Trasformati in Leonardo da Vinci con Google Art and Culture

Siamo nell’era del metaverso, di visori che ci introducono in una realtà parallela ed immersiva senza muovere un passo. Molto prima del periodo post-pandemico, in cui è stato necessario costruirsi delle evasioni dalla realtà, nel 2011 circa, nacque il progetto Google Art and Culture con lo scopo di avvicinare i visitatori alle collezioni e ai musei direttamente dal proprio PC, permettendo loro di iniziare a organizzare un tour culturale all’estero.

Tutto, poi, prende il vero boost grazie all’intelligenza artificiale che, non solo rende l’esperienza di visita più reale, ma dà la possibilità ad artisti viventi o vissuti di creare vere e proprie collezioni d’arte interattive per l’utente.

L’ultimo caso è quello di Leonardo da Vinci e le innumerevoli opere e tavole dell’artista raccolte su Google Art and Culture, talmente visibili da vicino che sembra di stare di fianco all’artista in pieno flusso artistico.

Google Art and Culture, il progetto dedicato all’arte

2000 enti culturali all’attivo in più di 80 Paesi al mondo. Ben oltre 200 mila immagini digitali in alta definizione e di altrettante opere originali. Un archivio di 7 milioni di reperti e 1800 immagini in modalità Street View di musei ed enti. 3000 esposizioni online.

Possiamo sicuramente dire che Google Art and Culture è il museo più grande e variegato al mondo.

Se aggiungiamo che tutto è digitale e guidato dall’AI allora possiamo confermare che si tratta del museo più grande ed innovativo al mondo.

L’idea di progetto del 2011 voleva portare alla luce anche gli artisti e le collezioni più nascoste, avvicinando l’utente ad un mondo sempre un po’ difficile come quello dell’arte e di farlo in modo totalmente gratuito: sia l’ente che il visitatore possono accedere in modo gratuito alla piattaforma.

Il vincolo posto in capo al museo o all’artista è quello che l’accesso sia solo su invito e previa accettazione e che le immagini siano prive di copyright.

Come in una grande vetrina, i curatori sono responsabili di tenere aggiornati i contenuti e del loro caricamento.

Il progetto subisce però una vera svolta nel 2018 quando viene lanciato il trend del ‘selfie artistico‘ l’utente era invitato a scattarsi un selfie sulla piattaforma e il sistema in AI andava ad affiancarlo al ritratto artistico più simile presente sul Database.

Non solo, quindi, un archivio cospicuo a disposizione per gli utenti, ma una vera e propria interazione con la piattaforma. Una volta scaricata l’app per constatare quale opera assomigli di più alla mamma, la zia, l’amica o sé stessi, l’interazione si spostava anche sulle collezioni e sulla visita dei musei, riportando al centro il vero obiettivo di Google Art and Culture.

Ma cosa posso fare navigando su Google Art and Culture?

  • Consultare e Zoomare migliaia di foto, vista la qualità del materiale in upload
  • Conoscere i musei e le gallerie più o meno vicino a me, con dei veri e propri tour virtuali
  • È come un secondo Pinterest: posso salvare e condividere le opere che più mi piacciono
  • Ricercare le opere d’arte presenti ed immergermi nella loro esplorazione

AI al servizio di Google Art and Culture, ecco come

L’AI gioca un ruolo fondamentale, oggi, nel dare a culture di nicchia, all’arte o attraverso a campi d’applicazione tra i più svariati, la possibilità i farsi conoscere anche fuori dalla cerchia di protagonisti ed appassionati.

Google Art and Culture

Per esempio:

  • nel preservare le minoranze linguistiche, che non vadano persi una volta estinti gli ultimi madrelingua con Woolaroo;
  • collocare ed individuare le migliori scienziate passate del mondo con the Smithsonian;
  • procedere a dei restauri digitali dette ‘Faculty Paintings’ di opere artistiche come quello che si è fatto con Klimt, in cui esperti restauratori hanno potuto farsi un’idea del risultato finale prima di procedere e limitare gli errori possibili;
  • lo stesso Art Selfie per trovare la propria nemesi artistica;
  • il supporto nella produzione di contenuti artistici sia musicali, sia poetici con lo strumento PoemPortraits che permette agli utenti di creare vere e proprie poesie utilizzando strumenti di intelligenza artificiale.

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Google Art and Culture non poteva rimanere indifferente, ecco quindi il programma ‘Google Arts and Culture Lab’s artist in residence’ in cui gli artisti creano collezioni interattive applicando strumenti e concetti di intelligenza artificiale.

XYZ TOY, che riproduce una sorta di gioco ‘dell’impiccato’ in cui scoprire la parola nascosta tramite indizi visivi presenti sulle singole lettere; Odd One Out – trova l’intruso – quale immagine è stata generata in AI?; Un-Dough!, gioco-quiz che ti invita a scovare il nome del punto di interesse modificato con l’intelligenza artificiale; The Descent of The Serpent, gioco in stile ‘personaggio che deve sopravvivere e trovare monete a tema cultura Maya’.

Interazione e divertimento sono sempre stati i segreti per rendere un progetto efficace e coinvolgente, soprattutto se si parla di arte.

L’arte, invece, vista come interazione e gioco è indubbiamente una di quelle bellezze che poi vengono veramente notate ed apprezzate e questo Google l’ha capito. Per questo ha reso Art and Culture del tutto interattivo.

Una volta aperto il sito, l’home page presenta consigli e spunti di navigazione, basati anche sui click degli utenti o dei loro consigli.

Viene consigliato un gioco con il quale mettersi alla prova o, ancora, è possibile selezionare il proprio colore preferito per rivederlo nelle più famose opera pittoriche al mondo.
C’è la possibilità di fare un giro in un museo o tra i quadri di un artista particolare. È ancora possibile esplorare i trend del momento.
Il tutto, come sempre, accompagnato da badge di livello per raggiungere lo status di ‘esperto dell’arte’.

‘Esplora’ è il motore di ricerca interno che va ad indagare i risultati possibili; qui vicino, se attivata la localizzazione, restituisce un elenco dei musei e delle opere più vicine.

‘Gioca’: mini giochi su sfondo artistico e culturale in cui perderci ore ed imparare curiosità sul mondo. Il tutto sempre in maniera gratuita.

Leonardo Da Vinci, il nuovo arrivato in casa Google

Leonardo non è il primo protagonista delle mostre dedicate, prima c’è stato Harry Potter con ‘Harry Potter: A History of Magic’.
Il progetto Leonardo da Vinci, per Google Art and Culture, è molto di più di una raccolta di opere.

Si tratta di una vera e propria esperienza immersiva per l’utente che può esplorare le opere e che attraverso strumenti di gioco, può addirittura diventare Leonardo per pochi minuti.

Il progetto parte mettendo insieme 1.300 pagine di appunti, 3.000 disegni e una trentina di esperti che hanno raccolto e digitalizzato documenti ed opere sparse nei maggiori musei al mondo. Opere e disegni tutti rigorosamente animati grazie all’applicazione dell’AI.

L’utente poi con la funzione Da Vinci Stikies, può essere inventore per un attimo e combinare due appunti tra loro per ottenere una nuova invenzione tutta propria.

Google Art and Culture

Da Vinci Stickies, un esempio

Perché non mettersi alla prova su quanto conosce Leonardo con indovinelli e cruciverba o esplorare in modalità Street View i monumenti per il mondo del grande artista?

Se avete un po’ di tempo, lasciate coinvolgere da Google Art & Culture: vi farà perdere la testa con i suoi giochini digitali a tema arte.

Elon Musk genio innovatore

5 lezioni che puoi imparare da Elon Musk

Nel vasto panorama dell’imprenditoria e dell’innovazione, c’è una figura che certamente non passa inosservata: stiamo parlando di Elon Musk.

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Quest’uomo, dal genio creativo e dalla mente visionaria, ha dimostrato di essere uno dei personaggi più affascinanti e sorprendenti del nostro tempo.

Dalla sua carriera variegata ai progetti pionieristici che ha portato avanti, Musk ha catturato l’attenzione del mondo con la sua straordinaria determinazione e la voglia di cambiare il destino del nostro pianeta con innovazioni semplicemente impensabili sino a pochi anni fa.

Se è molto amato e apprezzato per le sue innovazioni, da molti altri è detestato.

Online è stato spesso definito un pallone gonfiato abile solo spararle grosse, ma sarebbe più corretto andare oltre. 

Musk ha sinora realizzato ‘solo’ il 10% dei suoi progetti, una percentuale che, seppur appaia minima, narra molto di un uomo sempre colmo di idee che possono (e che potranno) cambiare definitivamente il nostro pianeta.

5 lezioni che puoi imparare da Elon Musk

5 lezioni che puoi imparare da Elon Musk

Ecco 5 lezioni tratte dallo straordinario metodo dell’imprenditore Musk, attraverso le quali si potranno evincere i segreti del suo successo e della sua filosofia vincente.

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1. Il vantaggio di un approccio eccentrico

Elon Musk è una delle menti più creative e innovative del nostro tempo. La sua dedizione all’innovazione e alla creazione di nuove tecnologie è senza pari. Dai veicoli elettrici alle esplorazioni spaziali, non sembra esserci limite alla portata dei suoi ambiziosi progetti.

L’approccio eccentrico di Musk ha catturato l’immaginazione di milioni di persone in tutto il mondo, poiché propone idee audaci e rivoluzionarie che sfidano lo status quo. Il suo stile di pensiero unico e originale lo ha reso un’icona per chiunque aspiri a realizzare qualcosa di straordinario.

2. Sognare sempre in grande

Una delle principali lezioni che possiamo imparare da Elon Musk è quella di sognare in grande. 

Le sue idee audaci possono sembrare stravaganti o irrealizzabili agli occhi di molti, ma è proprio questa sfida alla normalità che gli ha permesso di compiere progressi senza precedenti. 

Musk ci insegna che non dobbiamo accontentarci delle solite soluzioni o dei traguardi convenzionali.

Dobbiamo attingere alla nostra creatività e alla nostra immaginazione per spingerci oltre i confini del possibile e raggiungere l’inarrestabile spirito di innovazione.

5 lezioni che puoi imparare da Elon Musk

3. Collegare idee diverse per realizzare idee straordinarie

Un’altra abilità unica di Elon Musk è la sua capacità di collegare idee diverse per creare qualcosa di completamente nuovo.

Ha dimostrato come l’intersezione tra campi apparentemente distanti possa portare a risultati sorprendenti. 

Dai viaggi spaziali al trasporto sostenibile, le sue iniziative integrano tecnologie di diversi settori per creare soluzioni innovative e ad alto impatto. 

Questo ci insegna l’importanza di guardare oltre i confini delle nostre conoscenze e di connettere idee altrimenti separate per aprire nuove frontiere di opportunità.

4. Seguire la passione

Un tratto distintivo di Elon Musk è la sua totale dedizione a seguire le sue passioni. Ha dimostrato che quando si è guidati da interessi genuini, si possono superare ostacoli e raggiungere traguardi straordinari. 

Musk è passato attraverso momenti difficili e critici nella sua carriera, ma la sua passione e la sua fiducia nella propria visione lo hanno spinto ad andare avanti, nonostante le difficoltà. 

La sua vita è una testimonianza vivente del fatto che perseguire le proprie passioni può portare ad una realizzazione personale e ad un impatto significativo sulla società.

5 lezioni che puoi imparare da Elon Musk

5. Apprendere costantemente senza soste

Elon Musk è un sostenitore dell’apprendimento continuo.

La sua fame di conoscenza e la sua costante ricerca di nuove informazioni e competenze lo hanno aiutato a mantenere un vantaggio competitivo in un mondo in rapida evoluzione come quello dell’innovazione. 

Da letture approfondite a esperimenti con nuove tecnologie, Elon Musk incoraggia tutti a non smettere mai di imparare.

Questo ci ricorda l’importanza di coltivare una mentalità aperta e curiosa, poiché solo attraverso la continua crescita possiamo raggiungere il nostro pieno potenziale.

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Superare i limiti della mente

In conclusione, Elon Musk è molto più di un imprenditore di successo. È un visionario, un innovatore e un mentore per coloro che aspirano a realizzare grandi cose.

Le sue lezioni ci ispirano a superare i limiti della nostra mente e a seguire un cammino di innovazione e progresso. 

Seguendo le orme di questo straordinario personaggio, possiamo coltivare la nostra creatività, connettere idee diverse, seguire le nostre passioni e imparare costantemente per raggiungere risultati sorprendenti. 

Elon Musk ci ha dimostrato che il futuro appartiene a coloro che osano sognare in grande e a quelli che agiscono con audacia. E allora, quali sono i tuoi sogni più audaci? La risposta può rivelarsi il primo passo verso un successo straordinario.

il caso henkel

#IAmRemarkable Google: il caso Henkel Italia

#IAmRemarkable di Google è un movimento globale che consente a tutti, compresi i gruppi sottorappresentati, di celebrare i propri successi sul posto di lavoro e non solo, sfidando la percezione sociale dell’autopromozione.

Molteplici sono gli obiettivi che il movimento si propone e, tra questi, migliorare l’autopromozione, la motivazione e le competenze delle donne e dei gruppi sottorappresentati nonché sfidare la percezione sociale dell’autopromozione.

Il tutto rompendo pregiudizi e stereotipi di una società completamente al maschile. Ad abbracciare i valori del movimento vi è anche Henkel Italia, da anni attenta al tema della diversità e dell’inclusione.

Negli scorsi anni abbiamo dato il via a un percorso verso una cultura più aperta ed equa nei confronti di tutte le persone che lavorano in azienda. Ad esempio, il progetto Pinkom, nato durante il lockdown e ancora oggi attivo, favorisce lo sviluppo di una community interna per condividere suggerimenti e proposte e rendere l’organizzazione ancora più inclusiva. Per questo motivo Henkel Italia ha deciso di aderire a cinque workshop di #IAmRemarkable Google per promuovere l’autovalorizzazione sul luogo di lavoro.

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Midjourney banna le immagini fake: il caso Justin Brown

Midjourney banna le fake images di Justin Brown.

L’artista statunitense, creatore delle immagini incriminate, che ritraggono politici in situazioni compromettenti, si difende dalle accuse dichiarando la sua volontà di combattere l’AI generativa usata in modo irresponsabile e potenzialmente nociva. Le immagini in questione fanno parte della serie intitolata dallo stesso Brown ‘L’AI rivoluzionerà l’industria del ricatto‘.

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L’intento, che probabilmente non è stato colto da Midjourney, a detta di Brown, era di dimostrare quanto fosse facile con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, promuovere la diffusione di fake news e, quindi, ricattare le persone con immagini del tutto false.

In questa querelle ideologica la nota piattaforma ha preso una posizione netta e ha deciso di bloccare l’account dell’artista.

Episodio che fa riflettere sui risvolti etici dell’utilizzo dell’AI, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali americane previste per il 2024.

Scopriamo insieme perché Midjourney banna le fake images e il caso di Justin Brown.

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Midjourney banna le fake images: il caso di Justin Brown

I fake creati da Brown su Midjourney hanno come protagoniste diverse figure politiche, tra cui alcuni candidati alle presidenziali USA del 2024.

Joe Biden è sul podio insieme all’ex Presidente Donald Trump, l’ex governatore del New Jersey, Chris Christie e il governatore della Florida, Ron DeSantis.

In queste immagini, create ad arte, i politici statunitensi sono stati ritratti in scene piccanti: l’artista, infatti, tenta di cogliere in flagrante, in una versione del tutto immaginaria, le personalità più in vista del Paese.

Un atto che è stato considerato pericoloso da Midjourney poiché hanno il potenziale effetto di minare l’onore dei candidati alle elezioni. Un gesto considerato esecrabile poiché dannoso per la democrazia americana e per tutte le democrazie del mondo.

Midjourney banna le fake images di Justin Brown solo dopo che lo stesso ha pubblicato le foto incriminate su siti terzi – Reddit e Twitter – tenuto conto della natura delle due piattaforme e l’ampia portata di veicolazione delle immagini.

Midjourney banna le fake images: il ban non evita la diffusione delle immagini incriminate

Nonostante Midjourney sia corsa ai ripari contro l’azione lesiva di Brown le immagini circolano ancora sul web. Il ban, infatti, evita che lo stesso account possa generare immagini ma non impedisce la diffusione di quelle già create.

Lo stesso Brown sottolinea, in un intervista a PetaPixel, come “la serie ha guadagnato visibilità su Reddit sebbene sia stata rimossa, qualche istante dopo la notizia del divieto inflitto da Midjourney”.

Azione che ha dell’incredibile per l’autore del gesto controverso che, a suo dire, dovrebbe invero invitare alla riflessione sul tema delle fake news. Brown afferma, infatti, che in passato è stato oggetto di richieste di blocco per parole offensive e figure controverse ma che mai era stato bandito per la sua creatività.

Midjourney banna le fake images: la rivoluzione di Brown contro l’AI

Nel racconto che Brown fa a PetaPixel emerge con forza la sua avversione contro l’uso ‘sconsiderato’ dell’AI generativa. L’obiettivo dell’artista, come ha più volte dichiarato, è di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla disinformazione alimentata dall’intelligenza artificiale.

L’equazione per Brown è semplice: «Se usata con intelligenza e intenzione, l’IA può essere un’arma».

Questo è il thread che ha diffuso via Twitter il giorno della notizia del ban di Midjourney.

«Le immagini o i video dell’IA – prosegue Brown – usati al momento giusto potrebbero far crollare il mercato, provocare una rivolta o far entrare qualcuno in una pizzeria con una pistola».

E se è vero, come sostiene, che il suo era un tentativo ecumenico di evangelizzazione delle masse, le immagini dovevano esattamente rappresentare una minaccia. L’unico modo per riuscire nell’esperimento era di concentrarsi su uomini di potere inseriti in contesti compromettenti.

Justin Brown bannato da Midjourney apre dibattiti e polemiche

L’artista via Twitter afferma che le foto non dovevano essere di qualità eccelsa per essere credibili. Come dimostrano le stesse foto incriminate, infatti, le figure influenti sono ritratte in scenari sfocati.

In questo modo Brown rivendica la credibilità sottesa a immagini del tutto false e prive di fondamento.

Joe Biden tradisce la moglie: fake images

Ed è per questo che lo stesso, polemizzando, afferma che avrebbe preferito non essere bandito e riconosce, al contempo, la necessità di responsabilizzare quanti sono pronti a produrre contenuti malevoli attraverso l’AI generativa.

La polemica di Brown non si ferma qui: l’artista afferma con disappunto che le immagini sono state rimosse dopo mesi, troppo tardi rispetto al crollo di credibilità che avrebbe potuto coinvolgere i soggetti ritratti nelle fake images.

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Quali sono gli scenari dell’AI generativa e quali le possibili implicazioni?

Un’applicazione affascinante ma al contempo controversa quella dell’AI generativa. Tema che ha fatto e farà discutere soprattutto in merito alle implicazioni etiche e ai possibili danni dell’arte digitale.

Un caso che ha fatto discutere, infatti, è quello relativo alla creazione di immagini realistiche di vecchi personaggi famosi deceduti per capire come sarebbero oggi se fossero in vita.

L’utilizzo di queste immagini, senza il consenso del defunto, appare irrispettoso per alcuni mentre, per altri, può essere un modo degno di onorare l’eredità di questi personaggi noti.

L’irriverenza di Brown, oggi, fa discutere sull’uso di immagini per scopi politici nonché sugli scopi commerciali, magari attraverso l’uso di immagini di personaggi ormai defunti che sponsorizzino prodotti. Scenari del tutto plausibili.

Immagine fake del tradimento di Donald Trump generata con Midjourney da Justin Brown

Non è un caso, infatti, che dopo il caso Brown molti Paesi abbiano deciso di discutere sulla possibilità di varare leggi e regolamenti sull’etichettature di foto prodotte attraverso l’intelligenza artificiale. E non è scontato che proprio il Vaticano, per primo, abbia di recente pubblicato un manuale sull’etica dell’IA.

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Moda e Gaming, la coppia inaspettata che funziona

Uno dei settori che più ha risentito positivamente della recente pandemia è quello dei videogiochi, soprattutto quelli online o in cloud e non solo perché hanno rappresentato il passatempo di milioni di giocatori isolati, ma anche perché, per diverso tempo, il gaming è divenuto uno dei pochi luoghi in cui incontrarsi e in cui sentirsi parte di un gruppo.

Ecco quindi che a giocare non sono più solo i “nerd”, ma giocatori con un’età media di 35 anni e con una percentuale sempre più crescente di donne.
Il campo perfetto, si potrebbe dire, per attrarre quello che prima era un settore molto distante e che incarnava principi ancora più distanti: quello della moda.

Parliamo di Fashion Gaming, dove i personaggi di alcuni dei videogame più celebri non solo vestono Valentino o Gucci, ma diventano protagonisti di nuovi mondi virtuali. Ne è un caso il gioco proprietario Louis The Game creato da Louis Vuitton.

Gaming: popolarità e redditività in continua crescita

Con una previsione di incassi di 200 mila dollari entro il 2023, dopo un leggero calo di popolarità tra il 2021 e 2022 dovuto più a ritardi in uscita di novità o consolle da parte dei big, e un popolo di gamers da 3 miliardi al mondo, il mercato dei videogiochi oggi è tra i segmenti più stabili al mondo.

Non solo il più stabile, ma anche il più inclusivo con un pubblico fatto sia di giocatori veri e propri, sia di spettatori che guardano giocare i più forti su piattaforme di streaming come Twitch o Youtube.

Il Paese con la più alta quota di mercato del segmento è la Cina che da sola genera 45 miliardi e mezzo, seguita dagli Stati Uniti con 45 miliardi.

L’Italia genera “solo” 2 miliardi, ma in crescita del 2,9% rispetto all’anno precedente. Sicuramente il continente asiatico è quello che da solo rappresenta più della metà del mercato globale, ma gli esperti notano anche America del Sud e Nord Africa tra i cosiddetti mercati emergenti in campo gaming.

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Ogni mercato in crescita porta con sé la formazione di un pubblico sempre più esigente in materia di novità e di possibilità di gioco. Un meccanismo che mette alla prova i big e la loro capacità di fronteggiarsi su nuove consolle, nuovi giochi e modalità di gaming.

Ma non è tutto rose e fiori, infatti il 2022 chiude in negativo, con una decrescita del 5% circa, con incassi fermi a 184 miliardi.

Nonostante la frenata dell’ultimo biennio, il settore dei videogiochi è un comparto in continua crescita con sempre più popolazione mondiale che si avvicina al gaming, complice anche il recente modello freemium, più economico e democratico.

Ecco perché, quindi, il mondo del gaming non rappresenta più solo una piattaforma di gioco, ma diventa un media di comunicazione e presentazione dei brand più storici a tutti gli effetti.

Fashion e Gaming, un legame destinato a durare

Uno dei primi casi di utilizzo del videogioco come mezzo per comunicare o per creare un evento è stato quello di Travis Scott e Fortnite, in cui, in una determinata data, i giocatori hanno potuto assistere ad un vero e proprio concerto “dal vivo” e sbloccare grazie a codici ed NFT accessori e capi d’abbigliamento da usare sia per i personaggi del celebre videogioco, sia da acquistare fisicamente negli store. Parliamo di quasi 28 milioni gli utenti, non solo giocatori storici, ma nuovo pubblico per Fortnite.

Poi ci sono stati i casi delle divise griffate Moschino negli eSports e nei cartelloni pubblicitari a bordo campo.

I casi recenti sono di tutt’altra portata: parliamo di brand che hanno modificato loghi e linee stilistiche per creare capsule collection da videogioco. Qui i “vecchi” nerd dietro la consolle si sono trasformati in veri e propri influencer.

Tra questi emerge il caso di Polo Ralph Lauren. Il celebre e subito riconoscibile marchio del giocatore di polo a bordo di un cavallo, si è trasformato in una pignatta a forma di Lama per il gioco Fortnite.

La collaborazione ha dato vita ad una vera e propria collezione del brand che è disponibile sullo shop online dai primi di novembre. Cura dei dettagli made Ralph Lauren per i personaggi di Fortnite impiegati in battaglie e scontri epici.

Oltre alla capsule collection rilasciata in diversi momenti, la partnership è sfociata in uno stadio digitale in cui gli avversari possono giocare le loro battaglie e nella vita reale sbloccare particolari capi e accessori grazie ai traguardi digitali.

Minecraft, invece, punta tutto su Burberry per creare una linea di abiti per gli esploratori. La celebre trama a quadri la fa da padrona. La capsule sarà disponibile online per vestire i personaggi del videogioco, ma sarà acquistabile anche dai giocatori offline come capi limited edition.

Burberry non è nuova al lancio di collezioni moda digitali, l’anno scorso in occasione del lancio di Shark-B ha creato una linea di abiti e accessori digitali e collegati con NFT per garantirne la proprietà.

Gucci, infine, ha fatto del suo logo, le due G, un payoff da videogioco: Gucci Good Game e ne ha disegnato una capsule collection fatta di abiti ed accessori iridescenti.
Una collaborazione con Roblox e una campagna a cura di King Kong Magazine per la creazione di un mondo virtuale fluo in cui il giocatore può immergersi completamente. Ovviamente la collezione è disponibile online e in alcuni store selezionati.

Il Gaming a tema moda, il caso Oetker

Ci sono poi i casi in cui la moda non collabora con grandi nomi del videogaming, ma ne crea di propri.

Il videogioco, quindi, sembra essere la nuova location per i brand per allestire sfilate di moda o per imbastire shooting fotografici, avvicinandosi quindi, sempre più, ad un pubblico eterogeneo e distaccandosi dallo stereotipo delle passerelle fisiche.

In tutto il mondo, gamers e appassionati di videogiochi si stanno rivelando attenti consumatori di moda e beauty. Questo rappresenta una nuova e futura fetta di pubblico.

Vogue e Louis Vuitton sono tra i primi brand ad andare oltre alla partnership con videogiochi famosi, per creare dei veri e propri giochi online proprietari, in cui si può essere stilisti o prendere il controllo di grandi modelle per superare le diverse avventure.

L’ultimo arrivato è Oetker che fa del metaverso e di Drest il suo asso nella manica. Oetker, oltre a puntare sul metaverso è il primo brand dell’hotellerie a voler digitalizzare la propria strategia di vendita e presentazione.

Il giocatore parteciperà a contest esclusivi come stylist e dovrà scegliere gli hotel del gruppo tedesco come location per i migliori scatti dei book o per organizzare delle vere e proprie sfilate.
La catena di hotel dunque potrà far vedere ai futuri ospiti i suoi hotel da vicino, come sfogliare un bellissimo catalogo immersivo.

6 errori diffusi nelle agenzie durante la gestione di un progetto

La gestione di un cliente e del suo progetto richiede sempre del tempo e tantissima attenzione per evitare errori, imbarazzi e conseguenti perdite di tempo per tutto il team di sviluppo.

Tutto ciò acquista ancor più importanza se lo stesso progetto viene gestito all’interno di una web agency o in una qualsivoglia agenzia di comunicazione. 

Partendo dal presupposto che nessuno è perfetto e che tutti possiamo sbagliare, capire il perché e la natura dell’errore è molto importante per poter evitare che possa ripetersi e per analizzare potenziali punti deboli del team, ma anche lacune durante le fasi di esecuzione. 

Essere un project manager significa il più delle volte dirigere una media di 4/5 progetti contemporaneamente, coordinare dei team di professionisti di piccoli o medie dimensioni.

Ma anche controllare il corretto svolgimento di tutte le attività ed infine vigilare sull’intera catena di sviluppo del progetto: correggendo eventuali repentini ed imprevisti cambi di direzione, che è possibile intraprendere da un momento all’altro, per un dettaglio che sfugge o che potrebbe mancare. 

Non si tratta certamente di una professione semplice da svolgere specie nel contesto in cui viviamo, continuamente distratti da impulsi e bombardati da un numero impressionante di informazioni.

Che qualche dettaglio possa sfuggire, dunque, è più che normale e in quest’ottica, ridurre le possibilità che lo stesso errore possa ripetersi diviene essenziale. 

Le cause e gli errori più comuni nella gestione di un progetto 

Le cause di errori nella realizzazione di un progetto possono essere molteplici e una tra le più diffuse è la poca considerazione o erronea analisi delle informazioni ‘vitali’ per il proseguimento dei vari step della realizzazione, errore dovuto alle volte alla mancanza di un tema ben coeso, formato ed organizzato.

Tutto ciò comporta numerosi errori (uno dei quali è il superamento del budget), ma le tipologie possono essere varie. Analizziamo le più diffuse. 

1. Scopi poco chiari e obiettivi confusi

Seguire degli obiettivi chiari è la base per un progetto di successo. Potrà sembrare banale ricordarlo, ma ripeterlo e tenere sempre a mente potrà certamente aiutare qualche nuovo project manager ad evitare alcune difficoltà.

Lo stesso vale se gli obiettivi sono definiti, ma non ben esplicati al resto del team. Pertanto, una buona comunicazione interna allo staff, oltre ad una buona organizzazione, possono senz’altro fare la differenza e facilitare un project manager di successo. 

2. Scadenze non realistiche

Ogni progetto nella sua esecuzione richiede del tempo, o meglio, il giusto tempo.

Prevederlo accuratamente per stabilire delle date di scadenza realistiche e raggiungibili è molto importante per non creare troppo ed inutile stress al team e per evitare risultati incompleti e di qualità scadente, dettata dall’ansia per il rispetto della timeline prestabilita. 

Ciò che un project manager dovrebbe (o potrebbe) fare per evitare tutto ciò è giocare d’astuzia prevedendo ad esempio nella propria scaletta temporale oltre a date più realistiche, anche ritardi ed imprevisti che potrebbero nascere in base alla difficoltà del progetto. 

3. Sopravvalutazione delle risorse

Questo ulteriore punto è purtroppo un altro errore troppo diffuso in molti team di sviluppo e agenzie.

Ancora prima di immergersi nello sviluppo di un progetto digitale (o di qualunque altra natura) è infatti necessario da parte del project manager intercettare e comprendere le specialità di ogni componente del team, stimando correttamente le risorse che lo stesso team è in grado di offrire.

Pertanto è necessario tenere sempre a mente che se non si hanno a disposizione le giuste persone con le giunte competenze è altamente probabile che il progetto non proseguirà come previsto. 

4. Comunicazioni inefficaci 

È spesso il segreto di un team vincete: una comunicazione funzionale e produttiva. Ma cosa accade quando le persone non comunicano, seppur all’interno di uno stesso team? Molti dettagli ed eventuali modifiche del progetto non vengono trasmesse alle risorse di competenza e il rischio di consegnare un lavoro non aggiornato è pressoché inevitabile. 

Una situazione altrettanto rischiosa accade quando le comunicazioni diventano troppe.

In questo caso, i messaggi importanti si confondono con quelli più marginali e la concertazione del team potrebbe spostarsi su elementi di poco conto, compromettendo anche in questo la riuscita dell’intero progetto. 

Non è di certo semplice realizzare una comunicazione che funzioni, ma il segreto risiede nel documentare ogni comunicazione che viene rivolta al team e distinguere i messaggi per ogni risorsa messa in campo. 

5. Una pessima gestione del rischio 

Un altro grande errore commesso dalle agenzie è la pessima gestione del rischio che ogni progetto comporta. Un aspetto che richiede la conoscenza dei rischi, le competenze per gestirli e una strategia per mitigarli e ovviamente risolverli. 

L’assenza di uno di questi elementi dinnanzi ad un rischio, potrebbe compromettere la realizzazione del progetto, avere un forte impatto sulle finanze disponibili ed infine, compromettere la credibilità della stessa agenzia.

Quale potrebbe una soluzione in questo caso?

La risposta è abbastanza semplice: analizzare i rischi non solo all’inizio del percorso, ma durante tutto lo svolgimento, tenendo sempre ‘a portata di mano’ una valida strategia come risposta ai rischi più plausibili. 

6. La non misurazione del successo 

Se è vero che gli errori e i fallimenti possono insegnare molto, vale lo stesso anche con i successi.

Infatti, un prodotto o un progetto ben riusciti possono offrire spunti di riflessione e valutazione molto interessanti. 

Perché è utile per il team sapere che un progetto sta effettivamente funzionando?

In primo luogo, potrebbe migliorare l’umore, consolidando le dinamiche interne e motivando le risorse.

In secondo luogo, il successo e le dinamiche con le quali si palesa, potrebbe evidenziare nuove strategie ed eventuali lacune da colmare.

Siamo giunti alla fine di questa analisi degli errori più comuni e più diffusi soprattutto nelle agenzie nella gestione di un progetto.

Aspetti molto importanti da non sottovalutare e da tenere in considerazione per non farsi cogliere impreparati e per sapere disporre le giuste risorse al momento giusto. 

Quale potrebbe essere un consiglio valido per poter evitare gran parte degli errori precedentemente elencati e per la creazione di casi di successo senza grosse difficoltà?

Utilizzare una piattaforma che possa offrire ed evidenziare ‘step by step’ lo sviluppo di ogni singolo progetto, per poter migliorare la comunicazione, il suo lavoro e l’elaborazione di ogni decisione per il raggiungimento di tutti gli obiettivi prefissati. 

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Cornetto Algida, le pubblicità ed i jingle che hanno fatto la storia

Tempo d’estate, di svago, di mare e di avventure; e, per la maggior parte di noi nostalgici, non c’è estate senza pensare al Cornetto Algida.

Gelato iconico negli anni ’70 e ’80, insieme a tutte le sue pubblicità è stato il simbolo dei primi amori, delle nuove amicizie e compagno di una calda stagione con la freschezza di un Cuore di Panna.

Un gustoso successo quello del Cornetto Algida costruito con il perfetto amplificatore delle sue pubblicità che hanno contribuito a creare storie romantiche adatte ad ogni tempo e ad ogni pubblico attraverso un occhio curioso sulla società, sulle situazioni e sullo stile comunicativo,

Cornetto Made in Sud

A qualcuno sembrerà strano eppure il Cornetto Algida nasce a Napoli nel 1959 nella gelateria Spica, da una particolare idea del mastro gelataio per far sì che il gelato non entrasse in contatto con la cialda ed evitare dunque di farle perdere la croccantezza.

Questa quest’idea non fa però registrare grande clamore, fin quando nel 1976 Unilever acquista il brevetto affidandolo all’azienda romana Algida. È grazie al notissimo brand che il Cornetto abbraccia l’enorme consenso tra il pubblico.

Ovviamente in questo c’è anche la sapiente strategia pubblicitaria che man mano fissa in molti di noi l’idea e quella spensierata sensazione che l’estate sia in arrivo.

cornetto algida

Un Cuore di Panna lungo un indimenticabile jingle

Come è nato uno dei più famosi jingle italiani?

Il fervore della creatività italiana degli anni ’70 e ’80 non tarda né a farsi sentire e né tantomeno a farsi ricordare: il pubblicitario, scrittore e critico cinematografico Adriano De Carlo è l’autore di uno dei claim più famosi del nostro Paese, Cuore di Panna.

Realizzata per l’agenzia Lintas la prima pubblicità, ha dato il via all’associazione del Cornetto gelato con gli amori estivi, con il desiderio ed il gesto di condivisione, con la nostalgia di una stagione ricca di divertimento e nuove esperienze.

Ed insieme alla campagna, la prima versione del jingle – o meglio del testo della canzone – scritto da Fabio Ritter e Daniela Frasca Polara. Era il 1981.

Se tu lo vuoi, un Cuore di Panna per Noi – 1983

Un Cuore di Panna e Noi – 1985

Nelle pubblicità si vende un modello della società che vive un presente sereno e con lo sguardo ad un futuro speranzoso, quello dei giovani e delle loro prime emozioni, delle avventure estive, dei teneri approcci romantici, dove a fare da supporto, proprio come un amico, c’è il gelato come occasione di avvicinamento, di offerta, di condivisione.

Cuore di Panna – 1988

Nel 1989 Cornetto cambia il suo jingle, questa volta composto dai fratelli Carmelo e Michelangelo La Bionda che danno una svolta nella percezione del prodotto: la coralità si fa centrale e viene mostrata dall’amicizia, dalla complicità e da momenti di gioco e condivisione che incrociano ed abbracciano più generazioni.

In Tutti Noi C’è un Cuore di Panna – 1990

Negli spot si susseguono nuovi testi e nuove melodie cantate dal celebre Luca Jurman.

Cuore di Panna Per Te – 1992

L’abbandono del Cuore di Panna

La metà degli anni ’90 porta con sé grandi cambiamenti nella società, nelle abitudini, nella nascita di nuove reti televisive e nella fruizione del mezzo stesso. A questi si associa la perdita del famoso claim del gelato che rimane semplicemente Cornetto Algida, accompagnato da diversi altri il cui susseguirsi fatica però a farsi ricordare.

Battito del Cuore – 1995

Cambia l’incarto del gelato come anche la fotografia degli spot, la musica, le ambientazioni. Spariscono i jingle ed i testi dedicati. L’estate diventa un momento specifico e la sensualità inizia ad essere più ammiccante. L’estate e le avventure si vivono con quell’emozione che si trasforma in un battito del cuore.

Senza Cornetto L’Amore Non Ha Gusto – 2000

Per la prima volta di Cornetto c’è, nello spot, l’introduzione dell’ironia come forma di linguaggio.

L’immagine classica del Cupido morbido e impacciato è sostituita da uno moderno, attraente e con mezzi molto più efficienti che incoraggia quello impacciato a far sbocciare l’amore in modo più immediato ma spesso simpaticamente improbabile.

It’s A Love Thing – 2003

Cambia di nuovo il claim, questa volta è in inglese: la società ed il linguaggio iniziano ad avere un respiro più internazionale.

A fare da cornice agli amori più adulti non ci sono più l’estate, il mare e gli amici ma la quotidianità della vita, riassunta nei momenti tipici di ogni ventenne che si affaccia come individuo autonomo alla vita.

Le pubblicità, in concomitanza della massiccia recessione economica, iniziano a guardarsi indietro, nel passato, traendo ispirazione e riproponendo modelli di successo, in un processo di nostalgia non solo per la società ma anche per lo splendore di quella creatività libera dalle artificiosità di questi anni.

60 Anni d’Amore

Nel 2019 Cornetto Algida compie 60 anni e per l’occasione viene ideato uno spot che ripercorre i primi batticuori: i tempi, gli anni e le mode passano ma le emozioni hanno sempre lo stesso effetto. Accompagnate dall’estate e dall’iconico gelato, simbolo di unione e condivisione.

Ed ecco che torna l’indimenticabile jingle direttamente dagli anni ’80.

Dal 2014 ad oggi gli spot seguono il passo dei gusti e delle tendenze che i media ci propongono. Racconti più inclusivi che abbracciano di certo le diverse identità dell’individuo, specchio di evoluzioni e di una società in un continuo, libero cambiamento.

Tuffati in quest’estate

Negli ultimi anni l’attenzione degli spot si sposta sulla centralità di canzoni di successo di diversi cantautori.

La musica si lega al prodotto ed il prodotto supporta ed amplifica le hits della stagione. Da Fedez e J-Ax nel 2016 , a Cesare Cremonini nel 2014, ad Ariete nel 2021, fino a Sangiovanni nel 2022

Il Cornetto Algida non è un semplice gelato: grazie alle sue pubblicità è riuscito ad entrare nel profondo dei ricordi di ognuno di noi. Il primo brillante connubio tra estate, spensieratezza e condivisione ci accompagna da oltre 60 anni.

Un concetto ben fisso nelle menti che è stato capace di far sognare diverse generazioni e ricordare i momenti leggeri insieme a quelle tenere, giovani emozioni a cui tutti noi abbiamo riservato un posto speciale nel nostro cuore, di panna.

 

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I 5 peggiori rebranding (+1) degli ultimi anni

Nel mondo del marketing, in continua evoluzione, il rebranding è diventato uno strumento potente per le aziende che vogliono rimanere rilevanti, catturare nuovo pubblico o rivitalizzare la propria immagine.

Una riprogettazione visiva se ben eseguita può dare nuovo impulso a un brand, ispirando fedeltà e suscitando ammirazione da parte dei consumatori. Tuttavia, non tutti i progetti sono sempre accolti a braccia aperte.

Scopriamo i casi più eclatanti e i fallimenti più noti degli ultimi anni.

1. Pizza Hut – 1999

Negli anni ’80 e ’90, Pizza Hut era un brand estremamente cool. Dalle pizze in padella personalizzate al famoso Book-It (il programma che premiava con la pizza i bambini che leggevano un certo numero di libri), non sbagliava un colpo.

Era un marchio stellare, di fama internazionale, il cui logo originale era stato progettato negli anni ’60.

L’emblema è poi finito nel dimenticatoio a causa di uno “sfortunato” rebranding del 1999.

A dare il corpo di grazia fu anche la successiva serie di loghi sostitutivi che sono comparsi negli anni a venire.

Strategie visive che fecero perdere popolarità al ristorante e che nel tempo segnarono un calo di interesse nei confronti della catena.

Di recente (in parte forse per il successo di Stranger Things) Pizza Hut ha riadottato il suo logo classico, apportando delle piccole modifiche.

2. Kraft – 2009

Il logo originale Kraft era un’icona riconosciuta a livello mondiale.

Il classico logo blu, rosso e bianco, è stato associato all’azienda di prodotti alimentari per decenni.

Nel 2009 fu sostituito con un nuovo design caratterizzato da una nuova palette colori.

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Tra le principali critiche: le lettere minuscole e il design astratto. Il nuovo look non comunicava in maniera efficace l’identità e l’eredità del marchio. L’identità non trasmetteva quella connessione emotiva che il vecchio logo aveva costruito nel tempo.

Il logo storico, infatti, era sinonimo di comfort, fiducia e qualità per milioni di consumatori.

Un vero e proprio flop che fece perdere milioni di dollari l’azienda che, nel breve periodo, decise di tornare sui suoi passi con una versione riadattata del logo originale.

3. GAP – 2010

Quando Gap presentò il suo nuovo logo nel 2010, la reazione fu talmente rapida e inequivocabile che la riprogettazione attirò ben presto l’attenzione del grande pubblico.

Il tentativo di cambiare il classico logo con un design moderno venne accolto negativamente da parte dei clienti.

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Il logo aveva due problemi principali: la scelta impropria e fuori dal tempo del carattere tipografico Helvetica e l’uso del gradiente.

Reazioni che portarono Gap ad eseguire uno dei dietrofront sul branding più veloci di tutti i tempi: l’azienda tornò al design originale appena sei giorni dopo aver reso pubblica la nuova versione.

4. KIA – 2021

Il rebranding di Kia del 2021 fu un flop totale. Il cambiamento era stato accolto con diverse critiche e perplessità. Eliminato il testo in 3D a favore di un design più flat, con il suo carattere spigoloso e alla moda, la versione stilizzata apparve come una firma tipografica dell’era spaziale.

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Il nuovo logo, ad oggi ancora in essere, vuole raccontare l’impegno di Kia per l’innovazione e trasmettere le sue ambizioni di diventare leader nel settore automobilistico.

Peccato perché nella nuova versione le lettere IA appaino come una N. Un particolare che hanno notato in molti e che ha generato parecchia confusione. A testimoniarlo sono i diversi picchi nei trend di ricerca di Google con query sul brand di auto KN.

5. Ministero dell’Istruzione – 2023

Quest’anno si è discusso molto sul tema dell’immagine e della comunicazione istituzionale in Italia, soprattutto dopo la campagna del Ministero del Turismo “Open To Meraviglia” che ha suscitato un sentiment decisamente negativo online e offline.

Nel frattempo, il MIUR è diventato MIM: il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca si è rinnovato come Ministero dell’Istruzione e del Merito. In seguito alla modifica del nome, è stato apportato un cambiamento anche al logo. Oggetto di critiche per la sua realizzazione ed esecuzione, il progetto di rebranding ha suscitato una vivace discussione sul web.

Sui profili social è apparso un logo che sostituisce l’emblema tradizionale della Repubblica Italiana, raffigurante il ramo di ulivo, il ramo di quercia, la stella e la ruota dentata, simboli di pace, forza e lavoro.

Il logo, seppur provvisorio come si legge in una nota, appare completamente distante dalle aspettative di autorevolezza, eleganza e allure istituzionale. Ma non solo. La mancanza di una veste “fresca” e contemporanea lo ha reso poco idoneo per la comunicazione di un ministero.

Twitter – 2023 (bonus track)

Che dire dell’ultimo rebranding che sta avvenendo proprio in questi giorni in casa Twitter? Elon Musk ha deciso di stravolgere completamente le carte in tavola sorprendendo tutti.

Musk ha annunciato la trasformazione di Twitter – il suo giocattolo costato 44 miliardi di dollari – in X, sostituendo il familiare logo dell’uccellino blu con una X “art-deco”.

La X è un simbolo famigliare e comune tra i marchi di Musk, basti pensare a SpaceX e a Tesla ma anche a X.com, il precursore di PayPal.

L’intenzione è quella di creare “X, the everything app”: una super app simile (per portata) a WeChat in Cina. Infatti anche il nome ufficiale dell’azienda era stato cambiato ad aprile scorso in X Corp.

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Pare inoltre che Musk, non soddisfatto del lavoro (e dopo che qualcuno gli aveva fatto notare che esisteva già come carattere Unicode), abbia momentaneamente cambiato il logo “X”, scrivendo su X:

LEGGI ANCHE: Twitter cambia logo (e nome): via l’uccellino, arriva una X

Quando il mercato punisce il brand activism: le echo chamber e il caso Bud Light

Dal 31 marzo 2023, il valore di mercato di Anheuser-Busch è sceso di 18 miliardi di capitalizzazione.

Secondo quanto riferito da alcuni distributori, Bud Light adesso costa meno dell’acqua.

Intervistato dal New York Times, Andy Wagner, direttore del magazzino Beer & Soda di Glenn Miller a Lemoyne (Pennsylvania), ha detto che Bud Light ha commesso un errore quando il suo marketing ha infranto quella che ha definito “la regola aurea del bar”, ovvero: “niente politica, niente religione”.

Il 4 luglio è stata la giornata nera del marchio, con imbarazzanti scaffali pieni in tutti gli Stati Uniti, a fronte di un boom dei competitor: i manager di Molson Coors, colosso industriale proprietario dei marchi Coors Light e Miller Lite, erano preoccupati di non riuscire a soddisfare l’enorme domanda in arrivo.

Brand Activism o marketing sbagliato?

Cosa è successo a uno dei marchi di birra più iconici degli States?

Alcuni membri del team marketing dell’azienda hanno pensato fosse una buona idea quella di stringere una partnership con Dylan Mulvaney, popolarissima influencer trans da 12 milioni di follower tra Tik Tok e Instagram.

 

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Un post condiviso da Dylan Mulvaney (@dylanmulvaney)

Mulvaney è apparsa su una lattina di Budweiser e ha girato un video sui social bevendo una birra in una vasca piena di schiuma.

I consumatori di Bud Light hanno così iniziato una campagna di boicottaggio del prodotto che è cominciata in rete ma ha finito per coinvolgere ogni bar e supermercato del Paese.

Ovviamente, il crollo di Bud Light non riguarda solo le azioni del gruppo ma si è ripercosso su migliaia di lavoratori che ogni giorno che producono, imbottigliano, distribuiscono e vendono il marchio.

Budweiser, nel disperato tentativo di porre rimedio al danno d’immagine, ha prodotto uno spot che mostra i valori originari del brand. Una mossa ovviamente tardiva che ha scaldato ulteriormente gli animi di un pubblico già estremamente polarizzato.

Alienare la propria base di consumatori

Non tutti i posizionamenti sono adatti a tutti e il mercato, prima o poi chiede il conto.

Perché molte aziende, specialmente negli Stati Uniti, sembrano aver deciso di alienare la propria base di consumatori?

Il caso Bud Light non è certo isolato: il brand activism, quando è fatto senza tenere a mente i gusti e le idee del proprio target di consumatori, sempre più spesso incappa in scivoloni che danneggiano notevolmente il conto finanziario delle aziende.

Una storia che ribadisce l’ovvio: non tutti i posizionamenti sono giusti per tutti.

Si pensi ad esempio a Disney con i recenti flop di “Strange World” e “La Sirenetta”, che si aggiunge al crollo dello streaming. Perfino le file nei parchi a tema sembrano essersi ridotte notevolmente.

Nonostante il CEO Bob Chapek fosse stato rimosso dopo la trimestrale disastrosa del 2022, la nuova dirigenza non sembra avere scelto di discostarsi dalla precedente gestione, prova ne è la prossima release del già criticatissimo “Biancaneve”.

Il risultato è che il titolo in borsa è ai minimi dal lontano 2014.

La catena di supermercati Target , dal primo febbraio a oggi, ha perso la cifra monstre di 22 miliardi di capitalizzazione, a seguito al boicottaggio dei consumatori contro la scelta di vendere costumi transgender e abbigliamento da bambini a tema “pride”.

L’azienda è stata costretta a tornare sui propri passi ritirando dagli scaffali molti dei prodotti al centro della polemica.

I casi appena elencati sono figli di alcune scelte di brand activism errate che hanno insistito nel cavalcare alcuni temi del momento senza considerare il proprio posizionamento di prodotto e i valori dei consumatori.

Celebre la battuta ironica, ormai datata, di Michael Jordan: “Anche i repubblicani comprano scarpe da ginnastica“, recentemente ritornata al centro delle polemiche.

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Perché alcune scelte dei marketing manager seguono la pancia e non i dati

La spiegazione è complessa e, con tutta probabilità, ha molto a che fare con le echo chamber.

Per “camera dell’eco” si intende quel fenomeno sociale in cui un gruppo di persone, online o offline, è esposto a informazioni, notizie, idee e letture della realtà congeniali alle proprie convinzioni preesistenti.

Insomma, opinioni che ci piacciono espresse da gente a cui siamo legati da simpatia, affetto, stima o amicizia.
L’eco di queste opinioni è amplificato dagli algoritmi dei social ed è impermeabile a voci dissonanti e, purtroppo, anche a un dialogo.

La conseguenza del proliferare delle echo chamber è naturalmente la polarizzazione degli utenti, consumatori o cittadini elettori, a seconda del contesto in cui questa “bolla informativa” è collocata.

La polarizzazione è un fenomeno tipico ma non peculiare della nostra epoca, la cui fama è tornata in auge grazie agli algoritmi dei social.

Le piattaforme come Facebook, Instagram TikTok ed altre mostrano a ciascun utente i contenuti più adatti non solo ai propri gusti in fatto di prodotti o servizi ma anche più aderenti alle proprie credenze, valori e ideologie.

Il modello di business dei social, che si basa sulla vendita della pubblicità, ha tutto l’interesse a far rimanere il più possibile le persone all’interno delle piattaforme; la polarizzazione viene premiata perché le interazioni generano audience, l’audience genera permanenza sulle piattaforme e la permanenza porta all’esposizione agli annunci pubblicitari.

Nel corso della nostra vita, quando ci imbattiamo in opinioni congeniali alle nostre credenze, entriamo in una sorta di comfort zone psicologica: il mondo va nella direzione giusta o, almeno, pensiamo che la gente “intelligente” come noi lo stia spingendo nella direzione giusta.

Più le nostre credenze sono avvalorate dagli “echi” delle persone a noi vicine più siamo disposti ad attivarci socialmente e politicamente per aumentare questa ridondanza.

La domanda a cui stiamo cercando di rispondere è: dentro le echo chamber possono restare “intrappolati” anche i professionisti della comunicazione, ovvero coloro che – almeno in linea teorica – dovrebbero studiare, analizzare, comprendere e, in ultima istanza, utilizzare questi fenomeni sociali ai fini del successo commerciale di un brand?

brand activism

Illustrazione di Silvia Camerani, graphic designer @ Venice Bay – Communication and Web Studio

Intrappolati nelle echo chamber

Chi guida il marketing di realtà molto importanti, come nel caso di Bud Light ha sicuramente, sopra alla propria scrivania, molteplici ricerche di mercato che dipingono un ritratto preciso dei propri consumatori.

Le decisioni prese dovrebbero essere quindi sempre data-driven: una mole di big data e smart data utilizzati per creare un piano marketing e, quindi, anche una comunicazione coerente ed efficace.

Insomma, nel tavolo del marketing manager non dovrebbe esserci spazio per narrazioni che addolciscano la complessità della realtà là fuori; la fotografia della realtà dovrebbe essere ben chiara a tutti.

Eppure, sembra che le decisioni vengano molte volte prese non grazie all’ausilio dei dati e della conoscenza dei consumatori ma sulla base delle idee e dei desideri personali, che vengono proiettati sul brand.

Il marketing manager, come tutti noi, si circonda sicuramente di persone a lui o lei gradite, persone che lo fanno sentire a proprio agio e che condividono medesime visioni del mondo e che si emozionano (o si indignano) per gli stessi fatti.

L’errore fatale è credere che quella cerchia di amicizie sia la realtà: se il mondo che amo la pensa così anche il resto del mondo la pensa così o dovrebbe pensarla così.

Una enorme ingenuità.

Ancora peggio è la spiegazione didattica: io e i miei amici la pensiamo in maniera corretta, chi non la pensa come noi è uno stupido e si deve adeguare. E chi se ne importa dei consumatori che se ne vanno, di quelli ne possiamo fare anche a meno.

Questo pensiero porta a conseguenze abbastanza prevedibili, come quella di sostituire ai fatti e al pensiero razionale alcune affermazioni retoriche dettate dai trend del momento.

Dopo il flop di Bud Light il CEO di Heineken ha ammesso che per avere successo si deve essere equilibrati e “difendere i propri valori”, senza lasciarsi andare alle tentazioni della polarizzazione.

La soluzione ci sarebbe e passa dal buon senso e dalla razionalità: i confirmation bias dei marketing manager dovrebbero essere i dati e non la propria cerchia di amici e conoscenti. I prodotti e i servizi non dovrebbero essere comunicati a seconda delle proprie sensibilità ma a seconda di quelle del target.

Non tutte le tendenze globali sono adatte a tutti i consumatori.

La scelta di Bud Light poteva essere un successo se a percorrerla fosse stato un altro brand, più in linea con quei valori.

Il mercato è grande e c’è spazio per tutte le idee e per tutti i posizionamenti.

Il brand activism è sano quando è capace di dialogare con le persone non quando crea muro contro muro persino con i propri consumatori. La polarizzazione, che ha esacerbato il clima delle piattaforme, rendendolo spesso tossico, si mitiga con la possibilità del free speech e una maggiore apertura a tutti, come abbiamo scritto in una precedente analisi su queste pagine.

Chi fa marketing veicolando posizioni divisive o ha dalla sua dei dati che dimostrano che il proprio target richiede quell’approccio o deve essere pronto a conseguenze spiacevoli, non solo a livello di immagine ma anche da un punto di vista finanziario.

Ne vale davvero la pena?

Pochi semplici step per trovare la giusta DSP

Demand Side Platform: pochi semplici step per scegliere la tua

Se vi siete avvicinati al mondo del programmatic advertising, avete sicuramente sentito parlare di Demand Side Platform: le macchine che stanno alla base del programmatic. A

Ad oggi, sul mercato, se ne contano alcune decine e per orientarsi servirebbe proprio una guida o almeno una lista di pochi semplici step per trovare la giusta DSP.

La storia della pubblicità programmatica, e di conseguenza delle DSP, è abbastanza limitata. È di qualche settimana fa la notizia del fallimento di Mediamath, che è stata una delle prime DSP lanciate sul mercato nel 2007, momento in cui il programmatic era ancora agli albori.

A partire da allora sono state lanciate nuove DSP che hanno rivoluzionato il mercato e contribuito alla definizione del programmatic advertising come lo conosciamo oggi. Così tanto da portare veri e propri colossi del mondo digitale a sviluppare tecnologie proprietarie per il mercato.

Google, infatti, ad oggi è uno dei maggiori player con Display & Video 360; Amazon ha messo a punto una DSP che si sta rapidamente facendo strada sul mercato e si vocifera che perfino Apple stia lavorando ad una piattaforma di questo tipo.

Con la nascita continua di nuove tecnologie, è più che legittimo sentirsi disorientati e non avere chiarezza sulle differenze tra ciascuna delle piattaforme disponibili sul mercato.

dsp

Presentiamo dunque la guida definitiva per la scelta di una DSP, per capire quali sono i fattori da considerare prima di acquistare una licenza o prima di attivare una campagna.

Vediamo insieme alcuni semplici step da seguire per orientarsi nella scelta della DSP più adatta alle nostre esigenze.

Step 1: Integrazioni della DSP e Inventory

Uno dei motivi per cui si sceglie di ricorrere al programmatic advertising è il desiderio di aumentare la reach della propria campagna, possibilmente ottimizzando i costi.
Pertanto, nel momento in cui si sceglie quale DSP utilizzare, è fondamentale assicurarsi che l’inventory di nostro interesse sia disponibile.

Ogni DSP degna di questo nome deve essere in grado di collegarsi agli exchange, i luoghi virtuali dove la domanda incontra l’offerta e dove avviene la compravendita delle impression. Ogni DSP è tanto più potente quanto più riesce ad integrarsi con diversi exchange. Ciascun sito può infatti mettere in vendita il proprio spazio tramite uno o più exchange, pertanto se avete dei siti di particolare interesse, assicuratevi che l’exchange tramite cui vende sia supportato dalla DSP che intendete utilizzare.

Step 2: Device di erogazione

La domanda “dove comparirà la mia inserzione?” è molto importante non solo in termini di siti/app nei quali la pubblicità verrà pubblicata, ma anche in termini di device sui quali verrà fruita.

Ad oggi, ogni DSP sul mercato è in grado di posizionare annunci su spazi desktop o mobile. Negli ultimi anni, però, il numero di device sui quali possono essere erogate campagne programmatic si è andato espandendo, dando agli inserzionisti la possibilità di pubblicare inserzioni in ambiente radio, smart TV o digital out of home.
Queste soluzioni, che sono tra le più nuove, non sono supportate da tutti i player: basti pensare che perfino Display & Video 360 ha integrato il DOOH solo lo scorso anno.
È il caso, dunque, di andare a fondo sulla possibilità di pianificare campagne su questi device prima di impegnarsi nell’utilizzo di una DSP piuttosto che di un’altra.

Step 3: Opzioni di targeting offerte dalla Demand Side Platform

Elemento chiave di ogni campagna è chi vogliamo raggiungere, per questo motivo è fondamentale sapere quali opzioni di targeting sono disponibili in ogni DSP.

I tipi di targeting disponibili possono variare dai più ampi, basati su lifestyle/affinità (disponibili, in verità, in quasi tutte le DSP moderne) ai più capillari, che si focalizzano sulla fase della vita in cui si trova l’utente o sui suoi acquisti più recenti.

Altro fattore da non mettere in secondo piano sono le integrazioni con DMP esterne o con dati di terza parte. Ad esempio, utilizzate Google Analytics per tenere traccia dei dati del vostro sito?

Sicuramente potete considerare l’utilizzo di Display & Video 360 per le vostre campagne in programmatic, considerando che ha un’integrazione nativa con i prodotti di Google Marketing Platform e che ha accesso ad una enorme mole di dati, raccolti tramite il network Google.

Siete, invece, interessati a massimizzare le vendite dei vostri prodotti sul sito Amazon?

In tal caso può essere un’ottima idea quella di servirsi della DSP proprietaria del colosso della tecnologia, che offre soluzioni programmatic dedicate a seller e vendor.

Le possibilità di targeting delle DSP, però, non si fermano qui.

Tutto dipende dal tipo di utente che volete raggiungere. Molte DSP, infatti, non si limitano a raggiungere gli utenti che fanno parte delle liste di prima parte dell’inserzionista, ma possono mettere in atto dei veri e propri processi di arricchimento dei dati tramite i quali sviluppano nuove liste di potenziali target.

Ne sono un valido esempio, che vale la pena testare, i segmenti simili o le audience predittive.

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Step 4: Modalità di acquisto

Uno dei vantaggi del programmatic è quello di poter ricorrere a modalità di acquisto diverse, sulla base dell’impegno che l’inserzionista prende nei confronti del publisher.

È possibile partecipare ad aste affollate da migliaia di inserzionisti, oppure ricorrere a modalità di accordo one-to-one con specifici publisher, stabilendo a priori un CPM e un numero di impression garantite.

Accordi one to one in DSP - demand side platform

Nello scegliere la DSP da utilizzare, però, è importante ricordare che non tutte le DSP sul mercato supportano tutte le modalità di acquisto (soprattutto quelle che prevedono accordi one-to-one).

Anche in questo caso, quindi, non esiste una direzione univoca che ci dica qual è la Demand Side Platform giusta in ogni occasione, ma è necessario essere pronti ad attivarne una o più a seconda delle esigenze della campagna e delle modalità di acquisto supportate.

Step 5: Fees di piattaforma

Come ogni servizio anche le DSP hanno dei costi, che possono variare da una percentuale del budget investito ad un CPM aggiuntivo sulla base delle impression erogate.

In questo caso, chiaramente, la tendenza è quella di orientarsi sulla DSP più economica.

Non va dimenticato, però, che ogni DSP ha delle sue caratteristiche fondamentali: alcune DSP permettono di targetizzare alcuni segmenti di audience solo dietro pagamento di un CPM aggiuntivo, ma quanto è importante per voi raggiungere quel segmento?

Altre prevedono fee molto alte, ma magari permettono l’accesso esclusivo ad una determinata inventory.

Si tratta sempre di un trade-off tra quello che volete raggiungere e quanto siete disposti a pagare.

Step 6: User Experience all’interno della DSP

No, non parliamo di quello che vedrà l’utente. Parliamo proprio di quello che vedrà chi imposterà la campagna.

Purtroppo le Demand Side Platform sono macchine complesse, che richiedono di essere maneggiate con cautela, a causa dei numerosi livelli di cui si compongono.

In alcuni casi l’alto livello di personalizzazione risulta essere un problema invece che un vantaggio.

Pertanto, nello scegliere la vostra DSP, chiedetevi in primis quale livello di personalizzazione vi serve.

Avete abitualmente campagne che coinvolgono numerosi paesi, decine di tipi di targeting e budget molto frammentati? In questo caso è necessario pensare ad una DSP che permetta di frammentare in modo molto preciso l’erogazione delle vostre creatività.

Al contrario, avete davanti una campagna molto “semplice”, un solo paese, un flight abbastanza breve e budget omogenei? Una DSP più compatta, che non richieda alta personalizzazione potrebbe fare al caso vostro.

Insomma, gli step da seguire nella scelta di una DSP non sono poi molti, ma sono fondamentali per aiutarvi a scegliere quella giusta per voi.

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