

Privacy e trasferimento dei dati

Ciliegina sulla torta, e il trasferimento di dati tra UE e UK che è di vitale importanza per le attività commerciali britanniche. L'UE ha stabilito diritti fondamentali sulla privacy, come il "diritto ad essere dimenticati" e gli "accordi di adeguamento" per i paesi che si allineano alle stesse regole così che possano trasferire i propri dati liberamente.

Il Regno Unito ha intenzione di mantenere le stesse regole ed accordi in materia di dati anche dopo il Brexit ma l'Europa non si è sbilanciata in merito. La questione è che nessuna conversazione in materia può essere iniziata prima dell'uscita ufficiale ed effettiva, per cui nessuno sa con certezza cosa accadrà dopo il 31 Ottobre 2019.

Nel secolo della libera informazione è improbabile una chiusura totale dei rubinetti, anche in caso di mancato accordo. Tuttavia, la mancanza di chiarezza e regole definite provocherebbe continue procedure di infrazione, un volume incredibile di documentazioni e molti altri ostacoli e costi che ricadrebbero principalmente su aziende e consumatori.

L'Unione ha per ora messo il Regno Unito in guardia: viste le considerevoli incertezze, non è possibile ipotizzare alcuna garanzia di adeguamento.  Michael Barnier stesso ha dichiarato:"in assenza di una legge comunitaria che possa ovviare le leggi nazionali, in assenza di una supervisione e una corte comune, non ci può essere mutuo riconoscimento di standard".

Il Regno Unito potrebbe però avere un asso nella manica.

La General Dara Protection Regulation (GDPR, ndr), entrata in vigore il 25 Maggio 2018, stabilisce che tutti le attività commerciali che raccolgono dati da cittadini Europei devono seguirne le regole: dall'informare i titolari sull'uso dei dati, al cancellare i dati non necessari dai database. Dato che il Regno Unito era parte dell’Unione quando la GDPR è stata ratificata, le aziende britanniche operano sotto queste regole, favorendo il mantenimento di uno standard comune.

LEGGI ANCHE: Se gli inglesi votano Brexit e, tornati a casa, chiedono a Google cosa sia

Brexit, what's next ?

Sicuramente non siamo al capitolo finale della Brexit, ma è altrettanto vero che va messa la parola fine ad un processo che ha avuto molti, troppi, cambi di direzione.

Sulla carta, il Regno Unito è destinato ad uscire dall'Unione il 31 Ottobre 2109; tuttavia, qualora la proposta venga ratificata da UK e UE prima di quella data, l'uscita avverrà il primo giorno del mese successivo. La Brexit però può però essere ancora annullata qualora il governo inglese o i partiti di opposizione accettino di cambiare la legge che definisce il risultato del referendum, oppure nel caso avvenga una nuova votazione dall'esito opposto.

Aver posticipato la data di uscita permette al Regno Unito di evitare per ora una no-deal Brexit, ma non getta alcuna luce su quale sarà il suo futuro. Questa sembra sempre più una conferma che il progetto è ormai collassato e possa essere abbandonato, vista l'impossibilità per le forze politiche di giungere a un accordo.

Sin dall'inizio, questo progetto è nato e cresciuto sotto un unico denominatore: la paura. Da un lato la paura che è stata instillata nella mente dei votanti durante la campagna che ha poi portato al referendum; dall'altro la paura della May, dei suoi predecessori, successori e MPs che in segreto hanno ben capito che il progetto è naufragato da tempo ma hanno troppa paura ad ammetterlo sentendosi vincolati dal risultato del 2016 e dalle reazioni che un cambio di direzione, contrario al voto del popolo, genererebbe.

Il problema, quindi, andrebbe semplicemente sottoposto nuovamente al popolo, con più informazione e una descrizione chiara delle conseguenze affinché prenda una decisione per quanto possibile ponderata.

Scritto da

Andrea Maria Cosentino 

Business & Entrepreneurship Contributor

Financial Markets & Technology Professional con una vasta esperienza in Business e Startup. Da Fintech a Venture Capital, Andrea applica la sua esperienza nei mercati fin… continua

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