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La studentessa del MIT Katie Bouman è la persona dietro all'algoritmo che ci ha permesso di "fotografare" (più realisticamente, immaginare) il buco nero, la foto scura con la figura tonda, sfocata e luminosa, che tutti vediamo e condividiamo sui nostri feed.
L'ambitissimo soggetto è il buco nero che si trova nella galassia M87, a circa 55 milioni di anni luce di distanza.

Una sua foto, genuinamente incredula dopo aver visto l'immagine, è stata prima pubblicata su Facebook e poi sull'account Twitter ufficiale del MIT CSAIL. La didascalia suggerisce che la foto sia autentica: scattata nello stesso momento in cui l'immagine è stata elaborata.
Here's the moment when the first black hole image was processed, from the eyes of researcher Katie Bouman. #EHTBlackHole #BlackHoleDay #BlackHole (v/@dfbarajas) pic.twitter.com/n0ZnIoeG1d
— MIT CSAIL (@MIT_CSAIL) 10 aprile 2019
Katie, che ha solo 29 anni, aveva iniziato a sviluppare l'algoritmo utilizzato per creare questa immagine rivoluzionaria già nel 2016, lavorando con un team di ricercatori del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del MIT, dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e del MIT Haystack Observatory.
LEGGI ANCHE: La prima immagine di un buco nero della storia. QUI la diretta
La distanza del buco nero alla terra è tale che l'impresa era complicata quanto fotografare un'arancia sulla luna, dalla terra.
"Significa che avremmo bisogno di un telescopio con un diametro di 10.000 chilometri, il che non è pratico, perché il diametro della Terra non è nemmeno di 13.000 chilometri", aveva spiegato Katie Bouman.
Scientist Katie Bouman: photographing a black hole is "equivalent to taking an image of a grapefruit on the moon, but with a radio telescope." https://t.co/QV7Zf2snEP pic.twitter.com/ikjtmJcKKR
— MIT CSAIL (@MIT_CSAIL) 10 aprile 2019
Per raggiungere questo obiettivo, un gruppo di telescopi terrestri ha creato una rete in grado di raccogliere i dati sulla luce intorno al buco nero. Katie aveva anche descritto con precisione il processo in un TED Talk del 2017.
Come spiega il sito web del progetto, i dati raccolti possono rivelare ai ricercatori la struttura del buco nero, ma non sono sufficienti per elaborare un'immagine completa.
L'algoritmo di Bouman, CHIRP, utilizza i dati sparsi raccolti dai telescopi per aiutare a produrre un'immagine iniziando a colmare alcune lacune.
L'algoritmo utilizzato tradizionalmente per dare un senso ai dati astronomici consiste in una raccolta di singoli punti di luce e cerca di trovare quei punti la cui luminosità e posizione corrispondono meglio ai dati. Quindi, l'algoritmo "sfoca" i punti luminosi vicini l'uno all'altro, per ripristinare una certa continuità dell'immagine.
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Per produrre un'immagine più affidabile, CHIRP utilizza un modello leggermente più complesso dei singoli punti,: possiamo paragonare il modello a un foglio di gomma coperto da coni equidistanti, le cui altezze variano ma le cui basi hanno tutte lo stesso diametro.
In un Facebook post, Luca Perri, astrofisico e divulgatore, ha "spiegato" con uno stile fresco e alla mano, cosa abbiamo visto e perché.
Secondo Gianluca Lombardi, astrofisico e AO Scientist al Gemini Observatory in Cile, finanziato dalla National Science Foundation USA, «ci sono momenti nella storia che segnano un bivio. C'è sempre un prima e un dopo, sono eventi che marcano un cambio nelle nostro modo di percepire e capire la realtà che ci circonda. L'annuncio di ieri è uno di questi, così come lo è stato, l'11 Febbraio 2016, l'annuncio della prima detection di un'onda gravitazionale avvenuta il 14 Settembre 2015».
Una sua foto, genuinamente incredula dopo aver visto l'immagine, è stata prima pubblicata su Facebook e poi sull'account Twitter ufficiale del MIT